Archive for the ‘Comunicazione della scienza’ Category

Mio nuovo saggio sul giornalismo scientifico

giornalismo-scientifico-carocci A metà giugno ho pubblicato con Carocci un saggio sul giornalismo scientifico. Di seguito, un estratto di una mia intervista su letture.org che affronta varie questioni trattate nel volume. La versione completa è disponibile qui. Altre interviste/recensioni/interventi usciti fino a questo momento sono disponibili sul blog di Luca De Biase, su Corriere Innovazione e sul Piccolo di Trieste.

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Prof. Nico Pitrelli, Lei è autore del libro Il giornalismo scientifico edito da Carocci: quale definizione è possibile dare del giornalismo scientifico?

Nel corso della sua storia il giornalismo scientifico ha assunto vari significati. Nella sua accezione più ristretta è un settore giornalistico che si occupa delle scoperte di laboratori e centri di ricerca, delle modalità di produzione della conoscenza e degli sforzi teorici e sperimentali per risolvere problemi legati ai fenomeni più diversi, dalle applicazioni delle cellule staminali in medicina alla scoperta di remoti pianeti fuori dal nostro sistema solare, agli arcani progressi della meccanica quantistica. È in tal senso un’attività focalizzata sulla cronaca dei risultati nelle scienze naturali, nella medicina e nella tecnologia, così come delle persone e delle istituzioni che ne fanno parte. Esistono però visioni più ampie di che cosa significhi fare informazione sulla scienza, come ad esempio indagare sulle implicazioni etiche, legali e sociali della ricerca, guardare a possibili conflitti di interesse, tracciare la provenienza dei finanziamenti, esaminare le strutture di potere delle organizzazioni scientifiche per svelare eventuali discriminazioni di genere, etnia, classe sociale. Con la grande mole di dati digitali oggi a disposizione è stata anche rinvigorita una definizione di un giornalismo basato su un approccio scientifico, inteso come la produzione di articoli, inchieste o reportage realizzati con gli strumenti della matematica, della statistica, delle scienze comportamentali

Quale importanza riveste, nella società attuale, il giornalismo scientifico?
La pervasività crescente della scienza e della tecnologia, si pensi ai cambiamenti climatici, alle pandemie, alle cellule staminali, agli algoritmi o ai vaccini, rendono il giornalismo scientifico un protagonista assoluto nella produzione culturale, nello sviluppo socio-economico, nella salvaguardia della democrazia.

Il giornalismo scientifico può essere anche considerato un modello per il resto del giornalismo, dato che l’abilità di leggere dati, l’alta specializzazione nei contenuti, il pensiero critico, l’utilizzo di strumenti digitali per monitorare sistematicamente i social sono tutte prospettive molto interessanti per ridare fiducia al sistema dell’informazione che i giornalisti scientifici sembrano cogliere, e a volte anticipare, meglio di altri.

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La comunicazione degli enti di ricerca: uno studio transnazionale

Logo plos oneGli istituti di ricerca investono in tutto il mondo sempre di più nella comunicazione pubblica, soprattutto organizzando eventi e nelle relazioni con i media, meno sui social.

È quanto emerge da uno studio transnazionale pubblicato su Plos One esteso a più di duemila tra dipartimenti, centri, unità disciplinari, facenti parte di università o organizzazioni più grandi.

L’obiettivo dei ricercatori era valutare comparativamente la comunicazione pubblica tra paesi e aree di ricerca differenti ed esaminare i fattori che spingono gli enti presi in esame a comunicare. Il lavoro esplora per la prima volta a livello internazionale il ruolo cruciale di realtà istituzionali intermedie, a metà strada tra gli uffici di comunicazione centralizzati e le iniziative dei singoli scienziati.

I dati mostrano che la maggior parte degli istituti considerati nell’indagine si impegnano significativamente nell’organizzazione di eventi pubblici e nell’interazione coi media tradizionali, ma un po’ meno, a sorpresa, nei social media. Una seconda osservazione di rilievo riguarda le differenze tra paesi e discipline, che esistono, ma non così rilevanti come si aspettavano i ricercatori.

In generale, lo studio conferma una maggiore professionalizzazione a livello globale della comunicazione pubblica, anche a livello di strutture intermedie, ma secondo direzioni e modalità non scontate.

Alla luce di questi risultati, i ricercatori si chiedono quali siano le conseguenze di questa mobilitazione di risorse nella comunicazione sulla scienza stessa e per il dibattito pubblico sulla scienza.

La professionalizzazione della comunicazione pubblica non potrebbe, ad esempio, determinare un eccessivo adattamento strategico alle logiche della pubblicità e della reputazione? Una maggiore attività di comunicazione aumenta l’autonomia e promuove i valori della scienza o alimenta una logica di competizione per la visibilità pubblica? C’è forse il rischio che prevalga il marketing a scapito del public engagement, il cui obiettivo principale è favorire il dibattito pubblico sulla scienza?

Tutte domande che secondo gli studiosi meritano approfondimenti in ricerche future, le quali dovranno indagare le implicazioni dell’impegno nella comunicazione pubblica da parte degli istituti di ricerca, i valori che supportano questo sforzo e le narrazioni che ne emergono.

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La didattica nel giornalismo scientifico come modello per il resto del giornalismo

Science communication, De Gruyter Mouton, Berlin/Munich/Boston
Holger Wormer, della Technische Universität Dortmund, si è interrogato di recente (Wormer, 2020) su quali siano gli ingredienti più adatti per strutturare attività formative in giornalismo scientifico e quale sia il loro giusto dosaggio.

Una miscela complessa
I curricula offerti nei programmi sparsi per il mondo dipendono dal contesto socio-economico e dagli specifici modelli di insegnamento, ma sostanzialmente risultano della confluenza di quattro aree tematiche:
-le discipline scientifiche;
-le scienze dell’educazione e della formazione;
-gli studi sociali sulla scienza;
-le scienze della comunicazione.
La maggior parte dei formatori si trova d’accordo su questa struttura ma rimane aperta la questione su quale peso assegnare alle diverse materie, come connetterle tra di loro e se assecondare la tendenza a rendere sempre più sfumata a livello didattico la differenza tra il giornalismo scientifico e le pubbliche relazioni per la scienza.

