Archive for the ‘Comunicazione della scienza’ Category

Leggere il cervello per dominare il mondo*

È una nuova corsa allo spazio. Solo che al posto di missili, satelliti e la conquista della Luna, in ballo c’è il sistema biologico più complesso nell’universo conosciuto: il cervello. In un clima misto di collaborazione e competizione, Europa, Stati Uniti e Cina affilano sempre di più le armi della politica della ricerca per finanziare mega-progetti finalizzati allo studio scientifico del sistema nervoso. Le aspettative sono avveniristiche: dalla cura di malattie neurodegnerative come Alzheimer e Parkinson allo sviluppo di intelligenze artificiali simili a quelle umane. Oltre alle ambizioni scientifiche, sulle neuroscienze si concentrano forti interessi economici e questioni cruciali per le società contemporanee. I futuri assetti della competitività internazionale dipendono in maniera non trascurabile dal modo in cui le attuali potenze mondiali riusciranno ad affrontare sfide e opportunità della ricerca sul cervello.

Il vecchio continente mostrerà i muscoli la prossima settimana a Milano con la nona edizione del forum europeo sulle neuroscienze – Fens 2014. Dal 5 al 9 luglio, il capoluogo lombardo sarà teatro di un meeting che vede coinvolti i rappresentanti di 42 società scientifiche distribuite dal Portogallo alla Romania, dall’Italia alla Norvegia, per una comunità complessiva di circa 23000 ricercatori. Sarà la prima importante occasione per sentire la voce europea delle neuroscienze – come recita la home page del sito della Fens (Federation of European Neuroscience Societies) – dopo una sorta di annus mirabilis per la disciplina. Il 2013 è stato infatti segnato da due iniziative senza precedenti su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Nel febbraio dell’anno scorso il Presidente Obama, nel suo discorso sullo Stato della Nazione, scioccava la comunità globale dei neuroscienziati annunciando un progetto decennale dell’ordine di tre miliardi di dollari: il Brain Activity Map, un’ambiziosa mappa del cervello per “immaginare ogni impulso nervoso da ogni neurone”. Alla dichiarazione di Obama ha fatto seguito il 2 aprile 2013 il lancio da parte della Casa Bianca dell’iniziativa BRAIN, che promette un sostegno fino a 300 milioni di dollari l’anno per lo sviluppo di nuove tecnologie finalizzate alla comprensione del funzionamento del cervello nei minimi dettagli.
“Ogni dollaro che abbiamo investito nella mappatura del genoma”, spiegava il presidente americano al Congresso, “ha portato a un ritorno pari a 140 dollari nella nostra economia. Oggi i nostri scienziati stanno mappando il cervello umano per svelare i segreti dell’Alzheimer, stanno sviluppando farmaci per rigenerare organi danneggiati, mettendo a punto nuovo materiale per creare batterie dieci volte più potenti. Non è certo questo il momento di tagliare questi investimenti in scienza e innovazione in grado di creare nuovi posti di lavoro. Ora è invece il tempo di raggiungere un livello di ricerca e sviluppo non più visto dai tempi della corsa allo Spazio”. Nuove speranze per la medicina quindi, ma anche nuove opportunità economiche e maggiori finanziamenti per non arrancare dietro i concorrenti internazionali, vecchio continente in primis.

Anche se non tutti concordano sull’ipotesi di una guerra fredda delle neuroscienze, il solenne impegno di Obama è stato interpretato da diversi analisti come la risposta statunitense alla decisione della Commissione Europea, presa il 28 gennaio 2013, di finanziare lo Human Brain Project del Politecnico di Losanna in Svizzera come uno dei progetti-bandiera delle Future and Emerging Technologies: un miliardo di euro in dieci anni per tentare di simulare il cervello umano attraverso una rete di supercomputer.
Di sicuro le iniziative americane ed europee non sono sfuggite all’attenzione della Cina, una delle altre grandi protagoniste mondiali del boom della ricerca sul cervello degli ultimi anni. In un articolo uscito a marzo di quest’anno sulla National Science Review, una rivista pubblicata dall’Università di Oxford sotto l’egida dell’Accademia Cinese delle Scienze, il neuroscienziato Mu-ming Poo si chiede dove siano diretti i mega-progetti voluti dall’amministrazione Obama e dalla Commissione Europea e quale scopo ultimo si prefiggano. Le conclusioni sono che entrambi offrono certamente nuove opportunità per sviluppare tecnologie innovative, anche se “le prospettive di terapie efficaci per i disturbi del sistema nervoso rimangono incerte”.

Mu-ming Poo non è uno qualunque. Nel 1999 ha fondato a Shanghai l’Istituto di Neuroscienze, un’ente attualmente dotato di 27 laboratori e di uno staff con più di trecento scienziati. Il centro di ricerca è stato preso a modello per riformare l’intero sistema delle istituzioni scientifiche del gigante asiatico. Descritto come un dittatore per i metodi e gli orari di lavoro imposti ai suoi collaboratori, Poo è un deciso promotore dell’adeguamento della ricerca cinese agli standard di qualità occidentali e un testimone attivo della crescita delle neuroscienze nel suo paese. Un’accelerazione segnata dal costante aumento di finanziamenti, dalla nascita centri di ricerca su tutto il territorio nazionale, dalla crescente capacità di far ritornare in patria scienziati formati nelle migliori università europee e americane. La ricerca sul cervello grazie a personaggi come Poo si è ritagliata un ruolo da protagonista tra le scommesse scientifiche della terra di mezzo, che nei primi dieci anni del nuovo millennio ha continuato a finanziare la spesa per la scienza con aumenti annui attorno al 20% e che nel 2012, secondo dati Ocse, viaggiava su investimenti nella ricerca pari all’1,98% del Pil (a fronte dell’ l’1,70% nel 2010). La rivista Nature, in un reportage del 2011, suggeriva di farsi un giro a Shangai all’istituto diretto da Mu-ming Poo per avere un’idea di come la Cina si sta costruendo un futuro da superpotenza delle bioscienze.

Al di là di scenari geopolitici più o meno verosimili, Poo nella sua analisi sul National Science Review coglie l’aspetto più significativo del grande fermento attorno alle neuroscienze degli ultimi tempi: “il fatto che molti governi hanno deciso di mettere la ricerca sul cervello in cima alle priorità delle loro agende nazionali”, un aspetto che eccita la comunità scientifica internazionale ancor di più della quantità di nuovi finanziamenti.
Non si tratta di una coincidenza. La ragione di tanto interesse da parte della politica accomuna paesi sviluppati e paesi emergenti. Il filo rosso che unisce Europa, Stati Uniti e Cina è il peso sociale ed economico dei disturbi del cervello.

