Terremoto comunicativo

Nature dedica la storia di copertina di questa settimana al processo nei confronti della Commissione Grandi Rischi che cercò di stimare il rischio di terremoto in Abruzzo una settimana prima della tragedia dell’Aquila del 6 aprile 2009. I membri della Commissione devono rispondere di omicidio colposo in quanto, secondo la Procura della Repubblica del capoluogo abruzzese, sono stati incapaci di comunicare adeguatamente alla popolazione i rischi che correva. Il processo si aprirà martedì prossimo 20 settembre. In rete se ne sta discutendo molto. Ne hanno parlato Pietro Greco su greenreport, Tiziana Moriconi su Galileo, Emanuele Perugini su Wired.it, Simona Cerrato su Oggiscienza e già qualche mese fa Nicola Nosengo e di nuovo Pietro Greco su La Scienza in Rete. Potete farvi un’idea precisa dei termini della questione e degli attori in campo leggendo questi resoconti.
A me interessa sottolineare solo un punto del servizio di Nature che mi sembra importante per chi si occupa di scienza, società e comunicazione. Si tratta del passaggio in cui l’autore dell’articolo, Stephen Hall, chiede a Thomas Jordan, direttore del Southern California Earthquake Center, qual è il ruolo della scienza nella comunicazione del rischio. Jordan risponde che i ricercatori dovrebbero solo fornire informazioni mentre le decisioni le devono prendere i politici tenendo conto di quello che dice la scienza e di altri pareri.
Le parole di Jordan rispecchiano un modello lineare sia dei rapporti tra scienza e politica, sia della comunicazione del rischio. Sembrano non tenere conto di decenni di ricerca sociale sul tema.
Nell’approccio dello scienziato americano c’è posto per una sola ricetta di comunicazione, universalmente valida, in cui gli scienziati vivrebbero in un vacuum, come se le loro parole potessero ridursi unicamente a dati e risultati. Nella realtà non è così. Quando parlano, gli scienziati, rispondono ad aspettative diverse e le loro affermazioni investono piani differenti del discorso pubblico. Non è possibile separare nettamente l’informazione scientifica da valutazioni politiche, economiche, sociali che emergono dalle loro comunicazioni. Piuttosto che cercare arbitrarie linee di demarcazione sarebbe il caso di averne piena consapevolezza e regolarsi di conseguenza sul piano comunicativo. Questo dovrebbe essere particolarmente vero per chi ha responsabilità sociali molto importanti legate al proprio lavoro di ricerca.
Dovrebbe essere chiaro che non esiste la scelta migliore valida una volta per tutte. Le strategie più efficaci vanno cercate in un processo che va calibrato caso per caso, contesto per contesto, usando tutti gli strumenti messi a disposizione dall’esperienza e dalla ricerca sulla comunicazione della scienza. Se non si tiene conto dell’universo sociale e culturale dei destinatari e della molteplicità delle risposte possibili alle informazioni proposte si può andare incontro a risultati imprevisti, inclusa la possibilità di essere accusati di omicidio colposo per un terremoto. Non voglio entrare nel merito della facenda. Saranno i giudici a stabilire se ci sono delle responsabilità da parte dei membri della Commissione.
Mi sembra però che l’intera faccenda dimostri qual è la serietà con cui bisognerebbe affrontare le problematiche di comunicazione da parte degli scienziati, qual è la complessità culturale della comunicazione pubblica della scienza e quanto rischioso sia affidarsi a ricette comunicative preconfezionate così come a un’immagine monolitica dello scienziato-comunicatore, soprattutto quando deve operare in situazioni d’emergenza.

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