Archive for febbraio, 2010

Cosa serve per scrivere e vendere un libro di popular science

La sezione Books&Art di nature sta dedicando un web focus al tema “Come si scrive un libro di scienza”. Per cinque numeri Nature intervista degli esperti in diversi ambiti editoriali. Uno dei contributi è un colloquio con Carl Zimmer, uno dei maggiori scrittori di libri di scienza popolare attualmente in circolazione.
Tra i suoi successi, Soul Made Flesh, sulla storia della scoperta del cervello.
Secondo Zimmer una proposta per un libro che convinca un editore deve essere scritto come un articolo per un magazine. Deve coinvolgere ed eccitare il lettore. Deve spiegare all’editore perché dovrebbe pubblicare un libro su quel tema, perché quel tema è importante, come si paragona ad altri libri e perché chi scrive è l’autore giusto.
Detto questo cos’è che fa davvero la differenza? Un buon agente, dice Zimmer. Senza un buon agente è molto difficile addentrarsi e navigare nel mondo dell’editoria, con i suoi riti e la sua cultura.

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In Cina non si difano delle scansioni celebrali

Secondo un articolo apparso il 19 febbraio su Science i neuroscienziati cinesi della Beijing Normal University hanno difficoltà a reclutare bambini da sottoporre alla fMRI per i loro esperimenti.
I ricercatori vorrebbero mettere a confronto i risultati delle scansioni celebrali di bambini “sani” con quelli di bambini con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). Alcuni genitori non hanno dato il permesso a far esporre i propri figli a intensi campi magnetici.
Le ragioni? Non si fidano dei dottori. In più, c’è sempre una maggiore consapevolezza dei diritti dei pazienti e un crescente dibattito sui media riguardo ai meriti di diversi trattamenti.
E’ un caso interessante per comprendere alcuni degli aspetti etici e sociali legati agli sviluppi delle neuroscienze e in particolare all’utilizzo delle tecniche di imaging celebrale.

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La comunicazione della scienza cerca credibilità accademica

Da circa due anni c’è un profluvio di libri di testo su argomenti che di volta in volta vengono denominati “comunicazione della scienza”, “coinvogimento pubblico”, rapporto tra “scienza e mass-media” o tra “scienza e società”.
Nel 2008 è uscito l’Handbook of Public Communication of Science and Technology curato da Massimiano Bucchi e Brian Trench.
Nel 2009 sono stati pubblicati due volumi curati da Holliman et al. Il primo dedicato alla ricerca, mentre il secondo alla pratica in comunicazione della scienza.
Siamo in attesa dell Encyclopedia of Science Communication da parte di Sage e intanto c’è già un’altra pubblicazione che si propone come guida introduttiva per la formazione in comunicazione della scienza.
Si tratta di Communicating Science: New Agendas in Science Communication curato da LeeAnn Kahlor and Patricia A. Stout, New York, Routledge, 2010.
E’ bene notare che non si tratta di manuali per imparare tecniche e pratiche della comunicazione della scienza. Di quelli ne escono in continuazione.
Qui il tentativo è più ambizioso. Si vuole mostrare che la comunicazione della scienza è una disciplina accademica vera e credibile. I temi trattati, non a caso, sono volutamente ampi. Un obiettivo comune a tutti i testi è mostrare la vastità di ricerche che ricadono sotto la parola ombrello “comunicazione della scienza”.
Nonostante si insista molto sul fatto che i contributi alla ricerca nel settore provengano dalle discipline più disparate, alla fine prevale ancora molto la sociologia.
Da un punto di vista accademico la comunicazione della scienza è alla ricerca di un corpus di conoscenza condiviso e di uno specifico disciplinare. Questi testi, con qualche fatica e ridonadanza, vanno in questa direzione.