Uno studio appena pubblicato sulla rivista Neuron stima che nel vecchio continente i costi per le alterazioni del funzionamento cognitivo, legato ad esempio a lesioni cerebrali o a malattie neurodegenerative, ammontano a circa 800 miliardi di euro l’anno. Con 179 milioni di persone coinvolte nel 2010, i disturbi del cervello sono la maggiore emergenza di sanità pubblica in Europa, prima delle malattie cardiovascolari e del cancro. Come ci spiega Monica di Luca, una delle autrici della ricerca, nonché professore di farmacologia all’Università di Milano e presidente eletta della Fens, “lo studio ha incluso 27 stati membro e 19 patologie. Gli 800 miliardi di euro sono il risultato dei costi diretti e dei costi indiretti. I primi fanno riferimento ai farmaci, all’ospedalizzazione e all’assistenza, ma anche a spese non mediche, ad esempio le infrastrutture e le apparecchiature. I costi indiretti sono invece relativi a questioni di ordine sociale, come l’assenteismo o la mancanza di produttività”.
Questi numeri sono stati fondamentali per convincere la Commissione Europea a inserire la ricerca sul cervello tra le priorità di finanziamento negli strumenti a disposizione dell’Unione, sia nel passato recente che nei prossimi anni, vale a dire sia nel Settimo Programma Quadro terminato l’anno scorso, che nel nuovo Horizon 2020, partito nel 2014. Anche perché a Bruxelles hanno compreso bene i benefici sociali e le opportunità economiche derivanti da un aumento degli investimenti nelle neuroscienze.
Per averne un’idea basti considerare che un report del 2010 della Alzheimer’s Association, la maggiore organizzazione americana impegnata nella promozione della ricerca medica e scientifica sulle cause, la cura e l’assistenza per la malattia di Alzheimer, stimava in 33 miliardi di dollari nel 2020 e in 283 miliardi di dollari nel 2050 il risparmio annuale previsto per il sistema sanitario semplicemente grazie a un ipotetico trattamento per ritardare l’insorgenza della malattia di cinque anni. La malattia di Alzheimer attualmente colpisce più di cinque milioni di statunitensi con più di 65 anni, ma questa cifra potrebbe arrivare a 13.5 milioni a metà del secolo se non si inverte la rotta. E la strada maestra per cambiare traiettoria è la ricerca di base.

Una direzione che non coincide del tutto col percorso intrapreso dalla Commissione Europea. “Horizon 2020”, spiega Monica di Luca, “ ci chiede di andare verso l’innovazione molto di più che in passato, quasi a un livello competitivo di mercato, stimola ancora di più una collaborazione tra pubblico-privato per la soluzione di problemi chiave. Siamo ben consapevoli dell’importanza di tutto ciò, ma è cruciale anche mantenere l’attenzione sulle priorità della ricerca di base sul cervello. Il Brain Human Project è ad esempio un’iniziativa di grande rilievo scientifico e la nostra comunità è molto contenta che sia stata finanziata, ma si tratta soprattutto di ricerca computazionale, è solo un tassello di un quadro molto più ampio: le neuroscienze in Europa debbono e possono dare molto di più. A livello istituzionale non regge poi il confronto con gli Stati Uniti se teniamo presente che il progetto BRAIN è stato identificato come priorità nazionale e sponsorizzato dal presidente Obama in persona”.
Non si tratterà insomma di una nuova guerra fredda, ma di certo siamo solo agli inizi di una competizione che nei prossimi anni vedrà politici e neuroscienziati americani, europei, cinesi e molto probabilmente di altri paesi emergenti, giocarsi una buona parte del futuro economico e sociale delle proprie nazioni al tavolo della ricerca sul cervello.

*Quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 28 giugno 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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Il ruolo della formazione nella governance della scienza


Possono le scuole di comunicazione e di giornalismo scientifico dare un contributo alla democratizzazione della scienza? Possono favorire processi partecipativi su questioni tecnoscientifiche socialmente controverse? Possono essere un centro propulsivo di cittadinanza scientifica? Sono le questioni su cui sono stato stimolato a ragionare nell’ambito di una tavola rotonda prevista per venerdì prossimo a Perugia durante la due giorni del convegno Scienza, informazione e democrazia.
Dal mio punto di vista la risposta sintetica alle domande elencate è sì, a patto che la comunicazione della scienza sia agita come un bene pubblico e si metta al servizio delle comunità per favorire l’impegno civile. È un passaggio controverso, perché siamo ancora troppo abituati a formare studenti che salvaguardino le legittime, ma non esclusive, istanze degli scienziati.

È solo una preoccupazione accademica?

Gli interrogativi posti, di primo acchitto, sono abbastanza distanti dalle preoccupazioni quotidiane di chi si occupa di formazione in comunicazione della scienza. Molto più usuale è che gli aspiranti allievi ti chiedano se troveranno lavoro. Per dare significati concreti alla discussione bisognerebbe mostrare che la definizione di uno spazio originale di innovazione democratica per le scuole porta all’acquisizione di competenze spendibili sul mercato del lavoro.

Perché bisognerebbe promuovere la cittadinanza scientifica?

C’è però una questione preliminare da sciogliere. Siamo proprio sicuri che il coinvolgimento pubblico su questioni di scienza e tecnologia sia una cosa buona? Perché (e dovremmo chiedercelo prima del come) dovremmo formare persone in grado di facilitare processi di partecipazione su decisioni che richiedono elevate competenze tecnico-scientifiche? Siamo convinti che in tal modo si prenderebbero le decisioni migliori? All’inizio di quest’anno la rivista Public Understanding of Science (PUS) ha dedicato un numero speciale a questi interrogativi. Dopo vent’anni di teorie e pratiche su quello che gli anglossassoni chiamano public engagement of science, autori celebri nel settore, come Brian Wynne, Alan Irwin, Helga Novotny e soprattutto Sheila Jasanoff, si sono chiesti a che punto siamo, dove stiamo andando e perché bisognerebbe continuare a sostenere modelli dialogici nella comunicazione della scienza.

Limiti e potenzialità del dialogo

Gli autori elencati sono tutti d’accordo nel ritenere che non tutte le promesse sono state mantenute. Le pratiche di dialogo tra scienza e società a partire dagli anni ’90 del secolo scorso si sono focalizzate su esperimenti limitati sia nel numero di partecipanti che nell’impatto concreto sulle policy. In più si sono istituzionalizzate. Da una parte si è perso quindi di vista l’obiettivo politico più ampio: quello di una governance dialogica globale della scienza, non riducibile a singole attività dagli esiti politici incerti e modesti. Dall’altra le istituzioni hanno proceduralizzato gli esercizi di dialogo per inserirli in una più vasta strategia di rassicurazione, significativamente distante da una reale apertura democratica.

