Cliniche per jihadisti*

pagina99-copertina-07-04-2016 Mohammad Sidique Khan, il leader dei quattro kamikaze suicidi che il 7 luglio 2005 si fecero esplodere a Londra in quello che è ricordato come l’”11 settembre del Regno Unito”, decise di rimandare di un giorno l’attentato per accompagnare in ospedale la moglie incinta. È un particolare forse non noto a tutti che stride con la rappresentazione ancora troppo diffusa dei terroristi come psicopatici o sadici assassini e che fa sorgere una domanda ovvia: cos’è che spinge uomini (e donne) apparentemente ordinari a commettere atti così atroci?

Il magazine Scientific American Mind dedica un numero speciale in uscita a maggio per rispondere a interrogativi simili facendo riferimento alle ricerche scientifiche più recenti in ambito psicologico e antropologico. In un report dal titolo The Psychology of Terrorism, la rivista statunitense illustra i risultati delle indagini più accreditate a disposizione per comprendere i meccanismi che portano al fanatismo o come mai negli ultimi cinque anni i gruppi estremisti in Siria e Iraq sono riusciti a reclutare circa 30mila foreign fighters.
Un primo fatto assodato è che non ci troviamo di fronte a dei mostri. Come sostengono nel loro contributo gli psicologi sociali S. Alexander Haslam e Stephen Reicher, da un punto di vista psicologico la maggior parte degli aderenti a gruppi radicali non sono molto diversi dai volontari americani che parteciparono circa quarant’anni fa allo studio, diventato poi famoso, noto come l’esperimento della prigione di Standford.

Si trattò di una controversa ricerca svolta nel 1971 nei sotterranei dell’università californiana per cercare di comprendere cosa succede a della “brava gente” messa in un posto “cattivo”. L’indagine, condotta dallo studioso Philip Zimbardo, prevedeva l’assegnazione dei ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato. I risultati furono da subito drammatici. Dopo pochi giorni iniziarono violenze, soprusi, umiliazioni. Studenti “perbene”, psicologicamente sani, si trasformarono rapidamente in aguzzini estremamente crudeli. Seppur molto criticata sul piano metodologico e soprattutto su quello etico, la ricerca segnò un passaggio importante nello studio di come certe situazioni sociali e specifiche dinamiche di gruppo incidano sulla genesi di comportamenti violenti.

Rispetto a questi lavori, le prospettive di ricerca attuali hanno focalizzato lo sguardo sui processi di radicalizzazione nei contesti di vita reali e non in situazioni simulate.
L’antropologo Scott Atran ha dedicato buona parte della sua vita professionale a intervistare in profondità terroristi, jihadisti ed estremisti di mezzo mondo per giungere alla conclusione che le radici della violenza in queste persone non vadano trovate in qualche intrinseco difetto della personalità, ma nel senso di appartenenza a una comunità che si ritiene umiliata e marginalizzata. Come descritto nel volume Talking to the Enemy, scritto da Atran nel 2010, i terroristi di solito non sono né folli, né poveri, né tantomeno ignoranti. La chiave di interpretazione più corretta, sostiene lo studioso, è piuttosto considerarli una “banda di fratelli” idealisti, uniti da forti legami di amicizia e da una causa ritenuta nobile e giusta, disposti al sacrifico estremo per contribuire all’affermazione di un futuro finalmente radioso, almeno dal loro punto di vista.

A dimostrazione di quanto l’azione terroristica sia guidata da dinamiche di gruppo fortemente influenzate dall’ “identità sociale” e iscritte in un disegno palingenetico, l’anno scorso Shahira Fahmy, studiosa di giornalismo araba-americana dell’Università dell’Arizona, ha svolto un’analisi sistematica della propaganda dell’ISIS dimostrando che, al contrario di quello che appare nelle televisioni o nei giornali occidentali, la violenza è quasi del tutto assente nella produzione mediatica dei leader del terrore. La loro comunicazione è popolata invece da visioni di un “idealistico califfato” dove finalmente tutti i musulmani potranno vivere armoniosamente. Come descritto nella ricerca di Fahmy, le più significative immagini comparse nelle pubblicazioni dello Stato Islamico tra il 2014 e il 2015 evocavano il senso di appagamento derivante dalla vita nel califfato. Una, per esempio, tratta dalla rivista Dabiq, un magazine tradotto in varie lingue, incorporava il testo “Al-walaa wa-l-baraa” (lealtà e diniego), un riferimento al concetto islamico di amicizia messo a confronto con il razzismo in America. Vieni a vivere con noi, era il senso del messaggio, è troverai l’utopia in terra.

Più che consolazione e supporto, sono quindi le narrazioni a giocare un ruolo cruciale nelle attuali strategie dei capi delle organizzazioni terroristiche. Il riconoscimento della loro autorità passa per la formulazione di promesse di una società migliore necessarie a costruire un’identità condivisa e a fornire cornici d’interpretazione della realtà per i reclutati, che per altri versi non rispondono a disegni orchestrati e rigidamente pianificati dall’alto.

Nel suo libro del 2004 Understanding Terror Networks, lo psichiatra forense Marc Sageman sottolineava come “i mujahedin fossero killer entusiasti e non robot che agivano in risposta a pressioni sociali”. Per questo, più che come reazione a rigide catene di comando, è più frequente che i terroristi agiscano trovando modalità uniche, individuali e innovative per perseguire le proprie finalità, secondo quella che alcuni studiosi hanno definito un’ “anarchia organizzata”.
La lezione più ampia delle ultime acquisizioni della psicologia del terrorismo è che il processo di radicalizzazione non avviene in un vacuum, ma è determinato da contrasti tra differenti gruppi sociali che le voci più radicali cercano in tutti i modi di sfruttare per rendere inconciliabili. In questo senso gli estremisti islamici e gli islamofobici sono due facce della stessa medaglia, indispensabili gli uni agli altri per la propria sopravvivenza dato che, come dimostrato dai già citati Reicher, Haslam e altri colleghi, si tende con più probabilità a sostenere e seguire un leader bellicoso, rispetto a uno moderato, se il gruppo sociale in competizione con il nostro sembra manifestare comportamenti aggressivi. È il cosiddetto ciclo della co-radicalizzazione, che dimostra quanto il terrorismo abbia a che fare soprattutto con la polarizzazione delle posizioni e con la conseguente riduzione della “zona grigia” di una coesistenza costruttiva. Le possibili soluzioni per sfuggirvi, sintetizzano gli autori, dovranno riguardare per questo motivo “ tanto ‘noi’ quanto ‘loro’ “ e considerare la capacità di elaborare contro-narrazioni efficaci.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 19 marzo 2016.

misurami se sono felice*

misurami-se-sono-felice Il segreto della felicità? Per secoli i tentativi di risposta a quella che è probabilmente la più radicata fissazione della nostra specie, li abbiamo trovati in Platone, Aristotele, Pascal, Spinoza e poi Rousseau, Marx, Nietzsche. Non c’è filosofo antico o moderno degno di questo nome che non si sia cimentato con il sacro graal dell’esistenza umana. Un dominio, visti i nomi in campo, apparentemente inespugnabile. Se non fosse che negli ultimi anni, i meccanismi della felicità sembrano essere diventati una delle ossessioni di diversi ambiti della ricerca accademica. È dal 2007 che ad esempio opera la Global Happiness organization, ente internazionale no-profit nato con lo scopo di aumentare la felicità utilizzando il metodo scientifico. Neuroscienziati, economisti, sociologi, psicologi e linguisti sono persuasi di aver accumulato dati in quantità e con affidabilità tali da poter risolvere diatribe che per centinaia di anni hanno diviso la cultura filosofica.

Se da una parte trovano così finalmente posto prospettive d’indagini utili a ricomporre in un quadro necessariamente unitario il tema della felicità, dall’altra rimangono aperte contraddizioni sui risultati e interrogativi sul senso più profondo di quello che in controluce può essere letto come un processo di sconfinamento culturale.

Sta di fatto che ogni anno intere schiere ad esempio di sociologi producono indici e misure per classificare le nazioni in base al loro benessere. Uno dei documenti più noti è il Rapporto sulla felicità del mondo, realizzato a partire dal 2012 dall’Onu, in cui vengono sintetizzati dati reali, come il reddito pro capite e l’aspettativa di vita, con percezioni di sé raccolte attraverso questionari.

