Psichiatrizzazione delle neuroscienze?

Mercoledì 10 febbraio, nell’ambito del l’incontro internazionale Trieste 2010: Che cos’è salute mentale? si è tenuto un workshop sul rapporto tra psichiatria, salute mentale e le nuove conoscenze provenienti dalla genetica, dalla biologia molecolare e dalle neuroscienze: una sessantina di partecipanti hanno discusso i controversi aspetti scientifici, etici, diagnostici e storici legati agli sviluppi delle ricerche sul genoma umano e sui metodi utilizzati per fornire misure dell’attività celebrali, in particolare la fMRI (functional magnetic resonance imaging).
L’occasione per affrontare il tema è stata una sentenza della corte d’Assise di Trieste, risalente all’ottobre del 2009 che riconosceva uno sconto di pena a un cittadino algerino colpevole di omicidio in quanto portatore di “vulnerabilità genetica”. La vicenda ha avuto una risonanza mediatica nazionale, anche perché in essa si profilavano i possibili rischi di pratiche scientifiche rivolte a individuare anomalie genetiche.
Le tecniche mediante le quali è stata riconosciuta l’attenuante genetica a Abdelmalek Bayout sono le moderne procedure di scansione e imaging del cervello finalizzate a rendere in immagini anatomia e funzionalità celebrale.
Quanto sono affidabili queste tecniche? Qual è la loro validità nell’attribuzione di colpevolezza o di innocenza di una persona che commette un reato? Ha senso esportare i risultati delle ricerche genetiche e delle neuroscienze in diversi ambiti sociali e soprattutto in ambito psichiatrico? Non si ripresenta il rischio, attraverso queste conoscenze, di voler ammantare la psichiatria di una scientificità che non possiede? Non si corre il rischio di allargare le pratiche e le culture della “medicalizzazione” della vita?
Sono le domande che hanno motivato l’organizzazione del workshop. Sono le questioni illustrate da Peppe Dell’Acqua all’inizio dell’incontro e riproposte in diversi momenti della discussione.
Dell’Acqua è preoccupato della formazione dei giovani psichiatri, sempre più armati di conoscenze “oggettive”, ma sempre meno di uno sguardo in grado di tutelare e valorizzare la soggettività delle persone. Dell’Acqua non vuole rifiutare i progressi, in alcuni casi straordinari, che neuroimaging, biologia molecolare e genetica hanno prodotto nel campo della salute e della malattia mentale.
Il punto è, come è noto, di non cedere alle tentazioni e alle semplificazioni riduzionistiche.
Si tratta di mettere in scena un confronto tra conoscenze che poco comunicano tra di loro e di trovare un terreno condiviso e significativo soprattutto per chi affronta il disturbo mentale. Il workshop dello scorso 10 febbraio si voleva muovere in questa direzione.
Gli ospiti dell’incontro, alcuni tra i più importanti studiosi italiani di genetica, biologia e diritto sono stati inviati a Trieste per chiarire ambiti di competenza e possibilità di incontro dei saperi .
Enrico Alleva, biologo, presidente della Società Italiana di Etologia, socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei, ha insistito molto sul concetto di plasticità dei neuroni e del sistema nervoso centrale, ossia la capacità del cervello di adattarsi agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. La scoperta più importante delle neuroscienze a proposito di neuroni e sistema nervoso centrale è che le cose sono molto più complesse e dinamiche di quanto si sospettasse. Se solo ci liberiamo di schemi mentali deterministici nell’ interpretazione del suo funzionamento possiamo capire cos’ è il cervello dell’ uomo, la sua plasticità e la sua irrepetibilità.
Giorgio Bignami, medico e libero docente in farmacologia, ex dirigente di ricerca in psicofarmacologia presso l’Istituto Superiore di Sanità e da poco presidente di Forum Droghe, si è soffermato sugli effetti degli interessi economici delle aziende farmaceutiche. Bignami ha sottolineato il rapporto perverso tra l’esigenza del profitto, il marketing e l’uso inflazionato e improprio di farmaci di efficacia dubbia o nulla, ma anche di prodotti di provata ed elevata efficacia. L’industria farmaceutica finanzia numerosi studi programmati in modo da predeterminare i risultati mediante vari artifizi allo scopo di “dimostrare” una maggiore validità e una minore nocività dei nuovi prodotti rispetto ai vecchi. Analisi più accurate condotte da ricercatori indipendenti hanno evidenziato in tempi più recenti che le differenze di cui si è detto erano in larga parte artefatti dovuti a errori metodologici, non si sa bene.
Francesco Migliorino, professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno all’Università degli Studi di Catania, attraverso ricerche storiche ha offerto una prospettiva originale dell’intreccio tra scienza, psichiatria e diritto. Migliorino ha illustrato il concetto di bonifica umana soffermandosi sulla figura di Filippo Saporito, il più influente alienista italiano, direttore di Aversa, vissuto tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Secondo Saporito, manicomi e carceri sono centri di depurazione fisica e morale dove per sempre vanno rinchiuse le “bestie umane”. Il manicomio criminale è un policlinico della delinquenza costruito attraverso una tecnologia di razionalizzazione finalizzata alla bonifica umana.

Infine Edoardo Boncinelli, docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute di Milano ed ex-direttore della Sissa, ha trattato il tema del rapporto tra geni e comportamento.
Fisico di formazione, Boncinelli si è dedicato allo studio della genetica e della biologia molecolare degli animali superiori e dell’uomo dando un contributo fondamentale a queste discipline individuando la famiglia di geni detti omeogeni che controllano il corretto sviluppo del corpo, dalla testa al coccige. Da diversi anni si occupa dello studio del cervello e della corteccia cerebrale. Boncinelli ha discusso dei risultati scientifici più recenti riguardanti il rapporto tra geni e ambiente. I meccanismi che regolano i comportamenti sono influenzati dal profilo genetico degli individui. Ma quanto incidono i geni e quanto incidono il contesto, lo stile di vita, l’educazione, le esperienze personali non è affatto chiaro. Un tempo si tendeva a dare una risposta salomonica a questo interrogativo: 50% geni e 50% ambiente. La ricerca negli ultimi anni ha ulteriormente complicato il quadro. Stando ai risultati più aggiornati un 30% dei nostri comportamenti è da attribuire al nostro corredo genetico, un altro 30% al contesto ambientale mentre il resto è attribuibile a una non meglio precisata casualità.

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