Scienza senza maiuscola – recensione

scienza-senza-maiuscola «Le condotte e le pratiche valide (sound) nella scienza e nella democrazia si fondano sui medesimi valori. Fedeltà alla ragione e all’argomentazione; trasparenza sui criteri di giudizio e decisione; apertura alle critiche; scetticismo rispetto a valori dominanti acriticamente accettati; volontà di dare spazio alle voci dissenzienti, valutandone la validità; disponibilità a riconoscere le incertezze; atteggiamento critico di fronte alle autorità indiscusse; attenzione ai problemi di legittimazione e giustizia; equità nella comunicazione: tutti questi fattori si applicano ugualmente alla scienza e alla democrazia». Così scriveva più di una decina di anni fa la studiosa di Harvard Sheila Jasanoff, tra le maggiori esperte internazionali di Science and Technology Studies, all’indomani del discorso inaugurale di Obama in cui l’allora neopresidente statunitense esprimeva la sua visione su quale fosse il “giusto posto della scienza” nella società americana.

Il motivo per cui mi è venuto in mente l’articolo di Jasanoff leggendo il libro di Daniela Ovadia e Fabio Turone, Scienza senza maiuscola, pubblicato di recente da Codice edizioni, è che entrambi i testi ci richiamano ai valori nella scienza. Più precisamente: la scienza valida deve rispettare dei valori, peraltro gli stessi di una democrazia degna di tal nome, secondo Jasanoff.

Per produrre buona conoscenza è in altre parole necessario essere inclusivi, ridurre le discriminazioni di genere e denunciare le molestie sessuali nei laboratori, dare il giusto riconoscimento agli autori di un paper? Nei tredici capitoli del loro volume, ciascuno intitolato a pratiche o comportamenti che dovrebbero guidare la condotta corretta di chi fa scienza, la risposta di Ovadia e Turone è sì, senza ombra di dubbio. Un primo motivo per leggere il libro è quindi quello di farci riflettere sul rapporto tra etica ed epistemologia.

Gli autori ricostruiscono casi clamorosi di frodi o comportamenti scorretti nella storia della scienza in cui tale relazione è stata ignorata o messa in discussione, come ad esempio le inoculazioni a un inconsapevole bambino di otto anni da parte del padre della vaccinazione, il medico inglese Edward Jenner alla fine del Settecento, o la famosa truffa paleontologica dell’Uomo di Piltdown, orchestrata nel 1912 e che ha richiesto quarant’anni per essere smascherata.

Ma è avvicinandoci ai giorni nostri che il discorso di Ovadia e Turone diventa ancora più saliente. La ricerca scientifica attuale non è affatto esente da disfunzioni allarmanti, anzi. Scienza senza maiuscola le mette in fila senza sconti. Ne emerge un quadro popolato da conflitti d’interesse, inefficienze della peer-review, diffusione di riviste predatorie o guidate dal marketing, studi inaccurati. Chi pensa che questo sia un attacco alla scienza secondo me però si sbaglia di grosso.

Il libro apre viceversa un varco su come realmente funziona oggi il sistema di produzione della conoscenza professionale fornendo ai lettori un’immagine molto meno oleografica di ricostruzioni che vanno ancora per la maggiore nel discorso pubblico. La scienza del 2021 ha dimensioni e caratteristiche difficili da paragonare anche solo a quelle di vent’anni fa, per numero di ricercatori, per cambiamenti profondi nella geopolitica della ricerca (si pensi al ruolo della Cina), per l’impatto della digitalizzazione.

Ovadia e Turone ci lanciano un avvertimento: andiamo a vedere cosa sta accadendo in un mondo nuovo e in grande trasformazione piuttosto che ancorarci a visioni parziali, chissà mai quanto veritiere, del passato. La mia impressione è che lo facciano proprio perché sono convinti che la scienza fatta bene, cioè eticamente sostenibile, sia un patrimonio prezioso da preservare. Ma la fiducia non è una cambiale in bianco. E forniscono così un esempio coraggioso di giornalismo scientifico investigativo, un altro motivo per leggere il libro.

Una terza ragione è che, nonostante i temi affrontati siano complessi e apparentemente per specialisti, gli autori li rendono accessibili e comprensibili grazie a uno stile di scrittura scorrevole, alla ricchezza di esempi e alla completezza dei temi trattati.

Mio nuovo saggio sul giornalismo scientifico

giornalismo-scientifico-carocci A metà giugno ho pubblicato con Carocci un saggio sul giornalismo scientifico. Di seguito, un estratto di una mia intervista su letture.org che affronta varie questioni trattate nel volume. La versione completa è disponibile qui. Altre interviste/recensioni/interventi usciti fino a questo momento sono disponibili sul blog di Luca De Biase, su Corriere Innovazione e sul Piccolo di Trieste.

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Prof. Nico Pitrelli, Lei è autore del libro Il giornalismo scientifico edito da Carocci: quale definizione è possibile dare del giornalismo scientifico?