Il giornalismo come nuova professione della conoscenza
Secondo alcuni studiosi, il giornalismo scientifico è un modello a cui il resto del giornalismo dovrebbe guardare perché è l’ambito più attrezzato a rispondere alle sfide del sistema dell’informazione contemporaneo.
Tutti i settori giornalistici dovrebbero diventare più “scientifici”, cioè guidati da metodi d’indagine quantitativi e da una maggiore consuetudine con la conoscenza accademica. Un approccio considerato necessario in un ecosistema comunicativo, come quello attuale, caratterizzato da una grande disponibilità di dati e minacciato dalla disinformazione.
Donsbach (2014) si auspica che il giornalismo si caratterizzi come “una nuova professione della conoscenza” e distingue una serie di competenze che andrebbero insegnate, tra cui, oltre a quelle giornalistiche tradizionali, la capacità di pensiero analitico, la conoscenza approfondita degli argomenti trattati, un approccio scientifico ai processi di comunicazione, il rispetto delle norme etiche della professione (Donsbach 2014: 667).

Il giornalismo scientifico come ponte tra la scienza dei dati e il resto del giornalismo
Perché considerare contenuti e concetti dei curricula di giornalismo scientifico utili anche in altri ambiti dell’informazione? Per almeno tre ragioni:
1. I giornalisti scientifici sono i più idonei a soddisfare gli auspici di un giornalismo “basato sull’evidenza”, oggi finalmente realizzabile grazie alla digitalizzazione.
2. I giornalisti scientifici sono più aperti a sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie digitali nel lavoro redazionale, come ad esempio l’utilizzo di presentazioni interattive o l’analisi dei comportamenti degli utenti sui social.
3. I giornalisti scientifici allo stesso tempo possono descrivere meglio di altri l’impatto sociale, economico e culturale di big data, algoritmi, tecnologie.

Nelle conclusioni Wormer sostiene che rafforzare le interazioni tra giornalisti e scienziati sia una strategia importante per il futuro del giornalismo. Tali collaborazioni potrebbero infatti generare il valore aggiunto necessario a persuadere gli utenti dei media a pagare per le notizie. Viene ribadito l’indispensabile ruolo di ponte tra la scienza e altri campi dell’informazione del giornalismo scientifico.

DONSBACH W. (2014), Journalism as the new knowledge profession and consequences for journalism education, in “Journalism”, 15, 6, pp. 661-677.

WORMER H. (2020), Teaching science journalism as a blueprint for future journalism education, in A. Leßmöllmann, M. Dascal, T. Gloning (eds.), Science communication, De Gruyter Mouton, Berlin/Munich/Boston, pp. 417-438.

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Un’indagine sistematica sulla ricerca in comunicazione della scienza

Gerber, A. et al. (2020): Science Communication Research: an Empirical Field Analysis.

Gerber, A. et al. (2020): Science Communication Research: an Empirical Field Analysis.

Da diversi anni, gli addetti ai lavori si pongono la questione se la comunicazione della scienza sia una disciplina accademica. Secondo una recente ricerca condotta dallo studioso tedesco Alex Gerber insieme ad altri colleghi, la risposta è definitivamente affermativa. La conclusione è il risultato di un’indagine che ha rintracciato modelli, argomenti, metodologie utilizzati negli ultimi decenni nella ricerca in comunicazione della scienza con l’obiettivo di identificarne punti di forza e di debolezza .

I ricercatori hanno combinato un’analisi bibliometrica e del contenuto di circa 3000 pubblicazioni con una serie di interviste a esperti internazionali e una rassegna della letteratura grigia nell’arco di quarant’anni. In passato, altri studi avevano esaminato lo sviluppo storico della comunicazione della scienza con lo scopo di definirne lo status in termini accademici (si veda ad esempio qui, qui e qui). Poche altre ricerche di questo tipo sono state realizzate con un approccio quantitativo come fatto nello studio di Gerber.

Secondo Trench e Bucchi (2010), una qualunque attività di ricerca per definirsi compiutamente accademica deve soddisfare una serie di criteri, tra cui: essere un campo di studi delimitato; essere praticata da persone che condividono interessi, termini e concetti; avere una presenza significativa in corsi universitari; avere una portata internazionale, nonché riviste e pubblicazioni accademiche specialistiche di riferimento; essere solida sul piano teorico.

Gerber e colleghi sostengono che la ricerca in comunicazione della scienza sia maturata come campo accademico, ma rimangono alcune difficoltà e questioni da risolvere.

Il documento elenca innanzitutto cinque grandi sfide:

1. La maggior parte delle ricerche in letteratura si basa su casi di studio. Mancano quasi del tutto lavori longitudinali, comparativi e sistemici.

2. La comunicazione della scienza è studiata secondo diverse prospettive, ma non si è ancora arrivati a una reale integrazione interdisciplinare.

3. C’è un forte divario fra pratica e ricerca, tra professionisti e studiosi della comunicazione della scienza, che si conoscono e si parlano poco tra di loro.

4. Numerose conferenze negli ultimi anni hanno registrato la mancanza di ricerca applicata.

5. C’è poca diversità nei temi di ricerca. Come risultato, alcuni pubblici e attori non sono sufficientemente rappresentati, come ad esempio le persone emarginate o quelle generalmente disinteressate alla scienza. I dati mostrano anche l’interesse crescente nei confronti delle scienze della vita.

Secondo gli esperti intervistati, gli ambiti in cui infine ci sarebbe bisogno di più ricerca sono i seguenti:

1. La formazione degli atteggiamenti, della fiducia e dei valori nei confronti della scienza e dell’innovazione e le modalità di consumo delle informazioni.

2. L’ecosistema dei media digitale e la comparsa di nuovi intermediari nella comunicazione della scienza.

3. L’impatto di attività di comunicazione sulle policy riguardanti scienza e innovazione.

4. La governance della comunicazione. I finanziatori della ricerca si aspettano o addirittura richiedono sempre più forme specifiche di comunicazione come parte del finanziamento e/o della valutazione delle proposte e dei risultati. Questi aspetti sollevano sempre più interrogativi su come una tale comunicazione debba essere gestita e monitorata (ad esempio per quanto riguarda incentivi e riconoscimenti) e come possa essere valutato al meglio il suo impatto.

