Archive for febbraio, 2012

Quando i neutrini finiscono in prima pagina

immagine da www.giorgiorusso.it

I neutrini non vanno più veloci della luce. Ne stanno parlando e scrivendo in tanti. I risultati dell’esperimento Opera non sarebbero così clamorosi come annunciato. La partita probabilmente non è ancora chiusa. Le anomalie registrate portano sia a una sovrastima che a una sottostima del tempo di volo dei neutrini, come ha scritto Roberto Cantoni su Oggiscienza.
I commentatori con un po’ di esperienza non sono troppo colpiti. La scienza funziona così: impara dai suoi sbagli ed è tremendamente efficace nell’autocorregersi. Elena Dusi e Marco Cattaneo lo dicono bene sulla versione cartacea di Repubblica di oggi. Cattaneo sottolinea la complessità di macchine come gli acceleratori di particelle. Gli errori, in un mostro tecnologico come l’LHC, ci possono stare. L’importante è che ci siano procedure precise per riconoscerli e correggerli. La scienza le possiede e sono molto efficaci. Il suo status privilegiato nella produzione di conoscenza non è frutto del caso. Tutto vero.
Mi sembra però che la vicenda dei neutrini richiami anche altre considerazioni, non riguardanti la bontà del metodo scientifico. Prendo spunto proprio da quanto scritto da Dusi nell’articolo citato prima. Dal 2001 al 2011, secondo quanto riportato dalla giornalista di Repubblica, gli studi ritrattati o smentiti si sono moltiplicati di più di quindici volte.
Come mai? Il mio sospetto che una ragione vada cercata nel fatto che la scienza, volente o nolente, si sta mediatizzando. Con questo termine voglio dire che sempre più spesso gli scienziati rispondono a logiche mediatiche e non a logiche di ricerca. Anche per questo, non solo per questo, gli errori (o i tentativi di frodi) aumentano.
Il caso di Opera è significativo. Nessuno mette in dubbio la qualità scientifica dei ricercatori coinvolti e del leader del gruppo, Antonio Ereditato. Nessuno può affermare l’esistenza di una strategia mediatica premeditata. Eppure, a ben vedere, il caso scientifico ha vissuto in forte simbiosi con quello rappresentato, commentato e condiviso dai media tradizionali e dai media sociali digitali. Il confine tra dove finisce il confronto tra pari e dove inizia l’allargamento a sfere di discussione tradizionalmente estranee al discorso scientifico è molto difficile da stabilire (sarebbe molto interessante una ricerca per chiarire con precisione le linee d’influenza reciproche).
Il fenomeno non riguarda solo la scienza attuale, ma le dimensioni del territorio d’incertezza epistemologica fra pubblico e privato della scienza raggiunte in questi anni sono, a mio modo di vedere, una cifra caratteristica della ricerca contemporanea. Soprattutto della big science. Che sia un bene o un male non lo so. Credo solo che sia un aspetto importante di cui tener conto. E forse sarebbe il caso che anche gli scienziati coinvolti in grandiose imprese della conoscenza, come quelle del Cern di Ginevra, ne tenessero maggiormente conto.

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La rivista Public Understanding of Science compie vent’anni

La rivista Public Understanding of Science (PUS) festeggia i suoi vent’anni. Il direttore Martin Bauer descrive cosa è stato fatto e cosa ci riserva il futuro. Leggo con una certa regolarità gli articoli del PUS ormai da circa un decennio. Tra i cambiamenti che apprezzo di più c’è l’allargamento al contesto geografico globale, la concezione sempre più ampia del termine “scienza”, l’interdiscinarietà e la transdisciplinarità delle ricerche pubblicate.
Quando nel 2009 Bauer assunse la direzione della rivista, chiarì bene nel suo primo editoriale che l’oggetto di ricerca specifico esplorato dal PUS è “il territorio contestato del senso comune”. Il sociologo inglese riproponeva in termini nuovi una questione filosofica antica: esiste una continuità fra scienza e senso comune o c’è un “gap epistemico” incolmabile tra le due attività e mentalità?
Uno degli scopi della rivista è dimostrare quanto la linea di confine sia una variabile storica e non una costante metafisica. La comunicazione della scienza è il processo attraverso il quale si cerca di spostare il limite da una parte o dall’altra. In ultima analisi essa a che fare con domande profonde sul piano filosofico, cos’è la verità scientifica, e sul piano sociologico, qual è la verità che conta di più nella società in un determinato momento storico.
Di solito, tali questioni sono poco presenti nelle pratiche di chi “fa la comunicazione della scienza”. I professionisti, legittimamente, si pongono interrogativi più pragmatici e tangibili: cosa funziona e perché. Da questa prospettiva guardano forse con interesse agli strumenti empirici delle scienze sociali e del comportamento, ma raramente sono interessati alla prospettiva di fondo. Eppure, nonostante sia comprensibile, perdere di vista l’orizzonte più ampio ha delle conseguenze non di poco conto. Si perde di vista il fatto che la comunicazione della scienza ha uno spessore ben più ampio di quello della mera semplificazione, ma soprattutto si rischia di non capire lo specifico della propria professione rispetto ad altri settori della comunicazione. I vent’anni della rivista PUS ci ricordano che comunicare la scienza significa definire le caratteristiche del “contestato territorio del senso comune” e contribuire a stabilire che cos’è vero e cosa non lo è. Non è poco.

