RIvoluzione open science impossibile senza fama e soldi*

“Faremo scoperte scientifiche alla velocità di un tweet”. Per Michael Nielsen, esperto di quantum computing votato da anni alla causa della scienza aperta, stiamo vivendo la transizione verso una seconda era scientifica, un’epoca paragonabile alla rivoluzione seicentesca e al passaggio dall’età medievale all’età moderna. Grazie a Internet abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita, scrive Nielsen nel suo libro-manifesto, pubblicato nel 2012 in Italia da Einaudi col titolo Le nuove vie della scoperta scientifica. Lo scienziato americano indica l’impatto della rete sulla scienza in almeno in due direzioni: nell’accelerazione del tasso di produzione delle scoperte e in un cambiamento profondo del rapporto tra scienza e società. Eppure, a dispetto dei toni enfatici degli apologeti della rete come Nielsen, i più restii a cogliere la grande possibilità offerta da Internet sembrano proprio gli scienziati. A vent’anni dalla nascita del world wide web al CERN di Ginevra, la ricerca scientifica è più lenta di altri mondi, in primis l’impresa, nell’adottare cambiamenti radicali.

Secondo Eugenio Santoro, responsabile del Laboratorio di Informatica Medica al Mario Negri di Milano e autore di vari libri sul rapporto tra social media e medicina, “c’è ancora molta strada da fare nella direzione dell’open science. In ambito medico ci sono esperienze rilevanti a livello mondiale, come la condivisione di protocolli di sperimentazioni cliniche o di dataset per analisi statistiche, ma sui dati davvero interessanti c’è ancora molto reticenza all’apertura e alla condivisione”. Esempi importanti ci sono già, ma gli ostacoli a mettere a disposizione liberamente i dati, contribuire a progetti wiki, commentare blog, ad abbracciare insomma la scienza aperta auspicata da Nielsen, sono ancora molti. “La titubanza nei confronti dell’open science”, continua Santoro, “nasce da gelosie e dalla paura di avvantaggiare i ricercatori rivali. Il modello a cui dovrebbe aspirare la medicina in quest’ambito è quello offerto dalla fisica.”.

La disciplina di Galileo, Fermi e Einstein sembrerebbe quella che più di tutte ha colto le opportunità offerte dalle tecnologie digitali e connettive: fin dagli anni Novanta del secolo scorso, agli albori di Internet, i fisici hanno ad esempio inaugurato gli archivi di preprint, vale a dire siti in cui depositare e rendere liberamente accessibili le bozze di lavori scientifici prima di inviarli a una rivista tradizionale. Proprio nel caso della fisica però, dietro recenti iniziative dal grande impegno organizzativo e dalle forti promesse innovative, si riproducono pratiche consuete. All’inizio di quest’anno è stato inaugurato il consorzio SCOAP3: uno sforzo senza precedenti verso un modello di pubblicazione open access nell’ambito della fisica delle particelle. Il consorzio, formato da alcune delle principali realtà scientifiche del settore, CERN in testa, si presenta come un modello per assicurare la copertura dei costi di pubblicazione sulle più importanti riviste. Grazie a SCOAP3 chiunque abbia un computer connesso a internet potrà leggere gli studi più rilevanti nella fisica delle particelle. Ma le criticità sono molte. Secondo Enrico Balli, editore del Journal of High Energy Physics (JHEP), una delle riviste più autorevoli del settore, SCOAP3 è “un meccanismo di finanziamento che non solo non contribuisce ad abbattere i costi delle pubblicazioni nella fisica delle alte energie, ma addirittura li aumenta. Nessuno ha infatti mai mostrato finora il budget dell’organizzazione centrale di SCOAP3 al CERN (salari, trasferte, costi indiretti).” Oltre al problema dei costi, Balli ridimensiona la portata dell’iniziativa proprio in termini di maggiore accesso aperto. “Il risultato netto dell’operazione”, continua l’editore di JHEP, “è che una parte consistente degli articoli del campo non sono open access. Non lo sono ad esempio tutti quelli pubblicati dalle riviste dell’American Physical Society e dell’Institute of Physics britannico”, due società scientifiche importanti che non hanno ritenuto conveniente aderire al progetto e che gestiscono una fetta cospicua e rilevante di letteratura.