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misurami se sono felice*

misurami-se-sono-felice Il segreto della felicità? Per secoli i tentativi di risposta a quella che è probabilmente la più radicata fissazione della nostra specie, li abbiamo trovati in Platone, Aristotele, Pascal, Spinoza e poi Rousseau, Marx, Nietzsche. Non c’è filosofo antico o moderno degno di questo nome che non si sia cimentato con il sacro graal dell’esistenza umana. Un dominio, visti i nomi in campo, apparentemente inespugnabile. Se non fosse che negli ultimi anni, i meccanismi della felicità sembrano essere diventati una delle ossessioni di diversi ambiti della ricerca accademica. È dal 2007 che ad esempio opera la Global Happiness organization, ente internazionale no-profit nato con lo scopo di aumentare la felicità utilizzando il metodo scientifico. Neuroscienziati, economisti, sociologi, psicologi e linguisti sono persuasi di aver accumulato dati in quantità e con affidabilità tali da poter risolvere diatribe che per centinaia di anni hanno diviso la cultura filosofica.

Se da una parte trovano così finalmente posto prospettive d’indagini utili a ricomporre in un quadro necessariamente unitario il tema della felicità, dall’altra rimangono aperte contraddizioni sui risultati e interrogativi sul senso più profondo di quello che in controluce può essere letto come un processo di sconfinamento culturale.

Sta di fatto che ogni anno intere schiere ad esempio di sociologi producono indici e misure per classificare le nazioni in base al loro benessere. Uno dei documenti più noti è il Rapporto sulla felicità del mondo, realizzato a partire dal 2012 dall’Onu, in cui vengono sintetizzati dati reali, come il reddito pro capite e l’aspettativa di vita, con percezioni di sé raccolte attraverso questionari.

Uno degli scopi di queste indagini è identificare quali sono gli ingredienti che permettono a una società di essere felice. Molti paesi continuano a usare esclusivamente il Pil per tracciare il progresso di una nazione, ma come già affermava Robert Kennedy nel 1968, il “Pil misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Le inchieste sociologiche sono un invito ai politici ad adottare misure di sviluppo economico ispirate a un concetto più ampio di benessere dato che se magari in termini di Pil il disboscamento di una foresta pluviale e lo sviluppo di un nuovo farmaco contro il cancro possono produrre lo stesso effetto, l’impatto sul nostro stare bene collettivo è ovviamente molto diverso.

Nonostante ciò, queste ricerche continuano a indicare la ricchezza come una delle componenti più importanti della felicità. I paesi più ricchi tendono ad avere standard di vita più alti, sistemi educativi e sanitari più efficienti, ambienti più puliti, maggiore protezione sociale.

Sono dunque davvero i soldi a fare la felicità? La questione è antica quanto l’uomo e apparentemente irrisolvibile. In realtà, la ricerca economica sembra molto più attrezzata che in passato a fornire una risposta basata sui numeri e non sulle percezioni soggettive. Questo è almeno quanto sostiene 80,000 Hours, un’organizzazione inglese che offre servizi di consulenza per il lavoro con un positivo impatto sociale. In un articolo pubblicato a inizio marzo sulla propria rivista, gli analisti di 80,000 Hours hanno preso in esame le ricerche accademiche più solide degli ultimi anni condotte su centinaia di migliaia di persone in più di 150 paesi. La conclusione del loro lavoro è che la verità sembra stare nel mezzo: i soldi rendono più felici, ma solo un poco. Uno dei risultati più interessanti è che tanto più diventi ricco, tanto più hai bisogno di denaro per veder accrescere ulteriormente la tua soddisfazione. Per dirla con le parole di Bill Gates, “posso capire che uno voglia arrivare a guadagnare un milione di dollari, ma una volta raggiunto l’obiettivo, andare oltre è come mangiare lo stesso hamburger.”

Alle metriche basate sul denaro e sulla ricchezza sfuggono comunque dimensioni cruciali del benessere individuale e collettivo, come lo sviluppo sostenibile, il progresso sociale, la crescita personale. Oltre a questo, rimane aperta la difficoltà più importante: la variabilità linguistica e culturale del concetto di “felicità”.

Una ricerca pubblicata nel 2014 sull’International Journal of Language and Culture metteva in evidenza come la locuzione “essere felice” assuma significati molto diversi nelle differenti lingue del mondo. L’autore, Cartsen Levisen, studioso danese esperto di semantica, sorpreso dal costante posizionamento del suo paese ai vertici del benessere globale, faceva notare che in Danimarca la parola felicità è spesso tradotto con lykke, un termine che rimanda a un benessere quotidiano basato sulle piccole gioie quotidiane, come bere un buon cappuccino a colazione. Un significato molto meno problematico della condizione di benessere a cui raramente si riferiscono tedeschi, francesi, polacchi o i russi.

Lo studioso americano Ed Diener, un’autorità internazionale nel campo della psicologia positiva, conosciuto anche come Dr. Happiness, dopo decine di ricerche in tutto il mondo, per superare le ambiguità associate alla parola felicità ha coniato la fortunata espressione di “benessere soggettivo”: un concetto che combina le reazioni emotive con le auto-valutazioni su quanto siamo soddisfatti della nostra vita in diversi ambiti.

Sulla base di questi presupposti, Diener e moltri altri hanno dato una base empirica più robusta alle “molte facce della felicità”, come recitava il titolo di un articolo focalizzato sui lavori dello psicologo americano pubblicato nel 2011 su Scientific American. A conferma di come nelle varie culture si giudica la propria esistenza con parametri diversi da quelli occidentali, una delle maggiori sorprese per Diener e i suoi colleghi è stata quella di riscontrare livelli di “felicità” equivalenti tra i pastori masai in Kenya e gli abitanti dei paesi sviluppati. Un’ipotesi per spiegare questo risultato è che i Masai si concentrano più su quello che hanno rispetto alle penurie materiali. Da una parte sembra risuonare l’invito di Sant’Agostino a desiderare ciò che si ha, dall’altra questi studi sono stati avvalorati da ulteriori ricerche secondo cui nei paesi poveri la felicità dipende soprattutto dal successo sociale e dall’appartenenza al gruppo. La chiave per una vita felice sono insomma le relazioni.

