Archive for ottobre, 2011

Lo spazio della creatività

Ieri ho finito di leggere l’ultimo libro di Steven Johnson, Dove nascono le grandi idee. Storia naturale dell’innovazione, edito in Italia da Rizzoli. Seguo uno dei suggerimenti di questo volume, definito “geniale” dal New York Times: quello di annotare tutto, prima che svanisca dalla memoria.
Johnson vuole dimostrare che l’innovazione, la sua forma e il suo destino, dipendono in modo decisivo dall’ambiente in cui sono concepiti e sviluppati. Questo avviene in tutti i campi, dalla biologia alla cultura, dalla fisica alla tecnologia.
Siamo abituati alla retorica dell’inventore o dello scienziato solitario che con un colpo di genio risolve problemi, formula teorie, elabora pensieri al di fuori della portata delle persone comuni.
La storia che ci racconta Johnson è completamente diversa: le innovazioni seguono percorsi tortuosi e lenti; le buone idee sono soprattutto reti; le intuizioni sono latenti, nascono nel caos della vita, piena di incombenze, distrazioni, impegni.
La storiografia positivista ci mostra pensatori concentrati ad affrontare e risolvere una specifica questione seguendo un percorso lineare. In realtà l’abbozzo di una soluzione “nuova” a un problema può rimanere in uno stato embrionale per anni, collocato da qualche parte nella memoria senza che faccia apparenti passi avanti. Intanto si fanno altre cose – anche molto diverse tra di loro – fino a quando non si creano le condizioni per cui quell’intuizione trova finalmente uno sfogo compiuto.
Il libro di Johnson è costruito su una dozzina di esempi tratti dalla storia dell’innovazione culturale, scientifica e tecnologica: come è diventato un mito il momento in cui Darwin ha concepito le idee sulla selezione naturale; come Brian Eno ha inventato una nuova convenzione musicale; come Gutenberg ha preso in prestito un concetto cruciale dell’industria del vino dell’epoca per inventare la stampa moderna, ecc.
Si tratta di storie disparate che Johnson presenta in una cornice unitaria: quella del contesto comune in cui idee così differenti sono proliferate.
Più che chiederci qual è il migliore modello sociale, economico, politico, intellettuale, naturale in cui si genera l’innovazione, il libro dello scrittore americano ci invita a riflettere su quali sono le condizioni in cui emerge un modello rispetto a un altro.
Risulta che non esiste una formula semplice per l’affermazione delle idee vincenti, anche se ci sono delle caratteristiche simili negli ambienti fecondi per l’innovazione. Steven Johnson mostra che i contesti innovativi si presentano in uno schema definito da sette percorsi ricorrenti. Ogni capitolo del libro è dedicato a ciascuno di essi. Si tratta di direzioni che abbattono le categorie con cui comunemente è pensata la nascita e l’affermazione del “nuovo”.
Per avere buone idee in grado di affermarsi, conclude Johnson, “fate una paseggiata; coltivate intuizioni; scrivete tutto, ma preservate il disordine del vostro archivio; abbracciate la serendipità; commettete errori fecondi; appassionatevi a hobby molteplici; frequentate i caffé e le altri reti liquide; seguite i link; lasciate che altri sfruttino le vostre idee; prendete in prestito, riciclate, reinventate. Costruite una plaga lussureggiante”.
Grazie Steven Johnson. Perché questo libro riabilita la dispersione, i tentativi e gli errori, il caso, le curiosità apparentemente senza senso, le interferenze, i limiti, la contaminazione, il casino della vita. Grazie perché mi ci ritrovo in pieno, e così credo in tanti. Non mi voglio certo neanche lontanamente paragonare agli scienziati, agli innovatori e ai mostri sacri citati da Johnson, ma sapere di essere in così buona compagnia dà fiducia e rende meno frustrante la dispersione. Banalizzo brutalmente, ma la lettura di Dove nascono le grandi idee incoraggia a non smettere mai di essere curiosi e intellettualmente aperti. Prima o poi qualcosa emerge.
Il volume di Johnson fornisce le linee guida per strutturare in modo innovativo la materia informe che anima i nostri pensieri. Non necessariamente per realizzare la grande scoperta, ma più realisticamente per migliorare il nostro lavoro, per usare e selezionare più efficacemente le informazioni, per potenziare e focalizzare la nostra memoria, per essere consapevoli e attivi testimoni-partecipanti della storia dell’innovazione.

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Tempo, social media e giornalisti scientifici

Sembra che la scorsa settimana, al meeting annuale dei giornalisti scientifici americani, si siano riuniti alcuni tra i maggiori science writer in circolazione addicted ai social network. Hanno discusso dell’impatto di twitter, facebook, Google+ sulla loro professione, sulle loro vite private e sul sonno. Cristine Russel ha scritto un resoconto divertente dell’incontro sul CRJ. Non credo ci sia uno specifico per il giornalismo scientifico. Le testimonianze sono interessanti in generale perché danno un contributo alla comprensione del “funzionamento” e dell’evoluzione dei produttori di contenuti e di informazione contemporanei. Tra errori, rettifiche, entusiasmi esagerati, ansie da prestazione, la sensazione è che stanno/stiamo partecipando alla ricerca di una nuova prospettiva di senso, professionale e personale, al tempo di vita. E’ una sfida epocale in cui spesso si corre il rischio di perdersi. Ma, come emerge dalle parole di questi giornalisti scientifici, piano piano si trova un metodo, si stabilisce una dieta, si capisce come fare meglio di prima il proprio lavoro, come essere più presenti alle persone con cui vogliamo mantenere relazioni significative, come diventare più attrezzati nella ricerca e nella produzione di informazioni sensate per le nostre agende pubbliche e private. Se si adotta questa prospettiva la rete può essere uno straordinario aiuto alla ricerca della nostra autenticità, a costruire una personalità autonoma e consapevole, a renderci più liberi, e non solo professionalmente.

