La comunicazione degli enti di ricerca: uno studio transnazionale

Logo plos oneGli istituti di ricerca investono in tutto il mondo sempre di più nella comunicazione pubblica, soprattutto organizzando eventi e nelle relazioni con i media, meno sui social.

È quanto emerge da uno studio transnazionale pubblicato su Plos One esteso a più di duemila tra dipartimenti, centri, unità disciplinari, facenti parte di università o organizzazioni più grandi.

L’obiettivo dei ricercatori era valutare comparativamente la comunicazione pubblica tra paesi e aree di ricerca differenti ed esaminare i fattori che spingono gli enti presi in esame a comunicare. Il lavoro esplora per la prima volta a livello internazionale il ruolo cruciale di realtà istituzionali intermedie, a metà strada tra gli uffici di comunicazione centralizzati e le iniziative dei singoli scienziati.

I dati mostrano che la maggior parte degli istituti considerati nell’indagine si impegnano significativamente nell’organizzazione di eventi pubblici e nell’interazione coi media tradizionali, ma un po’ meno, a sorpresa, nei social media. Una seconda osservazione di rilievo riguarda le differenze tra paesi e discipline, che esistono, ma non così rilevanti come si aspettavano i ricercatori.

In generale, lo studio conferma una maggiore professionalizzazione a livello globale della comunicazione pubblica, anche a livello di strutture intermedie, ma secondo direzioni e modalità non scontate.

Alla luce di questi risultati, i ricercatori si chiedono quali siano le conseguenze di questa mobilitazione di risorse nella comunicazione sulla scienza stessa e per il dibattito pubblico sulla scienza.

La professionalizzazione della comunicazione pubblica non potrebbe, ad esempio, determinare un eccessivo adattamento strategico alle logiche della pubblicità e della reputazione? Una maggiore attività di comunicazione aumenta l’autonomia e promuove i valori della scienza o alimenta una logica di competizione per la visibilità pubblica? C’è forse il rischio che prevalga il marketing a scapito del public engagement, il cui obiettivo principale è favorire il dibattito pubblico sulla scienza?

Tutte domande che secondo gli studiosi meritano approfondimenti in ricerche future, le quali dovranno indagare le implicazioni dell’impegno nella comunicazione pubblica da parte degli istituti di ricerca, i valori che supportano questo sforzo e le narrazioni che ne emergono.

La didattica nel giornalismo scientifico come modello per il resto del giornalismo

Science communication, De Gruyter Mouton, Berlin/Munich/Boston
Holger Wormer, della Technische Universität Dortmund, si è interrogato di recente (Wormer, 2020) su quali siano gli ingredienti più adatti per strutturare attività formative in giornalismo scientifico e quale sia il loro giusto dosaggio.

Una miscela complessa
I curricula offerti nei programmi sparsi per il mondo dipendono dal contesto socio-economico e dagli specifici modelli di insegnamento, ma sostanzialmente risultano della confluenza di quattro aree tematiche:
-le discipline scientifiche;
-le scienze dell’educazione e della formazione;
-gli studi sociali sulla scienza;
-le scienze della comunicazione.
La maggior parte dei formatori si trova d’accordo su questa struttura ma rimane aperta la questione su quale peso assegnare alle diverse materie, come connetterle tra di loro e se assecondare la tendenza a rendere sempre più sfumata a livello didattico la differenza tra il giornalismo scientifico e le pubbliche relazioni per la scienza.

Il giornalismo come nuova professione della conoscenza
Secondo alcuni studiosi, il giornalismo scientifico è un modello a cui il resto del giornalismo dovrebbe guardare perché è l’ambito più attrezzato a rispondere alle sfide del sistema dell’informazione contemporaneo.
Tutti i settori giornalistici dovrebbero diventare più “scientifici”, cioè guidati da metodi d’indagine quantitativi e da una maggiore consuetudine con la conoscenza accademica. Un approccio considerato necessario in un ecosistema comunicativo, come quello attuale, caratterizzato da una grande disponibilità di dati e minacciato dalla disinformazione.
Donsbach (2014) si auspica che il giornalismo si caratterizzi come “una nuova professione della conoscenza” e distingue una serie di competenze che andrebbero insegnate, tra cui, oltre a quelle giornalistiche tradizionali, la capacità di pensiero analitico, la conoscenza approfondita degli argomenti trattati, un approccio scientifico ai processi di comunicazione, il rispetto delle norme etiche della professione (Donsbach 2014: 667).

Il giornalismo scientifico come ponte tra la scienza dei dati e il resto del giornalismo
Perché considerare contenuti e concetti dei curricula di giornalismo scientifico utili anche in altri ambiti dell’informazione? Per almeno tre ragioni:
1. I giornalisti scientifici sono i più idonei a soddisfare gli auspici di un giornalismo “basato sull’evidenza”, oggi finalmente realizzabile grazie alla digitalizzazione.
2. I giornalisti scientifici sono più aperti a sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie digitali nel lavoro redazionale, come ad esempio l’utilizzo di presentazioni interattive o l’analisi dei comportamenti degli utenti sui social.
3. I giornalisti scientifici allo stesso tempo possono descrivere meglio di altri l’impatto sociale, economico e culturale di big data, algoritmi, tecnologie.

Nelle conclusioni Wormer sostiene che rafforzare le interazioni tra giornalisti e scienziati sia una strategia importante per il futuro del giornalismo. Tali collaborazioni potrebbero infatti generare il valore aggiunto necessario a persuadere gli utenti dei media a pagare per le notizie. Viene ribadito l’indispensabile ruolo di ponte tra la scienza e altri campi dell’informazione del giornalismo scientifico.

DONSBACH W. (2014), Journalism as the new knowledge profession and consequences for journalism education, in “Journalism”, 15, 6, pp. 661-677.

WORMER H. (2020), Teaching science journalism as a blueprint for future journalism education, in A. Leßmöllmann, M. Dascal, T. Gloning (eds.), Science communication, De Gruyter Mouton, Berlin/Munich/Boston, pp. 417-438.

Un’indagine sistematica sulla ricerca in comunicazione della scienza

Gerber, A. et al. (2020): Science Communication Research: an Empirical Field Analysis.

Gerber, A. et al. (2020): Science Communication Research: an Empirical Field Analysis.

Da diversi anni, gli addetti ai lavori si pongono la questione se la comunicazione della scienza sia una disciplina accademica. Secondo una recente ricerca condotta dallo studioso tedesco Alex Gerber insieme ad altri colleghi, la risposta è definitivamente affermativa. La conclusione è il risultato di un’indagine che ha rintracciato modelli, argomenti, metodologie utilizzati negli ultimi decenni nella ricerca in comunicazione della scienza con l’obiettivo di identificarne punti di forza e di debolezza .

