Taranto e l’ “evidence based policy making”

Il ponte girevole di Taranto. Immagine da Wikipedia

Per me è difficile parlare di Taranto. Perché è la città in cui sono nato e cresciuto e dalla quale sono andato via. Ad essere precisi sono cresciuto a Statte, una delle zone più limitrofe all’Ilva. A nord del siderurgico, a meno di cinque chilometri, c’è il mio paese d’origine dove vivono ancora i miei. Dall’altra parte, a pochi passi dall’acciaieria c’è il quartiere Tamburi, assurto agli onori della cronaca nazionale per aver fatto scoprire agli italiani che c’è un posto nel BelPaese e nell’Europa Occidentale dove migliaia di persone vivono da anni sommersi dalle polveri.
Fino ad ora ho resistito alla tentazione di scrivere di Taranto nonostante fossì lì, durante le vacanze estive, proprio nei giorni di fine luglio-inizi agosto, nel momento più caldo della protesta, quando l’accesso alla città era stato bloccato dagli operai. Non volevo dire la mia su Taranto nonostante i numerosi argomenti di straordinario interesse che in questa sfortunata vicenda interrogano chi si occupa di comunicazione della scienza e di rapporti tra scienza e società.
Non volevo scrivere di Taranto perché avevo paura di scivolare presto nella retorica. Perché avevo paura di raccontare di quando ero adolescente o poco più, quando con i miei compagni andavo a vedere l’Ilva dall’alto, di sera. Andavamo “sulla salita di Martina Franca” perché per noi l’Ilva era Blade Runner. I fuochi, le fiamme, gli sbuffi e i vapori altissimi che illuminano il cielo della città dei due mari, senza pausa, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, erano la nostra sbilenca porta d’accesso a una confusa nozione di modernità. La striscia rossastra che copre Taranto anche nei giorni di sereno era per noi, difficile ammetterlo adesso, un segno distintivo.
Non volevo scrivere di Taranto perché non volevo rievocare queste strategie di negazione, grazie alle quali avevo soffocato le tante contraddizioni che mi avevano permesso di vivere per quasi un ventennio a ridosso dell’Ilva.
Non volevo scrivere della mia città perché quelli che una volta vivevo come motivi di orgoglio, a distanza di anni, si erano palesati ai miei occhi come nient’altro che i costituenti essenziali della malinconica spavalderia di una città predata.
Oggi la storia di Taranto degli ultimi cinquant’anni sta diventando chiara a tutti. Per quelli come me che ci vivevano e per i tanti che ci vivono oggi, i fatti di questi mesi sono come il risveglio da un’anestesia totale durata decenni. Per quello che vale, mi accodo all’urtante genericità di frasi del tipo “non bisogna cedere al ricatto salute-lavoro”. Spero che la mia città ce la faccia a trovare il difficilissimo equilibrio auspicato dalle istituzioni, dai lavoratori, dai sindacati, dai cittadini, dagli imprenditori. So anche che, mai come in questo caso, il raggiungimento di una nuova sostenibilità dipende da decisioni basate sulle valutazioni di esperti indipendenti, forti e credibili.
A proposito dei numerosi studi epidemiologici che circolano su Taranto da diversi anni, a cui si stanno sommando rilevazioni più recenti e controverse, il sindaco Ippazio Stefano qualche giorno fa, nel corso della trasmissione Zapping 2.0, ha dichiarato che devono essere gli scienziati a dire come stanno le cose. Sentendo la sua affermazione mi sono sentito in dovere di vincere le resistenze di cui dicevo sopra.
Sull’ultimo numero di Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore, abbiamo pubblicato la settimana scorsa una serie di articoli sul problema del divario tra politici e ricercatori. Magistralmente curato da Paola Rodari, il commentario raccoglie una serie di esperienze internazionali realizzate con l’obiettivo, da una parte, di assicurare che le decisioni politiche siano basate su prove certe, dall’altra di facilitare l’integrazione tra comunità di esperti e istituzioni. Tre fattori caratterizzano le collaborazioni di successo: il rispetto reciproco, la fiducia e il ruolo di mediatori capaci di comunicare “la scienza nel contesto”.
Questo è il mio piccolissimo e tardivo contributo alla discussione su Taranto. Non credo che il sindaco Stefano leggerà mai questo post, ma non si sa mai. Non si sa mai che la rete sia più efficace dei messaggi nelle bottiglie perse negli oceani e che gli articoli di Jcom sull’ “evidence based policy-making” non offrano spunti interessanti di riflessione per chi ha la grave responsabilità di prendere le decisioni sul destino di Taranto e dell’Ilva.

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