Occorre cambiare le idee su scienza e pubblici

Diversi studiosi dello special issue del PUS condividono il fatto che se si vuole ridare slancio alla partecipazione bisogna riaprire le idee sui pubblici e sulla scienza.
In ormai quasi trent’anni di critica al modello top-down, è stato relativamente facile convincere gli scienziati che bisognava passare dal monologo alla conversazione. Molto più complicato è stato persuadere gli esperti che il problema non è il pubblico. Nei fatti la stragrande maggioranza delle istituzioni pratica il dialogo come uno strumento più sofisticato rispetto al passato, ma pur sempre finalizzato a mantenere inalterate le strutture di potere e le distanze fra chi sa e chi non sa.
Ma la partecipazione ha un senso solo se apre il processo decisionale ad altre voci, ad altri saperi, ad altre visioni, non se si interrompe il processo quando la discussione diventa scomoda. Aprire il processo decisionale vuol dire generare nuove conversazioni e soluzioni, significa rendere concreta la pratica della cittadinanza scientifica.

I costi della partecipazione

Tutto questo è costoso in termini di tempo e di risorse ed è soprattutto rischioso sul piano politico, perché può portare in direzioni inattese proprio per le organizzazioni che promuovono il dialogo. Il paradosso è che i benefici maggiori alla democrazia possono rappresentare gli aspetti più sgradevoli per le istituzioni.
Si è disposti ad accettare questo rischio se si ha fiducia che la partecipazione sia il metodo privilegiato per definire le scelte migliori o, più probabilmente, il meno peggio per tutti. Il dialogo può funzionare se i pubblici di non-esperti vengono considerati dei partner comunicativi con cui negoziare interessi e prospettive anche molto differenti tra di loro. Se viceversa l’idea di fondo rimane di trattare i pubblici come target da persuadere o rassicurare, in altre parole se le pratiche di coinvolgimento continuano a rispecchiare le assunzioni del modello di deficit, rimane forte la tentazione di chiudere il processo di discussione quando diventa sconveniente.

Pubblici issue-oriented

Come scrive Jasanoff, è sempre più chiaro, diversamente dalle schematizzazioni deficitarie, che i pubblici non sono realtà pre-esistenti e statiche rispetto alla scienza e alla tecnologia. I pubblici della scienza sono issue-oriented, vale a dire che essi si formano rispetto a problemi specifici che contano di più di variabili socio-demografiche e culturali: i pubblici vogliono entrare nell’arena politica perché desiderano partecipare al governo del futuro.
In parallelo alla riconsiderazione dei pubblici della scienza vanno approfondite le ragioni per cui gli scienziati continuano a rappresentarsi sotto assedio, nonostante la ricerca sociale da anni mostri che non è così. La persistenza di un’immagine della scienza poco apprezzata e poco considerata condiziona l’impostazione e la visione degli approcci dialogici.

Benefici per la democrazia, ma per la scienza?

Le conseguenze inattese e lo sviluppo di “intelligenza sociale” rappresentano certamente un beneficio per la democrazia (tenendo sempre a mente che la democrazia ci permette di individuare decisioni senza ricorrere alla violenza – ed è tanto – ma non ci consente necessariamente di trovare la scelta giusta in sé).
Ma cosa ci guadagna la scienza in tutto questo? Cosa ci guadagnano gli esperti a essere messi in discussione?
Certamente poco se lo scopo rimane la rassicurazione sociale, molto di più se gli obiettivi diventano la riflessività istituzionale e soprattutto l’aumento del capitale di fiducia sociale, la questione che a mio modo di vedere rappresenta la posta in gioco più importante nei rapporti tra scienza e società. Perché in fondo la domanda su cui i cittadini si interrogano più insistentemente di fronte all’innovazione tecnoscientifica e ai conflitti che ne scaturiscono è: di chi mi posso fidare?
Per le istituzioni, aprirsi a un dialogo vero significherebbe muoversi nella giusta direzione per essere sempre di più degli interlocutori credibili e attendibili, prim’ancora di essere dei centri di sapere comprensibili.
Difficilmente tali obiettivi possono essere raggiunti puntando a singoli e sporadici eventi di partecipazione, per di più poco coerenti con una visione di governance globale della scienza. Se però le istituzioni accettano davvero il rischio democratico allora si può forse prospettare un ruolo anche per le scuole di comunicazione della scienza.

Cosa possono fare le scuole per la cittadinanza scientifica

Non c’è dubbio che in un periodo di trasformazione come quello attuale è nostra responsabilità di formatori studiare percorsi didattici che puntino all’internazionalizzazione, all’innovazione, all’universo digitale, ai modelli economici. Non bisogna però perdere di vista il perno imprescindibile attorno a cui ruota qualunque attività di comunicazione: lavorare in funzione del pubblico.
Se crediamo di dover formare persone che favoriscano la democratizzazione della scienza, allora bisogna insegnare ai nostri studenti come organizzare l’informazione scientifica per promuovere l’impegno civile.
I nostri studenti devono acquisire le competenze tecniche e culturali per entrare nelle comunità, imparare a viverle, a capirle e a raccontarle. Dobbiamo formare studenti in grado di aiutare le istituzioni scientifiche ad abbracciare una visione più ampia dei rapporti tra scienza e società. Dobbiamo addestrare allievi in grado di ideare progetti innovativi di interazione tra media, esperti e politici. Dobbiamo pensare a figure di facilitatori che agiscano per far aumentare la consapevolezza dei diritti e dei doveri della cittadinanza scientifica nei media locali, nelle scuole, nelle piccole e medie imprese.
In ultima analisi dobbiamo far diventare le nostre scuole dei centri vivi nelle comunità, dobbiamo studiare percorsi formativi che permettano ai nostri allievi non solo di contribuire all’aumento dell’intelligenza collettiva, ma anche, come ribadisce ancora Jasanoff, di soddisfare un desiderio altrettanto legittimo: quello di partecipare al governo del futuro abilitato dalla scienza e della tecnologia. Troppo spesso i nostri insegnamenti si sono limitati al primo punto. La democratizzazione della scienza richiede di esplorare soprattutto il secondo.