Nel corso della sua storia il giornalismo scientifico ha assunto vari significati. Nella sua accezione più ristretta è un settore giornalistico che si occupa delle scoperte di laboratori e centri di ricerca, delle modalità di produzione della conoscenza e degli sforzi teorici e sperimentali per risolvere problemi legati ai fenomeni più diversi, dalle applicazioni delle cellule staminali in medicina alla scoperta di remoti pianeti fuori dal nostro sistema solare, agli arcani progressi della meccanica quantistica. È in tal senso un’attività focalizzata sulla cronaca dei risultati nelle scienze naturali, nella medicina e nella tecnologia, così come delle persone e delle istituzioni che ne fanno parte. Esistono però visioni più ampie di che cosa significhi fare informazione sulla scienza, come ad esempio indagare sulle implicazioni etiche, legali e sociali della ricerca, guardare a possibili conflitti di interesse, tracciare la provenienza dei finanziamenti, esaminare le strutture di potere delle organizzazioni scientifiche per svelare eventuali discriminazioni di genere, etnia, classe sociale. Con la grande mole di dati digitali oggi a disposizione è stata anche rinvigorita una definizione di un giornalismo basato su un approccio scientifico, inteso come la produzione di articoli, inchieste o reportage realizzati con gli strumenti della matematica, della statistica, delle scienze comportamentali

Quale importanza riveste, nella società attuale, il giornalismo scientifico?
La pervasività crescente della scienza e della tecnologia, si pensi ai cambiamenti climatici, alle pandemie, alle cellule staminali, agli algoritmi o ai vaccini, rendono il giornalismo scientifico un protagonista assoluto nella produzione culturale, nello sviluppo socio-economico, nella salvaguardia della democrazia.

Il giornalismo scientifico può essere anche considerato un modello per il resto del giornalismo, dato che l’abilità di leggere dati, l’alta specializzazione nei contenuti, il pensiero critico, l’utilizzo di strumenti digitali per monitorare sistematicamente i social sono tutte prospettive molto interessanti per ridare fiducia al sistema dell’informazione che i giornalisti scientifici sembrano cogliere, e a volte anticipare, meglio di altri.

Trasformare il conflitto in conoscenza: nuovo libro

copertina Nuova scienza nuova politica Qualche settimana fa, io e Mariachiara Tallacchini abbiamo pubblicato un libro sul rapporto tra scienza e democrazia per la casa editrice La libellula con il contributo del Dipartimento di Scienze Giuridiche della Sede di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il volume raccoglie saggi inediti e testi già disponibili in altri contesti editoriali. Una delle idee principali è che la resistenza pubblica alle innovazioni scientifiche e tecnologiche può essere letta come un segno di vitalità democratica e non necessariamente come un ostacolo. Si tratta di un punto di vista di cui potrebbero beneficiare sia le istituzioni, sia la stessa produzione di conoscenza.

Di seguito riporto una parte dell’introduzione:

“La comunità scientifica è in gran parte convinta che la nostra epoca, in particolare nel nostro paese, sia caratterizzata da nuove forme di oscurantismo. Questa reazione è comprensibile. Il dibattito che ha sovente accompagnato l’opposizione agli Ogm, al nucleare, alla sperimentazione animale, alle politiche sui cambiamenti climatici; e, per venire a tempi e vicende nostrane recenti ma di rilievo internazionale, il caso Stamina e il processo dell’Aquila, sembrano giustificare pienamente riflessi difensivi.

Tuttavia, se dietro a molte questioni che hanno toccato il nostro paese esiste la colpevole assenza di una cultura di politica della scienza e la tematizzazione precisa dei rapporti tra scienza, diritto e scelte democratiche, le narrazioni che hanno attribuito la responsabilità di tali eventi all’ignoranza del pubblico hanno dipinto la comunità scientifica come l’ancora di salvezza contro le irrazionalità della politica e proposto scenari esplicativi profondamente riduzionistici, che amputano ampie aree di informazione e riflessione.

Dietro le apparenti resistenze all’innovazione si nascondono realtà e ragioni complesse e in parte inedite per la democrazia e per la produzione di conoscenza, e certamente peculiari della nostra era digitale.
Le zone di tensione fra scienza e società sono fecondi spazi di richiesta di cittadinanza. Esse riflettono una discussione epocale sui significati e le implicazioni dell’accesso alla conoscenza e alle tecnologie, sulle forme di collaborazione della produzione di conoscenza. Indagare queste aree tumultuose di confronto è la chiave per emergere con un quadro radicalmente nuovo del rapporto tra conoscenza e democrazia.

L’espressione democrazia della conoscenza non fa riferimento a decisioni prese a maggioranza sulla conoscenza, bensì a una società in cui le istituzioni politiche, dove l’azione legislativa e di policy dipende sempre più dalla conoscenza scientifica, sono chiamate a rilegittimarsi di fronte ai cittadini nel giustificare in modo trasparente, credibile e accessibile le conoscenze individuate come valide.

Diversamente dalle concezioni della scienza e della comunità scientifica ancora retoricamente ancorate a obsoleti presupposti di validità ed eticità della scienza che non corrispondono più alle dinamiche attuali di produzione del sapere e di funzionamento delle comunità scientifiche, la prospettiva proposta dal saggio presenta una visione dei rapporti tra scienza e democrazia a partire dalle evoluzioni e concezioni attuali dell’una e dell’altra.

Come la corrente idea di democrazia è andata ben oltre il puro governo della maggioranza, ed include elementi di accesso alle informazioni, trasparenza, accreditamento di soggetti e procedure, forme di consultazione e partecipazione dei cittadini, così la produzione di conoscenza scientifica sta aggiornando le pratiche relative all’integrità del sapere scientifico e degli scienziati, le esigenze di eticità e assenza di conflitti di interesse, ripensamento del peer-review, protezione dei risultati dell’innovazione.

L’evoluzione dei due grandi sistemi di costruzione di un sapere condiviso e di regole comuni di convivenza rivela vaste aree di convergenza e di reciproca influenza: se tradizionalmente le società democratiche hanno guardato alle regole di funzionamento delle società degli scienziati come modello di democrazia, oggi la scienza sempre più guarda ai nuovi modi di concepire i criteri di legittimità democratica come luogo di confronto per la propria adeguatezza epistemica ed etica.