Uno degli scopi di queste indagini è identificare quali sono gli ingredienti che permettono a una società di essere felice. Molti paesi continuano a usare esclusivamente il Pil per tracciare il progresso di una nazione, ma come già affermava Robert Kennedy nel 1968, il “Pil misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Le inchieste sociologiche sono un invito ai politici ad adottare misure di sviluppo economico ispirate a un concetto più ampio di benessere dato che se magari in termini di Pil il disboscamento di una foresta pluviale e lo sviluppo di un nuovo farmaco contro il cancro possono produrre lo stesso effetto, l’impatto sul nostro stare bene collettivo è ovviamente molto diverso.

Nonostante ciò, queste ricerche continuano a indicare la ricchezza come una delle componenti più importanti della felicità. I paesi più ricchi tendono ad avere standard di vita più alti, sistemi educativi e sanitari più efficienti, ambienti più puliti, maggiore protezione sociale.

Sono dunque davvero i soldi a fare la felicità? La questione è antica quanto l’uomo e apparentemente irrisolvibile. In realtà, la ricerca economica sembra molto più attrezzata che in passato a fornire una risposta basata sui numeri e non sulle percezioni soggettive. Questo è almeno quanto sostiene 80,000 Hours, un’organizzazione inglese che offre servizi di consulenza per il lavoro con un positivo impatto sociale. In un articolo pubblicato a inizio marzo sulla propria rivista, gli analisti di 80,000 Hours hanno preso in esame le ricerche accademiche più solide degli ultimi anni condotte su centinaia di migliaia di persone in più di 150 paesi. La conclusione del loro lavoro è che la verità sembra stare nel mezzo: i soldi rendono più felici, ma solo un poco. Uno dei risultati più interessanti è che tanto più diventi ricco, tanto più hai bisogno di denaro per veder accrescere ulteriormente la tua soddisfazione. Per dirla con le parole di Bill Gates, “posso capire che uno voglia arrivare a guadagnare un milione di dollari, ma una volta raggiunto l’obiettivo, andare oltre è come mangiare lo stesso hamburger.”

Alle metriche basate sul denaro e sulla ricchezza sfuggono comunque dimensioni cruciali del benessere individuale e collettivo, come lo sviluppo sostenibile, il progresso sociale, la crescita personale. Oltre a questo, rimane aperta la difficoltà più importante: la variabilità linguistica e culturale del concetto di “felicità”.

Una ricerca pubblicata nel 2014 sull’International Journal of Language and Culture metteva in evidenza come la locuzione “essere felice” assuma significati molto diversi nelle differenti lingue del mondo. L’autore, Cartsen Levisen, studioso danese esperto di semantica, sorpreso dal costante posizionamento del suo paese ai vertici del benessere globale, faceva notare che in Danimarca la parola felicità è spesso tradotto con lykke, un termine che rimanda a un benessere quotidiano basato sulle piccole gioie quotidiane, come bere un buon cappuccino a colazione. Un significato molto meno problematico della condizione di benessere a cui raramente si riferiscono tedeschi, francesi, polacchi o i russi.

Lo studioso americano Ed Diener, un’autorità internazionale nel campo della psicologia positiva, conosciuto anche come Dr. Happiness, dopo decine di ricerche in tutto il mondo, per superare le ambiguità associate alla parola felicità ha coniato la fortunata espressione di “benessere soggettivo”: un concetto che combina le reazioni emotive con le auto-valutazioni su quanto siamo soddisfatti della nostra vita in diversi ambiti.

Sulla base di questi presupposti, Diener e moltri altri hanno dato una base empirica più robusta alle “molte facce della felicità”, come recitava il titolo di un articolo focalizzato sui lavori dello psicologo americano pubblicato nel 2011 su Scientific American. A conferma di come nelle varie culture si giudica la propria esistenza con parametri diversi da quelli occidentali, una delle maggiori sorprese per Diener e i suoi colleghi è stata quella di riscontrare livelli di “felicità” equivalenti tra i pastori masai in Kenya e gli abitanti dei paesi sviluppati. Un’ipotesi per spiegare questo risultato è che i Masai si concentrano più su quello che hanno rispetto alle penurie materiali. Da una parte sembra risuonare l’invito di Sant’Agostino a desiderare ciò che si ha, dall’altra questi studi sono stati avvalorati da ulteriori ricerche secondo cui nei paesi poveri la felicità dipende soprattutto dal successo sociale e dall’appartenenza al gruppo. La chiave per una vita felice sono insomma le relazioni.

Una conclusione in linea con le ricerche dello psichiatra di Harvard Robert Waldinger che, come riportato un paio di settimane fa dal Washington Post, ha sentito l’urgenza morale di comunicare i risultati di un lavoro che va avanti da più di 75 anni. A partire dal 2003 Waldinger ha preso il testimone del Grant Study, la più lunga indagine sulla felicità mai realizzata che ha “spiato” la vita di centinaia di persone, tra cui alcune celebrità come il presidente John Kennedy, allo scopo di comprenderne cosa li facesse stare bene nelle diverse fasi della loro vita. Waldinger ha tenuto un Ted Talk sulla sua ricerca con attualmente più di sei milioni e mezzo di visualizzazioni e con un messaggio chiaro: le persone più felici e più sane sono quelle che nel corso della loro vita hanno mantenuto salde le amicizie e le relazioni personali.

Tutto condivisibile, anche se, non appena ci spostiamo nell’hard science, l’opinione prevalente è che questi studi forniscono certamente indicazioni interessanti sul benessere mentale, ma offrono poche evidenze sulla “neurobiologia della felicità”. Un gap che i neuroscienziati stanno colmando sempre di più con i loro metodi, in particolare con le tecniche di visualizzazione del cervello. Sebbene siamo lontani dall’identificazione di correlati neurali della felicità è un approccio che alimenta sospetti di riduzionismo. Come afferma a pagina 99 Mario Colucci, psichiatra, psicoanalista e redattore della rivista di filosofia aut aut, “le neuroscienze si focalizzano sullo stato di benessere del singolo cervello, una dimensione molto singolare, che si lega all’idea di un godimento narcisistico e solitario. Dove si colloca in questa prospettiva la felicità all’interno dei contesti sociali, in relazione agli altri?” Più in generale, continua Colucci, autore di saggi sulla biopolitica e sulla medicalizzazione della salute, “la spasmodica ricerca di indicatori della felicità va di pari passo con quella che può essere definita una maniacalizzazione dell’esistenza, vale a dire una continua ingiunzione al godimento, al fare, al non avere limiti per cercare di esorcizzare il vuoto. Viceversa la felicità passa proprio dal riconoscimento dei propri limiti per creare qualcosa di personale ma condivisibile. Ricercare continuamente l’happiness rispecchia l’incapacità di elaborare i piccoli o grandi lutti dell’esistenza. In realtà, solo attraverso questo processo possiamo continuare a pensare anche dopo il dolore. La felicità è quindi anche il coraggio del pensiero, dell’elaborazione, della ricerca creativa.”

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 19 marzo 2016.

il sonno ha le sue ragioni che la ragione non conosce*

sonnopg9912mar2016 Visioni doppie, tremori, difficoltà di movimento, un bisogno irresistibile di dormire in qualsiasi momento e in quasi la metà dei casi paralisi e morte. Subito dopo la prima guerra mondiale un morbo inquietante, l’encefalite letargica, flagellò prima l’Europa e poi il resto del mondo. Decine di migliaia di persone, secondo alcune stime addirittura un milione, furono colpite da una sonnolenza persistente contro la quale all’epoca non esistevano rimedi. Durò circa dieci anni, poi praticamente più niente: la “malattia del sonno” misteriosamente tolse il disturbo così come quasi dal nulla era comparsa. Se si escludono alcuni casi sporadici è infatti dal 1924 che non ne viene segnalata la comparsa in forme epidemiche. Eppure, come descritto in un articolo apparso su Scientific American all’inizio di questo mese, l’encefalite letargica, provocata da un virus tuttora sconosciuto, ci ha insegnato molto di quello che sappiamo oggi sul sonno, attività che riguarda indistintamente tutto il regno animale ma su cui rimane aperta la questione centrale: perché dormiamo.

Fu soprattutto l’acume di un aristocratico neurologo di origine greca, Costantin von Economo, formatosi nella tradizione culturale asburgica, a fornire in una monumentale monografia la migliore descrizione dell’ encefalite come un’infiammazione del cervello. “L’impatto dei suoi studi nella nostra disciplina”, commenta a pagina99 Ugo Faraguna, neurofisiologo del sonno all’Università di Pisa, “si può paragonare a quelli di Einstein nella fisica”. Così come continuiamo a trovare conferme sperimentali della teoria della relatività – vedi ad esempio la recente rilevazione delle onde gravitazionali – “decenni di lavori istologici non hanno fatto altro che confermare quanto von Economo aveva ipotizzato analizzando la sede dell’encefalite letargica, in particolare l’esistenza di interruttori del sonno e della veglia”.