I ricercatori hanno combinato un’analisi bibliometrica e del contenuto di circa 3000 pubblicazioni con una serie di interviste a esperti internazionali e una rassegna della letteratura grigia nell’arco di quarant’anni. In passato, altri studi avevano esaminato lo sviluppo storico della comunicazione della scienza con lo scopo di definirne lo status in termini accademici (si veda ad esempio qui, qui e qui). Poche altre ricerche di questo tipo sono state realizzate con un approccio quantitativo come fatto nello studio di Gerber.

Secondo Trench e Bucchi (2010), una qualunque attività di ricerca per definirsi compiutamente accademica deve soddisfare una serie di criteri, tra cui: essere un campo di studi delimitato; essere praticata da persone che condividono interessi, termini e concetti; avere una presenza significativa in corsi universitari; avere una portata internazionale, nonché riviste e pubblicazioni accademiche specialistiche di riferimento; essere solida sul piano teorico.

Gerber e colleghi sostengono che la ricerca in comunicazione della scienza sia maturata come campo accademico, ma rimangono alcune difficoltà e questioni da risolvere.

Il documento elenca innanzitutto cinque grandi sfide:

1. La maggior parte delle ricerche in letteratura si basa su casi di studio. Mancano quasi del tutto lavori longitudinali, comparativi e sistemici.

2. La comunicazione della scienza è studiata secondo diverse prospettive, ma non si è ancora arrivati a una reale integrazione interdisciplinare.

3. C’è un forte divario fra pratica e ricerca, tra professionisti e studiosi della comunicazione della scienza, che si conoscono e si parlano poco tra di loro.

4. Numerose conferenze negli ultimi anni hanno registrato la mancanza di ricerca applicata.

5. C’è poca diversità nei temi di ricerca. Come risultato, alcuni pubblici e attori non sono sufficientemente rappresentati, come ad esempio le persone emarginate o quelle generalmente disinteressate alla scienza. I dati mostrano anche l’interesse crescente nei confronti delle scienze della vita.

Secondo gli esperti intervistati, gli ambiti in cui infine ci sarebbe bisogno di più ricerca sono i seguenti:

1. La formazione degli atteggiamenti, della fiducia e dei valori nei confronti della scienza e dell’innovazione e le modalità di consumo delle informazioni.

2. L’ecosistema dei media digitale e la comparsa di nuovi intermediari nella comunicazione della scienza.

3. L’impatto di attività di comunicazione sulle policy riguardanti scienza e innovazione.

4. La governance della comunicazione. I finanziatori della ricerca si aspettano o addirittura richiedono sempre più forme specifiche di comunicazione come parte del finanziamento e/o della valutazione delle proposte e dei risultati. Questi aspetti sollevano sempre più interrogativi su come una tale comunicazione debba essere gestita e monitorata (ad esempio per quanto riguarda incentivi e riconoscimenti) e come possa essere valutato al meglio il suo impatto.

Covid-19: un bilancio sull’informazione in Gran Bretagna

giornalismo-uk-covid“Il giornalismo britannico ha navigato il caos abbastanza bene, è riuscito a identificare schemi e a far emergere l’ordine dal disordine”. È il commento di An Nguyen, professore di giornalismo alla Bournemouth University, riguardo ai risultati di un report sul sistema dell’informazione d’oltremanica a un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19.

Il lavoro di Nguyen e colleghi ha rivelato un quadro diverso rispetto allo stereotipo del giornalista incapace di destreggiarsi con i numeri. La reazione degli operatori dell’informazione a dati e statistiche, piombati con la pandemia al centro della cronaca quotidiana come mai in passato, è stata meglio del previsto.

Gli estensori di “Reporting From A Statistical Caos: Journalistic Lessons From The First Year Of Covid-19 Data and Science In The News”, che ha visto coinvolte, oltre alla Bournemouth University, la Royal Statistical Society e l’Association of British Science Writers, hanno enfatizzato la resilienza e la creatività che molti giornalisti sono riusciti a inserire nel loro lavoro quotidiano d’indagine sul Covid-19.

Il report offre anche una serie di indicazioni sul giornalismo scientifico e sul trattamento dei dati apprese dopo un anno di pandemia:

-I numeri non parlano da soli, vanno interrogati e inseriti nel contesto.
-Rispetta i lettori. Non assumere che il pubblico generico non sia in grado di comprendere i dati e l’incertezza.
-Rendi i dati riconoscibili personalmente, cioè riconducili ai contesti locali degli utenti.
-Umanizza i dati. I giornalisti scientifici devono aprirsi ad altri modi possibili di spiegazione della pandemia e lasciare spazio all’emozione, all’empatia e alla persuasione.
-Tratta gli scienziati come scienziati. Assicurati che i ricercatori che intervisti parlino di ciò di cui sono effettivamente esperti.
-Utilizza maggiormente le competenze degli operatori sanitari locali. Attingi alla loro esperienza nel testare, rintracciare, isolare e prendersi cura dei pazienti.
-Usa degli intermediari specializzati in giornalismo scientifico come il Science Media Centre.
-Collabora con altre redazioni.
-Considera le potenzialità della citizen science. Il data crowdsourcing è uno strumento promettente per il giornalismo scientifico.

Agnotologia, o dello studio scientifico dell’ignoranza

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La tentazione di bollare come stupide e irrazionali le persone che credono ad affermazioni strampalate e prive di fondamento è sempre in agguato. Questo atteggiamento non solo è presuntuoso e inefficace, ma trascura il fatto che l’ignoranza è un fenomeno che merita di essere studiato scientificamente per comprenderne la complessità.

Ce lo ricorda un articolo pubblicato recentemente sul “Financial Times” (FT) richiamandosi ai lavori dello storico della scienza americano Robert Proctor, il quale già nel 1995 coniava il termine agnotologia per indicare l’indagine accademica sulla creazione calcolata e premeditata dell’ignoranza. Proctor si interessò al tema dopo essersi occupato delle strategie usate dall’industria del tabacco per alimentare dubbi riguardo alle evidenze scientifiche derivanti dal consumo di sigarette.

Ci sono tre elementi per i quali oggi stiamo vivendo un’epoca d’oro dell’ignoranza secondo lo studioso dell’Università di Standford. Ne riporto di seguito una sintesi tradotta e riadattata dall’articolo scritto su FT da Tim Harford, autore del libro How to make the World And Up.

