“Aprimmo le porte alle persone”. Basaglia chiude i manicomi. E restituisce ai malati la loro storia*

Questa foto è tratta dal reportage realizzato negli anni Settanta per il magazine L'espresso da Gianni Berengo gardin realizzato in parte con la fotografa milanese Carla Cerati

Questa foto è tratta dal reportage realizzato negli anni Settanta per il magazine L’espresso da Gianni Berengo gardin realizzato in parte con la fotografa milanese Carla Cerati

Peppe Dell’Acqua, classe ’47, ha iniziato a lavorare con Franco Basaglia fin dai primi giorni dell’esperienza triestina nel 1971. Tra i protagonisti della chiusura dell’ospedale psichiatrico, vive a Trieste, ed è il nostro testimone di quel tempo straordinario.

Cosa è successo a Trieste quarant’anni fa?

Si potrebbe dire che non è successo niente. Era tutto accaduto prima. A gennaio del 1977 Basaglia e il presidente della provincia Zanetti annunciarono la chiusura del manicomio. L’annuncio colse tutti di sorpresa. Anche noi, che sentivamo nell’aria che stava per accadere, restammo disorientati. Era il primo manicomio al mondo che annunciava la sua fine. Da due anni erano attivi 6 centri di salute mentale, aperti 24 ore in un territorio allora di 260.000 abitanti. Fu una sperimentazione durissima e rischiosa. Risultò la scelta vincente. Le resisten-ze furono ostinate. 40 anni dopo non possiamo non riconoscere che avevamo ragione. Era già nata la prima cooperativa, nel ‘72, contro l’ergoterapia. Metteva in scena i bisogni, i dirit-ti, stare nel contratto. Già Marco Cavallo aveva sfondato il cancello del manicomio portando nella sua pancia i desideri, i bisogni radicali, l’amore, l’amicizia, le passioni che finalmente ve-nivano ascoltati senza il filtro della malattia. Si sperimentavano tra mille dubbi le prime pos-sibilità di abitare fuori. Voglio dire che erano accadute cose che rimandano alle radici, ai pas-saggi originari, alla critica del modello medico: “il malato e non la malattia”. L’arrivo di Basa-glia a Gorizia nel 1961 segna una linea di frattura insanabile.

In che senso?

Ho un ricordo molto preciso, il fotogramma de La favola del serpente, un reportage realizzato da Pirkko Peltonen, giornalista finlandese che si reca a Gorizia per conoscere la comunità tera-peutica che si sta sperimentando. Documenta quella che sarebbe poi diventata la famosa as-semblea goriziana. Il film, che io vidi diversi anni dopo, risale al 1968. L’immagine in cui gli in-ternati votano sull’opportunità di farsi riprendere dalla reporter segna quella frattura. Alza-no la mano e si contano: un capovolgimento radicale.

Come ci si arriva?

Bisogna andare al secondo dopoguerra. Basaglia incontra la filosofia e in particolare la fe-nomenologia. La critica allo scientismo positivista apre per molti giovani di allora a uno sguardo che svela: la follia ridotta a malattia e il malato a oggetto dell’internamento. La per-sona scompare. Basaglia quando arriva a Gorizia è in grado di cogliere il senso della cata-strofe che si è consumata nelle istituzioni totali.

Ci può fare un esempio concreto?

Una delle rappresentazioni più efficaci è proprio il suo arrivo a Gorizia agli inizi degli anni sessanta. Ci sono più di 600 persone internate. Vede la mostruosità dell’istituzione totale: i cancelli, le chiavi, le porte chiuse, i letti di contenzione ma, quello che angoscia più di ogni al-tra cosa Basaglia, è l’orrore dell’assenza. Non c’è più nessuno. Gli internati sono tutti appiat-titi nella stessa grigia identità, tutti invisibili. Basaglia mette tra parentesi la malattia, la dia-gnosi, il grigiore di anni d’internamento: sospende il giudizio. Messa tra parentesi la malattia persone, storie, relazioni, memorie riaffiorano. I cittadini compaiono sulla scena.

Perché è così importante?