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Lost in translation tra scienziati e pubblico

C’è una tabella che sta circolando molto in rete tra comunicatori della scienza e ricercatori. Fa riferimento a un articolo pubblicato sul Physics Today. Gli autori hanno individuato una serie di termini cruciali nella comunicazione dei cambiamenti climatici e hanno messo in evidenza come scienziati e non-esperti attribuiscano a essi significati differenti.
La confusione semantica rispecchierebbe la confusione più ampia dell’opinione pubblica nei confronti della scienza del clima e dei suoi risultati. Altri fattori contribuiscono ad esempio al rifiuto di riconoscere il pesante impatto umano sul global warming, ma i problemi linguistici sono importanti. Gli scienziati ne devono tenere in gran conto se vogliono risultare efficaci nella comunicazione.
L’articolo e la tabella hanno ricevuto numerosi apprezzamenti. A me non convince granché. Sono analizzati diversi aspetti del problema, ma alla fine il succo della questione è ben rappresentato dal sottotitolo del pezzo, in cui si raccomanda che è “urgente per gli scienziati del clima migliorare le modalità con cui tramettono i risultati delle loro ricerche a un pubblico poco informato e spesso indifferente”.
La colpa maggiore sembra essere insomma quella di chi non capisce, fa confusione e non gliene importa molto. È un pregiudizio che si riflette proprio nella tabella che, come osserva giustamente Alice Bell, si basa solo sulla parziale esperienza degli autori e non su un’accurata ricerca linguistica.
Troppo poco per un argomento complesso come il cambiamento climatico. Troppo poco per chi dice che bisogna basare le proprie credenze su evidenze oggettive. Troppo poco per concetti così ampi e diversificati come “scienza” e “pubblico”.

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MAPPE Trieste 2011

Il programma di MAPPE Trieste 2011 è chiuso. Potete trovare la descrizione di tutti gli eventi qui. Si tratta di quattro giorni, dal 22 al 25 novembre, in cui continueremo a dare il nostro contributo all’innovazione tra scienza, società e comunicazione come abbiamo già fatto l’anno scorso. Ovviamente ci ritornerò, ma intanto il materiale per chi vuole iniziare a dare un’occhiata è pronto.

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Buona copertura mediatica su Jcom e test genetici

Sull’ultimo numero di Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore, abbiamo trattato il rapporto tra comunicazione, marketing e test genetici. Diversi esperti hanno risposto alla seguente questione: cosa succede se gli esami sul nostro Dna vengono gestiti da compagnie private nel libero mercato?
Le risposte e l’argomento sono stati ripresi da molte agenzie e testate tra cui Adnkronos, City, Corriere.it, Libero, Pianeta Donna, l’Unità, Agi Salute , Virgilio, Yahoo! Notizie.
Il merito dell’attenzione ricevuta va soprattutto ad Alessandro Delfanti, curatore dell’iniziativa, e al lavoro dell’ufficio stampa della Sissa.

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Formare comunicatori scientifici nei paesi in via di sviluppo

Ha preso il via oggi all’ICTP (International Centre for Theoretical Physics) di Trieste un workshop di cinque giorni dal titolo “Science Communication in Developing Countries: Bridging the Gap between Science, Policy and the General Public”. Sono tra gli organizzatori dell’evento. Il programma finale è disponibile qui.
Stamattina ho chiesto ai partecipanti di descrivere le motivazioni della loro partecipazione al workshop. Ho sentito un gran bisogno di portarsi a casa qualcosa di utile per il loro paese, dal Ghana all’India, da Cuba al Pakistan. C’è una forte consapevolezza dell’importanza della comunicazione della scienza e della difficoltà di agire in contesti culturali diversi. Ci sono anche molte aspettative nei confronti della tradizione e delle esperienze europee e americane in questo campo.

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Intervista sul giornalismo scientifico digitale

Immagine da Scidev

Qualche settimana fa sono stato intervistato dalla Stampa di Torino sul giornalismo scientifico digitale e sul nuovo Master che abbiamo organizzato alla Sissa. L’articolo è disponibile qui.

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Al via Scienzartambiente 2011

Oggi c’è stata la conferenza stampa di presentazione di Scienzartambiente 2011 – Per un mondo di Pace. L’evento si svolge da mercoledì 12 a domenica 16 a Pordenone. Giunto alla sua quindicesima edizione, il titolo di quest’anno è ELEMENTA, scelto per celebrare l’anno internazionale della chimica.
In questa edizione anche noi del Laboratorio Interdisciplinare della Sissa abbiamo dato una mano alla costruzione del programma, la cui versione completa è disponibile qui.

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Giornalismo scientifico in epoca digitale

La rivista Journalism dedica un numero speciale al giornalismo scientifico. I paper si concentrano sull’impatto della rete e delle tecnologie digitali sui processi, i contenuti e le relazioni che caratterizzano l’informazione su scienza, tecnologia e medicina. Il curatore del numero è Stuart Allan. L’anno scorso Stuart è intervenuto a MAPPE 2010, all’interno del workshop Science Journalism and Power in 21st Century. Per capire quali sono alcune delle problematiche trattate nella special issue di Journalism si può guardare il video del suo contributo Re-Framing Power: Science Journalism on the Internet, disponibile qui cliccando su MAPPE – 24 novembre – tavola rotonda Debate on the new ecosystem of information .

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Jcom su Scientific American

Una gran bella vetrina per Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore. Qualche giorno fa, sul blog ufficiale di Scientific American è stata pubblicata una scheda sul nostro giornale. L’autore del contributo è Alessandro Delfanti, uno dei membri della redazione.

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