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Recensione – La realtà non è come ci appare

Come avrei voluto leggere un libro così lucido, profondo, rigoroso e allo stesso tempo accessibile e illuminante quando ero studente di fisica. La realtà non è come ci appare di Carlo Rovelli avrebbe cambiato il mio percorso universitario, e forse qualcosa di più. Non credo che avrei superato con meno fatica gli esami, ma sono convinto che un testo del genere mi avrebbe trasmesso un desiderio mai ravvisato in nessuno dei miei professori dell’epoca. Un desiderio che riguarda il tentativo vertiginoso della fisica teorica di cogliere l’estremo, l’essenziale, il remoto.
C’è qualcosa di tremendo nel percorso intellettuale che arriva ad abolire il tempo e l’infinito, come ci propone Rovelli nella sua splendida rilettura della storia della fisica, da Galileo ai giorni nostri, passando per la relatività generale e la meccanica quantistica, fino a farci avventurare sui bordi estremi della conoscenza rappresentati dalla gravità quantistica.
Ci coglie un’ebbrezza mista a stordimento nella descrizione di una realtà così diversa da quanto ci permettano di intravedere i nostri sensi e le nostre esperienze. “Siamo piccole talpe cieche sottoterra che sanno poco o nulla del mondo, ma continuano ad imparare…”, scrive Rovelli verso la fine del libro.
È l’azzardo di pensare l’impensabile che definisce la cifra peculiare della fisica teorica. La stragrande maggioranza di noi si ritrae, nei modi più diversi, di fronte a questa prova. E non credo solamente per motivi tecnici, per difficoltà matematiche e concettuali, che certamente esistono. Penso che ci sia anche qualcosa di profondamente comprensibile nel rifugiarsi nel dolce naufragio dell’indefinito, nell’abbandonare il culmine di un pensiero spesso insostenibile per lo sgomento che suscita.
Rovelli ci avvicina viceversa al coraggio intellettuale di chi sceglie il percorso più arduo, di chi non volta le spalle al mistero del mondo cedendo al disincanto o asservendosi al sapere costituito. La sua è una rivendicazione orgogliosa di chi accetta l’ignoranza, e allo stesso tempo la sfida della conoscenza, fino in fondo, senza sconti. La via proposta però è stretta e forse l’autore, se mi posso permettere una critica, potrebbe essere meno severo con chi decide di non percorrerla.
Detto questo, La realtà non è come ci appare è un vero e proprio manifesto della ricerca pura nella sua espressione più universale. Andrebbe letto anche solo per cogliere in termini contemporanei il monito dantesco a perseguire la conoscenza per dirci pienamente umani.

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La scienza? né di destra né di sinistra*

La scienza non è né di destra né di sinistra. Non è di interesse esclusivo degli atei, né dei credenti. E pure la conoscenza potrebbe avere un ruolo parziale nella formazione delle nostre opinioni su questioni tecnoscientifiche socialmente controverse, come gli OGM, il nucleare, la fecondazione assistita.
Stando ai risultati di uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Plos One, relativo alla popolazione statunitense, lo scenario appena delineato si applica di certo alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, in cui più della militanza politica o delle divisioni ideologiche, quello che conta nell’essere a favore o contro gli studi su una materia così eticamente sensibile sono le credenze individuali sul ruolo della scienza nella società.

Ad esempio gli “ottimisti scientifici”, un terzo degli americani, appoggiano in gran parte gli studi sulle cellule staminali embrionali perché sono convinti del legame stretto che unisce la scienza al progresso sociale. Di segno opposto i “pessimisti scientifici”, un quarto della popolazione statunitense, secondo cui le potenziali conseguenze negative della ricerca superano di gran lunga gli aspetti positivi. La classificazione proposta da Matthew Nisbet e Ezra Markowitz, i due studiosi americani autori della ricerca, si è basata su un’analisi approfondita di inchieste sociologiche condotte tra il 2002 e il 2010. La ripartizione prevede anche i “dubbiosi”, combattuti tra rischi e benefici, e i “disimpegnati”, che non ritengono di avere una chiara idea di qual è l’impatto della scienza sulla società.

Al di là delle definizioni, la sorpresa più rilevante del lavoro di Nisbet e Markowitz è che lo schema indicato non si inquadra alla perfezione nelle tradizionali categorie utilizzate per comprendere i pubblici della scienza. Se è vero che religione, istruzione e ideologie continuano ad avere un effetto certamente non trascurabile, sta di fatto che tali fattori non sembrano così determinanti nello spiegare l’atteggiamento nei confronti della scienza.
Ottimisti e pessimisti, in altre parole, sono tanto repubblicani quanto democratici. Tra i disimpegnati, i più ricchi, circa un terzo ha un buon titolo di studio anche se la maggioranza di essi si considera ignorante su temi di scienza e medicina. Nonostante ciò, quasi il 60 per cento si dichiara a favore, se non molto a favore, della ricerca sulle staminali. Viceversa i dubbiosi, con un livello d’istruzione mediamente basso, ritengono di possedere un’alfabetizzazione scientifica adeguata che non si traduce però in un chiaro appoggio alla ricerca.

Insomma si tratta di un bel rimescolamento di carte, rilevante non solo perché le cellule staminali embrionali sono solo un esempio dei numerosi e controversi dibattiti pubblici che le scienze della vita genereranno sempre di più nei prossimi anni, ma anche perché le indicazioni di Nisbet e Markowitz forniscono le basi per un approccio diverso alla comunicazione pubblica della scienza, basato su dati e numeri di cui tener conto. Di fronte ai conflitti con i non-esperti, scienziati e istituzioni di ricerca farebbero bene, ad esempio, a non impostare strategie di comunicazione in cui le radici della resistenza pubblica all’innovazione tecnoscientifica sono ricondotte unicamente a ignoranza o a cieca ideologia.

*Quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99 week end dell’8/9 marzo 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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Il ruolo della conoscenza nella formazione giornalistica