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Recensioni – Reinventing Discovery, Michael Nielsen

Grazie a Internet e alla collaborazione on-line abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita. Si tratta di un’opportunità rivoluzionaria. Micheal Nielsen ne è convinto. Peccato che tra i più restii a cogliere la grande possibilità offerta dalla rete ci siano gli scienziati, proprio la comunità che ha dato un contributo indispensabile alla nascita del world wide web. E proprio in un periodo storico in cui la tendenza del resto della società è verso l’apertura e la collaborazione di massa.
Nielsen è un esperto di quantum computing e un grande sostenitore dell’open science. Ha scritto questo libro, almeno in parte, per esprimere la sua frustrazione nei confronti dei colleghi incapaci di vedere la portata dei cambiamenti possibili grazie alle tecnologie connettive e digitali. Esempi importanti di networked science ci sono già, ma gli ostacoli a mettere a disposizione liberamente i dati, contribuire a progetti wiki, commentare blog, a compiere, in altre parole, tutte quelle azioni che caratterizzano la scienza aperta auspicata da Nielsen, sono ancora molti. Il più importante è di ordine culturale.
Attualmente la prevalente forma di condivisione della conoscenza a cui gli scienziati danno valore, e a cui riconoscono un credito significativo per la carriera, è quella che si esprime nei paper pubblicati su riviste scientifiche accreditate. La rete allarga in modi impensabili le possibilità di collaborare e di estrarre informazioni significative dalla grande quantità di dati prodotti nei laboratori. Sfruttare questa opportunità significa non solo migliorare il modo in cui è fatta la ricerca, accelerando il tasso di produzione di tutte le scoperte, ma vuol dire anche modificare il ruolo della scienza nella società.
Gli scienziati, scrive Nielsen, devono riallineare gli interessi individuali con gli interessi pubblici. In questo momento prevale uno scollamento. Molti dei problemi che la moderna società globale deve affrontare (nucleare, bioterrorismo, pandemie, riscaldamento globale) sono problemi che comprendiamo scientificamente. Ci manca “qualcosa” per trasformare questa conoscenza in soluzioni reali. Secondo Nielsen gli strumenti online forniscono un’opportunità epocale per ridurre o addirittura annullare il divario.
Il libro di Nielsen è forse ingenuo a tratti. Gli esempi in cui l’autore si trova più a suo agio arrivano dal mondo degli scacchi o da quello dei cacciatori di comete e galassie. Le cose si fanno molto più complicate già se si passa alle scienze della vita. Per questo, in alcuni passaggi, hai un po’ la tentazione di bollare l’entusiasmo di Nielsen come fantasticherie di un nerd. Ma sarebbe un errore. Al di là di qualche semplificazione dovuto all’eccesso di passione, Reinventing Discovery ha il grande merito di delineare una prospettiva. Invita tutti noi, non solo gli scienziati, a coordinarci per costruire spazi e istituzioni per amplificare la circolazione delle idee più velocemente che in passato, e per contribuire, ciascuno con i propri desideri, competenze e aspettative, ma liberamente, alla produzione di conoscenza. La prospettiva è quella di un’intelligenza collettiva in grado di determinare innovazione sociale grazie al contributo sostenibile della conoscenza scientifica.

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