Il punto di vista in cui sapere e democrazia si richiamano e sospingono reciprocamente in una continua coevoluzione è poco esplorato, se non osteggiato, in particolare nel nostro paese. La pubblicistica italiana è, ad esempio, più incline a un’immagine oleografica della scienza, in cui, da una parte gli esperti inascoltati detengono il sapere valido, dall’altra i cittadini ignoranti e irrazionali decidono emotivamente si questioni scientifiche.
Tale posizione è il presupposto per richiedere un aumento del numero di scienziati da avviare alla politica e, più in generale, per popolare sempre più le istituzioni con esperti di varia estrazione.

Questa visione della scienza, che la vuole depositaria immutata nel tempo della democrazia e suo nume tutelare, difende strenuamente l’idea che la scienza abbia consentito la nascita della democrazia, ma curiosamente non riconosce ai cittadini nessun titolo per partecipare concretamente al governo della conoscenza e, men che meno, alla sua produzione. In questa prospettiva, peraltro ormai vecchia di oltre mezzo secolo e ancora non toccata dalle sfide delle tecnologie emergenti e della rivoluzione digitale, la democrazia vale “tra” gli scienziati, che impongono “naturalmente” alla società il proprio potere – che risponde unicamente al giudizio dei pari e non può essere assoggettato alla critica delle istituzioni democratiche.”

La comunicazione degli enti di ricerca: uno studio transnazionale

Logo plos oneGli istituti di ricerca investono in tutto il mondo sempre di più nella comunicazione pubblica, soprattutto organizzando eventi e nelle relazioni con i media, meno sui social.

È quanto emerge da uno studio transnazionale pubblicato su Plos One esteso a più di duemila tra dipartimenti, centri, unità disciplinari, facenti parte di università o organizzazioni più grandi.

L’obiettivo dei ricercatori era valutare comparativamente la comunicazione pubblica tra paesi e aree di ricerca differenti ed esaminare i fattori che spingono gli enti presi in esame a comunicare. Il lavoro esplora per la prima volta a livello internazionale il ruolo cruciale di realtà istituzionali intermedie, a metà strada tra gli uffici di comunicazione centralizzati e le iniziative dei singoli scienziati.

I dati mostrano che la maggior parte degli istituti considerati nell’indagine si impegnano significativamente nell’organizzazione di eventi pubblici e nell’interazione coi media tradizionali, ma un po’ meno, a sorpresa, nei social media. Una seconda osservazione di rilievo riguarda le differenze tra paesi e discipline, che esistono, ma non così rilevanti come si aspettavano i ricercatori.

In generale, lo studio conferma una maggiore professionalizzazione a livello globale della comunicazione pubblica, anche a livello di strutture intermedie, ma secondo direzioni e modalità non scontate.

Alla luce di questi risultati, i ricercatori si chiedono quali siano le conseguenze di questa mobilitazione di risorse nella comunicazione sulla scienza stessa e per il dibattito pubblico sulla scienza.

La professionalizzazione della comunicazione pubblica non potrebbe, ad esempio, determinare un eccessivo adattamento strategico alle logiche della pubblicità e della reputazione? Una maggiore attività di comunicazione aumenta l’autonomia e promuove i valori della scienza o alimenta una logica di competizione per la visibilità pubblica? C’è forse il rischio che prevalga il marketing a scapito del public engagement, il cui obiettivo principale è favorire il dibattito pubblico sulla scienza?

Tutte domande che secondo gli studiosi meritano approfondimenti in ricerche future, le quali dovranno indagare le implicazioni dell’impegno nella comunicazione pubblica da parte degli istituti di ricerca, i valori che supportano questo sforzo e le narrazioni che ne emergono.

La didattica nel giornalismo scientifico come modello per il resto del giornalismo

Science communication, De Gruyter Mouton, Berlin/Munich/Boston
Holger Wormer, della Technische Universität Dortmund, si è interrogato di recente (Wormer, 2020) su quali siano gli ingredienti più adatti per strutturare attività formative in giornalismo scientifico e quale sia il loro giusto dosaggio.

Una miscela complessa
I curricula offerti nei programmi sparsi per il mondo dipendono dal contesto socio-economico e dagli specifici modelli di insegnamento, ma sostanzialmente risultano della confluenza di quattro aree tematiche:
-le discipline scientifiche;
-le scienze dell’educazione e della formazione;
-gli studi sociali sulla scienza;
-le scienze della comunicazione.
La maggior parte dei formatori si trova d’accordo su questa struttura ma rimane aperta la questione su quale peso assegnare alle diverse materie, come connetterle tra di loro e se assecondare la tendenza a rendere sempre più sfumata a livello didattico la differenza tra il giornalismo scientifico e le pubbliche relazioni per la scienza.

Il giornalismo come nuova professione della conoscenza
Secondo alcuni studiosi, il giornalismo scientifico è un modello a cui il resto del giornalismo dovrebbe guardare perché è l’ambito più attrezzato a rispondere alle sfide del sistema dell’informazione contemporaneo.
Tutti i settori giornalistici dovrebbero diventare più “scientifici”, cioè guidati da metodi d’indagine quantitativi e da una maggiore consuetudine con la conoscenza accademica. Un approccio considerato necessario in un ecosistema comunicativo, come quello attuale, caratterizzato da una grande disponibilità di dati e minacciato dalla disinformazione.
Donsbach (2014) si auspica che il giornalismo si caratterizzi come “una nuova professione della conoscenza” e distingue una serie di competenze che andrebbero insegnate, tra cui, oltre a quelle giornalistiche tradizionali, la capacità di pensiero analitico, la conoscenza approfondita degli argomenti trattati, un approccio scientifico ai processi di comunicazione, il rispetto delle norme etiche della professione (Donsbach 2014: 667).

