eccidi strategici la razionalità del boia*

p99 6 set 2014 Sepolti vivi. Intrappolati sulle montagne del Sinjar. Separati dai propri cari. In fuga a migliaia da stupri, torture, esecuzioni mostruose. Sono le storie raccontate da yazidi, turcomanni e cristiani scampati all’aggressione jihadista dello Stato islamico. I profughi disperati in cammino al confine tra Iraq e Siria, insieme alla decapitazione del reporter americano James Foley, sono tra le immagini più tragicamente significative di questa tormentata estate mediorentale ed entreranno di diritto a far parte della inesausta galleria di atrocità nei confronti dei civili che accompagna da sempre tutte le guerre. Violenza religiosa, barbarie ataviche, pulizia etnica, follia sadica sono ancora espressioni molto diffuse nei media, tra commentatori e analisti politici per spiegare la furia assassina delle milizie di al-Baghdadi, così come il massacro di musulmani bosniaci a Srebrenica nel 1995 o l’uccisione a colpi di machete di centinaia di migliaia di tutsi in Ruanda nel 1994, solo per limitarci agli stermini di massa più eclatanti degli ultimi decenni.

In realtà, la ricerca accademica ha da tempo sancito che nella violenza contro civili inermi c’è poco d’irrazionale, estemporaneo o ancestrale. Uccisioni indiscriminate e genocidi sono quasi sempre pianificati a tavolino. Semmai non c’è accordo tra gli studiosi su quali siano i motivi specifici per accanirsi su popolazioni indifese o i presupposti che rendono più probabili le violenze su larga scala. Rimane poi del tutto aperta la questione forse più rilevante nella logica dei conflitti armati: se tutta questa barbarie abbia realmente un’efficacia politico-militare.
In una rassegna della letteratura più significativa sull’argomento, pubblicata di recente sulla rivista The Annual Review of Political Science, lo scienziato politico Benjamin A. Valentino, dell’università Dartmouth College negli Stati Uniti, illustra come negli ultimi vent’anni anni circa si sia stabilizzato un consenso pressoché unanime sul fatto che la violenza organizzata da parte di governi, gruppi ribelli, insorti o organizzazioni terroristiche, vada interpretata principalmente, se non esclusivamente, come il prolungamento dell’azione politica e militare di gruppi di potere in lotta tra di loro. Brutalità e vessazioni nei confronti dei civili, letti per lungo tempo come una tragica e inevitabile conseguenza indesiderata dei conflitti, giocano in realtà un ruolo centrale nei piani strategici dei gruppi belligeranti e rientrano a tutti gli effetti nelle logiche profonde alla base delle ostilità. Per parafrasare la celebre frase del teorico militare prussiano Von Clausewitz, gli stermini di massa non sarebbero altro che “la prosecuzione della guerra con altri mezzi”. È una visione secondo cui i civili sono spesso gli obiettivi principali dei conflitti stessi.

Il cambiamento di prospettiva riguarda anche il terrorismo. Nel 2005 Robert Pape, docente di scienze politiche all’Università di Chicago ed editorialista del New York Times, offriva l’analisi più ampia e dettagliata disponibile all’epoca sulla logica strategica, sociale e individuale del terrorismo suicida. Nel libro Dying to Win – morire per vincere – Pape raccoglieva una grande quantità di dati sugli attacchi suicidi avvenuti dal 1980 al 2003. Il 95% dei casi esaminato era il prodotto di campagne pianificate, di cui oltre la metà condotta da organizzazioni non religiose. I numeri mostravano la natura politica e laica del fenomeno, confermata anche dalle testimonianze dei leader dei gruppi terroristici raccolte dall’autore. La tesi principale è in linea con i risultati di Valentino: gli attacchi suicidi e la loro crescita non si spiegano con il fondamentalismo religioso, e nemmeno con la povertà. Essi sono una risposta organizzata a quella che viene percepita come l’invasione di uno stato nemico. “Il terrorismo”, scrive Pape, “è una strategia di coercizione, un mezzo per obbligare i governi a cambiare le loro policy. La logica centrale di questa strategia è semplice: infliggere una sofferenza tale ai nemici da farli cedere alle proprie richieste e indurre i governi a fare concessioni o le popolazioni a ribellarsi”.