Il riconoscimento dell’altro come altro te stesso frantuma la psichiatria biologica, che vede l’oggetto malattia, il sintomo, il comportamento fuori dalla storia. Negli anni l’accusa di ideo-logia accompagnato il nostro lavoro, oscurantisti,dicono, nemici della “scienza”. Basaglia era semplicemente obbligato a una scelta di campo: il cittadino, la persona, il soggetto. Ricono-sciuto l’altro, gli internati riacquistano un nome e una storia la violenza dell’isolamento e la tortura della porta chiusa diventano intollerabili. Il tempo ricomincia a correre, l’infinitezza dello spazio e la molteplicità dei luoghi possibili irrompono come fiume in piena. Aperte le porte si incontra un cittadino senza diritti. La dimensione politica di questa storia, che porte-rà alla legge 180, comincia da qui. L’incontro col soggetto rende finalmente possibile il rico-noscimento dell’unicità dell’altro, delle sue passioni, dei suoi sentimenti, della possibilità di cura.

È stata la consapevolezza del profondo stravolgimento in atto in quegli anni a porta-re lei e altri giovani psichiatri a Trieste?

Credo di no. All’università partecipavo al movimento studentesco. Ero interno nella clinica neurologica di Napoli. Ci interrogavamo sul senso della nostra professione, soprattutto sul rapporto tra medicina e società. Avevamo sentito parlare di Basaglia grazie a uno dei suoi li-bri più famosi, L’istituzione negata. Ma a parte questo, non posso dire che fossimo consape-voli della portata innovativa del lavoro di Basaglia. Colsi comunque qualcosa che mi spinse a volerlo incontrare prima ancora di laurearmi. Gli bastò sapere che ero interessato a quello che stava facendo per invitarmi ad andare con lui a Trieste. Non volle informazioni sulla mia carriera universitaria. Era più interessato al fatto che fossi giovane, curioso, aperto al cam-biamento. Andò così con me e con tutti quanti giunsero a formare l’équipe triestina.

Avevate la sensazione di poter cambiare il mondo?

Sì, forse questo si, con l’incoscienza della nostra giovinezza! Siamo stati fortunati. Abbiamo avuto la possibilità di trovare una continuità con quello che pensavamo all’università. Con Basaglia e Trieste potevamo non separare l’impegno politico da quello professionale. Ave-vamo rudimentali visioni del mondo differenti, ma avevamo qualcosa che ci univa profon-damente, un orizzonte comune. La miseria del manicomio ci dava ogni giorno la conferma che qualcosa di radicale stava avvenendo. Cercare di forzare regole e gerarchie, divieti e di-stanze erano la nostra quotidianità. Le giornate erano occupate dalla ricerca per trovare ri-sorse per rispondere ai bisogni che emergevano come l’eruzione di un vulcano: dai vestiti, al pettine, agli specchi, agli spazzolini da denti, ai biglietti per l’autobus o per il teatro. Nelle riu-nioni e nelle assemblee si decideva dell’apertura dei reparti, delle strategie per uscire, del bar e del centro sociale. E poi, l’incontro/scontro con la città, la conoscenza dei rioni per preparare la strada ai primi centri di salute mentale, Marco Cavallo in testa!

C’è qualcosa che non ha funzionato?

Tante cose ci hanno messo in crisi: l’incidente, la persona che tradisce le aspettative, le 50 leggi, tutte archiviate, che vogliono cambiare la 180, la lentezza estenuante del cambiamento, che provocava delusioni o al contrario scelte radicali e conflitti. I rischi di rottura del gruppo sono stati molto evidenti e in qualche circostanza qualcosa stava andando davvero storto. Tuttavia oggi non possiamo non dire che continuiamo ad avere ragione. Norberto Bobbio ha definito la 180 l’unica legge di riforma del dopoguerra. Certamente è stata una riforma, dice, proprio perché era ispirata a un valore fondamentale che è quello della libertà, della liberazione. Della liberazione anche di coloro che nella storia dell’umanità sono stati considerati come coloro che non potevano essere liberati, che non avevano diritto di essere liberati.

Quale prezzo è stato pagato?

Non so dire. Forse per Basaglia è stata l’ostilità dell’accademia. Avrebbe potuto essere un in-novatore in quel campo, ma è stato sempre fatto fuori. Forse è stato meglio così. Il cambia-mento radicale che ha prodotto il suo lavoro pratico e la sua vasta produzione scientifica sa-rebbe stata impensabile specie nelle arcaiche accademie di quegli anni. Il prezzo che abbia-mo pagato, ma direi la fortuna che abbiamo avuto, è stata l’intera vita consumata dentro questa storia. Non poteva essere altrimenti. La scommessa pretendeva una scelta di campo. Ci siamo resi conto di muoverci in un conflitto aspro tra i visibili e gli invisibili, tra chi ha e chi non é, tra una scienza che rischia di annientare e una pratica che vuole costruire possibilità intorno alle persone .

