oltre lo show di Zuckerberg tra i neo-filantropi californiani*

zuckpg99Sulla faraonica donazione del 99 per cento delle azioni Facebook, annunciata da Mark Zuckerberg e da sua moglie Priscilla Chan all’indomani della nascita della loro primogenita Max, circa un paio di settimane fa, si sono spese già molte polemiche. L’accusa principale rivolta ai coniugi Zuckerberg è di voler pagare meno tasse attraverso un’operazione mascherata da beneficenza. Particolarmente duro Jesse Eisinger, dell’agenzia giornalistica indipendente ProPublica. Eisinger ha spiegato che la Chan Zuckerberg Initiative, creata dal fondatore di Facebook e da sua moglie, è una limited liability company, una sorta di società a responsabilità limitata e non una società no-profit. L’iniziativa non sarebbe così soggetta alle regole e ai requisiti di trasparenza delle fondazioni caritatevoli tradizionali e soprattutto godrebbe di benefici fiscali a quest’ultime non riservate. L’amministratore delegato di Facebook ha respinto l’accusa dichiarando che la scelta di creare una società privata si giustifica semplicemente per la sua maggiore efficienza e flessibilità. Che sia davvero così o che si tratti di altruismo interessato, il progetto filantropico di Zuckerberg è la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio, che a partire dai miliardari dell’hitech della Silicon Valley fa riferimento a un movimento teorico e sociale impegnato nel ripensare il non-profit, la liberalità, l’impegno solidale e collaborativo. Uno spazio laboratoriale e interdisciplinare che va sotto il nome di Nuova Filantropia e che si presenta come una cultura visionaria del dare, in cui confluiscono tecnologia, economia e diritto alla ricerca di una sintesi innovativa.

L’espressione “nuova filantropia” nasce all’interno della generazione degli imprenditori del dot.com, giovani o molto giovani che a partire dagli anni ’90 del secolo scorso hanno guadagnato montagne di soldi nell’industria dell’informatica e del digitale. La Silicon Valley è l’ambiente naturale, sia dal punto di vista geografico che culturale, per lo sviluppo di attività di beneficenza che, diversamente dal passato, sono incentrate sulla verifica dell’impatto sociale o ambientale delle elargizioni e sulla produzione di guadagno per gli erogatori. Rispetto alle tradizionali donazioni status-symbol dispensate per avere accesso a club esclusivi, c’è l’ambizione di incidere davvero per cambiare le cose. La visione è molto più strategica. Trae le sue radici concettuali nell’etica hacker di cui sono imbevuti, loro malgrado, molti dei miliardari self made man di nuova generazione, di cui Mark Zuckerberg è il prototipo ideale.

Non a caso, la Chan Zuckerberg Initiative è solo l’ultima in ordine di tempo di una costellazione di imprese simili, magari meno note, ma realizzate col medesimo approccio: unire filantropia e tecnologia. Come ad esempio quella di Brian Chesky, Ceo e fondatore di Airbnb, che ha fatto sviluppare ai suoi programmatori una piattaforma per far entrare in contatto gli sfollati dei disastri naturali con le persone disponibili a ospitarli. O come le iniziative di Anne Wojcicki, fondatrice della società produttrice di test genetici 23andMe, che ha devoluto centinaia di milioni di dollari ad associazioni come Ashoka, la più grande comunità internazionale di imprenditori sociali nata per dare supporto alle persone, non ai progetti. O infine come l’organizzazione no-profit GiveDirectly, che tramite cellulari riesce a trasferire denaro contante direttamente, evitando burocrazia e corruzione, a persone in condizioni di estrema povertà in Kenya e Uganda. Il programma, fra l’altro, prevede l’uso di satelliti per individuare i villaggi più poveri e l’utilizzo di strumenti avanzati per monitorare come vengono spesi i soldi e qual è livello di soddisfazione di chi li riceve.