Il lavoro di Valentino, dal titolo Why We Kill: The Political Science of Political Violence against Civilians, non si limita però semplicemente a tracciare i confini attuali della letteratura dominante sulla violenza contro i civili. È soprattutto nelle linee di ricerca future che introduce i maggiori motivi d’interesse. Se, ad esempio, sono molto studiate le ragioni che spingono i governi alla violenza di massa, meno indagata è l’ampia variabilità nell’aggressività e nella natura di eccidi, torture e assassini da parte di gruppi ribelli. Secondo alcuni studiosi, questi ultimi ricorrono ad azioni armate brutali perché consapevoli della propria inferiorità rispetto alle forze militari governative. Tale debolezza, secondo altri, sarebbe un incentivo a usare la violenza per guadagnarsi la collaborazione di gruppi sul territorio schierati a favore degli insorti. Non è chiaro tra l’altro per quali ragioni alcune insurrezioni siano più cruente di altre. Le scuole di pensiero più accreditate individuano nel tipo di legame specifico che si instaura fra gruppi ribelli e civili la chiave per spiegare le differenti intensità di comportamenti sanguinari. Quando i movimenti rivoluzionari sono ad esempio foraggiati da finanziatori stranieri o si sostengono grazie allo sfruttamento di risorse naturali ne consegue abbastanza facilmente che essi riservino una minore attenzione alla popolazione locale rispetto a gruppi la cui esistenza dipende fortemente dalla cooperazione con determinate comunità del luogo.

Il consenso descritto da Valentino sulla natura politica e programmata della violenza di massa fa emergere poi una questione ovvia ma forse più cruciale di tutte: la strategia del terrore funziona? La limitata attività di ricerca a disposizione attualmente sull’argomento indica che “la violenza indiscriminata su larga scala contro i civili generalmente non è efficace, almeno sul lungo periodo”. Lo scienziato politici Stathis N. Kalyvas dell’Università di Yale ha mostrato nei suoi lavori quanto spesso la violenza di massa nelle guerre civili “si ritorca contro coloro che ne fanno uso”. Un importante studio del 2012, pubblicato sulla rivista American Journal of Political Science e basato sull’analisi di ampi database territoriali relativi a insurrezioni e attentati nella guerra irachena tra il 2004 e il 2009, ha messo in evidenza la progressiva perdita di consenso degli insorti a seguito di attentati indifferenziati nei confronti di civili. La preoccupazione per un’erosione del sostegno popolare portò alla famosa lettera che il leader di al-Qaeda al-Zawahiri nel 2005 inviò ad al-Zarqawi, all’epoca tra i maggiori esponenti jihadisti in Iraq, per invitarlo a minimizzare gli attacchi sommari sulla popolazione sciita. Anche il già citato Robert Pape, in una dettagliata ricerca sull’uso della potenza aerea in guerra, concludeva che i bombardamenti sulle popolazioni civili di solito “generano più rabbia nei confronti degli aggressori che nei confronti dei governi obiettivi degli attacchi”.

Lo studio dell’efficacia della violenza di massa sui civili è resa complicata da profonde difficoltà metodologiche. Una delle più rilevanti è la complessità nell’identificare le alternative militari rispetto alle quali confrontare la validità degli eccidi indiscriminati. D’altro canto, se la vittimizzazione dei civili è il risultato di un’attenta pianificazione, il suo successo o il suo fallimento può essere misurato solo rispetto ad altre strategie che i perpetratori delle violenze avrebbero potuto metter in campo.
Enfatizzare la logica dei fenomeni violenti contrapponendola a una loro presunta natura imponderabile, come ha sancito Valentino nella sua esaustiva rassegna, indebolisce comunque molto le nozioni di “guerra preventiva”, “intervento umanitario” o di altre ambigue espressioni a cui siamo ormai abituati per giustificare la necessità morale di reagire a quella che viene presentata come un’inaccettabile follia sanguinaria. La corrente di studi presentata dallo scienziato politico americano annulla la componente irrazionale della violenza politica, di volta in volta attribuita al fanatismo, all’ignoranza o alla ferocia individuale e ci invita a puntare sui fatti, a praticare un’azione politica, umanitaria e militare incentrata sulla conoscenza, a favorire metodi innovativi di prevenzione. Come conclude Valentino, “una comprensione più chiara delle radici profonde della violenza politica è naturalmente solo una condizione necessaria, ma non sufficiente, per prevenirla. La questione più importante per la ricerca accademica dei prossimi decenni rimane l’identificazione, da parte di studiosi e politici, di strategie di intervento efficaci per limitare la violenza nei confronti dei civili e aumentare la disponibilità, da parte delle nostre società, a mostrare la volontà politica per implementarle”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 6 settembre 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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