Nonostante siano passati circa novant’anni dai lavori del neurologo viennese, sono ancora tutt’altro che chiare le ragioni per cui dormiamo. Di sicuro sappiamo che il sonno fa bene, ma al momento attuale disponiamo solo di ipotesi riguardanti i meccanismi con cui agisce, con non poco disagio da parte degli studiosi. Nicola Cellini, ricercatore all’Università di Padova esperto del rapporto tra sonno e memoria, afferma che “per alcuni dei maggiori esperti a livello internazionale la funzione del sonno è oggi la domanda più imbarazzante per le neuroscienze.” Secondo Cellini, che interverrà la prossima settimana sia a Padova che a Trieste alla Settimana del Cervello, una ricorrenza annuale con eventi in tutto il mondo per aumentare la consapevolezza pubblica nei confronti della ricerca nel settore, “probabilmente il sonno svolge più funzioni contemporaneamente, dalla rimozione delle neurotossine accumulate nel cervello durante il giorno, alla ristrutturazione delle memorie. Questo approccio è differente rispetto al passato. Per diverso tempo si è pensato ad esempio che dormire servisse a conservare o recuperare le energie cerebrali spese durante il giorno. Nel sonno però il nostro cervello non è affatto meno impegnato. Anzi, consuma quasi le stesse risorse usate quando siamo svegli.”

Negli anni il quadro delle ricerca sul sonno è cambiato sensibilmente. Le ipotesi sono aumentate e diventate più complesse. Una delle possibilità accreditate più recenti è quella secondo cui il sonno funzionerebbe da “spazzino”, servirebbe cioè a liberare il cervello da scorie potenzialmente neurotossiche, in particolare certi residui di proteine, accumulate durante la veglia. La funzione di ripulitura del cervello è stata mostrata nei topi in uno studio pubblicato sulla rivista Science nel 2013 a firma di un gruppo di ricercatori dell’Università di Rochester, negli Usa, guidati dalla neuroscienziata danese Maiken Nedergaard. Se un simile meccanismo dovesse agire anche nell’uomo si potrebbe capire meglio l’associazione tra i disturbi del sonno e malattie neurodegenerative come il morbo d’Alzheimer, in cui l’accumulo di una proteina chiamata beta-amiloide sarebbe il principale sospettato del danneggiamento e della morte delle cellule nervose.

Una seconda tendenza molto considerata attualmente vede come protagonisti due ricercatori italiani, anche se da tempo trasferitisi negli Stati Uniti. Si tratta di Chiara Cirelli e Giulio Tononi, dell’Università del Wisconsin, che nel corso degli anni hanno messo a punto la cosiddetta ipotesi dell’ “omeostasi sinaptica”. In un importante lavoro di rassegna della letteratura presentato sul giornale specialistico Neuron nel 2014, i due autori hanno prospettato che, diversamente da quanto affermato da teorie più tradizionali, il cervello dormiente non consolida le connessioni neurali utili ad esempio a fissare quanto di importante abbiamo imparato nella fase di veglia. Anzi, quando dormiamo le connessioni neurali si indebolirebbero, perché viceversa il cervello si affaticherebbe troppo. Come spiega Faraguna, per diversi anni collaboratore di Tononi negli Usa, “questa ipotesi postula la necessità del sonno come momento in cui le sinapsi, vale a dire i punti di contatto tra le cellule nervose, vengono potate. Se durante la veglia le sinapsi fioriscono, durante la notte vengono tagliate. Si eliminano così le informazioni che non servono più e si libera spazio ed energie per l’apprendimento di nuove informazioni il giorno seguente.” Il sonno sarebbe il dazio necessario per lo svolgimento di questo processo. Perché dormire non è privo di inconvenienti. Anzi. “Da un punto di vista evolutivo”, continua Faraguna, “il sonno è pericolosissimo poiché espone le prede a rischi facilmente immaginabili. Ma tutti gli animali dormono, senza eccezioni. Come ha affermato Allan Rechtschaffen, uno dei pionieri della ricerca in questo campo, se il sonno non avesse alcuna funzione allora si tratterebbe del più grande errore dell’evoluzione. Ma non è così. Dormire è il prezzo da pagare per imparare. E questo è in fondo un punto che su cui diverse ipotesi possono concordare”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 12 marzo 2016.

come sciogliere le cinghie che legano i nostri pazienti*

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87 ore legato a un letto d’ospedale. Quasi quattro giorni sedato, senza cibo, senz’ acqua. Con le caviglie e i polsi stretti ininterrottamente da cinghie, mai visitato, mai curato, mai neanche lavato. È l’ultimo scampolo di esistenza, tra il 31 luglio e il 4 agosto 2009, del cinquattottenne maestro elementare Francesco Mastrogiovanni all’interno del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania. È lo iato tra la legge più innovativa al mondo nell’assistenza alle persone con disturbi mentali e l’attualità di una delle pratiche per eccellenza della logica manicomiale: la contenzione. Il caso Mastrogiovanni, raccontato di recente in un documentario della regista Costanza Quatriglio mandato in onda su Rai Tre alla fine del 2015, è solo il più noto dei “crimini di pace” consumato all’interno di una istituzione pubblica italiana in nome di una domanda di controllo che nulla ha a che fare con l’assistenza e la cura.

Nonostante la legge 180, che nel 1978 sancì per la prima volta al mondo il superamento dei manicomi, la contenzione nel nostro Paese è pratica diffusa in gran parte dei servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura (Spdc). Lo ha denunciato lo scorso aprile 2015 il Comitato Nazionale per la Bioetica ribadendo che “’uso della forza e la contenzione meccanica rappresentano in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona”. Anche a livello internazionale la lotta al superamento di ogni forma di segregazione in psichiatria è un tema portante, come risulta ad esempio dal progetto dell’Oms QualityRights, elaborato per migliorare la qualità ed il rispetto dei diritti delle persone con disturbo mentale nei servizi sanitari.

Tali richiami sono in linea con l’azione di sensibilizzazione promossa in questi anni dal Forum Salute Mentale, associazione di persone impegnate nel cambiamento delle istituzioni psichiatriche. Fin dalla sua nascita nel 2003, il Forum ha individuato nella denuncia delle violazioni dei diritti umani uno dei suoi motivi qualificanti. Un impegno costante concretizzatosi nelle scorse settimane nel lancio, insieme a un ampio cartello di associazioni, di una campagna nazionale per l’abolizione della contenzione presentata lo scorso 21 gennaio a Roma, nella Sala del Senato Santa Maria in Aquiro.

“La nostra azione”, spiega a Pagina99 Giovanna Del Giudice, presidente dell’associazione Conferenza Basaglia e tra le promotrici dell’iniziativa, “vuole innanzitutto denunciare l’uso routinario di cinghie, lacci, fascette o altri mezzi simili, più o meno sofisticati, nei servizi psichiatrici. Sono pratiche incivili, inumane e degradanti, ma usuali e sommerse, di cui gli operatori non parlano, se non quando sono costretti in relazione a un incidente.” Anche sul piano giuridico, la Costituzione non lascia dubbi sull’illeicità della contenzione. L’articolo 13 sancisce che non “è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.”

A parole la maggior parte degli operatori sono d’accordo che legare le persone non risponde ad alcuna ragione terapeutica. La realtà dei fatti è però molto diversa, anche se non si hanno evidenze trasparenti perché in Italia non ci sono molti studi sistematici sul tema della segregazione e delle limitazioni delle libertà personali in ambito psichiatrico. Tra essi rimane un punto di riferimento un lavoro del 2001 dell’Istituto Mario Negri di Milano sulle pratiche negli Spdc. Le conclusioni della ricerca mostravano, tra le altre cose, che in più del 50% dei servizi presi in esame non esisteva un “registro delle contenzioni” e nel 44% dei casi non erano disponibili linee guida sul tema. Nel 2005 la ricerca “Progress Acuti”, promossa dall’Istituto Superiore di Sanità, con tutte le regioni italiane coinvolte tranne la Sicilia, rilevava che solo il 15% degli Spdc operava con le porte aperte. Su 285 reparti presi in esame, 200 dichiaravano di fare ricorso alla contenzione e di usare un camerino di isolamento.