Il progetto Journalist’s Resource dell’Harvard’s Sorenstein Center ha recentemente redatto una lista aggiornata di pubblicazioni di qualità dedicate alla formazione nel giornalismo. Le risorse comprendono articoli e report di natura teorica, ma anche analisi empiriche sull’industria della notizia.
Come è noto, il sistema dell’informazione è in una fase di grande trasformazione e, forse, tra gli effetti sottovalutati del cambiamento vanno annoverate le ripercussioni sui tradizionali curricula delle scuole di giornalismo, che sembrano armi educative sempre più spuntate. Sebbene le preoccupazioni su qual è la migliore formazione da offrire ai nuovi giornalisti riguardi soprattutto i coordinatori e i responsabili di corsi di formazione, dare un’occhiata alla lista del Journalist’s Resource in generale può essere istruttivo anche per avere un’idea delle tendenze più interessanti in circolazione sul giornalismo.
Particolarmente significativi per la riflessione che conduciamo al Master della Sissa dove lavoro sono i riferimenti al giornalismo basato sulla conoscenza. Su tutti segnalo il libro Informing the News: The need for Knowledge-Based Journalism, pubblicato lo scorso ottobre dalla casa editrice Vintage e scritto da Tom Patterson, direttore di Journalist’s Resource. Patterson sostiene che la via maestra per ridare un significato sociale imprenscindibile all’informazione professionale è insegnare ai giornalisti ad usare la conoscenza.
L’autore si muove in una direzione inagurata già da Philip Mayer negli anni ’70 del secolo scorso, quando nel libro Precision Journalism, tradotto solo nel 2006 in Italia col titolo Giornalismo e metodo scientifico, proponeva di trattare il giornalismo come una scienza.
Il progetto di Mayer ha avuto fortune alterne, ma oggi ci sarebbero più possibilità di successo per il giornalismo di precisione per due ragioni. La prima è per il ruolo assunto dalla conoscenza nella teoria sociale e nelle strategie economiche. Il secondo motivo è internet. Le tecnologie digitali e di rete, sostiene Patterson, renderebbe realizzabile la visione di Meyer: basare la presentazione delle notizie sull’esercizio delle “massime virtù scientifiche”, per dirla alla Walter Lippman, che si esprimeva già in questi termini negli anni ’20 del Novecento nel volume Liberty and the News.
L’invito a una professionalizzare del giornalismo nel senso di un uso approfondito della conoscenza mi trova molto d’accordo. Così come condivido le premesse di fondo di Patterson, vale a dire che il problema dell’abbassamento della qualità delle news richiede un’innovazione di concetti e pratiche giornalistiche basata sulla riattualizzazione delle funzioni sociali dei professionisti dell’informazione. Tra queste vale la pena ricordare la capacità di validare e distinguere ciò che è rilevante per una comunità da ciò che non lo è, l’attendibilità nel fornire notizie che rappresentino la base di una realtà condivisa, la necessità di istituzioni editoriali di cui fidarsi. Il recupero passerebbe per un nuovo modo dei giornalisti di rapportarsi con il sapere.
Il ragionamento è abbastanza lineare anche se, a mio modo di vedere, lascia margini di approfondimento su almeno tre questioni: di quale conoscenza hanno bisogno i giornalisti? Quali sono i rapporti tra la conoscenza di cui parla Patterson e la scienza? Quali sono le competenze da insegnare eventualmente nei percorsi formativi?

Rispetto alla prima questione, è opportuno premettere che nei ragionamenti di Patterson, e parzialmente di Meyer, si sovrappongono piani differenti, usando ad esempio come termini intercambiabili la conoscenza accademica in ambito umanistico e sociologico con la conoscenza scientifica, oppure la conoscenza dei processi con quella dei contenuti.
Per maggiore chiarezza è forse utile isolare le diverse dimensioni in cui si esprime il problema della conoscenza dei giornalisti. Si possono identificare almeno quattro aree:

1) Il giornalismo ha un problema disciplinare, nel senso che non è un corpo sistematico di pratiche e concetti universalmente condivisi attraverso i quali si riescano a stabilire le unità minime di conoscenza necessarie e sufficienti per essere definiti giornalisti. La questione è controversa perché esistono migliaia di scuole di giornalismo nel mondo, basate però evidentemente su un fragile terreno epistemologico e quindi curriculare. Specchio di quest’indeterminatezza è il ricorrente conflitto tra “pratici” (il giornalismo è quello che fai in una redazione) e “teorici” (il giornalismo è caratterizzato da modelli, problemi e dinamiche specifiche che vanno studiate), una diatriba che difficilmente qualcuno porrebbe oggi per la medicina, la giurisprudenza o la fisica;

2) I giornalisti hanno un problema di conoscenza nel senso che non sanno e non possono sapere in profondità quello di cui raccontano. Un altro modo di dirlo è che i giornalisti sono esperti precari, esperti a tempo. È una problematica generalizzata. Che si tratti di politica, istituzioni, scienza, sport, la conoscenza dei diretti interessati su fatti specifici sarà sempre più approfondita rispetto a quella di un cronista che deve coprire temi diversi, seppur all’interno di un ambito specifico. Il paradosso non è nuovo ma è sempre attuale: se il giornalismo è ricerca di una forma di verità, come si potrà soddisfare quest’obiettivo visto che i professionisti dell’informazione non possiedono quasi mai il livello di conoscenza degli esperti protagonisti delle notizie che i giornalisti devono raccontare?

3) Il giornalisti hanno un problema di conoscenza rispetto al metodo: pochi riescono a spiegare come fanno a sapere quello che sanno o perché una procedura di individuazione ed esposizione dei fatti è più efficace giornalisticamente rispetto a un’altra. Ma soprattutto non c’è un metodo condiviso che permetta di affermare che se si seguono determinati passaggi nella ricostruzione degli accadimenti si arriva alla stessa rappresentazione della realtà;

4) I giornalisti non sanno come sfruttare pienamente la conoscenza disponibile nelle università, nei centri di ricerca, nelle biblioteche. Questo potrebbe essere definito come un problema di applicazione della conoscenza.

La distinzione proposta aiuta a comprendere se e come la scienza può essere utile nell’affermazione del giornalismo basato sulla conoscenza.
La conoscenza scientifica può fornire un modello a cui tendere e un campo su cui interrogarsi per almeno tre motivi: per la tipologia e la qualità dei contenuti, per il metodo usato nella loro produzione e perché mostra molto efficacemente come cambiano le dinamiche di accesso, distribuzione e utilizzo del sapere in epoca digitale (si veda ad esempio La stanza intelligente di David Weinberger).
Voglio sottolineare quest’ultimo punto perché si distingue molto dalla visione statica a cui si richiamano Meyer e Patterson. Il mese scorso ha suscitato una forte discussione, fra addetti ai lavori e non, una cover story dell’Economist dedicata ai limiti dei meccanismi attuali di validazione e replicabilità della ricerca e al conseguente abbassamento complessivo della qualità della conoscenza scientifica. Allo stesso tempo, come riporta Gary Marcus sul New Yorker sono diverse le iniziative che la comunità degli scienziati sta mettendo in campo per affrontare alcuni dei problemi posti dal giornale britannico. Insomma, grazie o a causa dei media digitali, stiamo capendo che la conoscenza in generale, e quella scientifica in particolare, è una materia molto più calda e fluida di quanto siamo stati abituati a pensare in epoca pre-internet.
Se si vuole fondare un giornalismo in grado di inserire la conoscenza in contesti specifici per fornire un valore aggiunto di analisi e interpretazione dei fatti, allora è bene che i futuri professionisti siano in grado di capire e spiegare come evolve la conoscenza, come risponde ai cambiamenti sociali e come, viceversa, contribusice a plasmare la società. Tra i compiti dei formatori ci dovrà allora essere quello di insegnare ai giornalisti come comprendere le logiche di accesso, produzione e distribuzione del sapere. La conoscenza scientifica è un modello rilevante per questo scopo perché è l’ambito in cui si stanno realizzando le sperimentazioni più interessanti.