Una conclusione in linea con le ricerche dello psichiatra di Harvard Robert Waldinger che, come riportato un paio di settimane fa dal Washington Post, ha sentito l’urgenza morale di comunicare i risultati di un lavoro che va avanti da più di 75 anni. A partire dal 2003 Waldinger ha preso il testimone del Grant Study, la più lunga indagine sulla felicità mai realizzata che ha “spiato” la vita di centinaia di persone, tra cui alcune celebrità come il presidente John Kennedy, allo scopo di comprenderne cosa li facesse stare bene nelle diverse fasi della loro vita. Waldinger ha tenuto un Ted Talk sulla sua ricerca con attualmente più di sei milioni e mezzo di visualizzazioni e con un messaggio chiaro: le persone più felici e più sane sono quelle che nel corso della loro vita hanno mantenuto salde le amicizie e le relazioni personali.

Tutto condivisibile, anche se, non appena ci spostiamo nell’hard science, l’opinione prevalente è che questi studi forniscono certamente indicazioni interessanti sul benessere mentale, ma offrono poche evidenze sulla “neurobiologia della felicità”. Un gap che i neuroscienziati stanno colmando sempre di più con i loro metodi, in particolare con le tecniche di visualizzazione del cervello. Sebbene siamo lontani dall’identificazione di correlati neurali della felicità è un approccio che alimenta sospetti di riduzionismo. Come afferma a pagina 99 Mario Colucci, psichiatra, psicoanalista e redattore della rivista di filosofia aut aut, “le neuroscienze si focalizzano sullo stato di benessere del singolo cervello, una dimensione molto singolare, che si lega all’idea di un godimento narcisistico e solitario. Dove si colloca in questa prospettiva la felicità all’interno dei contesti sociali, in relazione agli altri?” Più in generale, continua Colucci, autore di saggi sulla biopolitica e sulla medicalizzazione della salute, “la spasmodica ricerca di indicatori della felicità va di pari passo con quella che può essere definita una maniacalizzazione dell’esistenza, vale a dire una continua ingiunzione al godimento, al fare, al non avere limiti per cercare di esorcizzare il vuoto. Viceversa la felicità passa proprio dal riconoscimento dei propri limiti per creare qualcosa di personale ma condivisibile. Ricercare continuamente l’happiness rispecchia l’incapacità di elaborare i piccoli o grandi lutti dell’esistenza. In realtà, solo attraverso questo processo possiamo continuare a pensare anche dopo il dolore. La felicità è quindi anche il coraggio del pensiero, dell’elaborazione, della ricerca creativa.”

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 19 marzo 2016.

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il sonno ha le sue ragioni che la ragione non conosce*

sonnopg9912mar2016 Visioni doppie, tremori, difficoltà di movimento, un bisogno irresistibile di dormire in qualsiasi momento e in quasi la metà dei casi paralisi e morte. Subito dopo la prima guerra mondiale un morbo inquietante, l’encefalite letargica, flagellò prima l’Europa e poi il resto del mondo. Decine di migliaia di persone, secondo alcune stime addirittura un milione, furono colpite da una sonnolenza persistente contro la quale all’epoca non esistevano rimedi. Durò circa dieci anni, poi praticamente più niente: la “malattia del sonno” misteriosamente tolse il disturbo così come quasi dal nulla era comparsa. Se si escludono alcuni casi sporadici è infatti dal 1924 che non ne viene segnalata la comparsa in forme epidemiche. Eppure, come descritto in un articolo apparso su Scientific American all’inizio di questo mese, l’encefalite letargica, provocata da un virus tuttora sconosciuto, ci ha insegnato molto di quello che sappiamo oggi sul sonno, attività che riguarda indistintamente tutto il regno animale ma su cui rimane aperta la questione centrale: perché dormiamo.

Fu soprattutto l’acume di un aristocratico neurologo di origine greca, Costantin von Economo, formatosi nella tradizione culturale asburgica, a fornire in una monumentale monografia la migliore descrizione dell’ encefalite come un’infiammazione del cervello. “L’impatto dei suoi studi nella nostra disciplina”, commenta a pagina99 Ugo Faraguna, neurofisiologo del sonno all’Università di Pisa, “si può paragonare a quelli di Einstein nella fisica”. Così come continuiamo a trovare conferme sperimentali della teoria della relatività – vedi ad esempio la recente rilevazione delle onde gravitazionali – “decenni di lavori istologici non hanno fatto altro che confermare quanto von Economo aveva ipotizzato analizzando la sede dell’encefalite letargica, in particolare l’esistenza di interruttori del sonno e della veglia”.

Nonostante siano passati circa novant’anni dai lavori del neurologo viennese, sono ancora tutt’altro che chiare le ragioni per cui dormiamo. Di sicuro sappiamo che il sonno fa bene, ma al momento attuale disponiamo solo di ipotesi riguardanti i meccanismi con cui agisce, con non poco disagio da parte degli studiosi. Nicola Cellini, ricercatore all’Università di Padova esperto del rapporto tra sonno e memoria, afferma che “per alcuni dei maggiori esperti a livello internazionale la funzione del sonno è oggi la domanda più imbarazzante per le neuroscienze.” Secondo Cellini, che interverrà la prossima settimana sia a Padova che a Trieste alla Settimana del Cervello, una ricorrenza annuale con eventi in tutto il mondo per aumentare la consapevolezza pubblica nei confronti della ricerca nel settore, “probabilmente il sonno svolge più funzioni contemporaneamente, dalla rimozione delle neurotossine accumulate nel cervello durante il giorno, alla ristrutturazione delle memorie. Questo approccio è differente rispetto al passato. Per diverso tempo si è pensato ad esempio che dormire servisse a conservare o recuperare le energie cerebrali spese durante il giorno. Nel sonno però il nostro cervello non è affatto meno impegnato. Anzi, consuma quasi le stesse risorse usate quando siamo svegli.”

Negli anni il quadro delle ricerca sul sonno è cambiato sensibilmente. Le ipotesi sono aumentate e diventate più complesse. Una delle possibilità accreditate più recenti è quella secondo cui il sonno funzionerebbe da “spazzino”, servirebbe cioè a liberare il cervello da scorie potenzialmente neurotossiche, in particolare certi residui di proteine, accumulate durante la veglia. La funzione di ripulitura del cervello è stata mostrata nei topi in uno studio pubblicato sulla rivista Science nel 2013 a firma di un gruppo di ricercatori dell’Università di Rochester, negli Usa, guidati dalla neuroscienziata danese Maiken Nedergaard. Se un simile meccanismo dovesse agire anche nell’uomo si potrebbe capire meglio l’associazione tra i disturbi del sonno e malattie neurodegenerative come il morbo d’Alzheimer, in cui l’accumulo di una proteina chiamata beta-amiloide sarebbe il principale sospettato del danneggiamento e della morte delle cellule nervose.