Primo: la distrazione. Un esempio su tutti è il tempo che le persone trascorrono ore ogni giorno nel consumo di ciò che viene descritto come “notizia” senza mai impegnarsi in nulla di sostanziale.

Secondo: il tribalismo politico. In un ambiente polarizzato, ogni affermazione fattuale diventa un’arma in una discussione. Quando le persone incontrano fatti o notizie che sfidano la loro identità culturale, non bisogna stupirsi se non ci credono. La polarizzazione non plasma solo le nostre convinzioni su questioni di politica, ma modella anche le nostre convinzioni su questioni scientifiche apparentemente non correlate, come se gli esseri umani stiano causando pericolosi cambiamenti climatici o se il vaccino contro il papillomavirus umano (HPV) sia sicuro. Logicamente, le risposte a queste domande non dovrebbero inclinarsi a sinistra o a destra, ma lo fanno.

Terzo: il pensiero cospirativo. I cospirazionisti dedicano un’enorme energia mentale per estrarre significato dalle banalità cercando di dimostrare che prove schiaccianti siano in realtà false notizie riconducibili a complotti.

Come fronteggiare questi fenomeni? Non è facile e nessuno ha la soluzione in tasca, ma mi sento di sottoscrivere il consiglio di Tim Harford a conclusione del suo articolo: invece di pensare di “illuminare” gli altri e di credere di saperla più lunga, partiamo da noi stessi, dai nostri pregiudizi, dai vicoli ciechi nei nostri ragionamenti.
Siamo tutti distratti, scrive Harford, siamo tutti vulnerabili a credere e ascoltare solo quello che ci piace. Tutti apparteniamo a tribù, sociali se non politiche.
Prima di dire quindi che gli altri sono ignoranti facciamoci delle domande e magari diamo spazio alla possibilità che potremmo essere noi in torto.

“Aprimmo le porte alle persone”. Basaglia chiude i manicomi. E restituisce ai malati la loro storia*

Questa foto è tratta dal reportage realizzato negli anni Settanta per il magazine L'espresso da Gianni Berengo gardin realizzato in parte con la fotografa milanese Carla Cerati

Questa foto è tratta dal reportage realizzato negli anni Settanta per il magazine L’espresso da Gianni Berengo gardin realizzato in parte con la fotografa milanese Carla Cerati

Peppe Dell’Acqua, classe ’47, ha iniziato a lavorare con Franco Basaglia fin dai primi giorni dell’esperienza triestina nel 1971. Tra i protagonisti della chiusura dell’ospedale psichiatrico, vive a Trieste, ed è il nostro testimone di quel tempo straordinario.

Cosa è successo a Trieste quarant’anni fa?

Si potrebbe dire che non è successo niente. Era tutto accaduto prima. A gennaio del 1977 Basaglia e il presidente della provincia Zanetti annunciarono la chiusura del manicomio. L’annuncio colse tutti di sorpresa. Anche noi, che sentivamo nell’aria che stava per accadere, restammo disorientati. Era il primo manicomio al mondo che annunciava la sua fine. Da due anni erano attivi 6 centri di salute mentale, aperti 24 ore in un territorio allora di 260.000 abitanti. Fu una sperimentazione durissima e rischiosa. Risultò la scelta vincente. Le resisten-ze furono ostinate. 40 anni dopo non possiamo non riconoscere che avevamo ragione. Era già nata la prima cooperativa, nel ‘72, contro l’ergoterapia. Metteva in scena i bisogni, i dirit-ti, stare nel contratto. Già Marco Cavallo aveva sfondato il cancello del manicomio portando nella sua pancia i desideri, i bisogni radicali, l’amore, l’amicizia, le passioni che finalmente ve-nivano ascoltati senza il filtro della malattia. Si sperimentavano tra mille dubbi le prime pos-sibilità di abitare fuori. Voglio dire che erano accadute cose che rimandano alle radici, ai pas-saggi originari, alla critica del modello medico: “il malato e non la malattia”. L’arrivo di Basa-glia a Gorizia nel 1961 segna una linea di frattura insanabile.

In che senso?

Ho un ricordo molto preciso, il fotogramma de La favola del serpente, un reportage realizzato da Pirkko Peltonen, giornalista finlandese che si reca a Gorizia per conoscere la comunità tera-peutica che si sta sperimentando. Documenta quella che sarebbe poi diventata la famosa as-semblea goriziana. Il film, che io vidi diversi anni dopo, risale al 1968. L’immagine in cui gli in-ternati votano sull’opportunità di farsi riprendere dalla reporter segna quella frattura. Alza-no la mano e si contano: un capovolgimento radicale.

Come ci si arriva?

Bisogna andare al secondo dopoguerra. Basaglia incontra la filosofia e in particolare la fe-nomenologia. La critica allo scientismo positivista apre per molti giovani di allora a uno sguardo che svela: la follia ridotta a malattia e il malato a oggetto dell’internamento. La per-sona scompare. Basaglia quando arriva a Gorizia è in grado di cogliere il senso della cata-strofe che si è consumata nelle istituzioni totali.

Ci può fare un esempio concreto?

Una delle rappresentazioni più efficaci è proprio il suo arrivo a Gorizia agli inizi degli anni sessanta. Ci sono più di 600 persone internate. Vede la mostruosità dell’istituzione totale: i cancelli, le chiavi, le porte chiuse, i letti di contenzione ma, quello che angoscia più di ogni al-tra cosa Basaglia, è l’orrore dell’assenza. Non c’è più nessuno. Gli internati sono tutti appiat-titi nella stessa grigia identità, tutti invisibili. Basaglia mette tra parentesi la malattia, la dia-gnosi, il grigiore di anni d’internamento: sospende il giudizio. Messa tra parentesi la malattia persone, storie, relazioni, memorie riaffiorano. I cittadini compaiono sulla scena.

Perché è così importante?

Il riconoscimento dell’altro come altro te stesso frantuma la psichiatria biologica, che vede l’oggetto malattia, il sintomo, il comportamento fuori dalla storia. Negli anni l’accusa di ideo-logia accompagnato il nostro lavoro, oscurantisti,dicono, nemici della “scienza”. Basaglia era semplicemente obbligato a una scelta di campo: il cittadino, la persona, il soggetto. Ricono-sciuto l’altro, gli internati riacquistano un nome e una storia la violenza dell’isolamento e la tortura della porta chiusa diventano intollerabili. Il tempo ricomincia a correre, l’infinitezza dello spazio e la molteplicità dei luoghi possibili irrompono come fiume in piena. Aperte le porte si incontra un cittadino senza diritti. La dimensione politica di questa storia, che porte-rà alla legge 180, comincia da qui. L’incontro col soggetto rende finalmente possibile il rico-noscimento dell’unicità dell’altro, delle sue passioni, dei suoi sentimenti, della possibilità di cura.