La campagna promossa dal Forum Salute Mentale vuole rompere la cristallizzazione di un sistema che troverebbe nell’establishment psichiatrico la sua capacità di persistenza. “Il tema della contenzione”, continua Del Giudice, autrice del libro “…E tu slegalo subito”, pubblicato nel 2015 da Edizioni Alpha Beta Verlag, “è stato inevitabile da affrontare poiché sono nati movimenti civici che hanno sentito il bisogno di reagire di fronte a morti ‘non silenziate’ come quella di Mastrogiovanni o dell’ambulante Giuseppe Casu nel 2006 a Cagliari. I familiari delle vittime, associazioni varie e altri cittadini hanno iniziato a chiedere verità e giustizia e hanno sottratto la discussione alle lobby degli specialisti.” Si spiega forse così come mai tra i firmatari dell’appello contro la contenzione ci siano, almeno per il momento, pochi operatori psichiatrici, a fronte di numerose adesioni di intellettuali, accademici, professionisti, giornalisti, operatori della sanità territoriale e delle cooperative.

Le tecniche di immobilizzazione fisica o di contenimento comportamentale attraverso psicofarmaci non riguardano però solo la psichiatria. Le iniziative presentate a Roma lo scorso gennaio, tra cui la proposta di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta, si allargano non a caso ad altri ambiti e si estendono a tutti quei soggetti che in relazione a malattia, età, condizione sociale, perdono o diminuiscono in modo significativo la propria capacità contrattuale. Uno degli scopi della campagna è informare i cittadini di quello che accade negli istituti per anziani o nei luoghi che ospitano i bambini, gli adolescenti con disabilità o problemi di salute mentale, le persone affette da problemi di tossicodipendenza, i detenuti in generale. In situazioni di ricovero o di istituzionalizzazione, queste persone, perché “indebolite”, perché i loro legami sociali e familiari sono labili o assenti, perché diminuita è la loro capacità cognitiva, subiscono in maniera massiccia, o rischiano di subire, pratiche di contenzione.

Anche di queste situazioni se ne parla solo quando irrompe la cronaca nera o giudiziaria, come nella recente vicenda di maltrattamenti nei confronti di bambini con disabilità psichiche ospitati in una comunità alloggio a Licata, in provincia di Agrigento. Il caso è venuto alla luce a metà gennaio e secondo quanto riportato dai giornali locali i piccoli ospiti erano “sottoposti a punizioni, nutriti con alimenti scaduti, e in alcuni casi legati con delle catene di ferro”. “Di fronte a orrori come questo”, conclude Del Giudice, “vogliamo anche testimoniare che si può fare a meno di legare le persone in cura. Il 15% degli Spdc in cui non viene immobilizzato nessuno ci dice che è possibile curare nel rispetto della dignità e dei diritti e ci dice qual è la direzione giusta. Per affrontare ed abolire la contenzione bisogna guardare non tanto al luogo in cui viene praticata ma soprattutto al paradigma che fonda l’agire terapeutico, agli stili operativi, al modello organizzativo dei servizi. Se permane il modello dell’incurabilità, dell’incomprensibilità, della pericolosità della persona con disturbo mentale, sembra possibile arrivare a legare, in particolare quando la terapia farmacologica non funziona. Se il paradigma è viceversa quello della deistituzionalizzazione, dello spostamento del focus dalla malattia all’esistenza-sofferenza dell’altro, della centralità della persona inserita in un contesto sociale, allora il confronto è con un soggetto, nella sua unicità e complessità, con la sua rete sociale e familiare. In termini pratici questo vuol dire costruire servizi aperti, azioni nelle case, progetti di cittadinanza. Vuol dire riconoscere la sofferenza quando emerge nel territorio e significa operare per mantenere le persone negli ambiti naturali di vita. Curare non è soltanto attenuare i sintomi, è modificare il modo in cui le persone sentono la sofferenza e insieme intervenire nella concretezza della vita quotidiana”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 20 febbraio 2016.

la legge morale nei nostri neuroni*

legge morale neuroni Kathinka Evers è una filosofa svedese esperta di neuroscienze il cui percorso non è facilmente inseribile negli schemi della tradizione accademica. Partendo dalla logica e dalla fisica, il suo interesse si è successivamente allargato a una riflessione nella turbolenta zona di confine tra scienze del cervello, filosofia morale, etica e sociologia. Evers svolge un’influente attività di ricerca espressa recentemente in un articolo-manifesto pubblicato alla fine del 2015 sul magazine letterario 3:AM, simbolo della controcultura londinese degli anni Zero. Evers si muove sulla frontiera della cosiddetta neuroetica, giovane e controversa disciplina che da un lato indaga e riflette sulle implicazioni etiche e giuridiche della ricerca neuroscientifica, dall’altro mira a comprendere le basi cerebrali dei comportamenti morali. Il peso del punto di vista della filosofa svedese deriva dalla sua carica di codirettrice dello Human Brain Project (HBP), una delle più ambiziose iniziative di neuroscienze mai intraprese a livello mondiale. Selezionato dalla Commissione europea nel 2013 tra i due i due progetti “faro” su cui l’Unione ha deciso di investire più di un miliardo di euro fino al 2023, l’HBP ha lo scopo di simulare attraverso un supercomputer il funzionamento completo del cervello umano: un obiettivo scientifico e tecnologico mastodontico che fornisce allo stesso tempo un esempio concreto dei nodi attuali tra neuroscienze e filosofia.

“È abbastanza ovvio immaginarsi che tipo di interrogativi susciterà un cervello umano simulato, se mai verrà realizzato”, afferma la studiosa dell’Università di Uppsala. “Essi riguarderanno la sfera personale, sociale ed etica (ad esempio, se si decide di interrompere il funzionamento di un cervello simulato è possibile “ucciderlo” in un modo potenzialmente pertinente sul piano morale?)”. Per rispondere a queste domande entra in gioco la neuroetica, che avrebbe gli strumenti concettuali per disinnescare il rischio di trasformare gli ambiziosi progetti sul cervello in potenziali minacce e paure per gli individui e la collettività, presunte o reali che esse siano.

“In realtà”, come spiega a pagina99 Stefano Canali, filosofo delle neuroscienze alla Sissa (Scuola internazionale superiore di studi avanzati) di Trieste, “siamo ancora molto lontani dall’avere a disposizione cervelli sintetici. Le simulazioni dell’HBP potranno riguardare a breve meccanismi fisiologici precisi o specifici disturbi neurologici. Altra cosa è usare queste macchine per comprendere i comportamenti morali, come forse pretenderebbero alcuni fautori dello Human Brain Project”. Un’ambizione che si scontra con un nodo filosofico di fondo: il fatto che, continua Canali, “per realizzare le nostre esperienze coscienti e soprattutto mediare le azioni morali il cervello ha bisogno di un corpo e di poter interagire con altri individui, abitando e allo stesso tempo costruendo e modificando insieme ad essi uno spazio di simboli e valori”.

È un aspetto che il progetto europeo del supercomputer sottovaluterebbe, ma che rappresenta efficacemente la direzione in cui, secondo Evers e colleghi, dirigere più incisivamente gli sforzi di ricerca nei prossimi anni: verso la neuroscienza dell’etica, un’area dove i dati neurologici e la riflessione filosofica s’incontrano su temi fondamentali come il libero arbitrio, l’autonomia, l’autocontrollo, i processi decisionali, la responsabilità, il conflitto tra ragione ed emozione.

Quali sono le basi neuronali del nostro senso morale? Come funziona il nostro cervello quando eseguiamo atti che associamo alla libera scelta? Sono interrogativi che hanno trovato diritto di cittadinanza scientifica grazie agli impetuosi sviluppi delle neuroscienze degli ultimi decenni. “Gli studi sul cervello”, afferma Canali, ideatore e organizzatore di una scuola di formazione in neuroetica tra le poche attività strutturate in quest’ambito nel nostro paese, “hanno dimostrato che linguaggio, memoria, emozioni, percezioni, controllo volontario del comportamento sono sistemi funzionali semi-indipendenti tra di loro, seppur integrati. La dissoluzione dell’integrità dell’Io rende assai problematica l’indagine sulla natura e il funzionamento dell’agente morale. A quale parte della nostra mente dobbiamo attribuire la responsabilità morale? Ad esempio è possibile che una lesione o una malattia, ma anche eventi traumatici o stress protratti compromettano i sistemi cerebrali che permettono il controllo volontario del comportamento. In questo caso, gli altri apparati funzionali possono continuare a operare normalmente, compreso quello che media le reazioni emotive. Può così accadere che un comportamento impulsivo, violento o immorale, non venga frenato anche quando la persona riconosce la sua inappropriatezza e desidera inibirlo”. Non è difficile comprendere la complessità delle implicazioni etiche e giuridiche che emergono in queste situazioni.