Il giornalismo scientifico come ponte tra la scienza dei dati e il resto del giornalismo
Perché considerare contenuti e concetti dei curricula di giornalismo scientifico utili anche in altri ambiti dell’informazione? Per almeno tre ragioni:
1. I giornalisti scientifici sono i più idonei a soddisfare gli auspici di un giornalismo “basato sull’evidenza”, oggi finalmente realizzabile grazie alla digitalizzazione.
2. I giornalisti scientifici sono più aperti a sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie digitali nel lavoro redazionale, come ad esempio l’utilizzo di presentazioni interattive o l’analisi dei comportamenti degli utenti sui social.
3. I giornalisti scientifici allo stesso tempo possono descrivere meglio di altri l’impatto sociale, economico e culturale di big data, algoritmi, tecnologie.

Nelle conclusioni Wormer sostiene che rafforzare le interazioni tra giornalisti e scienziati sia una strategia importante per il futuro del giornalismo. Tali collaborazioni potrebbero infatti generare il valore aggiunto necessario a persuadere gli utenti dei media a pagare per le notizie. Viene ribadito l’indispensabile ruolo di ponte tra la scienza e altri campi dell’informazione del giornalismo scientifico.

DONSBACH W. (2014), Journalism as the new knowledge profession and consequences for journalism education, in “Journalism”, 15, 6, pp. 661-677.

WORMER H. (2020), Teaching science journalism as a blueprint for future journalism education, in A. Leßmöllmann, M. Dascal, T. Gloning (eds.), Science communication, De Gruyter Mouton, Berlin/Munich/Boston, pp. 417-438.

Un’indagine sistematica sulla ricerca in comunicazione della scienza

Gerber, A. et al. (2020): Science Communication Research: an Empirical Field Analysis.

Gerber, A. et al. (2020): Science Communication Research: an Empirical Field Analysis.

Da diversi anni, gli addetti ai lavori si pongono la questione se la comunicazione della scienza sia una disciplina accademica. Secondo una recente ricerca condotta dallo studioso tedesco Alex Gerber insieme ad altri colleghi, la risposta è definitivamente affermativa. La conclusione è il risultato di un’indagine che ha rintracciato modelli, argomenti, metodologie utilizzati negli ultimi decenni nella ricerca in comunicazione della scienza con l’obiettivo di identificarne punti di forza e di debolezza .

I ricercatori hanno combinato un’analisi bibliometrica e del contenuto di circa 3000 pubblicazioni con una serie di interviste a esperti internazionali e una rassegna della letteratura grigia nell’arco di quarant’anni. In passato, altri studi avevano esaminato lo sviluppo storico della comunicazione della scienza con lo scopo di definirne lo status in termini accademici (si veda ad esempio qui, qui e qui). Poche altre ricerche di questo tipo sono state realizzate con un approccio quantitativo come fatto nello studio di Gerber.

Secondo Trench e Bucchi (2010), una qualunque attività di ricerca per definirsi compiutamente accademica deve soddisfare una serie di criteri, tra cui: essere un campo di studi delimitato; essere praticata da persone che condividono interessi, termini e concetti; avere una presenza significativa in corsi universitari; avere una portata internazionale, nonché riviste e pubblicazioni accademiche specialistiche di riferimento; essere solida sul piano teorico.

Gerber e colleghi sostengono che la ricerca in comunicazione della scienza sia maturata come campo accademico, ma rimangono alcune difficoltà e questioni da risolvere.

Il documento elenca innanzitutto cinque grandi sfide:

1. La maggior parte delle ricerche in letteratura si basa su casi di studio. Mancano quasi del tutto lavori longitudinali, comparativi e sistemici.

2. La comunicazione della scienza è studiata secondo diverse prospettive, ma non si è ancora arrivati a una reale integrazione interdisciplinare.

3. C’è un forte divario fra pratica e ricerca, tra professionisti e studiosi della comunicazione della scienza, che si conoscono e si parlano poco tra di loro.

4. Numerose conferenze negli ultimi anni hanno registrato la mancanza di ricerca applicata.

5. C’è poca diversità nei temi di ricerca. Come risultato, alcuni pubblici e attori non sono sufficientemente rappresentati, come ad esempio le persone emarginate o quelle generalmente disinteressate alla scienza. I dati mostrano anche l’interesse crescente nei confronti delle scienze della vita.

Secondo gli esperti intervistati, gli ambiti in cui infine ci sarebbe bisogno di più ricerca sono i seguenti:

1. La formazione degli atteggiamenti, della fiducia e dei valori nei confronti della scienza e dell’innovazione e le modalità di consumo delle informazioni.

2. L’ecosistema dei media digitale e la comparsa di nuovi intermediari nella comunicazione della scienza.

3. L’impatto di attività di comunicazione sulle policy riguardanti scienza e innovazione.

4. La governance della comunicazione. I finanziatori della ricerca si aspettano o addirittura richiedono sempre più forme specifiche di comunicazione come parte del finanziamento e/o della valutazione delle proposte e dei risultati. Questi aspetti sollevano sempre più interrogativi su come una tale comunicazione debba essere gestita e monitorata (ad esempio per quanto riguarda incentivi e riconoscimenti) e come possa essere valutato al meglio il suo impatto.

Covid-19: un bilancio sull’informazione in Gran Bretagna

giornalismo-uk-covid“Il giornalismo britannico ha navigato il caos abbastanza bene, è riuscito a identificare schemi e a far emergere l’ordine dal disordine”. È il commento di An Nguyen, professore di giornalismo alla Bournemouth University, riguardo ai risultati di un report sul sistema dell’informazione d’oltremanica a un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19.