È stata la consapevolezza del profondo stravolgimento in atto in quegli anni a porta-re lei e altri giovani psichiatri a Trieste?

Credo di no. All’università partecipavo al movimento studentesco. Ero interno nella clinica neurologica di Napoli. Ci interrogavamo sul senso della nostra professione, soprattutto sul rapporto tra medicina e società. Avevamo sentito parlare di Basaglia grazie a uno dei suoi li-bri più famosi, L’istituzione negata. Ma a parte questo, non posso dire che fossimo consape-voli della portata innovativa del lavoro di Basaglia. Colsi comunque qualcosa che mi spinse a volerlo incontrare prima ancora di laurearmi. Gli bastò sapere che ero interessato a quello che stava facendo per invitarmi ad andare con lui a Trieste. Non volle informazioni sulla mia carriera universitaria. Era più interessato al fatto che fossi giovane, curioso, aperto al cam-biamento. Andò così con me e con tutti quanti giunsero a formare l’équipe triestina.

Avevate la sensazione di poter cambiare il mondo?

Sì, forse questo si, con l’incoscienza della nostra giovinezza! Siamo stati fortunati. Abbiamo avuto la possibilità di trovare una continuità con quello che pensavamo all’università. Con Basaglia e Trieste potevamo non separare l’impegno politico da quello professionale. Ave-vamo rudimentali visioni del mondo differenti, ma avevamo qualcosa che ci univa profon-damente, un orizzonte comune. La miseria del manicomio ci dava ogni giorno la conferma che qualcosa di radicale stava avvenendo. Cercare di forzare regole e gerarchie, divieti e di-stanze erano la nostra quotidianità. Le giornate erano occupate dalla ricerca per trovare ri-sorse per rispondere ai bisogni che emergevano come l’eruzione di un vulcano: dai vestiti, al pettine, agli specchi, agli spazzolini da denti, ai biglietti per l’autobus o per il teatro. Nelle riu-nioni e nelle assemblee si decideva dell’apertura dei reparti, delle strategie per uscire, del bar e del centro sociale. E poi, l’incontro/scontro con la città, la conoscenza dei rioni per preparare la strada ai primi centri di salute mentale, Marco Cavallo in testa!

C’è qualcosa che non ha funzionato?

Tante cose ci hanno messo in crisi: l’incidente, la persona che tradisce le aspettative, le 50 leggi, tutte archiviate, che vogliono cambiare la 180, la lentezza estenuante del cambiamento, che provocava delusioni o al contrario scelte radicali e conflitti. I rischi di rottura del gruppo sono stati molto evidenti e in qualche circostanza qualcosa stava andando davvero storto. Tuttavia oggi non possiamo non dire che continuiamo ad avere ragione. Norberto Bobbio ha definito la 180 l’unica legge di riforma del dopoguerra. Certamente è stata una riforma, dice, proprio perché era ispirata a un valore fondamentale che è quello della libertà, della liberazione. Della liberazione anche di coloro che nella storia dell’umanità sono stati considerati come coloro che non potevano essere liberati, che non avevano diritto di essere liberati.

Quale prezzo è stato pagato?

Non so dire. Forse per Basaglia è stata l’ostilità dell’accademia. Avrebbe potuto essere un in-novatore in quel campo, ma è stato sempre fatto fuori. Forse è stato meglio così. Il cambia-mento radicale che ha prodotto il suo lavoro pratico e la sua vasta produzione scientifica sa-rebbe stata impensabile specie nelle arcaiche accademie di quegli anni. Il prezzo che abbia-mo pagato, ma direi la fortuna che abbiamo avuto, è stata l’intera vita consumata dentro questa storia. Non poteva essere altrimenti. La scommessa pretendeva una scelta di campo. Ci siamo resi conto di muoverci in un conflitto aspro tra i visibili e gli invisibili, tra chi ha e chi non é, tra una scienza che rischia di annientare e una pratica che vuole costruire possibilità intorno alle persone .

Cosa rimane oggi della vicenda triestina?

La presenza del cambiamento, pensando a Bobbio, è diffusa in tutta Italia; di Trieste si parla in mezzo mondo. Circa due mesi fa sono andato in visita in un manicomio in Francia. Era per me come ritornare indietro di cinquant’anni. Sanno tutto di Trieste e chiedono cosa bisogna fare per avviare il cambiamento. È di questi giorni l’accordo con la contea di Los Angeles per permettere a operatori californiani di venire a formarsi nel capoluogo giuliano. Il diparti-mento di Trieste è oggi uno dei più importanti Centri OMS in Europa, leader per lo sviluppo della salute mentale comunitaria. Ogni anno migliaia gli operatori di tutto il mondo e i policy maker fanno sosta a Trieste, per confrontarsi, per capire come si fa a vivere senza il mani-comio, una porta chiusa, un letto di contenzione. Il dipartimento con i suoi centri 24/h conti-nua a sperimentare innovazioni.
Oggi, i miei compagni, fanno quasi a meno dei letti dell’ospedale e del trattamento sanitario obbligatorio. Da circa un anno funziona il team per la crisi, una squadra che si monta tutte le volte che serve per accogliere, accudire, contenere nella relazione le persone che vivono la crisi, specie giovani quando cominciano a star male. La squadra è fatta da operatori entusia-sti. Quando li sento raccontare dei successi, dei fallimenti dei dubbi non posso non pensare a come eravamo. E gioisco. E conosco e so di migliaia di giovani in ogni angolo del nostro paese che vogliono sapere della rivoluzione. È la responsabilità che non possiamo non assumerci guardando alla storia che ci lasciamo alle spalle. Quanto accade oggi pretende ancora scelte di campo. Ci sono ancora i morti di psichiatria, anche in Italia, c’è un ritorno prepotente alle psichiatrie della pericolosità, dei trattamenti farmacologici, delle contenzioni. Non si può più essere indifferenti. A fronte del rischio di declino irreversibile delle disattenzioni governative abbiamo contribuito a presentare una legge, la numero S2850 depositata in Senato, che vuo-le promuovere un’estensione delle buone pratiche e ridurre il divario non più tollerabile tra le regioni.

Come trasferire oggi, in un contesto articolato e disomogeneo, le conoscenze e le esperienze in salute mentale che hanno portato al superamento del manicomio?