Al di là di casi estremi, le neuroscienze attuali stanno dimostrando che gli eccessi di stimoli, i sovraccarichi di microscelte, il multitasking, sembrano erodere il controllo volontario del comportamento e le capacità empatiche, mettendo costantemente a rischio le nostre competenze morali. Si pensi ad esempio alle moltiplicazioni delle interazioni digitali, all’overload informativo sul web, alle sollecitazioni appettitive a cui siamo sottoposti nei corridoi di qualsiasi supermercato. Sono tutti processi che richiedono al cervello dosi cospicue di risorse computazionali e anche tempi congrui di elaborazione. Al contrario oggi è però richiesta una velocità di analisi che può interferire con le modalità con cui interpretiamo i segnali emotivi propri e altrui. Di conseguenza i sovraccarichi cognitivi possono farci agire in modo eticamente problematico: ad esempio non prestando aiuto a qualcuno in difficoltà, manifestando apertamente un pregiudizio, agendo in modo esclusivamente utilitaristico e con questo causando danno ad altri.

La neuroetica a questo proposito sottolinea come gli studi sperimentali stiano rivalutando in termini scientifici il peso della società nella responsabilità etica personale. A rinnovare profondamente e rendere dirompenti gli interrogativi sul libero arbitrio è stato poi soprattutto lo sviluppo delle cosiddette tecniche di neuroimaging, in grado di misurare la relazione tra attività di determinate aree celebrali e specifiche funzioni.

In Italia, negli ultimi anni diversi testi hanno affrontato questi temi. Tra essi si possono segnalare Neuroetica. La morale prima della morale, edito da Raffaello Cortina nel 2008 e scritto da Laura Boella, filosofa dell’Università di Milano, e più recentemente Lo spazio della responsabilità, pubblicato nel 2015 da Il Mulino e curato da Marina Lalatta Costerbosa dell’Università di Bologna. Sono opere in cui ripetutamente si invita alla prudenza quando ci si trova di fronte ai risultati che provengono dalle tecniche di neuroimmagini, vale a dire dalle metodiche per la rappresentazione del sistema nervoso e in particolare del cervello. Tali volumi ne chiariscono limiti e ambiti d’applicazione richiamandosi a una convergenza di saperi e competenze plurali.

È un approccio che risuona con l’appello generale del manifesto di Kathinka Evers a una feconda e necessaria interdisciplinarietà di cui la neuroetica si dovrebbe fare portavoce, sia “per contribuire a una migliore definizione degli oggetti della ricerca neuroscientifica, sia per tentare di rendere sperimentalmente indagabili i problemi che la filosofia affronta da millenni soltanto in modo astratto. Questo servirebbe a far luce su concetti impervi per la scienza ed elusivi per la filosofia”, conclude Canali.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 23 gennaio 2016.

La collana “Scoprire la scienza” arriva in edicola

hachette Riporto di seguito la descrizione di “Scoprire la scienza”, una nuova iniziativa editoriale pubblicata da Hachette Fascicoli che ho l’onore di presentare. Trovate il primo volume in edicola a partire da dopodomani 2 aprile 2016.

Oggi chiunque può capire un’equazione. E anche le grandi scoperte della fisica, della biologia e dell’astronomia sono accessibili a tutti. Hachette lo dimostra con la nuova collana di volumi Scoprire la scienza, realizzata da un team internazionale di ricercatori e divulgatori scientifici e presentata da Nico Pitrelli, condirettore del Master in Comunicazione della Scienza della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati – di Trieste.

Abbandoniamo l’idea di doverci confrontare con formule impossibili o teorie indecifrabili. La scienza è un’altra cosa. È ciò che ci permette di conoscere e interpretare la realtà, di scoprire perché siamo come siamo e di capire come funziona l’Universo o il nostro cervello. Hachette offre ai lettori la possibilità di intraprendere un fantastico viaggio alla scoperta di discipline come la fisica, la matematica, la meteorologia o la genetica, tra le altre. Scoprire la scienza è una collana inedita e innovativa per capire le grandi idee della scienza finalmente spiegate in modo nuovo facile e accessibile.

Le spade laser di Star Wars hanno un qualche fondamento scientifico? Quali sono le leggi fisiche di una passeggiata in bicicletta e di una bolla di sapone? Come hanno fatto semplici microrganismi a diventare esseri umani? Da dove viene la creatività? La scienza offre risposte a tutte queste domande, frutto del lavoro di una vita di centinaia di ricercatori. Questi libri raccolgono, ordinano e armonizzano questa mole impressionante di saperi e offrono gli strumenti per comprendere quali nuove sfide ci aspettano, in quale direzione la ricerca d’avanguardia si sta muovendo.

La collana è divisa in quattro sezioni principali: fisica teorica e fondamenti, l’universo, vita ed essere umano, il nostro pianeta. I lettori potranno avvicinarsi con semplicità ad argomenti di grande attualità come la teoria della relatività, il Big Bang e l’universo in espansione, i cambiamenti climatici, i segreti del cervello, il genoma umano e l’evoluzione e tanti altri.
Questo progetto è stato realizzato da un team multidisciplinare. I contenuti sono stati elaborati da ricercatori di istituti di riconosciuto prestigio quali ad esempio il Centro de Regulación Genómica, L’Accademia Nazionale delle Scienze, l’Istituto Astrofisico delle Canarie e l’Istituto di Scienze Fotoniche. I volumi che compongono la collana sono stati scritti da alcuni tra i migliori ricercatori e divulgatori sotto la direzione di Materia, il sito di riferimento del giornalismo scientifico in lingua spagnola consultato ogni mese da milioni di lettori.

Quaranta volumi, uno ogni settimana, per scoprire o riscoprire i risultati di un processo di conoscenza e ricerca nato con l’uomo. Un mondo di conoscenze accessibile a qualsiasi lettore, al di fuori di laboratori e università. I libri hanno un approccio pragmatico, partono da esempi pratici per illustrare le principali teorie scientifiche e attraverso l’uso di infografica semplificano e offrono supporto alle spiegazioni. All’interno di appositi box sono riportati curiosità e aneddoti, e in appendice è presente un glossario di termini tecnici, per non perdere alcun dettaglio della spiegazione. Ultimo, ma non meno importante, un buon apparato iconografico permette di dare un volto a molti scienziati e ricercatori. Non ci sono più scuse: è giunto il momento di addentrarsi in un mondo rigoroso, divertente e appassionante. Dal 2 aprile trovi il primo libro della collana in tutte le migliori edicole o puoi riceverlo in abbonamento. Visita il sito per ulteriori dettagli.

I primi titoli e i loro autori:

Capire Einstein. Antonio Acín

Mondo quantistico. Rafael Andrés Alemañ Berenguer

La matematica della natura. Carlo Frabetti

Il sogno della ragione. Nicola Canessa

oltre lo show di Zuckerberg tra i neo-filantropi californiani*

zuckpg99Sulla faraonica donazione del 99 per cento delle azioni Facebook, annunciata da Mark Zuckerberg e da sua moglie Priscilla Chan all’indomani della nascita della loro primogenita Max, circa un paio di settimane fa, si sono spese già molte polemiche. L’accusa principale rivolta ai coniugi Zuckerberg è di voler pagare meno tasse attraverso un’operazione mascherata da beneficenza. Particolarmente duro Jesse Eisinger, dell’agenzia giornalistica indipendente ProPublica. Eisinger ha spiegato che la Chan Zuckerberg Initiative, creata dal fondatore di Facebook e da sua moglie, è una limited liability company, una sorta di società a responsabilità limitata e non una società no-profit. L’iniziativa non sarebbe così soggetta alle regole e ai requisiti di trasparenza delle fondazioni caritatevoli tradizionali e soprattutto godrebbe di benefici fiscali a quest’ultime non riservate. L’amministratore delegato di Facebook ha respinto l’accusa dichiarando che la scelta di creare una società privata si giustifica semplicemente per la sua maggiore efficienza e flessibilità. Che sia davvero così o che si tratti di altruismo interessato, il progetto filantropico di Zuckerberg è la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio, che a partire dai miliardari dell’hitech della Silicon Valley fa riferimento a un movimento teorico e sociale impegnato nel ripensare il non-profit, la liberalità, l’impegno solidale e collaborativo. Uno spazio laboratoriale e interdisciplinare che va sotto il nome di Nuova Filantropia e che si presenta come una cultura visionaria del dare, in cui confluiscono tecnologia, economia e diritto alla ricerca di una sintesi innovativa.