Una seconda tendenza molto considerata attualmente vede come protagonisti due ricercatori italiani, anche se da tempo trasferitisi negli Stati Uniti. Si tratta di Chiara Cirelli e Giulio Tononi, dell’Università del Wisconsin, che nel corso degli anni hanno messo a punto la cosiddetta ipotesi dell’ “omeostasi sinaptica”. In un importante lavoro di rassegna della letteratura presentato sul giornale specialistico Neuron nel 2014, i due autori hanno prospettato che, diversamente da quanto affermato da teorie più tradizionali, il cervello dormiente non consolida le connessioni neurali utili ad esempio a fissare quanto di importante abbiamo imparato nella fase di veglia. Anzi, quando dormiamo le connessioni neurali si indebolirebbero, perché viceversa il cervello si affaticherebbe troppo. Come spiega Faraguna, per diversi anni collaboratore di Tononi negli Usa, “questa ipotesi postula la necessità del sonno come momento in cui le sinapsi, vale a dire i punti di contatto tra le cellule nervose, vengono potate. Se durante la veglia le sinapsi fioriscono, durante la notte vengono tagliate. Si eliminano così le informazioni che non servono più e si libera spazio ed energie per l’apprendimento di nuove informazioni il giorno seguente.” Il sonno sarebbe il dazio necessario per lo svolgimento di questo processo. Perché dormire non è privo di inconvenienti. Anzi. “Da un punto di vista evolutivo”, continua Faraguna, “il sonno è pericolosissimo poiché espone le prede a rischi facilmente immaginabili. Ma tutti gli animali dormono, senza eccezioni. Come ha affermato Allan Rechtschaffen, uno dei pionieri della ricerca in questo campo, se il sonno non avesse alcuna funzione allora si tratterebbe del più grande errore dell’evoluzione. Ma non è così. Dormire è il prezzo da pagare per imparare. E questo è in fondo un punto che su cui diverse ipotesi possono concordare”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 12 marzo 2016.

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La collana “Scoprire la scienza” arriva in edicola

hachette Riporto di seguito la descrizione di “Scoprire la scienza”, una nuova iniziativa editoriale pubblicata da Hachette Fascicoli che ho l’onore di presentare. Trovate il primo volume in edicola a partire da dopodomani 2 aprile 2016.

Oggi chiunque può capire un’equazione. E anche le grandi scoperte della fisica, della biologia e dell’astronomia sono accessibili a tutti. Hachette lo dimostra con la nuova collana di volumi Scoprire la scienza, realizzata da un team internazionale di ricercatori e divulgatori scientifici e presentata da Nico Pitrelli, condirettore del Master in Comunicazione della Scienza della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati – di Trieste.

Abbandoniamo l’idea di doverci confrontare con formule impossibili o teorie indecifrabili. La scienza è un’altra cosa. È ciò che ci permette di conoscere e interpretare la realtà, di scoprire perché siamo come siamo e di capire come funziona l’Universo o il nostro cervello. Hachette offre ai lettori la possibilità di intraprendere un fantastico viaggio alla scoperta di discipline come la fisica, la matematica, la meteorologia o la genetica, tra le altre. Scoprire la scienza è una collana inedita e innovativa per capire le grandi idee della scienza finalmente spiegate in modo nuovo facile e accessibile.

Le spade laser di Star Wars hanno un qualche fondamento scientifico? Quali sono le leggi fisiche di una passeggiata in bicicletta e di una bolla di sapone? Come hanno fatto semplici microrganismi a diventare esseri umani? Da dove viene la creatività? La scienza offre risposte a tutte queste domande, frutto del lavoro di una vita di centinaia di ricercatori. Questi libri raccolgono, ordinano e armonizzano questa mole impressionante di saperi e offrono gli strumenti per comprendere quali nuove sfide ci aspettano, in quale direzione la ricerca d’avanguardia si sta muovendo.

La collana è divisa in quattro sezioni principali: fisica teorica e fondamenti, l’universo, vita ed essere umano, il nostro pianeta. I lettori potranno avvicinarsi con semplicità ad argomenti di grande attualità come la teoria della relatività, il Big Bang e l’universo in espansione, i cambiamenti climatici, i segreti del cervello, il genoma umano e l’evoluzione e tanti altri.
Questo progetto è stato realizzato da un team multidisciplinare. I contenuti sono stati elaborati da ricercatori di istituti di riconosciuto prestigio quali ad esempio il Centro de Regulación Genómica, L’Accademia Nazionale delle Scienze, l’Istituto Astrofisico delle Canarie e l’Istituto di Scienze Fotoniche. I volumi che compongono la collana sono stati scritti da alcuni tra i migliori ricercatori e divulgatori sotto la direzione di Materia, il sito di riferimento del giornalismo scientifico in lingua spagnola consultato ogni mese da milioni di lettori.

Quaranta volumi, uno ogni settimana, per scoprire o riscoprire i risultati di un processo di conoscenza e ricerca nato con l’uomo. Un mondo di conoscenze accessibile a qualsiasi lettore, al di fuori di laboratori e università. I libri hanno un approccio pragmatico, partono da esempi pratici per illustrare le principali teorie scientifiche e attraverso l’uso di infografica semplificano e offrono supporto alle spiegazioni. All’interno di appositi box sono riportati curiosità e aneddoti, e in appendice è presente un glossario di termini tecnici, per non perdere alcun dettaglio della spiegazione. Ultimo, ma non meno importante, un buon apparato iconografico permette di dare un volto a molti scienziati e ricercatori. Non ci sono più scuse: è giunto il momento di addentrarsi in un mondo rigoroso, divertente e appassionante. Dal 2 aprile trovi il primo libro della collana in tutte le migliori edicole o puoi riceverlo in abbonamento. Visita il sito per ulteriori dettagli.