Tutti gli operatori della salute mentale provengono da università che non hanno mai abban-donato il modello medico psichiatrico. Ci sono tuttavia segnali positivi. In Italia, malgrado i ri-tardi, le persone con disturbo mentale possono farcela. Chiedono di guarire, di stare bene. È difficile che una mamma chieda dove mettere il figlio. C’è in atto un cambiamento culturale profondo: le persone con disturbo mentale vivono nel contratto sociale. La fine dei manico-mi in Italia ed esperienze come quella di Trieste e del Friuli Venezia Giulia vengono sempre più considerate e studiate a livello nazionale e internazionale (poco dai nostri accademici). In un corposo rapporto della World Psychiatric Association pubblicato l’anno scorso sulla rivista The Lancet si può leggere che gli impressionanti risultati nel campo delle neuroscienze non hanno portato risultati apprezzabili nelle cure, al contrario le cure dei pazienti sono state profondamente trasformate e migliorate da una quantità di altri fattori legati all’apprezzamento degli aspetti demografici, economici e socio-culturali. Quanto per anni ab-biamo cercato di dire e di praticare: abbandonare le istituzioni totali, la questione dei diritti al primo posto, leggi, dispositivi organizzativi e pratiche per l’abitare, il lavoro, le relazioni sociali. Il documento invita gli operatori della salute mentale ad avere una visione strategica (politica) del campo in cui operano. Trasmettere conoscenze è il compito più arduo. Bisogna ricominciare a scandalizzarsi. Ce lo chiedono migliaia di giovani che si accingono generosi a lavorare nella salute mentale e che rischiano in organizzazioni violente e smemorate di per-dere la luce della loro curiosità e il desiderio di cambiare.

*Questa intervista è stata pubblicata sul quotidiano La Repubblica Martedì 1 maggio 2018 all’interno di uno speciale dedicato ai quarant’anni della legge 180.

Recensione – Divorare il cielo

divorare-il-cielo Come nelle più sofisticate forme di contrappunto musicale, la trama di Divorare il cielo (Einaudi, 2018), ultimo libro di Paolo Giordano, scorre tra più voci all’interno di un tema unitario: il conflitto tra il desiderio e la salvaguardia di se stessi.

Il volume tratta prima di tutto della scoperta degli altri e del potere che possono avere su di noi. Un turbamento che si svela già nell’incipit del romanzo, quando lo sguardo di Teresa, adolescente torinese in trasferta in Puglia per le usuali vacanze estive nella villa della nonna paterna, viene folgorato dai corpi di tre ragazzi che si immergono abusivamente nella piscina di proprietà. Non sa ancora Teresa che il suo destino da quell’istante in poi ruoterà attorno a Tommaso, Nicola e soprattutto Bern: tre fratelli che in realtà fratelli non sono e che sopravvivono alle irresponsabilità dei grandi nello splendido isolamento della masseria-santuario allestita da Cesare, personaggio dai tratti mistici, sostenuto da una fede al limite del fanatismo religioso, eppure sorpreso tra i canneti a spiare la potenza di vita adolescenziale sprigionata nell’eccitazione tra Bern e Teresa. Tutto è nuovo per la ragazza di buona famiglia, tutto la attrae di quel microcosmo incastonato in una splendida Puglia rurale, quasi arcaica, costellata di ulivi, senza mare, così distante dai riti borghesi che hanno regolato la sua esistenza fino a quel momento. Teresa non resiste, la sua vita cambia irrimediabilmente, l’attrazione, reciproca, è tanto potente quanto oscura e richiederà un prezzo molto alto. Teresa è però forse l’unica che troverà un faticoso punto di equilibrio nel passaggio dalla ribellione degli anni giovanili alla responsabilità dell’età matura, anche se non rinuncerà mai in fondo a cercare un tempo che non può più tornare.

In un’altra traccia che scorre nelle pagine del libro, la contrapposizione tra ciò che vorremmo fare e ciò che è possibile fare si sposta su un piano etico-politico. L’autore mette in scena alcune tra le più significative controversie scientifiche attuali con l’abilità di incastrarle perfettamente nella trama del romanzo. Un penoso percorso di procreazione assistita dalla Puglia all’Ucraina e soprattutto le battaglie di una comune di giovani ecologisti-anarcoidi guidati da Bern per impedire l’abbattimento di ulivi secolari infettati dal batterio Xylella sembrano apparentemente funzionali solo allo svolgimento della storia. Eppure, a uno sguardo più attento, in queste parti Divorare il cielo rende chiaro, meglio di come potrebbe fare qualunque manuale di sociologia, che i conflitti sociali che riguardano la scienza e la tecnologia non possono essere risolti facendo appello solo ai “fatti”. Molto semplicemente perché entrano in gioco valori etici, politici, sociali, perché le parti in causa fanno valutazioni diverse di ciò che è rilevante e importante, come mostrano i protagonisti del libro, alcuni dei quali porteranno fino a conseguenze estreme le tensioni tra libertà di scelta e necessità di regolazione, fra ricerca scientifica e tradizione, tra priorità politiche e ideali ambientalisti. Ancora una volta, il libro ci mostra che l’aspirazione a scegliere il mondo che vogliamo quando è indifferente alle “condizioni al contorno” può portare a esiti nefasti, addirittura tragici, sia che prevalga una risposta tecnocratica, sia che si affermi un’etica ispirata valori “non negoziabili”.

Un altro percorso indicato da Giordano è infine quello forse più propriamente letterario. Il testo è spesso pervaso dalla sensazione di una svolta tragica, di una sofferenza vissuta come espiazione di segreti e peccati inconfessabili, dalla possibilità concreta dell’esperienza del male, che arriva fino alla sua prova suprema: il delitto. Prova che l’autore non teme, perché se è vero che molti dei protagonisti non si sottraggono alle spirali autodistruttive in cui li ha consegnati l’ideologia o il dolore, o un misto di entrambi, è altrettanto vero che per altri il desiderio di soffrire è la strada impervia per trovare un modo reale, per quanto imperfetto, di stare al mondo. Quasi a significare, ottimisticamente, che la disgregazione e l’annientamento non sono inevitabili, ma che la partita è molto complessa per il cuore umano perché, come descritto nell’episodio del Grande Inquisitore di Dostoevskij, non “c’è nulla di più allettante per l’uomo che la libertà della sua coscienza, ma non c’è neanche nulla di più tormentoso”.

Recensione – The Death of Expertise

deathexpertise “Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli spiegatori e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini.”