L’espressione “nuova filantropia” nasce all’interno della generazione degli imprenditori del dot.com, giovani o molto giovani che a partire dagli anni ’90 del secolo scorso hanno guadagnato montagne di soldi nell’industria dell’informatica e del digitale. La Silicon Valley è l’ambiente naturale, sia dal punto di vista geografico che culturale, per lo sviluppo di attività di beneficenza che, diversamente dal passato, sono incentrate sulla verifica dell’impatto sociale o ambientale delle elargizioni e sulla produzione di guadagno per gli erogatori. Rispetto alle tradizionali donazioni status-symbol dispensate per avere accesso a club esclusivi, c’è l’ambizione di incidere davvero per cambiare le cose. La visione è molto più strategica. Trae le sue radici concettuali nell’etica hacker di cui sono imbevuti, loro malgrado, molti dei miliardari self made man di nuova generazione, di cui Mark Zuckerberg è il prototipo ideale.

Non a caso, la Chan Zuckerberg Initiative è solo l’ultima in ordine di tempo di una costellazione di imprese simili, magari meno note, ma realizzate col medesimo approccio: unire filantropia e tecnologia. Come ad esempio quella di Brian Chesky, Ceo e fondatore di Airbnb, che ha fatto sviluppare ai suoi programmatori una piattaforma per far entrare in contatto gli sfollati dei disastri naturali con le persone disponibili a ospitarli. O come le iniziative di Anne Wojcicki, fondatrice della società produttrice di test genetici 23andMe, che ha devoluto centinaia di milioni di dollari ad associazioni come Ashoka, la più grande comunità internazionale di imprenditori sociali nata per dare supporto alle persone, non ai progetti. O infine come l’organizzazione no-profit GiveDirectly, che tramite cellulari riesce a trasferire denaro contante direttamente, evitando burocrazia e corruzione, a persone in condizioni di estrema povertà in Kenya e Uganda. Il programma, fra l’altro, prevede l’uso di satelliti per individuare i villaggi più poveri e l’utilizzo di strumenti avanzati per monitorare come vengono spesi i soldi e qual è livello di soddisfazione di chi li riceve.

Che il mondo tecnologico libertario e individualista attorno alla South Bay di San Francisco sia diventato il luogo d’elezione dei filantropi più dinamici del ventunesimo potrebbe sembrare un paradosso. Come descritto recentemente sul New York Times dalla giornalista Alessandra Stanley, Zuckerberg e soci non sono più interessati dei loro predecessori conservatori a cambiamenti radicali nel nome dell’eguaglianza sociale. I miliardari dell’hitech sono semplicemente convinti di poter applicare “la stessa ingenuità e lo stesso entusiasmo che li ha resi ricchi per rendere il resto del mondo meno povero”. Il tecno-utopismo di matrice hacker permette di comprendere come mai i proprietari di multinazionali private monopoliste del web, spesso insofferenti alle legislazioni fiscali sovrane, mettano così tante risorse per la soluzione di problematiche di interesse pubblico. Il punto è che, come emerge sempre nell’inchiesta del New York Times, i filantropi tecnologici non “fanno lobby per la redistribuzione della ricchezza”, ma piuttosto “vedono la povertà e la disuguaglianza come un problema ingegneristico, la cui soluzione è nelle loro capacità intellettuali”.

Tutto questo non limita la portata innovativa delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella definizione di nuove prospettive benefiche. Come sottolineato lo scorso 2 dicembre nel corso di un convegno dal titolo “La nuova filantropia. Economia e diritto per una società digitale collaborativa”, uno dei pochi appuntamenti strutturati sul tema nel nostro paese organizzato dall’Università Cattolica di Piacenza, la tecnologia è il primo, se non il più qualificante, elemento di discontinuità della nuova modalità di fare beneficenza.
In particolare, la rete è lo sfondo su cui si innesta un secondo elemento caratteristico delle nuove pratiche del dono: l’approccio utilitarista, vale a dire l’interesse per le conseguenze dell’azione, per l’efficacia e la quantificazione degli impatti grazie alle opportunità di trasparenza e di tracciabilità offerte dal web. Un terzo aspetto è di natura antropologica e consiste nella centralità dell’agire collaborativo, nell’affermazione di un rivisitato comunitarismo che trova rinnovato slancio nel ruolo giocato dalle comunità digitali rispetto ai valori di apertura, condivisione, partecipazione, solidarietà.

Perché si realizzi la prospettiva comunitarista bisogna però dotarsi di nuove metriche economiche, in grado di misurare ad esempio l’impatto sociale del dono, e di strutture giuridiche più flessibili, in grado di dare conto delle molteplici forme del “dare”, non più riducibili solamente al donare beni, ma che riguardano anche la messa a disposizione di attività, capacità, tempo, informazioni. Ad esempio, chi dona i propri dati genetici si può porre oltre l’attuale comprensione giuridica della privacy.

I limiti delle normative vigenti, soprattutto di natura fiscale e sul piano delle successioni, sono particolarmente significativi in Italia. Come spiega a Pagina99 Monica De Paoli, notaio milanese tra le responsabili scientifici del convegno di Piacenza, i vincoli attuali contribuiscono a determinare “il divario esistente tra le esperienze di altri Paesi, in particolar modo di matrice anglosassone, e il nostro, dove le donazioni al confronto sono modeste”. De Paoli è anche vicepresidente del consiglio di indirizzo della Fondazione Italia per il Dono ONLUS (F.I.Do), una struttura nata con l’idea di creare un nuovo strumento di intermediazione filantropica. L’aspetto innovativo di F.I.Do, continua De Paoli, consiste nel fatto che chiunque voglia operare in un progetto di beneficenza “non ha bisogno di creare una propria struttura. F.I.Do offre servizi a soggetti che non possono o non vogliono creare una propria fondazione erogativa: agisce allo stesso tempo come hub e come incubatore. Chiunque può donare alla Fondazione. Il nostro scopo principale è promuovere la cultura del dono, non molto sviluppata nel nostro paese”.
F.I.Do richiama tutti noi alla possibilità di dare un nuovo volto al capitalismo, basato su una visione etica della filantropia. Un tema su cui si è speso recentemente anche Peter Singer, considerato tra i più influenti filosofi viventi. Nel suo ultimo libro The Most Good You Can Do, pubblicato lo scorso aprile, lo studioso australiano sostiene che nei paesi ricchi per “vivere eticamente” bisognerebbe dare in beneficenza idealmente un terzo di quello che si guadagna. Non sarà il 99 per cento di Zuckerberg, ma è pur sempre tanto, soprattutto se si tratta di donare per davvero.

*Un adattamento di questo testo è stato pubblicato su pagina99 del 12 dicembre 2015.

gli scienziati della domenica in cattedra con Obama*

pagina99-copertina-05-12-2015 Aiutano i ricercatori a scoprire nuove galassie o a “mappare” la superficie di Marte, raccolgono dati sull’ambiente e sulla qualità dell’aria, passano giornate intere negli habitat naturali più disparati per studiare volatili e poi donare le loro osservazioni agli ornitologi. In passato sono stati anche cruciali, fra le altre cose, nella soluzione della struttura di un enzima fondamentale nella diffusione del virus dell’AIDS. Sono i volontari della scienza: un esercito di milioni di persone sparse in tutto il mondo, quasi tutti non professionisti della ricerca, che poche settimane fa ha ricevuto un’insperata legittimazione addirittura dalla Casa Bianca. Un memorandum firmato in prima persona da John P. Holdren, consigliere scientifico del presidente americano, ha infatti chiarito come l’amministrazione Obama vuole imprimere una decisa accelerazione alla “scienza dei cittadini”, di cui riconosce, oltre all’importanza educativa e metodologica, il valore economico, stimato in miliardi di dollari all’anno.