I primi titoli e i loro autori:

Capire Einstein. Antonio Acín

Mondo quantistico. Rafael Andrés Alemañ Berenguer

La matematica della natura. Carlo Frabetti

Il sogno della ragione. Nicola Canessa

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gli scienziati della domenica in cattedra con Obama*

pagina99-copertina-05-12-2015 Aiutano i ricercatori a scoprire nuove galassie o a “mappare” la superficie di Marte, raccolgono dati sull’ambiente e sulla qualità dell’aria, passano giornate intere negli habitat naturali più disparati per studiare volatili e poi donare le loro osservazioni agli ornitologi. In passato sono stati anche cruciali, fra le altre cose, nella soluzione della struttura di un enzima fondamentale nella diffusione del virus dell’AIDS. Sono i volontari della scienza: un esercito di milioni di persone sparse in tutto il mondo, quasi tutti non professionisti della ricerca, che poche settimane fa ha ricevuto un’insperata legittimazione addirittura dalla Casa Bianca. Un memorandum firmato in prima persona da John P. Holdren, consigliere scientifico del presidente americano, ha infatti chiarito come l’amministrazione Obama vuole imprimere una decisa accelerazione alla “scienza dei cittadini”, di cui riconosce, oltre all’importanza educativa e metodologica, il valore economico, stimato in miliardi di dollari all’anno.

La nota dell’Ufficio per la politica della scienza e della tecnologia statunitense potrebbe rappresentare un radicale cambiamento nei rapporti tra ricerca e società. “L’aspetto fondamentale del documento” spiega a pagina99 Mariachiara Tallacchini, già senior scientist presso il Joint Research Centre della Commissione Europea, “è che si tratta di un ordine esecutivo indirizzato alle organizzazioni governative e alle agenzie federali”. Non un generico invito dunque, “ma cose da fare concretamente entro tempi stabiliti”. Il memorandum individua soprattutto due azioni specifiche. Ogni agenzia deve prima di tutto individuare un coordinatore per i progetti di citizen science, successivamente deve catalogare le attività di ricerca aperte alla partecipazione di tutti i cittadini.

La discontinuità della nota di Holdren si apprezza anche nella definizione proposta di citizen science. Se genericamente con essa si intende l’attività di ricerca realizzata coinvolgendo dei volontari come “sensori” per raccogliere informazioni scientifiche o come “elaboratori” per contribuire a risolvere problemi di analisi dei dati, il memo americano assegna ai cittadini un ruolo molto più significativo. Essi, nella descrizione fornita dall’amministrazione Obama, come continua Tallacchini, “possono formulare domande di ricerca, condurre esperimenti scientifici, interpretare risultati, fare nuove scoperte, sviluppare tecnologie e applicazioni, risolvere problemi complessi, non solo raccogliere e analizzare dati. C’è il pieno riconoscimento metodologico e teoretico assegnato normalmente alla scienza svolta nei laboratori e nelle università”. La citizen science non è insomma una scienza di serie B, semmai “si caratterizza per una diversa finalità pratica e applicativa, per una marcata enfasi sul contributo alla risoluzione di questioni sociali. Senza trascurare il valore educativo a essa assegnato e soprattutto il suo impatto economico”.

I volontari della ricerca, tra contare uccelli, identificare galassie e individuare batteri forniscono un servizio il cui valore è stimato almeno attorno ai due miliardi e mezzo di dollari annui in natura. Questo dato, ottenuto grazie al lavoro di un gruppo di esperti americani di protezione ambientale, è uno dei punti di partenza del memorandum di Holdren. In un articolo pubblicato all’inizio dell’anno sulla rivista Biological Conservation, gli autori hanno per la prima volta quantificato la scala dei progetti di citizen science sulla biodiversità mediante l’analisi di più di 300 iniziative. Hanno calcolato che i volontari della scienza dedicano ogni anno tra le 21 alle 24 ore del loro tempo libero ad attività di ricerca. Considerando che sono coinvolte circa un milione e trecentomila persone, il contributo equivalente è pari ai già citati due miliardi e mezzo di dollari. Una stima peraltro al ribasso, dato che lo studio ha preso in considerazione solo progetti sulla biodiversità, on-line e in lingua inglese.

La ricerca documenta anche una crescita dei progetti di citizen science a ritmi inimmaginabili fino a qualche anno fa, una tendenza guidata dallo sviluppo di sensori a basso costo e altri strumenti di monitoraggio ormai facilmente utilizzabili e disponibili anche su uno smartphone.

L’amministrazione Obama dimostra di aver colto perfettamente le potenzialità legate all’accelerazione del fenomeno, meglio che nel vecchio continente. “L’Europa”, ci spiega ancora Mariachiara Tallacchini, filosofa del diritto all’Università Cattolica di Piacenza ed esperta dei rapporti tra scienza e democrazia, “è molto più timida. Pochi mesi fa anche la Commissione Europea ha pubblicato un libro bianco sulla citizen science. Diversamente dagli Stati Uniti è un documento molto attento alle sfumature, preoccupato di stabilire in che cosa la scienza dei cittadini sia diversa rispetto a quella tradizionale”. In altre parole, si fa più fatica a riconoscere la possibilità di produrre assieme, esperti e non-esperti, conoscenza valida. Così come non si comprende appieno che il coinvolgimento a monte dei cittadini nella ricerca scientifica, il cosiddetto upstream engagement, sia la strada maestra per ridurre i conflitti tra scienza e società. “L’idea di Holdren”, continua Tallacchini, “è che il cittadino contribuisca alla conoscenza in fase istruttoria. In questo modo, non solo riduci i costi, ma aumenti la fiducia nei confronti delle istituzioni, nonché l’efficienza e l’efficacia delle policy.” L’approccio preventivo alla citizen science permetterebbe di ridurre la crescente e ricorrente litigiosità sulle controversie scientifiche (cambiamenti climatici, fecondazione assistita, testamento biologico, nanotecnologie, nucleare, ecc.). Si tratta di conflitti ben noti anche nel nostro paese, non particolarmente all’avanguardia sulla citizen science, dove però esistono esperienze in cui le diverse dimensioni delineate dal memorandum della Casa Bianca sono ben rappresentate. Come ad esempio nel progetto di epidemiologia partecipata PM2.5 Firenze, patrocinato dalla cooperativa Epidemiologia e prevenzione Giulio A. Maccacaro, in cui da circa due anni un gruppo di cittadini del capoluogo toscano conduce un’attività di sorveglianza della qualità dell’aria. L’iniziativa propone un rapporto nuovo tra le istituzioni e i cittadini. Come recitano i suoi promotori, in pieno stile Holdren, la disponibilità di informazioni e la produzione stessa del sapere scientifico devono essere “patrimonio di più soggetti e non ristretti al solo ambito specialistico”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su pagina99 del 5 dicembre 2015.