Queste ultime considerazioni mi portano alla questione delle competenze. Wolfgang Donsbach, direttore del Department of Communication alla Dresden University of Technology in Germania, in un paper pubblicato da poco sulla rivista Journalism, ha elencato alcune delle qualità specifiche che dovrebbero caratterizzare un giornalista della conoscenza:

1) Competenza generali: i giornalisti devono avere la capacità di inserire la conoscenza nei contesti in cui accadono i fatti e possedere una prospettiva intellettuale di ampio respiro per prendere decisioni fondate;

2) Competenza su specifici argomenti: i giornalisti devono riuscire a raggiungere un livello di conoscenza del settore di cui si occupano sufficientemente profondo a comprendere la struttura del campo di loro interesse e a produrre una mappa degli attori principali;

3) Competenza sui processi: i giornalisti dovrebbero avere una conoscenza scientifica del processo di costruzione delle notizie e dei processi di comunicazione, dai fattori che influenzano le decisioni su come trattare le notizie ai possibili effetti sull’audience o al ruolo dei social media nell’esposizione delle informazioni;

4) Competenze tecniche;

5) Valori professionali, dove si fa riferimento al fatto che andrebbero insegnati il ruolo sociale dei giornalisti e le norme che guidano i loro comportamenti.

Come si può notare, in questa lista non si fa cenno alla comprensione e all’uso della conoscenza nel senso descritto sopra.

C’è infine un altro aspetto da considerare, a cui fa cenno anche Donsbach: una volta formati i giornalisti della conoscenza verrebbero assunti in una redazione o riuscirebbero a sbarcare il lunario come free-lance? La percezione è che le (poche) richieste di mercato in questo periodo vadano in una direzione opposta a quella proposta in questo post. Molto più valorizzate sembrano le abilità e le esperienze di tipo pratico e tecnico. Credo che la qualità e l’innovazione nel senso della conoscenza paghino molto sul lungo periodo, ma, come formatori, non ci possiamo permettere di trascurare il problema dell’occupazione a breve termine.

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Comunicazione della scienza for dummies

Questo libro è la sintesi di due prospettive: una più focalizzata sulla pratica professionale, l’altra sulla contestualizzazione storica. È un’impostazione che riflette la formazione e le competenze dei due autori, rispettivamente Silvia Bencivelli, comunicatrice free-lance molto nota nell’ambiente, e Francesco De Ceglia, storico della scienza. I due si sono uniti, non so quanto occasionalmente, per restituire nel loro agile volume un panorama aggiornato della comunicazione della scienza in Italia. Il testo è particolarmente consigliato per chi si addentra per la prima volta nel campo, ma anche per chi, pur possedendo già una specifica expertise, vuole esplorare forme e generi limitrofi o recuperare uno sguardo d’insieme.
La sintesi è riuscita sotto diversi aspetti: nell’equilibrio fra i due punti di vista, nello stile, nel passaggio, per ogni argomento trattato, da una visione generale a una prospettiva più incentrata su consigli pratici. Nel volume non si perde infatti mai di vista l’attenzione alla descrizione dei processi concreti della comunicazione della scienza e alle pratiche conseguenti. Lo scopo è di rispondere con ottimistico realismo a chi vuole intraprendere una carriera nel settore, sia che voglia scrivere sui giornali, allestire una mostra, lavorare in un ufficio stampa di un ente di ricerca o pubblicare un libro. La scorrevolezza del testo e il numero contenuto di pagine sono ulteriori motivi per suggerirne l’acquisto.
Veniamo a consigli non richiesti per, spero, successive edizioni:

• la parte sul giornalismo dovrebbe arricchirsi della descrizione di pratiche e iniziative, sempre più diffuse nel contesto digitale, in cui il professionista dell’informazione non è più solo un produttore di contenuti, ma anche un fornitore di servizi;
• lo sguardo sul ciclo di produzione delle news scientifiche dovrebbe essere più critico. La peer-review, l’impact factor, l’embargo, il ruolo delle case editrici specialistiche, sono oggetto di forti discussioni all’interno delle comunità scientifiche. Può essere un limite presentare procedure di pubblicazione storicamente definite come parti integranti e immutabili del metodo scientifico. In altre parole, se è vero che è giusto istruire i principianti a diffidare dei ciarlatani che non hanno mai pubblicato un paper su una rivista con peer-review, non bisognerebbe, viceversa, dare troppo l’impressione che sia sufficiente citare Nature per aver esaurito il lavoro giornalistico;
• l’impatto che Internet sta avendo sulle dinamiche di produzione e diffusione della conoscenza scientifica è enorme ed è forse un po’ trascurato nel libro;
• un box sulle attività di formazione in comunicazione della scienza non ci sarebbe stato male, ma ammetto che sono di parte. Sono invece convinto che un capitolo sulla comunicazione del rischio potrebbe dare ulteriore valore aggiunto a una versione aggiornata del volume.

Nonostante queste osservazioni ribadisco che vale assolutamente la pena di leggere il libro e mi rendo perfettamente conto che non tutte le scelte su quali argomenti includere e come trattarli dipendono da chi scrive il testo.
Devo infine dichiarare un conflitto d’interessi non banale: gli autori mi conoscono bene, così come io conosco bene loro. La disclosure non è solo a favore della trasparenza. Mi serve anche a mettermi al riparo dalle reazioni alla lista di integrazioni e suggerimenti non richiesti. Silvia e Franz sanno insomma che sono un po’ pesante su queste cose e non me ne vorranno troppo (almeno spero).

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Recensione – Gli scienziati come scrittori

Scrivere bene di scienza è come raccontare una storia di fiction. È su quest’analogia che si gioca l’aspetto più interessante e innovativo del manuale Writing Science, dello scienziato ambientale americano Joshua Schimel.
Diversamente da tanti volumi dedicati alla scrittura scientifica professionale, Schimel non dà istruzioni su come pubblicare un paper, ma, molto più significativamente, su come sperare di essere citati. Per evitare l’oblio, gli scienziati devono pensare e agire come scrittori professionisti.
Essere accostati a dei “fabbricanti di storie” provoca probabilmente un istintivo e sincero scetticismo da parte di molti ricercatori. Lo sa bene Schimel, che risponde a questa diffidenza con esempi concreti. Lo studioso americano è abile nel dimostrare che molti paper famosi nella storia della scienza hanno tutte le caratteristiche delle narrazioni efficaci.
La ricchezza, la quantità e il dettaglio dell’analisi dei testi illustrati nei ventuno agili capitoli di Writing Science aggiungono credibilità alle tesi di Schimel. Per fare buona scienza bisogna raccogliere dati con metodo, avere profonde capacità analitiche, conoscere la letteratura e possedere tante altre qualità. Ma non basta, ammonisce lo scienziato americano. Bisogna imparare a raccontare storie appassionanti che rimangano impresse nella memoria. In altre parole bisogna imparare a scrivere bene perché, ed è questo in fondo uno dei messaggi principali del volume che Schimel rivolge soprattutto ai giovani scienziati, “scrivere bene significa pensare bene”.