La nota dell’Ufficio per la politica della scienza e della tecnologia statunitense potrebbe rappresentare un radicale cambiamento nei rapporti tra ricerca e società. “L’aspetto fondamentale del documento” spiega a pagina99 Mariachiara Tallacchini, già senior scientist presso il Joint Research Centre della Commissione Europea, “è che si tratta di un ordine esecutivo indirizzato alle organizzazioni governative e alle agenzie federali”. Non un generico invito dunque, “ma cose da fare concretamente entro tempi stabiliti”. Il memorandum individua soprattutto due azioni specifiche. Ogni agenzia deve prima di tutto individuare un coordinatore per i progetti di citizen science, successivamente deve catalogare le attività di ricerca aperte alla partecipazione di tutti i cittadini.

La discontinuità della nota di Holdren si apprezza anche nella definizione proposta di citizen science. Se genericamente con essa si intende l’attività di ricerca realizzata coinvolgendo dei volontari come “sensori” per raccogliere informazioni scientifiche o come “elaboratori” per contribuire a risolvere problemi di analisi dei dati, il memo americano assegna ai cittadini un ruolo molto più significativo. Essi, nella descrizione fornita dall’amministrazione Obama, come continua Tallacchini, “possono formulare domande di ricerca, condurre esperimenti scientifici, interpretare risultati, fare nuove scoperte, sviluppare tecnologie e applicazioni, risolvere problemi complessi, non solo raccogliere e analizzare dati. C’è il pieno riconoscimento metodologico e teoretico assegnato normalmente alla scienza svolta nei laboratori e nelle università”. La citizen science non è insomma una scienza di serie B, semmai “si caratterizza per una diversa finalità pratica e applicativa, per una marcata enfasi sul contributo alla risoluzione di questioni sociali. Senza trascurare il valore educativo a essa assegnato e soprattutto il suo impatto economico”.

I volontari della ricerca, tra contare uccelli, identificare galassie e individuare batteri forniscono un servizio il cui valore è stimato almeno attorno ai due miliardi e mezzo di dollari annui in natura. Questo dato, ottenuto grazie al lavoro di un gruppo di esperti americani di protezione ambientale, è uno dei punti di partenza del memorandum di Holdren. In un articolo pubblicato all’inizio dell’anno sulla rivista Biological Conservation, gli autori hanno per la prima volta quantificato la scala dei progetti di citizen science sulla biodiversità mediante l’analisi di più di 300 iniziative. Hanno calcolato che i volontari della scienza dedicano ogni anno tra le 21 alle 24 ore del loro tempo libero ad attività di ricerca. Considerando che sono coinvolte circa un milione e trecentomila persone, il contributo equivalente è pari ai già citati due miliardi e mezzo di dollari. Una stima peraltro al ribasso, dato che lo studio ha preso in considerazione solo progetti sulla biodiversità, on-line e in lingua inglese.

La ricerca documenta anche una crescita dei progetti di citizen science a ritmi inimmaginabili fino a qualche anno fa, una tendenza guidata dallo sviluppo di sensori a basso costo e altri strumenti di monitoraggio ormai facilmente utilizzabili e disponibili anche su uno smartphone.

L’amministrazione Obama dimostra di aver colto perfettamente le potenzialità legate all’accelerazione del fenomeno, meglio che nel vecchio continente. “L’Europa”, ci spiega ancora Mariachiara Tallacchini, filosofa del diritto all’Università Cattolica di Piacenza ed esperta dei rapporti tra scienza e democrazia, “è molto più timida. Pochi mesi fa anche la Commissione Europea ha pubblicato un libro bianco sulla citizen science. Diversamente dagli Stati Uniti è un documento molto attento alle sfumature, preoccupato di stabilire in che cosa la scienza dei cittadini sia diversa rispetto a quella tradizionale”. In altre parole, si fa più fatica a riconoscere la possibilità di produrre assieme, esperti e non-esperti, conoscenza valida. Così come non si comprende appieno che il coinvolgimento a monte dei cittadini nella ricerca scientifica, il cosiddetto upstream engagement, sia la strada maestra per ridurre i conflitti tra scienza e società. “L’idea di Holdren”, continua Tallacchini, “è che il cittadino contribuisca alla conoscenza in fase istruttoria. In questo modo, non solo riduci i costi, ma aumenti la fiducia nei confronti delle istituzioni, nonché l’efficienza e l’efficacia delle policy.” L’approccio preventivo alla citizen science permetterebbe di ridurre la crescente e ricorrente litigiosità sulle controversie scientifiche (cambiamenti climatici, fecondazione assistita, testamento biologico, nanotecnologie, nucleare, ecc.). Si tratta di conflitti ben noti anche nel nostro paese, non particolarmente all’avanguardia sulla citizen science, dove però esistono esperienze in cui le diverse dimensioni delineate dal memorandum della Casa Bianca sono ben rappresentate. Come ad esempio nel progetto di epidemiologia partecipata PM2.5 Firenze, patrocinato dalla cooperativa Epidemiologia e prevenzione Giulio A. Maccacaro, in cui da circa due anni un gruppo di cittadini del capoluogo toscano conduce un’attività di sorveglianza della qualità dell’aria. L’iniziativa propone un rapporto nuovo tra le istituzioni e i cittadini. Come recitano i suoi promotori, in pieno stile Holdren, la disponibilità di informazioni e la produzione stessa del sapere scientifico devono essere “patrimonio di più soggetti e non ristretti al solo ambito specialistico”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su pagina99 del 5 dicembre 2015.

da Blade Runner a Jurassic Park la fantascienza diventa scienza*

pagina99-seconda-2015 Se avete visto The Martian, l’ultimo film di Ridley Scott, vi sarete forse chiesti, ad esempio, quanto sia realistico che Mark Watney, il marziano impersonato da Matt Demon, possa esporsi alle radiazioni solari o ai raggi cosmici senza conseguenze. Sono domande forse un po’ da nerd ma che ricorrono spesso nei film di science fiction. L’obiettivo fondamentale è capire quanta scienza ci sia nella fantascienza. Si tratta di un approccio così assodato che quasi sempre si trascura la possibilità opposta: l’impatto della fantascienza sulla ricerca scientifica. A porre parziale rimedio alla questione ci ha pensato di recente una start-up britannica, specializzata in strumenti avanzati di filtraggio della letteratura scientifica, attraverso un’analisi di big data. Secondo Sparrho, così si chiama l’azienda fondata da due ex-ricercatori, i robot di Star Wars e i dinosauri geneticamente modificati di Jurassic Park non sono entrati solo nel nostro immaginario, ma anche nei laboratori.

L’idea di identificare film di fantascienza rilevanti nella ricerca scientifica è venuta al giornalista americano Jeremy Hsu. Come racconta egli stesso in un articolo pubblicato qualche settimana fa sulla versione online del magazine Discover, Hsu è riuscito a convincere il team di Sparrho a mettere mano a un database della British Library contenente paper scientifici dal 1890 al 2010.

Prima di quest’iniziativa erano già stati condotti indagini simili, ma di natura più qualitativa. Qualche mese fa, ad esempio, la rivista Popular Mechanics aveva realizzato un sondaggio informale che decretò 2001: Odissea nello spazio come il film di fantascienza più apprezzato dagli scienziati. Risale al 2004 un lavoro analogo promosso dal quotidiano britannico The Guardian, che invece sancì il primo posto per Blade Runner nella classifica di gradimento dei ricercatori.

Rispetto a questi tentativi, il salto di qualità dell’analisi di Sparrho è stato da una parte attingere all’archivio della biblioteca di ricerca più importante al mondo. Dall’altra, e più significativamente, aver fatto ricorso alle competenze dei cosiddetti data scientist, nuovi professionisti con abilità trasversali tra matematica, informatica e statistica. Un mestiere tipico dell’era digitale che Hal Varian, chief economist di Google, ha definito “il più sexy del XXI secolo”. E se non sappiamo se sia stato sexy, certamente non deve essere stato noioso per la scienziata dei dati Katja Bego cogliere la sfida di Hsu. Bego ha prima di tutto individuato i film di science fiction più popolari nella storia del cinema, pesando sia il riscontro del botteghino che il parere dei critici. Con una lista di 100 film a disposizione, ha poi usato un algoritmo per vivisezionare i dati dell’archivio della British Library per contare quante volte i titoli delle pellicole comparivano nei titoli o nei sommari degli articoli scientifici. Ha definito così un primo elenco, a partire dal quale ha ulteriormente filtrato manualmente i risultati ottenuti prendendo in considerazione solo le ricerche che esplicitamente discutevano i contenuti dei film e non quelle che li citavano senza approfondimenti.