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da Blade Runner a Jurassic Park la fantascienza diventa scienza*

pagina99-seconda-2015 Se avete visto The Martian, l’ultimo film di Ridley Scott, vi sarete forse chiesti, ad esempio, quanto sia realistico che Mark Watney, il marziano impersonato da Matt Demon, possa esporsi alle radiazioni solari o ai raggi cosmici senza conseguenze. Sono domande forse un po’ da nerd ma che ricorrono spesso nei film di science fiction. L’obiettivo fondamentale è capire quanta scienza ci sia nella fantascienza. Si tratta di un approccio così assodato che quasi sempre si trascura la possibilità opposta: l’impatto della fantascienza sulla ricerca scientifica. A porre parziale rimedio alla questione ci ha pensato di recente una start-up britannica, specializzata in strumenti avanzati di filtraggio della letteratura scientifica, attraverso un’analisi di big data. Secondo Sparrho, così si chiama l’azienda fondata da due ex-ricercatori, i robot di Star Wars e i dinosauri geneticamente modificati di Jurassic Park non sono entrati solo nel nostro immaginario, ma anche nei laboratori.

L’idea di identificare film di fantascienza rilevanti nella ricerca scientifica è venuta al giornalista americano Jeremy Hsu. Come racconta egli stesso in un articolo pubblicato qualche settimana fa sulla versione online del magazine Discover, Hsu è riuscito a convincere il team di Sparrho a mettere mano a un database della British Library contenente paper scientifici dal 1890 al 2010.

Prima di quest’iniziativa erano già stati condotti indagini simili, ma di natura più qualitativa. Qualche mese fa, ad esempio, la rivista Popular Mechanics aveva realizzato un sondaggio informale che decretò 2001: Odissea nello spazio come il film di fantascienza più apprezzato dagli scienziati. Risale al 2004 un lavoro analogo promosso dal quotidiano britannico The Guardian, che invece sancì il primo posto per Blade Runner nella classifica di gradimento dei ricercatori.

Rispetto a questi tentativi, il salto di qualità dell’analisi di Sparrho è stato da una parte attingere all’archivio della biblioteca di ricerca più importante al mondo. Dall’altra, e più significativamente, aver fatto ricorso alle competenze dei cosiddetti data scientist, nuovi professionisti con abilità trasversali tra matematica, informatica e statistica. Un mestiere tipico dell’era digitale che Hal Varian, chief economist di Google, ha definito “il più sexy del XXI secolo”. E se non sappiamo se sia stato sexy, certamente non deve essere stato noioso per la scienziata dei dati Katja Bego cogliere la sfida di Hsu. Bego ha prima di tutto individuato i film di science fiction più popolari nella storia del cinema, pesando sia il riscontro del botteghino che il parere dei critici. Con una lista di 100 film a disposizione, ha poi usato un algoritmo per vivisezionare i dati dell’archivio della British Library per contare quante volte i titoli delle pellicole comparivano nei titoli o nei sommari degli articoli scientifici. Ha definito così un primo elenco, a partire dal quale ha ulteriormente filtrato manualmente i risultati ottenuti prendendo in considerazione solo le ricerche che esplicitamente discutevano i contenuti dei film e non quelle che li citavano senza approfondimenti.

Il processo si è concluso con la seguente graduatoria: al primo posto Star Wars, con 18 articoli influenzati in modo rilevante dalla saga cinematografica creata da George Lucas; al secondo Jurassic Park con 11 paper, al terzo 2001: Odissea nello spazio con 9 articoli. A seguire Blade Runner, Minority Report, Ritorno al futuro e altri grandi successi. Oltre a stilare la classifica, Katja Bego ha indagato quali discipline o quali specifici problemi di ricerca hanno preso ispirazione dai film individuati. È emerso così, ad esempio, che i paper per cui Star Wars è stato rilevante hanno trattato soprattutto di robot non-umanoidi o della psicologia di Anakin Skywalker, leggendario Cavaliere Jedi, al servizio della Repubblica Galattica prima di diventare Darth Vader (in Italia Darth Fener). I ricercatori si sono interessati ai destini del maestro del lato oscuro per comprendere se nel suo caso avesse senso una diagnosi di disturbo borderline. Jurassic Park è stato considerato per le questioni etiche legate a riportare in vita specie estinte e per la computer grafica utilizzata per animare branchiosauri, tirannosauri e velociraptor vari. 2001: Odissea nello spazio per le tematiche sui rapporti tra emozioni, libero arbitrio e intelligenza artificiale, mentre Minority Report ha stimolato i ricercatori interessati alle problematiche della sorveglianza globale e al futuro dell’urbanizzazione. Per quanto riguarda i temi di fantascienza trattati con maggiore frequenza si segnalano quello dei robot, termine comparso nei paper 89 volte e l’ intelligenza artificiale, con 29 riferimenti. I viaggi nel tempo solo due volte, con buona pace di Marty McFly e del mitico Doc di Ritorno al Futuro.

Sono risultati che dimostrano quanto la cultura popolare riesca a permeare ambiti apparentemente inaccessibili come le comunità degli scienziati. Ed è bene ricordare che il team di Sparrho ha contato solo i film esplicitamente citati nei titoli e negli abstract dei lavori scientifici. È facile ipotizzare che il numero sarebbe aumentato considerevolmente se fossero state prese in considerazione le ricerche ispirate alla fantascienza senza riferimenti nel testo a una specifica pellicola. In più, il database consultato da Bego si ferma al 2010. Vale a dire che dall’analisi sono stati esclusi blockbuster come Interstellar e il già citato The Martian, per non parlare di altre importanti uscite nel 2015 come Jurassic World, Star Wars: Il Risveglio della Forza o la serie Terminator, che di sicuro avrebbero arricchito di nuovi elementi l’indagine. Il campione della start-up britannica non includeva infine l’impatto della science fiction sulla ricerca militare o nel settore privato. Insomma, la linea di confine tra scienza, tecnologia e fantascienza è probabilmente molto più sfumata di quanto si pensi e di quanto si sia misurato finora.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su pagina99 del 28 novembre 2015.