Il lavoro di Nguyen e colleghi ha rivelato un quadro diverso rispetto allo stereotipo del giornalista incapace di destreggiarsi con i numeri. La reazione degli operatori dell’informazione a dati e statistiche, piombati con la pandemia al centro della cronaca quotidiana come mai in passato, è stata meglio del previsto.

Gli estensori di “Reporting From A Statistical Caos: Journalistic Lessons From The First Year Of Covid-19 Data and Science In The News”, che ha visto coinvolte, oltre alla Bournemouth University, la Royal Statistical Society e l’Association of British Science Writers, hanno enfatizzato la resilienza e la creatività che molti giornalisti sono riusciti a inserire nel loro lavoro quotidiano d’indagine sul Covid-19.

Il report offre anche una serie di indicazioni sul giornalismo scientifico e sul trattamento dei dati apprese dopo un anno di pandemia:

-I numeri non parlano da soli, vanno interrogati e inseriti nel contesto.
-Rispetta i lettori. Non assumere che il pubblico generico non sia in grado di comprendere i dati e l’incertezza.
-Rendi i dati riconoscibili personalmente, cioè riconducili ai contesti locali degli utenti.
-Umanizza i dati. I giornalisti scientifici devono aprirsi ad altri modi possibili di spiegazione della pandemia e lasciare spazio all’emozione, all’empatia e alla persuasione.
-Tratta gli scienziati come scienziati. Assicurati che i ricercatori che intervisti parlino di ciò di cui sono effettivamente esperti.
-Utilizza maggiormente le competenze degli operatori sanitari locali. Attingi alla loro esperienza nel testare, rintracciare, isolare e prendersi cura dei pazienti.
-Usa degli intermediari specializzati in giornalismo scientifico come il Science Media Centre.
-Collabora con altre redazioni.
-Considera le potenzialità della citizen science. Il data crowdsourcing è uno strumento promettente per il giornalismo scientifico.

Agnotologia, o dello studio scientifico dell’ignoranza

libro-tim-harford
La tentazione di bollare come stupide e irrazionali le persone che credono ad affermazioni strampalate e prive di fondamento è sempre in agguato. Questo atteggiamento non solo è presuntuoso e inefficace, ma trascura il fatto che l’ignoranza è un fenomeno che merita di essere studiato scientificamente per comprenderne la complessità.

Ce lo ricorda un articolo pubblicato recentemente sul “Financial Times” (FT) richiamandosi ai lavori dello storico della scienza americano Robert Proctor, il quale già nel 1995 coniava il termine agnotologia per indicare l’indagine accademica sulla creazione calcolata e premeditata dell’ignoranza. Proctor si interessò al tema dopo essersi occupato delle strategie usate dall’industria del tabacco per alimentare dubbi riguardo alle evidenze scientifiche derivanti dal consumo di sigarette.

Ci sono tre elementi per i quali oggi stiamo vivendo un’epoca d’oro dell’ignoranza secondo lo studioso dell’Università di Standford. Ne riporto di seguito una sintesi tradotta e riadattata dall’articolo scritto su FT da Tim Harford, autore del libro How to make the World And Up.

Primo: la distrazione. Un esempio su tutti è il tempo che le persone trascorrono ore ogni giorno nel consumo di ciò che viene descritto come “notizia” senza mai impegnarsi in nulla di sostanziale.

Secondo: il tribalismo politico. In un ambiente polarizzato, ogni affermazione fattuale diventa un’arma in una discussione. Quando le persone incontrano fatti o notizie che sfidano la loro identità culturale, non bisogna stupirsi se non ci credono. La polarizzazione non plasma solo le nostre convinzioni su questioni di politica, ma modella anche le nostre convinzioni su questioni scientifiche apparentemente non correlate, come se gli esseri umani stiano causando pericolosi cambiamenti climatici o se il vaccino contro il papillomavirus umano (HPV) sia sicuro. Logicamente, le risposte a queste domande non dovrebbero inclinarsi a sinistra o a destra, ma lo fanno.

Terzo: il pensiero cospirativo. I cospirazionisti dedicano un’enorme energia mentale per estrarre significato dalle banalità cercando di dimostrare che prove schiaccianti siano in realtà false notizie riconducibili a complotti.

Come fronteggiare questi fenomeni? Non è facile e nessuno ha la soluzione in tasca, ma mi sento di sottoscrivere il consiglio di Tim Harford a conclusione del suo articolo: invece di pensare di “illuminare” gli altri e di credere di saperla più lunga, partiamo da noi stessi, dai nostri pregiudizi, dai vicoli ciechi nei nostri ragionamenti.
Siamo tutti distratti, scrive Harford, siamo tutti vulnerabili a credere e ascoltare solo quello che ci piace. Tutti apparteniamo a tribù, sociali se non politiche.
Prima di dire quindi che gli altri sono ignoranti facciamoci delle domande e magari diamo spazio alla possibilità che potremmo essere noi in torto.

“Aprimmo le porte alle persone”. Basaglia chiude i manicomi. E restituisce ai malati la loro storia*

Questa foto è tratta dal reportage realizzato negli anni Settanta per il magazine L'espresso da Gianni Berengo gardin realizzato in parte con la fotografa milanese Carla Cerati

Questa foto è tratta dal reportage realizzato negli anni Settanta per il magazine L’espresso da Gianni Berengo gardin realizzato in parte con la fotografa milanese Carla Cerati

Peppe Dell’Acqua, classe ’47, ha iniziato a lavorare con Franco Basaglia fin dai primi giorni dell’esperienza triestina nel 1971. Tra i protagonisti della chiusura dell’ospedale psichiatrico, vive a Trieste, ed è il nostro testimone di quel tempo straordinario.