Il processo si è concluso con la seguente graduatoria: al primo posto Star Wars, con 18 articoli influenzati in modo rilevante dalla saga cinematografica creata da George Lucas; al secondo Jurassic Park con 11 paper, al terzo 2001: Odissea nello spazio con 9 articoli. A seguire Blade Runner, Minority Report, Ritorno al futuro e altri grandi successi. Oltre a stilare la classifica, Katja Bego ha indagato quali discipline o quali specifici problemi di ricerca hanno preso ispirazione dai film individuati. È emerso così, ad esempio, che i paper per cui Star Wars è stato rilevante hanno trattato soprattutto di robot non-umanoidi o della psicologia di Anakin Skywalker, leggendario Cavaliere Jedi, al servizio della Repubblica Galattica prima di diventare Darth Vader (in Italia Darth Fener). I ricercatori si sono interessati ai destini del maestro del lato oscuro per comprendere se nel suo caso avesse senso una diagnosi di disturbo borderline. Jurassic Park è stato considerato per le questioni etiche legate a riportare in vita specie estinte e per la computer grafica utilizzata per animare branchiosauri, tirannosauri e velociraptor vari. 2001: Odissea nello spazio per le tematiche sui rapporti tra emozioni, libero arbitrio e intelligenza artificiale, mentre Minority Report ha stimolato i ricercatori interessati alle problematiche della sorveglianza globale e al futuro dell’urbanizzazione. Per quanto riguarda i temi di fantascienza trattati con maggiore frequenza si segnalano quello dei robot, termine comparso nei paper 89 volte e l’ intelligenza artificiale, con 29 riferimenti. I viaggi nel tempo solo due volte, con buona pace di Marty McFly e del mitico Doc di Ritorno al Futuro.

Sono risultati che dimostrano quanto la cultura popolare riesca a permeare ambiti apparentemente inaccessibili come le comunità degli scienziati. Ed è bene ricordare che il team di Sparrho ha contato solo i film esplicitamente citati nei titoli e negli abstract dei lavori scientifici. È facile ipotizzare che il numero sarebbe aumentato considerevolmente se fossero state prese in considerazione le ricerche ispirate alla fantascienza senza riferimenti nel testo a una specifica pellicola. In più, il database consultato da Bego si ferma al 2010. Vale a dire che dall’analisi sono stati esclusi blockbuster come Interstellar e il già citato The Martian, per non parlare di altre importanti uscite nel 2015 come Jurassic World, Star Wars: Il Risveglio della Forza o la serie Terminator, che di sicuro avrebbero arricchito di nuovi elementi l’indagine. Il campione della start-up britannica non includeva infine l’impatto della science fiction sulla ricerca militare o nel settore privato. Insomma, la linea di confine tra scienza, tecnologia e fantascienza è probabilmente molto più sfumata di quanto si pensi e di quanto si sia misurato finora.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su pagina99 del 28 novembre 2015.

perché il destino di Uber è senza conducente*

pag99 21 nov Il successo di Uber sembra inarrestabile. L’azienda statunitense che fornisce tramite app un servizio di auto con conducenti privati, dopo un lancio in sordina a San Francisco poco più di cinque anni fa, è attualmente usata in più di 300 città di 63 paesi del mondo. Il fatturato stimato per la fine del 2015 è di 10 miliardi di dollari con ricavi per 2 miliardi. Numeri paragonabili a quelli di Facebook, per intenderci, ma ottenuti nella metà del tempo rispetto al social network fondato da Mark Zuckerberg nel 2004.
Risultati straordinari che pongono la questione di quali siano i limiti di crescita dell’app che sta facendo infuriare i tassisti di tutto il mondo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare leggendo le cronache, le minacce più significative per Uber non sono le proteste dei professionisti o leggi inadeguate. Per la società fondata da Travis Kalanick e Garett Camp, tipici smanettoni cresciuti nella Silicon Valley con la convinzione di migliorare il mondo (e il proprio conto in banca) con l’informatica, il rischio maggiore siamo noi, gli utenti stessi. Una difficoltà, che secondo gli analisti più attenti dei rapporti tra tecnologie emergenti e mobilità urbana, porta dritti a uno scenario non si sa bene quanto futuribile: quelle delle automobili che si guidano da sole.

Secondo quanto descritto recentemente dal magazine americano Nautilus, rivista di approfondimento sui rapporti tra scienza e società, il modello di business dell’azienda di Kalanick e Camp dovrà evolvere sempre di più verso le tecnologia di guida autonome per mantenere margini profittevoli come quelli attuali.
Le ragioni per il passaggio agli autisti-robot sono innanzitutto di ordine economico. Circa il 50 per cento del costo di una corsa di Uber se ne va per pagare i conducenti umani. Liberarsene potrebbe però essere un vantaggio non solo per le casse dell’azienda. Uber, a differenza di altri servizi di economia partecipativa basati sull’effetto network, presenta infatti un’asimmetria nell’amministrazione degli utenti: gli autisti sono più difficili da gestire dei passeggeri. E la complessità aumenterà ancora di più se l’app continuerà a crescere con i ritmi attuali. Le macchine che si guidano da sole sarebbero da questo punto di vista un modo per rendere scalabile Uber.
In più, sempre secondo quanto affermato da Nautilus, l’uso massiccio dell’applicazione sta portando molte persone a chiedersi se davvero valga la pena possedere un’automobile. Non è un mistero, d’altra parte, che le strategie di lungo termine di Uber mirino a far calare drasticamente il numero di autovetture di proprietà. Una posizione che produrrebbe non solo un radicale cambiamento di abitudini, ma che avvalora l’ipotesi di voler ridurre in generale i conducenti in circolazione. Sembra che Uber, in altre parole, non tolga solo il lavoro ai tassisti ma voglia progressivamente eliminare tout court la categoria degli autisti.

In ogni caso, stando a quanto riportato dal Guardian qualche giorno fa, Travis Kalanick è convinto che sarà la sua “ottimistica leadership” a facilitare la transizione verso le auto che si guidano da sole, una tecnologia dallo “sconsiderato impatto positivo” secondo il CEO di Uber. Sono parole che risuonano con quelle di Elon Musk, visionario ingegnere, imprenditore e inventore di origine sudafricana tra i fondatori di PayPal. Musk è diventato famoso a livello globale perché vuole portare l’uomo su Marte con la sua società di esplorazione spaziale SpaceX. Pochi anni fa è però entrato anche alla grande nel mercato delle auto elettriche con Tesla Motor, di cui è amministratore delegato. In un intervento riportato recentemente dalla rivista di business globale Fortune, Musk si dice convinto che nell’arco di pochi anni ci sembrerà “abbastanza strano vedere circolare automobili che non hanno una piena autonomia”. Va da sé che Tesla, nelle affermazioni di Musk, sarà la prima a raggiungere l’obiettivo della guida totalmente autonoma.

È chiaro che sulle macchine che si guidano da sole si sta giocando un’enorme partita economica che non a caso, oltre a Tesla, vede coinvolti giganti come Apple e Google, con un quota di poco inferiore al 7 per cento in Uber. Al di là degli altisonanti e interessati proclami dei CEO, vale la pena chiedersi quale sia il reale stato dell’arte delle auto a guida autonoma. Alberto Broggi, professore all’Università di Parma e pioniere dell’auto senza pilota, sentito per telefono da Pagina99, afferma che “quello che manca adesso ai veicoli automatici è la capacità di gestire tutte le situazioni”. Broggi è il fondatore di VisLab, spin off universitario che ha sviluppato progetti unici al mondo per la realizzazione di veicoli automatici molto prima di Google e che pochi mesi fa è stato acquistato per 30 milioni di dollari dalla californiana Ambarella. Sulla base della sua esperienza Broggi ritiene che “la parte più difficile è legata a problemi di tipo etico e di percezione delle diverse situazioni, a come il veicolo si deve comportare in contesti differenti. Sono questioni difficili che richiederanno non meno di 15-20 anni per essere risolte.”

Problematiche che si aggiungono al fatto che la legge non consente in nessuna parte del mondo la guida totalmente autonoma perché non esiste in questo momento una normativa in grado di disciplinare l’attribuzione di responsabilità. Il passaggio ai robot richiede poi un notevole sviluppo di infrastrutture in grado di comunicare con i veicoli e la soluzione di una serie di questioni tecnologiche in senso stretto. Sono tutti aspetti che Uber e gli altri colossi aziendali impegnati nella partita saranno obbligati a considerare se vogliono disegnare il futuro delle macchine autonome.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su pagina99 del 21 novembre 2015.