Recensione – Divorare il cielo

divorare-il-cielo Come nelle più sofisticate forme di contrappunto musicale, la trama di Divorare il cielo (Einaudi, 2018), ultimo libro di Paolo Giordano, scorre tra più voci all’interno di un tema unitario: il conflitto tra il desiderio e la salvaguardia di se stessi.

Il volume tratta prima di tutto della scoperta degli altri e del potere che possono avere su di noi. Un turbamento che si svela già nell’incipit del romanzo, quando lo sguardo di Teresa, adolescente torinese in trasferta in Puglia per le usuali vacanze estive nella villa della nonna paterna, viene folgorato dai corpi di tre ragazzi che si immergono abusivamente nella piscina di proprietà. Non sa ancora Teresa che il suo destino da quell’istante in poi ruoterà attorno a Tommaso, Nicola e soprattutto Bern: tre fratelli che in realtà fratelli non sono e che sopravvivono alle irresponsabilità dei grandi nello splendido isolamento della masseria-santuario allestita da Cesare, personaggio dai tratti mistici, sostenuto da una fede al limite del fanatismo religioso, eppure sorpreso tra i canneti a spiare la potenza di vita adolescenziale sprigionata nell’eccitazione tra Bern e Teresa. Tutto è nuovo per la ragazza di buona famiglia, tutto la attrae di quel microcosmo incastonato in una splendida Puglia rurale, quasi arcaica, costellata di ulivi, senza mare, così distante dai riti borghesi che hanno regolato la sua esistenza fino a quel momento. Teresa non resiste, la sua vita cambia irrimediabilmente, l’attrazione, reciproca, è tanto potente quanto oscura e richiederà un prezzo molto alto. Teresa è però forse l’unica che troverà un faticoso punto di equilibrio nel passaggio dalla ribellione degli anni giovanili alla responsabilità dell’età matura, anche se non rinuncerà mai in fondo a cercare un tempo che non può più tornare.

In un’altra traccia che scorre nelle pagine del libro, la contrapposizione tra ciò che vorremmo fare e ciò che è possibile fare si sposta su un piano etico-politico. L’autore mette in scena alcune tra le più significative controversie scientifiche attuali con l’abilità di incastrarle perfettamente nella trama del romanzo. Un penoso percorso di procreazione assistita dalla Puglia all’Ucraina e soprattutto le battaglie di una comune di giovani ecologisti-anarcoidi guidati da Bern per impedire l’abbattimento di ulivi secolari infettati dal batterio Xylella sembrano apparentemente funzionali solo allo svolgimento della storia. Eppure, a uno sguardo più attento, in queste parti Divorare il cielo rende chiaro, meglio di come potrebbe fare qualunque manuale di sociologia, che i conflitti sociali che riguardano la scienza e la tecnologia non possono essere risolti facendo appello solo ai “fatti”. Molto semplicemente perché entrano in gioco valori etici, politici, sociali, perché le parti in causa fanno valutazioni diverse di ciò che è rilevante e importante, come mostrano i protagonisti del libro, alcuni dei quali porteranno fino a conseguenze estreme le tensioni tra libertà di scelta e necessità di regolazione, fra ricerca scientifica e tradizione, tra priorità politiche e ideali ambientalisti. Ancora una volta, il libro ci mostra che l’aspirazione a scegliere il mondo che vogliamo quando è indifferente alle “condizioni al contorno” può portare a esiti nefasti, addirittura tragici, sia che prevalga una risposta tecnocratica, sia che si affermi un’etica ispirata valori “non negoziabili”.

Un altro percorso indicato da Giordano è infine quello forse più propriamente letterario. Il testo è spesso pervaso dalla sensazione di una svolta tragica, di una sofferenza vissuta come espiazione di segreti e peccati inconfessabili, dalla possibilità concreta dell’esperienza del male, che arriva fino alla sua prova suprema: il delitto. Prova che l’autore non teme, perché se è vero che molti dei protagonisti non si sottraggono alle spirali autodistruttive in cui li ha consegnati l’ideologia o il dolore, o un misto di entrambi, è altrettanto vero che per altri il desiderio di soffrire è la strada impervia per trovare un modo reale, per quanto imperfetto, di stare al mondo. Quasi a significare, ottimisticamente, che la disgregazione e l’annientamento non sono inevitabili, ma che la partita è molto complessa per il cuore umano perché, come descritto nell’episodio del Grande Inquisitore di Dostoevskij, non “c’è nulla di più allettante per l’uomo che la libertà della sua coscienza, ma non c’è neanche nulla di più tormentoso”.

Tag:,

Comments are closed.