Che il mondo tecnologico libertario e individualista attorno alla South Bay di San Francisco sia diventato il luogo d’elezione dei filantropi più dinamici del ventunesimo potrebbe sembrare un paradosso. Come descritto recentemente sul New York Times dalla giornalista Alessandra Stanley, Zuckerberg e soci non sono più interessati dei loro predecessori conservatori a cambiamenti radicali nel nome dell’eguaglianza sociale. I miliardari dell’hitech sono semplicemente convinti di poter applicare “la stessa ingenuità e lo stesso entusiasmo che li ha resi ricchi per rendere il resto del mondo meno povero”. Il tecno-utopismo di matrice hacker permette di comprendere come mai i proprietari di multinazionali private monopoliste del web, spesso insofferenti alle legislazioni fiscali sovrane, mettano così tante risorse per la soluzione di problematiche di interesse pubblico. Il punto è che, come emerge sempre nell’inchiesta del New York Times, i filantropi tecnologici non “fanno lobby per la redistribuzione della ricchezza”, ma piuttosto “vedono la povertà e la disuguaglianza come un problema ingegneristico, la cui soluzione è nelle loro capacità intellettuali”.

Tutto questo non limita la portata innovativa delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella definizione di nuove prospettive benefiche. Come sottolineato lo scorso 2 dicembre nel corso di un convegno dal titolo “La nuova filantropia. Economia e diritto per una società digitale collaborativa”, uno dei pochi appuntamenti strutturati sul tema nel nostro paese organizzato dall’Università Cattolica di Piacenza, la tecnologia è il primo, se non il più qualificante, elemento di discontinuità della nuova modalità di fare beneficenza.
In particolare, la rete è lo sfondo su cui si innesta un secondo elemento caratteristico delle nuove pratiche del dono: l’approccio utilitarista, vale a dire l’interesse per le conseguenze dell’azione, per l’efficacia e la quantificazione degli impatti grazie alle opportunità di trasparenza e di tracciabilità offerte dal web. Un terzo aspetto è di natura antropologica e consiste nella centralità dell’agire collaborativo, nell’affermazione di un rivisitato comunitarismo che trova rinnovato slancio nel ruolo giocato dalle comunità digitali rispetto ai valori di apertura, condivisione, partecipazione, solidarietà.

Perché si realizzi la prospettiva comunitarista bisogna però dotarsi di nuove metriche economiche, in grado di misurare ad esempio l’impatto sociale del dono, e di strutture giuridiche più flessibili, in grado di dare conto delle molteplici forme del “dare”, non più riducibili solamente al donare beni, ma che riguardano anche la messa a disposizione di attività, capacità, tempo, informazioni. Ad esempio, chi dona i propri dati genetici si può porre oltre l’attuale comprensione giuridica della privacy.

I limiti delle normative vigenti, soprattutto di natura fiscale e sul piano delle successioni, sono particolarmente significativi in Italia. Come spiega a Pagina99 Monica De Paoli, notaio milanese tra le responsabili scientifici del convegno di Piacenza, i vincoli attuali contribuiscono a determinare “il divario esistente tra le esperienze di altri Paesi, in particolar modo di matrice anglosassone, e il nostro, dove le donazioni al confronto sono modeste”. De Paoli è anche vicepresidente del consiglio di indirizzo della Fondazione Italia per il Dono ONLUS (F.I.Do), una struttura nata con l’idea di creare un nuovo strumento di intermediazione filantropica. L’aspetto innovativo di F.I.Do, continua De Paoli, consiste nel fatto che chiunque voglia operare in un progetto di beneficenza “non ha bisogno di creare una propria struttura. F.I.Do offre servizi a soggetti che non possono o non vogliono creare una propria fondazione erogativa: agisce allo stesso tempo come hub e come incubatore. Chiunque può donare alla Fondazione. Il nostro scopo principale è promuovere la cultura del dono, non molto sviluppata nel nostro paese”.
F.I.Do richiama tutti noi alla possibilità di dare un nuovo volto al capitalismo, basato su una visione etica della filantropia. Un tema su cui si è speso recentemente anche Peter Singer, considerato tra i più influenti filosofi viventi. Nel suo ultimo libro The Most Good You Can Do, pubblicato lo scorso aprile, lo studioso australiano sostiene che nei paesi ricchi per “vivere eticamente” bisognerebbe dare in beneficenza idealmente un terzo di quello che si guadagna. Non sarà il 99 per cento di Zuckerberg, ma è pur sempre tanto, soprattutto se si tratta di donare per davvero.

*Un adattamento di questo testo è stato pubblicato su pagina99 del 12 dicembre 2015.

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