È un estratto, disponibile sul sito del magazine IL del Sole 24 Ore, del libro The Death of Expertise, volume di cui si sta discutendo molto negli ultimi mesi soprattutto negli Stati Uniti. Recensito tra gli altri dal New York Times, The Conversation, Diplomatic Courier, il testo sarà disponibile in italiano nel 2018 ma la sua lettura è già stata consigliato dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni all’ultimo Forum di Cernobbio.

L’attenzione della politica non stupisce. Il libro scritto da Tom Nichols, professore di National Security Affairs all’US Naval War College di Newport, Rhode Island, affronta un tema cruciale per la tenuta delle democrazie liberali: il rapporto tra esperti e cittadini. Una relazione segnata da tensioni crescenti e ricorrenti, di cui Nichols cerca di esaminarne le ragioni e di indicare qualche possibile rimedio prima di un fatale collasso.

Sottotitolato The Camping Against Established Knowledge and Why It Matters, il volume indaga le principali forze in gioco impegnate nel ridurre il ruolo dell’expertise negli attuali processi di formazione dell’opinione pubblica.
Forze che promuovono la credenza, se non la pretesa, che qualunque opinione sia ugualmente valida e ogni prospettiva sia degna di considerazione, con conseguenze imprevedibili, perché, come scrive Nichols, “quando la democrazia è intesa come una richiesta indefinita di opinioni prive di fondamento, tutto diventa possibile, inclusa la fine stessa della democrazia e del governo repubblicano”. Il focus del libro è sugli Stati Uniti, ma gli esempi raccolti da Nichols per supportare la crescente avversione nei confronti degli esperti si ritrovano simili in molti altri paesi, Italia inclusa.

Nichols sottolinea subito che la resistenza alle autorità intellettuali della società statunitense ha radici profonde: il mito romantico della saggezza dell’uomo comune e del buonsenso del genio autodidatta non è mai tramontato oltre Atlantico. Lo aveva già sottolineato Alexis de Tocqueville quasi duecento anni fa nel classico La democrazia in America: la sfiducia nei confronti dell’autorità intellettuale è insita nella natura della democrazia oltreoceano.

Cosa è cambiato allora rispetto al passato? Primo, sostiene l’autore di The Death of Expertise, il fatto che i social media danno voce agli “spiegatori” come mai era accaduto finora. Secondo, non è tanto la riluttanza verso la conoscenza ufficiale a preoccupare, ma “l’emergenza di un’ostilità positiva nei confronti di tale conoscenza”, sempre più manifesta nella prevalenza delle emozioni sulla ragione, nella confusione della linea di separazione fra fatti, opinioni e vere e proprie menzogne, nel negazionismo sui vaccini e sul cambiamento climatico, e forse più di tutto, nell’elezione di Donald Trump. In altre parole, ci dice Nichols, gli esperti non sono mai stati troppo simpatici, ma almeno fino a non molto tempo fa, le chiacchiere da bar rimanevano tali e, al dunque, la professionalità di persone con decenni di lavoro alle spalle veniva riconosciuta.

Pur non avendo la profondità analitica di testi come L’assalto alla ragione di Al Gore o La Rivolta delle élite di Christopher Lasch, da poco riproposto da Neri Pozza in Italia, per non citare raccolte accademiche in ambito sociologico o recenti volumi di stampo filosofico come Scienza e democrazia di Pierluigi Barrotta, il libro è un’utile rassegna delle cause che hanno permesso nell’era di Internet la diffusione di una visione fiera e virtuosa dell’ignoranza. L’elenco è lungo.

In primo luogo, il saggista americano sottolinea il ruolo giocato dai pregiudizi mentali con cui giudichiamo i fatti, in particolare il bias di conferma, fenomeno cognitivo che ci spinge a ricercare, selezionare e interpretare informazioni che confermano le nostre convinzioni o ipotesi, e viceversa, a ignorare o sminuire quelle che le contraddicono. Se n’è parlato molto negli ultimi tempi anche grazie ai risultati delle scienze sociali computazionali applicate allo studio delle dinamiche comunicative sui social media. Le ricerche di Walter Quattrociocchi e del suo gruppo del Laboratory of Computational Social Science all’IMT di Lucca hanno ad esempio mostrato quanto la rete amplifichi la tendenza a circondarsi di persone che la pensano come noi e quanto siamo poco disponibili a considerare visioni del mondo diverse dalle nostre. I social si rivelano uno straordinario amplificatore del pregiudizio di conferma e portano alla formazione di camere di risonanza fortemente polarizzate che comunicano pochissimo tra di loro, le ormai famose echo-chamber.

Nichols denuncia poi la complicità dell’attuale sistema dell’istruzione superiore americano nel favorire l’indebolimento della relazione tra esperti e cittadini. A essere messa sotto accusa è la tendenza a considerare gli studenti universitari sempre più come clienti e non come persone a cui insegnare come comprendere la realtà nel senso più ampio possibile. Tale orientamento è il risultato dell’affermazione di politiche di privatizzazione finalizzate ad accaparrarsi più fondi e allievi possibili, secondo logiche di marketing e a scapito di una visione non utilitaristica della conoscenza e della formazione. Nichols cita come esempio dell’attuale deriva mercantilistica dei sistemi accademici l’eccessiva rilievo attribuito alle valutazioni degli studenti nei confronti dei professori. Un’attenzione che a suo modo di vedere alimenta l’idea di poter giudicare chi ne sa più di noi senza troppe remore. L’approccio orientato al consumatore legittima inoltre il ricorso alle emozioni quale ultima e incontestabile diga argomentativa contro l’evidenza di dei fatti. Ma l’università, ammonisce Nichols, non può essere ridotta semplicemente a un altro business e gli studenti non hanno sempre ragione.

Non può poi mancare nella lista il cosiddetto effetto Google, l’illusione di diventare esperti di qualunque argomento con veloci e superficiali ricerche su Internet. Fenomeno a cui è legato il declino del giornalismo tradizionale, messo in crisi da una concorrenza online basata su modelli di business che rendono sempre più raro il lento e costoso lavoro investigativo necessario per l’informazione di qualità e favoriscono, viceversa, clickbaiting e diffusione di fake news al solo scopo di generare rendite pubblicitarie più elevate.

Se su questi ultimi punti l’analisi non è particolarmente approfondita, la parte forse più originale del libro è quella in cui vengono individuate le responsabilità degli stessi esperti nell’erosione della fiducia nei confronti dell’expertise. Sul banco degli imputati non ci sono dunque solo “la società” o “i cittadini”, ma gli errori, le frodi, l’arroganza, il cinismo, la perdita di contatto con la realtà da parte dell’élite politica e intellettuale. Cosa possono fare allora gli esperti per cercare di evitare la secessio plebis? Nichols offre ai suoi colleghi diversi suggerimenti, ma quello principale è di contrastare scientificamente il pregiudizio di conferma, problema che riguarda tutti ma che ha effetti pesanti sulla credibilità istituzionale quando a esserne vittima sono manager, accademici, ricercatori, agenti della comunicazione, tecnocrati.