Cosa è successo a Trieste quarant’anni fa?

Si potrebbe dire che non è successo niente. Era tutto accaduto prima. A gennaio del 1977 Basaglia e il presidente della provincia Zanetti annunciarono la chiusura del manicomio. L’annuncio colse tutti di sorpresa. Anche noi, che sentivamo nell’aria che stava per accadere, restammo disorientati. Era il primo manicomio al mondo che annunciava la sua fine. Da due anni erano attivi 6 centri di salute mentale, aperti 24 ore in un territorio allora di 260.000 abitanti. Fu una sperimentazione durissima e rischiosa. Risultò la scelta vincente. Le resisten-ze furono ostinate. 40 anni dopo non possiamo non riconoscere che avevamo ragione. Era già nata la prima cooperativa, nel ‘72, contro l’ergoterapia. Metteva in scena i bisogni, i dirit-ti, stare nel contratto. Già Marco Cavallo aveva sfondato il cancello del manicomio portando nella sua pancia i desideri, i bisogni radicali, l’amore, l’amicizia, le passioni che finalmente ve-nivano ascoltati senza il filtro della malattia. Si sperimentavano tra mille dubbi le prime pos-sibilità di abitare fuori. Voglio dire che erano accadute cose che rimandano alle radici, ai pas-saggi originari, alla critica del modello medico: “il malato e non la malattia”. L’arrivo di Basa-glia a Gorizia nel 1961 segna una linea di frattura insanabile.

In che senso?

Ho un ricordo molto preciso, il fotogramma de La favola del serpente, un reportage realizzato da Pirkko Peltonen, giornalista finlandese che si reca a Gorizia per conoscere la comunità tera-peutica che si sta sperimentando. Documenta quella che sarebbe poi diventata la famosa as-semblea goriziana. Il film, che io vidi diversi anni dopo, risale al 1968. L’immagine in cui gli in-ternati votano sull’opportunità di farsi riprendere dalla reporter segna quella frattura. Alza-no la mano e si contano: un capovolgimento radicale.

Come ci si arriva?

Bisogna andare al secondo dopoguerra. Basaglia incontra la filosofia e in particolare la fe-nomenologia. La critica allo scientismo positivista apre per molti giovani di allora a uno sguardo che svela: la follia ridotta a malattia e il malato a oggetto dell’internamento. La per-sona scompare. Basaglia quando arriva a Gorizia è in grado di cogliere il senso della cata-strofe che si è consumata nelle istituzioni totali.

Ci può fare un esempio concreto?

Una delle rappresentazioni più efficaci è proprio il suo arrivo a Gorizia agli inizi degli anni sessanta. Ci sono più di 600 persone internate. Vede la mostruosità dell’istituzione totale: i cancelli, le chiavi, le porte chiuse, i letti di contenzione ma, quello che angoscia più di ogni al-tra cosa Basaglia, è l’orrore dell’assenza. Non c’è più nessuno. Gli internati sono tutti appiat-titi nella stessa grigia identità, tutti invisibili. Basaglia mette tra parentesi la malattia, la dia-gnosi, il grigiore di anni d’internamento: sospende il giudizio. Messa tra parentesi la malattia persone, storie, relazioni, memorie riaffiorano. I cittadini compaiono sulla scena.

Perché è così importante?

Il riconoscimento dell’altro come altro te stesso frantuma la psichiatria biologica, che vede l’oggetto malattia, il sintomo, il comportamento fuori dalla storia. Negli anni l’accusa di ideo-logia accompagnato il nostro lavoro, oscurantisti,dicono, nemici della “scienza”. Basaglia era semplicemente obbligato a una scelta di campo: il cittadino, la persona, il soggetto. Ricono-sciuto l’altro, gli internati riacquistano un nome e una storia la violenza dell’isolamento e la tortura della porta chiusa diventano intollerabili. Il tempo ricomincia a correre, l’infinitezza dello spazio e la molteplicità dei luoghi possibili irrompono come fiume in piena. Aperte le porte si incontra un cittadino senza diritti. La dimensione politica di questa storia, che porte-rà alla legge 180, comincia da qui. L’incontro col soggetto rende finalmente possibile il rico-noscimento dell’unicità dell’altro, delle sue passioni, dei suoi sentimenti, della possibilità di cura.

È stata la consapevolezza del profondo stravolgimento in atto in quegli anni a porta-re lei e altri giovani psichiatri a Trieste?

Credo di no. All’università partecipavo al movimento studentesco. Ero interno nella clinica neurologica di Napoli. Ci interrogavamo sul senso della nostra professione, soprattutto sul rapporto tra medicina e società. Avevamo sentito parlare di Basaglia grazie a uno dei suoi li-bri più famosi, L’istituzione negata. Ma a parte questo, non posso dire che fossimo consape-voli della portata innovativa del lavoro di Basaglia. Colsi comunque qualcosa che mi spinse a volerlo incontrare prima ancora di laurearmi. Gli bastò sapere che ero interessato a quello che stava facendo per invitarmi ad andare con lui a Trieste. Non volle informazioni sulla mia carriera universitaria. Era più interessato al fatto che fossi giovane, curioso, aperto al cam-biamento. Andò così con me e con tutti quanti giunsero a formare l’équipe triestina.

Avevate la sensazione di poter cambiare il mondo?

