Niente di nuovo sotto il cielo della psichiatria?

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Fa effetto leggere un testo scritto da Franco Basaglia nel 1979, pubblicato oggi sull’Unità, a confronto con un articolo del The New York Review of Books, disponibile nella versione cartacea della rivista a metà luglio, ma consultabile già adesso on-line. Il primo è la prefazione all’edizione tedesca di “Marco Cavallo“, il secondo è un’inchiesta della giornalista Marcia Angell dal titolo emblematico The Illusion of Psychiatry.
Scriveva Basaglia: “Oggi come in passato la psichiatria dominante si rifiuta di ammettere i propri insuccessi di fronte alle persone che sono state inghiottite dai manicomi, persone di cui non sono rimasti che corpi senza storia […] Continuare ad accettare la psichiatria e la sua definizione di malattia mentale significa accettare che un mondo sconvolto e distruttivo sia l’unico mondo possibile, naturale e immutabile contro il quale non ha senso lottare. Finché sarà così, continueremo a formulare diagnosi, prescrivere cure e trattamenti, inventare nuove tecniche terapeutiche, pur consapevoli del fatto che il vero problema è altrove”.
Fa effetto che l’analisi dell’impatto delle farmaceutiche sulla psichiatria e sui manuali diagnostici, ricostruito dettagliatamente dalla Angell, si adatti perfettamente alle parole di Basaglia a distanza di più di trent’anni.
Si scontrano due opzioni profondamente diverse: aprire o chiudere gli occhi davanti alla “ragione dell’irriducibilità della follia”. La maggioranza degli psichiatri sembra eternamente tentata dalla seconda possibilità. A Trieste in questi giorni c’è però chi non la pensa così, c’è chi crede che Impazzire si può.

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