Nella descrizione del saggista americano, la combinazione di tutti questi fattori crea un vortice di irrazionalità che indebolisce una delle basi su cui si fonda la democrazia: la fiducia nei confronti del sapere certificato. Quando questo accade, conclude Nichols, non solo diventa impraticabile il funzionamento di società complesse, ma la democrazia stessa entra in una spirale mortale che portare al populismo o alla tecnocrazia, entrambi esiti autoritari del collasso del rapporto tra esperti e non-esperti.

Se fa male la cancello, il ritocco della memoria*

rimozione-ricordi-dolorosi “Grazie a questi studi un giorno potremo liberarci per sempre delle nostre paure con una singola dose di farmaco”, ha scritto recentemente sul New York Times Richard Friedman, direttore della clinica psicofarmacologica della Weill Cornell Medicine negli Stati Uniti. Friedman fa riferimento ai lavori dell’olandese Merel Kindt, docente di psicologia clinica sperimentale all’Università di Amsterdam, la quale, come testimoniato in un ampio resoconto pubblicato agli inizi di maggio sulla rivista The New Republic, sta fornendo negli ultimi anni le prove scientifiche più rilevanti a sostegno di trattamenti farmacologici in grado di fronteggiare definitivamente traumi e brutti ricordi.

Mai più paura dei ragni per chi soffre di aracnofobia. Mai più paura dell’altezza per chi soffre di acrofobia. E così via. Fino a rendere innocui i ricordi dolorosi alla base delle sindromi post-traumatiche da stress e dei disturbi d’ansia. E tutto grazie alla somministrazione del propranololo, medicinale normalmente usato per trattare l’angina pectoris e l’ipertensione arteriosa. I risultati sui volontari umani hanno destato clamore per la loro apparente efficacia. Molti scienziati invitano però alla cautela, non solo perché i trattamenti sperimentati da Kindt e altri sono ancora lontani dall’entrare nella pratica clinica ordinaria, ma anche per gli interrogativi etici da essi sollevati.

Sta di fatto che, come spiega a pagina99 Andrea Lavazza, neuroeticista del Centro universitario internazionale di Arezzo e autore con Silvia Inglese di Manipolare la memoria. Scienza ed etica della rimozione dei ricordi (Mondadori Università), “al di là degli annunci a volte sensazionalistici, una frontiera è stata aperta e si tratta di una frontiera importante”.
“Tentativi di trattamento dei disturbi post-traumatici da stress (anche se allora non si chiamavano così)”, osserva Lavazza, “furono condotti dopo il primo conflitto mondiale: già allora era molto chiaro quanto i soldati potessero rimanere sconvolti dall’esperienza della guerra. All’epoca furono svi-luppati protocolli basati su terapie psicologiche. L’idea di manipolazione chimica della memoria è molto più recente e si basa sull’ipotesi che è possibile rendere i ricordi dolorosi meno disturbanti o addirittura di rimuoverli”.

Al filone di ricerca che privilegia la possibilità di diminuire l’intensità emotiva di un ricordo senza cancellarlo appartengono gli studi di Merel Kindt. La psicologa olandese e i suoi colleghi hanno usato il propranololo per alterare i cosiddetti processi di riconsolidamento di esperienze ad alta salienza emotiva in una fase in cui i ricordi a esse associati sono particolarmente labili. Contrariamente a quanto si è creduto per molti anni, la memoria a lungo termine potrebbe infatti non essere immutabile nel tempo. “Oggi abbiamo prove”, continua Lavazza, “che ogni qualvolta una traccia mnestica viene riattivata e portata alla consapevolezza, essa va incontro a un periodo di instabilità momentanea, durante la quale può essere rielaborata o modificata intervenendo opportunamente con mole-cole che interferiscono con i complessi processi neurobiologici implicati”.

Lavazza è tra coloro che mettono in guardia dai facili entusiasmi. “Per prima cosa”, afferma lo studioso, “bisogna ricordare che le ricerche di Kindt sono fatte in laboratorio su pochi volontari e per il momento non sono previste applicazione mediche. Inoltre, non c’è accordo nella comunità scienti-fica sulla capacità da parte di molecole come il propranololo di attenuare davvero la portata emozionale dei brutti ricordi.”

Tra le tecniche più attuali e promettenti finalizzate invece a rimuovere definitivamente eventi spia-cevoli del passato e non a renderli semplicemente più innocui, si possono segnalare l’uso di gas anestetici o di farmaci che, bloccando alcuni gruppi di proteine, potrebbero indebolire le connessioni cerebrali che si instaurano in seguito a un trauma. Un esempio significativo di quest’approccio è de-scritto in un articolo pubblicato su Science nel 2010 frutto del lavoro di un gruppo di neuroscienziati guidati da Richard Huganir, codirettore del Brain Science Institute alla Johns Hopkins University.

La frontiera nei tentativi di cancellare o modificare la struttura dei ricordi traumatici è infine rappresentata dall’optogenetica, un metodo d’avanguardia in grado di attivare e disattivare specifici neuroni modificati geneticamente usando solo un impulso di luce. Tra le tante sue applicazioni, l’optogenetica consente di identificare gli specifici circuiti neurali coinvolti nei meccanismi alla base della paura cronica.

Rimane da chiedersi se tutti questi sforzi siano accettabili sul piano etico. Secondo i critici, si corre il rischio di snaturare il concetto stesso di identità umana, basata essenzialmente sui ricordi, belli o brutti che siano. “Credo che nessuno scienziato abbia come suo obiettivo la cancellazione delle memorie”, precisa Lavazza. “Lo scopo primario è comprendere meglio il funzionamento del cervello e cercare di alleviare il dolore di persone che soffrono per traumi legati a brutti ricordi. Le manipolazioni chimiche ci danno una possibilità insperata di dimenticare specifici momenti della nostra vita, pur con forti limiti, anche teorici, legati al fatto che i nostri ricordi più importanti sono fortemente in-trecciati tra loro. Fino a poco tempo fa eravamo rassegnati al fatto che fosse impossibile manipola-re la memoria, che di ricordare in un certo senso ci ‘capitasse’. Oggi cominciamo a capire che può non essere così”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 25 giugno 2016.