Sì, forse questo si, con l’incoscienza della nostra giovinezza! Siamo stati fortunati. Abbiamo avuto la possibilità di trovare una continuità con quello che pensavamo all’università. Con Basaglia e Trieste potevamo non separare l’impegno politico da quello professionale. Ave-vamo rudimentali visioni del mondo differenti, ma avevamo qualcosa che ci univa profon-damente, un orizzonte comune. La miseria del manicomio ci dava ogni giorno la conferma che qualcosa di radicale stava avvenendo. Cercare di forzare regole e gerarchie, divieti e di-stanze erano la nostra quotidianità. Le giornate erano occupate dalla ricerca per trovare ri-sorse per rispondere ai bisogni che emergevano come l’eruzione di un vulcano: dai vestiti, al pettine, agli specchi, agli spazzolini da denti, ai biglietti per l’autobus o per il teatro. Nelle riu-nioni e nelle assemblee si decideva dell’apertura dei reparti, delle strategie per uscire, del bar e del centro sociale. E poi, l’incontro/scontro con la città, la conoscenza dei rioni per preparare la strada ai primi centri di salute mentale, Marco Cavallo in testa!

C’è qualcosa che non ha funzionato?

Tante cose ci hanno messo in crisi: l’incidente, la persona che tradisce le aspettative, le 50 leggi, tutte archiviate, che vogliono cambiare la 180, la lentezza estenuante del cambiamento, che provocava delusioni o al contrario scelte radicali e conflitti. I rischi di rottura del gruppo sono stati molto evidenti e in qualche circostanza qualcosa stava andando davvero storto. Tuttavia oggi non possiamo non dire che continuiamo ad avere ragione. Norberto Bobbio ha definito la 180 l’unica legge di riforma del dopoguerra. Certamente è stata una riforma, dice, proprio perché era ispirata a un valore fondamentale che è quello della libertà, della liberazione. Della liberazione anche di coloro che nella storia dell’umanità sono stati considerati come coloro che non potevano essere liberati, che non avevano diritto di essere liberati.

Quale prezzo è stato pagato?

Non so dire. Forse per Basaglia è stata l’ostilità dell’accademia. Avrebbe potuto essere un in-novatore in quel campo, ma è stato sempre fatto fuori. Forse è stato meglio così. Il cambia-mento radicale che ha prodotto il suo lavoro pratico e la sua vasta produzione scientifica sa-rebbe stata impensabile specie nelle arcaiche accademie di quegli anni. Il prezzo che abbia-mo pagato, ma direi la fortuna che abbiamo avuto, è stata l’intera vita consumata dentro questa storia. Non poteva essere altrimenti. La scommessa pretendeva una scelta di campo. Ci siamo resi conto di muoverci in un conflitto aspro tra i visibili e gli invisibili, tra chi ha e chi non é, tra una scienza che rischia di annientare e una pratica che vuole costruire possibilità intorno alle persone .

Cosa rimane oggi della vicenda triestina?

La presenza del cambiamento, pensando a Bobbio, è diffusa in tutta Italia; di Trieste si parla in mezzo mondo. Circa due mesi fa sono andato in visita in un manicomio in Francia. Era per me come ritornare indietro di cinquant’anni. Sanno tutto di Trieste e chiedono cosa bisogna fare per avviare il cambiamento. È di questi giorni l’accordo con la contea di Los Angeles per permettere a operatori californiani di venire a formarsi nel capoluogo giuliano. Il diparti-mento di Trieste è oggi uno dei più importanti Centri OMS in Europa, leader per lo sviluppo della salute mentale comunitaria. Ogni anno migliaia gli operatori di tutto il mondo e i policy maker fanno sosta a Trieste, per confrontarsi, per capire come si fa a vivere senza il mani-comio, una porta chiusa, un letto di contenzione. Il dipartimento con i suoi centri 24/h conti-nua a sperimentare innovazioni.
Oggi, i miei compagni, fanno quasi a meno dei letti dell’ospedale e del trattamento sanitario obbligatorio. Da circa un anno funziona il team per la crisi, una squadra che si monta tutte le volte che serve per accogliere, accudire, contenere nella relazione le persone che vivono la crisi, specie giovani quando cominciano a star male. La squadra è fatta da operatori entusia-sti. Quando li sento raccontare dei successi, dei fallimenti dei dubbi non posso non pensare a come eravamo. E gioisco. E conosco e so di migliaia di giovani in ogni angolo del nostro paese che vogliono sapere della rivoluzione. È la responsabilità che non possiamo non assumerci guardando alla storia che ci lasciamo alle spalle. Quanto accade oggi pretende ancora scelte di campo. Ci sono ancora i morti di psichiatria, anche in Italia, c’è un ritorno prepotente alle psichiatrie della pericolosità, dei trattamenti farmacologici, delle contenzioni. Non si può più essere indifferenti. A fronte del rischio di declino irreversibile delle disattenzioni governative abbiamo contribuito a presentare una legge, la numero S2850 depositata in Senato, che vuo-le promuovere un’estensione delle buone pratiche e ridurre il divario non più tollerabile tra le regioni.

Come trasferire oggi, in un contesto articolato e disomogeneo, le conoscenze e le esperienze in salute mentale che hanno portato al superamento del manicomio?