Cosa rimane oggi della vicenda triestina?

La presenza del cambiamento, pensando a Bobbio, è diffusa in tutta Italia; di Trieste si parla in mezzo mondo. Circa due mesi fa sono andato in visita in un manicomio in Francia. Era per me come ritornare indietro di cinquant’anni. Sanno tutto di Trieste e chiedono cosa bisogna fare per avviare il cambiamento. È di questi giorni l’accordo con la contea di Los Angeles per permettere a operatori californiani di venire a formarsi nel capoluogo giuliano. Il diparti-mento di Trieste è oggi uno dei più importanti Centri OMS in Europa, leader per lo sviluppo della salute mentale comunitaria. Ogni anno migliaia gli operatori di tutto il mondo e i policy maker fanno sosta a Trieste, per confrontarsi, per capire come si fa a vivere senza il mani-comio, una porta chiusa, un letto di contenzione. Il dipartimento con i suoi centri 24/h conti-nua a sperimentare innovazioni.
Oggi, i miei compagni, fanno quasi a meno dei letti dell’ospedale e del trattamento sanitario obbligatorio. Da circa un anno funziona il team per la crisi, una squadra che si monta tutte le volte che serve per accogliere, accudire, contenere nella relazione le persone che vivono la crisi, specie giovani quando cominciano a star male. La squadra è fatta da operatori entusia-sti. Quando li sento raccontare dei successi, dei fallimenti dei dubbi non posso non pensare a come eravamo. E gioisco. E conosco e so di migliaia di giovani in ogni angolo del nostro paese che vogliono sapere della rivoluzione. È la responsabilità che non possiamo non assumerci guardando alla storia che ci lasciamo alle spalle. Quanto accade oggi pretende ancora scelte di campo. Ci sono ancora i morti di psichiatria, anche in Italia, c’è un ritorno prepotente alle psichiatrie della pericolosità, dei trattamenti farmacologici, delle contenzioni. Non si può più essere indifferenti. A fronte del rischio di declino irreversibile delle disattenzioni governative abbiamo contribuito a presentare una legge, la numero S2850 depositata in Senato, che vuo-le promuovere un’estensione delle buone pratiche e ridurre il divario non più tollerabile tra le regioni.

Come trasferire oggi, in un contesto articolato e disomogeneo, le conoscenze e le esperienze in salute mentale che hanno portato al superamento del manicomio?

Tutti gli operatori della salute mentale provengono da università che non hanno mai abban-donato il modello medico psichiatrico. Ci sono tuttavia segnali positivi. In Italia, malgrado i ri-tardi, le persone con disturbo mentale possono farcela. Chiedono di guarire, di stare bene. È difficile che una mamma chieda dove mettere il figlio. C’è in atto un cambiamento culturale profondo: le persone con disturbo mentale vivono nel contratto sociale. La fine dei manico-mi in Italia ed esperienze come quella di Trieste e del Friuli Venezia Giulia vengono sempre più considerate e studiate a livello nazionale e internazionale (poco dai nostri accademici). In un corposo rapporto della World Psychiatric Association pubblicato l’anno scorso sulla rivista The Lancet si può leggere che gli impressionanti risultati nel campo delle neuroscienze non hanno portato risultati apprezzabili nelle cure, al contrario le cure dei pazienti sono state profondamente trasformate e migliorate da una quantità di altri fattori legati all’apprezzamento degli aspetti demografici, economici e socio-culturali. Quanto per anni ab-biamo cercato di dire e di praticare: abbandonare le istituzioni totali, la questione dei diritti al primo posto, leggi, dispositivi organizzativi e pratiche per l’abitare, il lavoro, le relazioni sociali. Il documento invita gli operatori della salute mentale ad avere una visione strategica (politica) del campo in cui operano. Trasmettere conoscenze è il compito più arduo. Bisogna ricominciare a scandalizzarsi. Ce lo chiedono migliaia di giovani che si accingono generosi a lavorare nella salute mentale e che rischiano in organizzazioni violente e smemorate di per-dere la luce della loro curiosità e il desiderio di cambiare.

*Questa intervista è stata pubblicata sul quotidiano La Repubblica Martedì 1 maggio 2018 all’interno di uno speciale dedicato ai quarant’anni della legge 180.

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