Cliniche per jihadisti*

pagina99-copertina-07-04-2016 Mohammad Sidique Khan, il leader dei quattro kamikaze suicidi che il 7 luglio 2005 si fecero esplodere a Londra in quello che è ricordato come l’”11 settembre del Regno Unito”, decise di rimandare di un giorno l’attentato per accompagnare in ospedale la moglie incinta. È un particolare forse non noto a tutti che stride con la rappresentazione ancora troppo diffusa dei terroristi come psicopatici o sadici assassini e che fa sorgere una domanda ovvia: cos’è che spinge uomini (e donne) apparentemente ordinari a commettere atti così atroci?

Il magazine Scientific American Mind dedica un numero speciale in uscita a maggio per rispondere a interrogativi simili facendo riferimento alle ricerche scientifiche più recenti in ambito psicologico e antropologico. In un report dal titolo The Psychology of Terrorism, la rivista statunitense illustra i risultati delle indagini più accreditate a disposizione per comprendere i meccanismi che portano al fanatismo o come mai negli ultimi cinque anni i gruppi estremisti in Siria e Iraq sono riusciti a reclutare circa 30mila foreign fighters.
Un primo fatto assodato è che non ci troviamo di fronte a dei mostri. Come sostengono nel loro contributo gli psicologi sociali S. Alexander Haslam e Stephen Reicher, da un punto di vista psicologico la maggior parte degli aderenti a gruppi radicali non sono molto diversi dai volontari americani che parteciparono circa quarant’anni fa allo studio, diventato poi famoso, noto come l’esperimento della prigione di Standford.

Si trattò di una controversa ricerca svolta nel 1971 nei sotterranei dell’università californiana per cercare di comprendere cosa succede a della “brava gente” messa in un posto “cattivo”. L’indagine, condotta dallo studioso Philip Zimbardo, prevedeva l’assegnazione dei ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato. I risultati furono da subito drammatici. Dopo pochi giorni iniziarono violenze, soprusi, umiliazioni. Studenti “perbene”, psicologicamente sani, si trasformarono rapidamente in aguzzini estremamente crudeli. Seppur molto criticata sul piano metodologico e soprattutto su quello etico, la ricerca segnò un passaggio importante nello studio di come certe situazioni sociali e specifiche dinamiche di gruppo incidano sulla genesi di comportamenti violenti.

Rispetto a questi lavori, le prospettive di ricerca attuali hanno focalizzato lo sguardo sui processi di radicalizzazione nei contesti di vita reali e non in situazioni simulate.
L’antropologo Scott Atran ha dedicato buona parte della sua vita professionale a intervistare in profondità terroristi, jihadisti ed estremisti di mezzo mondo per giungere alla conclusione che le radici della violenza in queste persone non vadano trovate in qualche intrinseco difetto della personalità, ma nel senso di appartenenza a una comunità che si ritiene umiliata e marginalizzata. Come descritto nel volume Talking to the Enemy, scritto da Atran nel 2010, i terroristi di solito non sono né folli, né poveri, né tantomeno ignoranti. La chiave di interpretazione più corretta, sostiene lo studioso, è piuttosto considerarli una “banda di fratelli” idealisti, uniti da forti legami di amicizia e da una causa ritenuta nobile e giusta, disposti al sacrifico estremo per contribuire all’affermazione di un futuro finalmente radioso, almeno dal loro punto di vista.

A dimostrazione di quanto l’azione terroristica sia guidata da dinamiche di gruppo fortemente influenzate dall’ “identità sociale” e iscritte in un disegno palingenetico, l’anno scorso Shahira Fahmy, studiosa di giornalismo araba-americana dell’Università dell’Arizona, ha svolto un’analisi sistematica della propaganda dell’ISIS dimostrando che, al contrario di quello che appare nelle televisioni o nei giornali occidentali, la violenza è quasi del tutto assente nella produzione mediatica dei leader del terrore. La loro comunicazione è popolata invece da visioni di un “idealistico califfato” dove finalmente tutti i musulmani potranno vivere armoniosamente. Come descritto nella ricerca di Fahmy, le più significative immagini comparse nelle pubblicazioni dello Stato Islamico tra il 2014 e il 2015 evocavano il senso di appagamento derivante dalla vita nel califfato. Una, per esempio, tratta dalla rivista Dabiq, un magazine tradotto in varie lingue, incorporava il testo “Al-walaa wa-l-baraa” (lealtà e diniego), un riferimento al concetto islamico di amicizia messo a confronto con il razzismo in America. Vieni a vivere con noi, era il senso del messaggio, è troverai l’utopia in terra.

Più che consolazione e supporto, sono quindi le narrazioni a giocare un ruolo cruciale nelle attuali strategie dei capi delle organizzazioni terroristiche. Il riconoscimento della loro autorità passa per la formulazione di promesse di una società migliore necessarie a costruire un’identità condivisa e a fornire cornici d’interpretazione della realtà per i reclutati, che per altri versi non rispondono a disegni orchestrati e rigidamente pianificati dall’alto.

Nel suo libro del 2004 Understanding Terror Networks, lo psichiatra forense Marc Sageman sottolineava come “i mujahedin fossero killer entusiasti e non robot che agivano in risposta a pressioni sociali”. Per questo, più che come reazione a rigide catene di comando, è più frequente che i terroristi agiscano trovando modalità uniche, individuali e innovative per perseguire le proprie finalità, secondo quella che alcuni studiosi hanno definito un’ “anarchia organizzata”.
La lezione più ampia delle ultime acquisizioni della psicologia del terrorismo è che il processo di radicalizzazione non avviene in un vacuum, ma è determinato da contrasti tra differenti gruppi sociali che le voci più radicali cercano in tutti i modi di sfruttare per rendere inconciliabili. In questo senso gli estremisti islamici e gli islamofobici sono due facce della stessa medaglia, indispensabili gli uni agli altri per la propria sopravvivenza dato che, come dimostrato dai già citati Reicher, Haslam e altri colleghi, si tende con più probabilità a sostenere e seguire un leader bellicoso, rispetto a uno moderato, se il gruppo sociale in competizione con il nostro sembra manifestare comportamenti aggressivi. È il cosiddetto ciclo della co-radicalizzazione, che dimostra quanto il terrorismo abbia a che fare soprattutto con la polarizzazione delle posizioni e con la conseguente riduzione della “zona grigia” di una coesistenza costruttiva. Le possibili soluzioni per sfuggirvi, sintetizzano gli autori, dovranno riguardare per questo motivo “ tanto ‘noi’ quanto ‘loro’ “ e considerare la capacità di elaborare contro-narrazioni efficaci.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 19 marzo 2016.