Tutti gli operatori della salute mentale provengono da università che non hanno mai abban-donato il modello medico psichiatrico. Ci sono tuttavia segnali positivi. In Italia, malgrado i ri-tardi, le persone con disturbo mentale possono farcela. Chiedono di guarire, di stare bene. È difficile che una mamma chieda dove mettere il figlio. C’è in atto un cambiamento culturale profondo: le persone con disturbo mentale vivono nel contratto sociale. La fine dei manico-mi in Italia ed esperienze come quella di Trieste e del Friuli Venezia Giulia vengono sempre più considerate e studiate a livello nazionale e internazionale (poco dai nostri accademici). In un corposo rapporto della World Psychiatric Association pubblicato l’anno scorso sulla rivista The Lancet si può leggere che gli impressionanti risultati nel campo delle neuroscienze non hanno portato risultati apprezzabili nelle cure, al contrario le cure dei pazienti sono state profondamente trasformate e migliorate da una quantità di altri fattori legati all’apprezzamento degli aspetti demografici, economici e socio-culturali. Quanto per anni ab-biamo cercato di dire e di praticare: abbandonare le istituzioni totali, la questione dei diritti al primo posto, leggi, dispositivi organizzativi e pratiche per l’abitare, il lavoro, le relazioni sociali. Il documento invita gli operatori della salute mentale ad avere una visione strategica (politica) del campo in cui operano. Trasmettere conoscenze è il compito più arduo. Bisogna ricominciare a scandalizzarsi. Ce lo chiedono migliaia di giovani che si accingono generosi a lavorare nella salute mentale e che rischiano in organizzazioni violente e smemorate di per-dere la luce della loro curiosità e il desiderio di cambiare.

*Questa intervista è stata pubblicata sul quotidiano La Repubblica Martedì 1 maggio 2018 all’interno di uno speciale dedicato ai quarant’anni della legge 180.

Recensione – Divorare il cielo

divorare-il-cielo Come nelle più sofisticate forme di contrappunto musicale, la trama di Divorare il cielo (Einaudi, 2018), ultimo libro di Paolo Giordano, scorre tra più voci all’interno di un tema unitario: il conflitto tra il desiderio e la salvaguardia di se stessi.

Il volume tratta prima di tutto della scoperta degli altri e del potere che possono avere su di noi. Un turbamento che si svela già nell’incipit del romanzo, quando lo sguardo di Teresa, adolescente torinese in trasferta in Puglia per le usuali vacanze estive nella villa della nonna paterna, viene folgorato dai corpi di tre ragazzi che si immergono abusivamente nella piscina di proprietà. Non sa ancora Teresa che il suo destino da quell’istante in poi ruoterà attorno a Tommaso, Nicola e soprattutto Bern: tre fratelli che in realtà fratelli non sono e che sopravvivono alle irresponsabilità dei grandi nello splendido isolamento della masseria-santuario allestita da Cesare, personaggio dai tratti mistici, sostenuto da una fede al limite del fanatismo religioso, eppure sorpreso tra i canneti a spiare la potenza di vita adolescenziale sprigionata nell’eccitazione tra Bern e Teresa. Tutto è nuovo per la ragazza di buona famiglia, tutto la attrae di quel microcosmo incastonato in una splendida Puglia rurale, quasi arcaica, costellata di ulivi, senza mare, così distante dai riti borghesi che hanno regolato la sua esistenza fino a quel momento. Teresa non resiste, la sua vita cambia irrimediabilmente, l’attrazione, reciproca, è tanto potente quanto oscura e richiederà un prezzo molto alto. Teresa è però forse l’unica che troverà un faticoso punto di equilibrio nel passaggio dalla ribellione degli anni giovanili alla responsabilità dell’età matura, anche se non rinuncerà mai in fondo a cercare un tempo che non può più tornare.

In un’altra traccia che scorre nelle pagine del libro, la contrapposizione tra ciò che vorremmo fare e ciò che è possibile fare si sposta su un piano etico-politico. L’autore mette in scena alcune tra le più significative controversie scientifiche attuali con l’abilità di incastrarle perfettamente nella trama del romanzo. Un penoso percorso di procreazione assistita dalla Puglia all’Ucraina e soprattutto le battaglie di una comune di giovani ecologisti-anarcoidi guidati da Bern per impedire l’abbattimento di ulivi secolari infettati dal batterio Xylella sembrano apparentemente funzionali solo allo svolgimento della storia. Eppure, a uno sguardo più attento, in queste parti Divorare il cielo rende chiaro, meglio di come potrebbe fare qualunque manuale di sociologia, che i conflitti sociali che riguardano la scienza e la tecnologia non possono essere risolti facendo appello solo ai “fatti”. Molto semplicemente perché entrano in gioco valori etici, politici, sociali, perché le parti in causa fanno valutazioni diverse di ciò che è rilevante e importante, come mostrano i protagonisti del libro, alcuni dei quali porteranno fino a conseguenze estreme le tensioni tra libertà di scelta e necessità di regolazione, fra ricerca scientifica e tradizione, tra priorità politiche e ideali ambientalisti. Ancora una volta, il libro ci mostra che l’aspirazione a scegliere il mondo che vogliamo quando è indifferente alle “condizioni al contorno” può portare a esiti nefasti, addirittura tragici, sia che prevalga una risposta tecnocratica, sia che si affermi un’etica ispirata valori “non negoziabili”.

Un altro percorso indicato da Giordano è infine quello forse più propriamente letterario. Il testo è spesso pervaso dalla sensazione di una svolta tragica, di una sofferenza vissuta come espiazione di segreti e peccati inconfessabili, dalla possibilità concreta dell’esperienza del male, che arriva fino alla sua prova suprema: il delitto. Prova che l’autore non teme, perché se è vero che molti dei protagonisti non si sottraggono alle spirali autodistruttive in cui li ha consegnati l’ideologia o il dolore, o un misto di entrambi, è altrettanto vero che per altri il desiderio di soffrire è la strada impervia per trovare un modo reale, per quanto imperfetto, di stare al mondo. Quasi a significare, ottimisticamente, che la disgregazione e l’annientamento non sono inevitabili, ma che la partita è molto complessa per il cuore umano perché, come descritto nell’episodio del Grande Inquisitore di Dostoevskij, non “c’è nulla di più allettante per l’uomo che la libertà della sua coscienza, ma non c’è neanche nulla di più tormentoso”.