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Recensione – Parola di scienza. Il terremoto dell’Aquila e la Commissione Grandi Rischi.

Communication at risk è il titolo dell’editoriale che, qualche mese fa, Nature Geoscience dedicava alla vicenda dei membri della Commissione Grandi Rischi (CGR) coinvolti nel processo legato al terremoto dell’Aquila dopo la pubblicazione delle motivazioni della condanna di primo grado nei loro confronti.
La rivista riconsiderava l’appoggio iniziale agli imputati e sottolineava, una volta per tutte, che l’accusa non riguardava la mancata previsione del terremoto, “ma il non avere adeguatamente valutato e comunicato il rischio presentando alla popolazione risultati falsamente rassicuranti”.
Ho scelto un approccio cauto, lo confesso, per presentare il libro dell’antropologo culturale Antonello Cicozzi, Parola di scienza, trascrizione letterale della consulenza fornita dallo stesso Ciccozzi alla Procura della Repubblica Italiana nel processo dell’Aquila per il sisma del 6 aprile 2009.
Spero che la citazione di Nature Geoscience, riportata anche nel volume, rassereni lo sguardo di molti su questo lavoro e permetta, ad addetti ai lavori e non, di concentrarsi sugli aspetti più utili e interessanti per la comunicazione della scienza messi in luce nel libro, cercando di non lasciarsi nuovamente trascinare nella polemica, a tratti scomposta, attorno alla “giustezza” della condanna.
Si può essere d’accordo o dissentire dalle argomentazioni di Ciccozzi, ma ci sono pochi dubbi sull’accuratezza e la lucidità della sua analisi. È stata proprio la profondità e l’originalità dell’approccio, basato sul rapporto tra antropologia del rischio e teoria delle rappresentazioni sociali, che mi ha infine convinto a scrivere qualcosa a proposito di un dibattito a dir poco spinoso.
Nonostante abbia seguito la vicenda fin dall’inizio, sia per dovere professionale che per interesse civico, non ho mai avuto infatti fino ad ora l’ardire di esprimere la mia opinione. La complessità tecnico-giudiziaria e l’esasperazione dei toni del dibattito suggeriva il silenzio, a meno di non possedere una minuziosa conoscenza dei i fatti e una capacità di analisi in grado richiamarsi a un sapere fortemente interdisciplinare. Il libro di Ciccozzi risponde a queste esigenze fornendo, tra le altre cose, il vocabolario appropriato per porre la discussione nei termini adeguati.
C’è poi almeno un altro aspetto su cui la comunità dei comunicatori della scienza può trovare un terreno condiviso a partire dalla lettura della perizia: la necessità di attivare, stimolare, approfondire la riflessione sulle ricadute etiche e culturali della circolazione della conoscenza scientifica e sul ruolo degli scienziati come comunicatori pubblici.
Al di là delle convinzioni che ciascuno di noi ha maturato sul rapporto fra scienza e giustizia per i fatti del terremoto aquilano, è bene considerare che Parola di scienza è la consulenza che “ha fornito le basi per individuare la legge di copertura in grado di definire un nesso causale tra la comunicazione fornita dagli esperti della CGR e le condotte della popolazione aquilana”.
Insomma, sarà forse banale dirlo, ma una lezione fondamentale a cui rimanda un termine così definitivo come “causalità” è che la comunicazione pubblica della scienza “non è roba da dilettanti”.
E lasciatemi dire anche che la lettura del libro di Ciccozzi rievoca accostamenti con vicende e concetti apparentemente noti per chi si occupa professionalmente di comunicazione della scienza e comunicazione del rischio che, in realtà, forse tanto noti non sono.
Come non ravvisare, ad esempio, somiglianze forti tra l’invito a bere un buon bicchiere di vino rosso per non pensare alle scosse, col gesto di rassicurazione che l’allora Ministro dell’Agricoltura britannico John Gummer compì nel 1990 fa quando costrinse la figlioletta di quattro anni a farsi immortalare con un hamburger in mano per rassicurare la popolazione dai rischi della “mucca pazza”? Dopo più di vent’anni gli errori sembrano ripetersi uguali a se stessi nonostante il caso Gummer sia stato ampiamente studiato, sezionato, biasimato insieme a tanti altri simili.
Come non essere d’accordo con Ciccozzi quando scrive che la comunicazione della scienza deve tener conto del contesto, che la comunicazione del rischio di un terremoto si inserisce all’interno di una cornice culturale rispetto alla quale la stessa informazione scientifica può essere reinterpretata in maniera differente, a seconda di una complessità di fattori storico-mediatico-ambientali che bisognerebbe studiare accuratamente se si vuole che quella informazione si trasformi in strumento di emancipazione e non di controllo sociale?
Come non trovare nello scritto dell’antropologo culturale elementi a favore di una giusta considerazione dei saperi locali, da non confondere con la mitizzazione del buon selvaggio, ma da valutare come le condizioni al contorno su cui basare attività “scientifiche” di comunicazione della scienza?
Si possono condividere o contestare le argomentazioni di Ciccozzi, ma credo che, da una parte, questo libro renda davvero limitata la forza della tesi di un attacco pregiudiziale alla scienza, dall’altra che ci debba motivare a indagare i motivi per cui la conoscenza provienente dalla ricerca sui media e dalla ricerca sociale non sia diventata un sistema di riferimento significativo per la comunicazione pubblica della scienza, nonostante anni di studi e soprattutto di fallimenti.
Al di là delle motivazioni politiche che pure avranno forse condizionato i comportamenti di alcuni dei membri della CGR, è forse in questa difficoltà che si può individuare qualche elemento di difesa nei loro confronti. La condanna dell’Aquila e la perizia di Ciccozzi dimostrano quante competenze comunicative siano necessarie perché “la parola di scienza […] diventi pienamente responsabile nei confronti dell’uomo”.
Forse bisogna chiedersi se è legittimo che tutta questa responsabilità ricada sulla testa di persone formate per fare altro. Forse questo è un punto su cui interrogarsi in profondità, perché un chiarimento potrebbe servire a ridurre la crescente ambiguità dei rapporti fra esperti e politica, contribuendo a restituire alla scienza il potere liberatorio di dire la sua verità.