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Siamo tutti scienziati

E’ uscito qualche tempo fa, ma vale la pena lo stesso leggere un articolo apparso su Seed alla fine di dicembre del 2009 scritto da Dave Manger su come volontari non-scienziati stanno contribuendo a sviluppare dei progetti di ricerca in ambiti molto diversi, dalla biochimica alla cosmologia.
L’aspetto più interessante secondo me è che non si tratta della cosiddetta wikiscience, vale a dire quei progetti di ricerca collaborativa di calcolo distribuito in cui gli utenti mettono a disposizione parte della memoria dei propri computer da casa.
Nei progetti descritti da Manger, a cui lui stesso ha contribuito giocando con le proteine, partecipando a test psicologici via web e descrivendo le caratteristiche di alcune galassie, il ruolo dell’utente è non solo attivo nella produzione della conoscenza ma anche necessario.
Secondo Mager non si tratta di pubbliche relazioni, ma di un contributo all’impresa scientifica contemporanea. Un contributo concreto alla costruzione della cittadinanza scientifica che sfrutta la più importante risorsa computazionale del pianeta: il cervello umano.

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Il futuro dell’editoria secondo Jason Epstein

Dal New York Review of Books che sarà in “edicola” il prossimo marzo, un articolo del cofondatore della rivista, Jason Epstein, sul futuro dell’editoria.
I cambiamenti dovuti alla digitalizzazione sono di ordini di grandezza superiori all’invenzione della stampa di Gutemberg, sostiene Epstein. La resistenza al cambiamento degli editori tradizionali è dovuta alla paura di scomparire e alla complessità dei cambiamenti che li attendono. La rivoluzione comunque ci sarà, con o senza la collaborazione degli editori.
La digitalizzazione aprirà anche nuove problematiche sul piano morale. Amplificherà la natura migliore degli esseri umani, ma anche l’opposto, la natura diabolica.
Epstein fa inoltre un appello per salvare le backlist, la lista dei libri più vecchi stampati da un editore, che a causa dell’esigenze di un mercato che vuole un turn-over di titoli sempre più rapido si stanno erodendo. Le backlist collettive sono la nostra memoria culturale, scrive Epstein. Senza di esse la nostra cività collasserebbe.

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Dawkins cita male Primo Levi, almeno secondo Jeremy Bernstein

Jeremy Berstein, fisico e famoso popular science writer americano, ha scritto una recensione del The Oxford Book of Modern Science Writing curato da Richard Dawkins, biologo britannico e autore di best seller come il Gene egoista. La recensione si trova su un numero del The New York Review of Books che sarà disponibile in forma cartacea a partire dall’11 Marzo 2010. Berstein non è molto convinto del lavoro di Dawkins. Si chiede cosa se ne fa un lettore dell’antologia dei testi raccolti da Dakwins. Nelle conlusioni spera che siano solo un antipasto, uno stimolo per il lettore perché approfondisca andando a leggersi gli originali in forma completa.
Non è poi neanche convinto della selezione fatta.
A questo proposito si dilunga su Primo levi e La Tavola periodica. A suo modo di vedere c’erano dei capitoli, come quello intitolato “Cerio”, in cui Levi dava grande prova di scrittura intrecciando la descrizione dell’elemento chimico con la tragica esperienza nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
Dawkins sceglie però di pubblicare il capitolo intitolato “Carbonio” e secondo Bernstein fa un cattivo servizio allo scrittore italiano perché il lettore ha un’impressione completamente sbagliata del perché La Tavola periodica è un grande libro.

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Dal PUS al PEST, discussioni ricorrenti nella comunicazione della scienza

Sulla mailing list del psci.com, un portale britannico dedicato a fornire le migliori risorse internet sulla comunicazione della scienza e sul coinvolgimento pubblico su scienza e tecnologia, si sta discutendo del passaggio dal Public Understanding of Science (PUS) al Public Engagement with Science and Technology (PEST). Se ne discute da tempo. Tanti ne hanno già scritto, compreso io, secondo diverse prospettive.
Riporto la questione per mettere in evidenza il fatto che nella riflessione sulla comunicazione della scienza spesso si “reinventa la ruota”. Prima o poi spunta qualcuno che dice che è finito il deficit model, bisogna passare al dialogo, alla partecipazione. Va avanti così fin dagli anni ’90.
Il reiterarsi di queste discussioni dimostra quanto ancora non ci sia un corpus di concetti, teorie e conoscenze condiviso e riconosciuto da coloro che si occupano di comunicazione della scienza sia dal punto di vista teorico che professionale. Interessante comunque quanto dice, in una delle mail, Heather Rea, coordinatore e project manager dell’Edinburgh Beltane, un centro per il Public Engagement in Scozia:

“The model that I find most useful is to consider engagement as a spectrum of
activities ranging from the one-way information provision (books, lectures, media and PUS) through the two way engagements such as involvement/dialogue, consultation etc all the way to empowerment (eg citizens jury’s/ deliberation).