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Perché c’è chi nega il climate change*

25ott2014 Durante il Climate Summit 2014, il presidente americano Obama ha definito i cambiamenti climatici la “minaccia numero uno del secolo”. Un volume uscito da poco in Italia scritto dal saggista ed esperto di questioni ambientali Giancarlo Sturloni per la casa editrice Piano B, con l’ inequivocabile titolo Il pianeta tossico ci richiama, se possibile, a un’urgenza ancora più drastica di quella di Obama: se non facciamo qualcosa, e subito, siamo finiti. Eppure la risposta di governi e opinione pubblica internazionale rimane un misto di indifferenza e scetticismo. Come è possibile non agire di fronte ai pericoli del riscaldamento globale? Come è possibile riuscire a ignorare la crescente evidenza scientifica sulle sue cause e sulle sue conseguenze?

L’attivista ambientale George Marshall, nel suo ultimo libro Don’t Even Think About it, pubblicato di recente negli Stati Uniti per i tipi di Bloomsbury, introduce un punto di vista originale e rilevante anche per la comprensione di altre forme di negazionismo: i cambiamenti climatici non sono una battaglia della scienza contro l’ignoranza, ma una “sfida profonda al nostro modo di dare senso al mondo”. Secondo questa prospettiva, elaborata grazie a una lunga serie di interviste a scienziati e sociologi ma anche a membri del movimento conservatore Tea Party, l’evoluzione ci ha reso poco adatti alla sfida dei mutamenti del clima. I tratti psicologici e sociali ereditati in milioni di anni per interpretare le minacce dell’ambiente, e per motivarci ad agire contro di esse, premiano ad esempio le informazioni che confermano le nostre convinzioni mentre sminuiscono quelle che le contraddicono, si focalizzano sul presente, privilegiano la conformità sociale, ci spingono a procrastinare. Si tratta di caratteristiche non molto efficaci per fronteggiare un fenomeno “complesso, poco familiare, lento, invisibile e intergenerazionale”, come quello dei cambiamenti climatici. Insomma, come specie non siamo fatti per contrastare questi pericoli.

La tesi di Marshall, co-fondatore di Climate Outreach Information Network, organizzazione no-profit impegnata nella sostenibilità ambientale, si inserisce all’interno dell’intenso dibattito accademico e politico sul negazionismo, a cui non è associato certo solo il global warming. Come è noto, secondo alcuni movimenti e correnti di pensiero non c’è correlazione tra Hiv e Aids, l’Olocausto non è mai accaduto, i vaccini causano l’autismo e la teoria scientifica dell’evoluzione non ha prove sufficienti. Come ha sottolineato il fondatore della Skeptics Society Micheal Shermer, in un articolo pubblicato su un numero speciale di qualche tempo fa della rivista New Scientist, è importante comprendere che ad animare queste persone non c’è un sano dubbio.
Diversamente dagli scettici i negazionisti “continuano semplicemente a negare” anche di fronte a prove schiaccianti.

Una delle interpretazioni tradizionali di questa ostinazione è che la colpa è dell’ignoranza. Di conseguenza, se solo i non-esperti conoscessero la scienza non potrebbero fare a meno di apprezzarla e sostenerla. Numerose ricerche hanno smentito quest’approccio mostrando che il rifiuto dei risultati della ricerca è solo debolmente correlato all’alfabetizzazione scientifica. Recentemente Dan Kahan, professore all’Università di Yale ed esperto di percezione del rischio, in una ricerca pubblicata su Nature ha mostrato che ad esempio le opinioni degli americani sul riscaldamento globale sono principalmente influenzate dall’appartenenza politica. I dati raccolti da Kahan mostrano inoltre che i sostenitori del movimento Tea Party hanno un livello di alfabetizzazione scientifica leggermente superiore alla media americana.

Un’altra chiave di lettura per spiegare il negazionismo è la mancanza di fiducia nei confronti della scienza. Anche in questo caso le inchieste sociologiche rivelano un quadro più complesso. Un’indagine del Pew Research Center nel 2009 mostrava che più dell’ottanta per cento della popolazione statunitense considerava la scienza una forza positiva della società. Secondo il report The 2014 Public Attitudes to Science, pubblicato qualche settimana fa dall’istituto demoscopico Ipsos Mori, il 90 per cento dei britannici ritiene che scienziati e ingegneri forniscano un contributo prezioso alla collettività. Sono risultati in linea con la media europea, inclusa l’Italia.

Come si conciliano allora le grandi aspettative nei confronti di scienza e tecnologia con la resistenza anche tenace ad alcuni suoi risultati nel caso di vaccini, evoluzione e global warming? Il punto è che un conto è fidarsi della scienza in generale, un altro è prevedere le nostre reazioni individuali quando ci confrontiamo concretamente con i risultati della ricerca nei contesti più diversi: dai processi decisionali per la costruzione di un inceneritore a pochi passi dalle nostre case, alle scelte sulle terapie per fronteggiare il cancro o all’educazione che vogliamo dare ai nostri figli. Nell’articolo What Scientists Really Do, pubblicato qualche tempo fa sul New York Review of Books, il fisico e astronomo Priyamavda Natarajan spiega che la contraddizione nasce dall’incapacità dei non-esperti di fare i conti con la provvisorietà della ricerca. Natarajan suggerisce di leggere il libro Curiosity: How Science Became Interested in Everything, scritto da nel 2013 da Philip Ball, ex-direttore di Nature, per comprendere come questa provvisorietà sia in realtà un punto di forza della scienza, perché permette di raffinare le conoscenze sul mondo naturale in un processo senza fine di confronto con la realtà.

Sta di fatto che il negazionismo riesce a prosperare proprio nelle pieghe dell’incertezza, una parola che per gli scienziati ha un significato diverso dall’accezione comune, ma che proprio per la sua ambiguità permette alle tesi cospirazioniste di fornire spiegazioni alternative che danno l’illusione di riappropriarsi di un controllo perduto, anche se queste spiegazioni non sono supportate dai fatti.

Per contrastare complottismo e scetticismo l’approccio paternalistico è poco efficace, anzi si rivela spesso arrogante e alienante. Alla fine del suo libro sul cambiamento climatico Marshall suggerisce che bisognerebbe prendere le chiese evangeliche come modello per imparare a comunicare efficacemente sulle conseguenze del riscaldamento globale. Il senso della sua provocazione è che bisogna considerare il problema in un contesto più ampio, trattarlo come un processo che ci riguarda per tutta la vita, mettendo in conto periodi di dubbio e incertezza, ma anche di illuminazione personale. Per questo bisogna saper ascoltare, sostenere e mettersi alla pari di tutti gli interlocutori, come sanno fare da millenni le religioni.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 25 ottobre 2014.

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