A queste difficoltà si aggiunga che il modello di SCOAP3 è difficilmente esportabile in altri ambiti disciplinari e che, in ogni caso, il principale cambiamento dell’iniziativa riguarda il rapporto economico tra case editrici e università, ma non le modalità di produzione della conoscenza scientifica. L’obiettivo finale di SCOAP3 resta infatti il paper scientifico, un’invenzione che risale a più di trecento anni fa. Nonostante le apparenze prevale quindi il cosiddetto fenomeno della “ri-mediazione”, cioè della trasposizione di un medium antico (il “paper” pubblicato su una rivista scientifica) in una tecnologia nuova (la rete): un processo tutt’altro che rivoluzionario. Eppure le tecnologie digitali offrono possibilità ben più ampie: scrittura e design collaborativi (Wikipedia e Linux), sistemi di rating (Amazon e Yelp), analisi automatica di big data per delineare trend (Twitter). Perché il settore che ha inventato il web tarda ad adottarne le possibilità, o addirittura non torna a guidarne l’evoluzione?
Il fatto è che nei trecento anni dalla nascita della prima rivista scientifica, la scienza ha spesso dovuto occuparsi del confine tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra scienziati e non scienziati, tra conoscenza scientifica e altre forme di sapere. Oggi siamo di fronte a una rinegoziazione senza precedenti dei confini della “autorità cognitiva” della scienza, cioè la sua capacità di rappresentarsi come depositaria del sapere: da qui le resistenze. La scienza aperta in rete ha il potenziale per favorire una trasformazione epocale, paragonabile a quanto avvenuto con l’invenzione della stampa. Però è un processo tortuoso, che richiederà decenni per trovare un nuovo equilibrio.

Nel Seicento l’arrivo della stampa ha svelato lati nuovi della conoscenza, e ha facilitato trasformazioni sociali e politiche all’interno della ricerca. Lo stesso è l’open science: è come il cannocchiale di Galileo, ci mostra che gran parte di quello che sapevamo su che cos’è la conoscenza e su come funziona è sbagliato. Per esempio, ci mostra una scienza sempre in versione Beta, mai conclusa e sempre modificata: il contrario del paper scientifico, che ha un’autrice (o un gruppo di autori) riconosciuta, è stabile e viene depositato nelle biblioteche (o negli archivi in rete) dove attende di essere discusso e confutato ma non modificato, incrementato o migliorato.

Ma ci sono forse ragioni ancora più profonde per comprendere le difficoltà attuali di affermazione dell’open science. Ragioni che si richiamano alla storia della scienza e delle sue istituzioni. Come emerge dagli studi dell’economista Paul David, professore emerito a Oxford e Stanford, la dimensione pubblica della scienza si afferma nel Seicento perché risponde alle aspettative di successo economico e di reputazione dei filosofi naturali molto meglio di modelli chiusi di circolazione dell’informazione. Il prezzo da pagare è la mancanza di controllo della conoscenza prodotta. Ma è una controindicazione accettata volentieri perché in cambio gli studiosi guadagnano soldi e fama entrando nelle corti di ricchi e potenti mecenati europei.

L’apparente controsenso di mettere a disposizione di tutti i frutti del proprio lavoro, senza chiedere un corrispettivo economico o professionale diretto, si spiega con la crescente sofisticazione della matematica e della filosofia naturale del Cinquecento e del Seicento. I mecenati, desiderosi di fregiarsi dei migliori studiosi in circolazione, si trovano di fronte alla difficoltà di non avere conoscenze adeguate per comprendere e valutare la qualità degli studiosi, e quindi basano la loro scelta sul giudizio espresso dalla comunità degli esperti. Per questo motivo, i filosofi naturali si devono dotare di pratiche libere di scambio, circolazione e validazione della conoscenza. La conoscenza, per essere attendibile e verificabile da altri, deve essere visibile e trasparente e lo diventa attraverso lo scambio di lettere, la pubblicazione di riviste, i commenti e le critiche libere rese possibili in modo impensato rispetto ai secoli precedenti proprio grazie all’invenzione della stampa.
L’innovazione tecnologica è la precondizione necessaria per il passaggio da un mondo di conoscenze misteriose e segrete sulla Natura a una visione pubblica e collettiva della scienza.

La grande discontinuità nell’organizzazione sociale dell’indagine scientifica va di pari passo con quella intellettuale, che esprime il desiderio umano di condividere la conoscenza indipendentemente da riscontri economici e di successo. Entrambe le forze, nel Seicento come oggi, devono essere alimentate e istituzionalizzate per produrre i cambiamenti radicali prefigurati dall’open science. Wikipedia, social network, blog, sono la precondizione necessaria per la trasformazione della natura stessa della conoscenza, così come lo è stata la stampa nel Seicento, a patto però che si definiscano incentivi materiali e di reputazione che rendano significativo il loro utilizzo massiccio da parte degli scienziati. Gli apologeti attuali dell’open science si concentrano troppo spesso sulle possibilità e sul desiderio nobile e legittimo di una migliore intelligenza collettiva, trascurando però le logiche economiche delle organizzazioni deputate alla produzione della conoscenza. La storia della Rivoluzione Scientifica del Seicento insegna che i due percorsi devono andare di pari passo per produrre il cambiamento. E allora come oggi, l’open science ci mostra una nuova natura della conoscenza, un processo lungo, pieno di battaglie e di morti sul campo, e proprio per questo molto interessante.

*Quest’articolo è stato scritto insieme ad Alessandro Delfanti e pubblicato su Pagina99we del 31 maggio 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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