Some may think this as an increasing scale of desirability ie we should all be aiming to empower people. But the truth is that in order to empower, you must also carry out all the other activites on the scale including informing.”

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In Cina gli scienziati pubblicano “ad ogni costo”

Ritmi e concorrenza ai limiti delle possibilità umane determinano qualche crepa nel sistema scientifico-accademico cinese. Chi è disperato perché non riesce a pubblicare quanto dovrebbe secondo gli standard necessari a fare carriera, ricorre a diversi tipi di frodi. Dal ghostwriting, al “paper brokering” in cui gli autori si rivolgono ad agenzie specializzate per vedere aumentate le loro possibilità di pubblicare su riviste prestigiose, fino all’elargizione di premi da parte di riviste che non hanno i titoli per darli, il commercio legato alle pubblicazioni scientifiche taroccate è aumentato di cinque volte negli ultimi due anni.
Lo afferma una ricerca condotta da Shen Yang, uno studioso cinese di managment editoriale impegnato da anni nella lotta alle frodi scientifiche nel suo paese, riportata da Scidev.net.
Credo che la lettura dell’articolo sia istruttiva per chi crede ancora che le norme che regolano il funzionamento istituzionale della scienza siano quelle descritte da Merton. Se mai è stato così, la scienza del XXI secolo ha poco a che fare con quelle norme. Il caso cinese insegna.

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I lettori del New York Times preferiscono la scienza

“Ti ho inviato una email con un articolo che mi sembra davvero impressionante: parla di meccanica quantistica”. Potrebbe recitare così il testo di un messaggio di posta elettronica di un lettore del New York Times che invita conoscenti, amici e parenti a condividere la lettura di un “pezzo” apparso sul quotidiano newyorkese. Secondo una ricerca dell’Università della Pennsylvania e riportata dal giornale lo scorso otto febbraio, il 30 per cento degli articoli suggeriti via mail ad altre persone tratta di scienza. Il motivo per condividere con altri la lettura è che gli argomenti scientifici suscitano ammirazione e reverenza. Perché? Perché se leggi una storia che fa cambiare il modo di vedere il mondo, lo vuoi condividere con altri, vuoi condividere con altri cosa significa. Vuoi fare dei proseliti e condividere il sentimento di ammirazione con loro. Tutto questo, secondo i ricercatori dell’Università della Pennsylvania ha a che fare con la scienza, almeno per i lettori del New York Times.

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Qualche rimedio ai problemi fra scienziati e giornalisti

Colin Macilwin, un giornalista scientifico britannico che ha lavorato per una quindicina d’anni a Nature, adesso redattore di Research Fortnight e Research Europe, scrive un articolo su Nature del 17 febbraio 2010 riguardo ai problemi fra scienziati e giornalisti.
Macilwin era in partenza per San Diego per il meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science, svoltosi tra il 18 e 22 febbraio.
Il titolo quest’anno era “Bridging Science and Society”.
Nel suo articolo, il giornalista scientifico britannico richiama il report Science and the Media: Securing the Future, di cui avevo già parlato tempo fa.
I mali attuali del giornalismo scientifico:
-aumento del carico di lavoro e allo stesso tempo accresciuta complessità dovuta ai multimedia;
-ruolo crescente delle pubbliche relazioni;
-”pack journalism”: devi coprire una storia perché la coprono tutti i tuoi competitori;
-mancanza di tempo e risorse per giornalismo scientifico originale e investigativo.
I rimedi di Macilwain:
-rinuncia al sistema basato sull’embargo delle riviste scientifiche, soprattutto quelle di grande diffusione;
-abbandono della mentalità di “pack journalism” legato alla logica dell’embargo;
-maggiore coinvolgimento degli scienziati sui media nelle questioni che riguardano punti deboli, punti forti e passi falsi del progresso scientifico.

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