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La psichiatria e la difficile ricerca di un’identità (a colpi di comunicazione)

Qualche giorno fa Gary Greenberg sul New Yorker ha riaperto una delle questioni più dibattute nella storia della psichiatria, una domanda che interroga in profondità il suo statuto epistemologico, vale a dire: la disciplina che si occupa delle malattie mentali è una scienza? O, con una leggera variazione sul tema, è possibile ricondurre i disturbi della psiche esclusivamente a una base neurobiologica quantificabile e misurabile?
Sono interrogativi sempre più dibattuti con l’imminente pubblicazione, prevista per Maggio 2013, del DSM5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, vera e propria Bibbia degli psichiatri di mezzo mondo, che sostituirà la versione precedente (DSM4) risalente ormai a tredici anni fa.
Da quando l’Associazione degli psichiatri americani ha approvato il DSM5, a dicembre dell’anno scorso, non è passato praticamente un giorno senza che i media non abbiano lasciato spazio a critiche e commenti, spesso polarizzati, sulle possibili conseguenze delle nuove possibili classificazioni di malattie mentali.
Il BMJ ha recentemente presentato una rassegna degli articoli più significativi sull’argomento pubblicati dalla stampa generalista di qualità americana. La raccolta è corredata da una dura presa di posizione dello psichiatra Allen Frances, coordinatore editoriale del DSM4, sostanzialmente uno dei padri del Manuale attualmente in uso.
Anche l’Italia ha da poco dato un contributo significativo alla discussione con la pubblicazione di un numero della rivista Aut-aut dal titolo La diagnosi in psichiatria. Curato da Mario Colucci, il volume in diversi interventi affronta, più o meno direttamente, il tema del DSM5.
Non ho le competenze per entrare con cognizione di causa nel dibattito medico-scientifico.
Credo però che lo straordinario interesse mediatico che il nuovo Manuale sta suscitando, prima della sua pubblicazione, meriti un’attenzione particolare perché si tratta di un esempio evidente di come il lavoro “interno” svolto dagli psichiatri incaricati di redigere il DSM5 e il processo di divulgazione verso l’esterno si influenzino reciprocamente. È un fatto non nuovo nella storia della scienza, ma che assume un rilievo particolarmente evidente nel caso di discipline fragili sul piano epistemologico.
Risulta chiaro che la comunicazione attorno al DSM5 non è un prodotto secondario dell’attività di ricerca, ma un processo e una parte integrante del discorso sulla psichiatria e sulla sua validità scientifica.
In altre parole, sotto gli occhi di tutti è in atto una battaglia per definire il terreno d’autorità di ricerca scientifica propriamente detta, un processo di delimitazione della conoscenza combattuto a colpi di comunicazione pubblica.
La messa in scena così plateale, anche su media non specialistici, delle divergenze attorno ai risultati del DSM5 è forse un ulteriore indizio che la psichiatria è lontana dall’essere una disciplina scientifica vera e propria.

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Il giornalismo nella rete della conoscenza

“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disciplina “profondamente dedita alla verità”, la scienza appunto. Si tratta solo di uno degli aspetti trattati ne La stanza intelligente, libro pubblicato in Italia l’anno scorso e scritto da Weinberger per descrivere le radicali trasformazioni contemporanee nella produzione, condivisione e validazione della conoscenza.
Il volume è stato già ampiamente recensito anche in Italia (qui, qui e qui ad esempio). Nonostante ciò, credo che la visione sul rapporto tra scienza e media, delineata nel settimo capitolo, meriti un approfondimento perché apre scenari di discussione inediti sul giornalismo scientifico.
Uno dei temi ricorrenti de La stanza intelligente è il rapporto tra l’editoria cartacea e la natura del sapere. In un’ottica, che potrebbe aprire il fianco a critiche di determinismo tecnologico, Weinberger mette in fila i limiti e le illusioni di un modo di conoscere fortemente influenzato dal sistema di pubblicazione basato sulla carta stampata, giudicato “sconnesso, non colloquiale, unidirezionale”.
Per chiarire il punto, Weinberger sostiene ad esempio che i libri “non esprimono la natura del sapere: esprimono la natura del sapere vincolata alla carta ritagliata in pagine, senza riguardo per i confini delle idee, e poi rilegate insieme, stampate in grandi quantità e infine distribuite, il tutto entro i limiti stabiliti da un sistema economico”.
Dopo sei capitoli spesi ad argomentare il punto di vista della “conoscenza come proprietà della rete”, contrapposto alla visione classica della conoscenza come bene privilegiato nelle mani di relativamente pochi esperti e poche istituzioni, Weinberger si concentra sulla scienza.
Anche in questo caso la posizione è chiara: “La scienza era un tipo di editoria, oggi sta diventando una rete”. Una rete che assomiglia sempre di più al medium che la ospita – Internet – e che pertanto si svela smisurata, popolata da un enorme quantità di dati, in perenne disaccordo, pragmatica, sempre incerta, influenzata da fattori esterni al laboratorio e da ambizioni personali. È una fotografia della scienza molto differente dalla rappresentazione monolitica restituita tradizionalmente dai media unidirezionali, eppure è un’immagine molto più vicina all’esperienza quotidiana degli scienziati. Per Weinberger, lo svelamento delle “fragilità” dei meccanismi che portano alla produzione di nuova conoscenza scientifica, largamente occultate dalle procedure dell’editoria tradizionale, non ne indeboliscono lo statuto epistemologico, anzi: la scienza, nonostante le debolezze umane che la condizionano e i limiti tecnologici che ne hanno segnato lo sviluppo fino ad ora, rimane il complesso di metodi e concetti con maggiori probabilità di darci accesso alle verità sul funzionamento del mondo naturale.
Detto questo, non è una novità che gli scienziati si siano sempre mossi all’interno di una ragnatela di relazioni, motivazioni, pulsioni e vincoli non finalizzati esclusivamente alla “conoscenza per la conoscenza”. L’aspetto inedito è che la rete rende visibile questa ragnatela. E rende necessario capire come raccontarla.
Il giornalismo scientifico tradizionale si riduce a presentare le scoperte scientifiche come opere finite. Ma i prodotti finali della scienza, sostiene Weinberger, non sono né finali, né prodotti, perché la scienza è la rete stessa: è la “connessione senza soluzione di continuità tra scienziati, dati, metodologie, ipotesi, teorie, fatti, speculazioni, strumenti, letture, ambizioni, controversie, scuole di pensiero, libri di testo, docenti, collaborazioni e divergenze che un tempo si faceva ogni sforzo per stampare in un numero relativamente piccolo di articoli, su di un numero relativamente piccolo di riviste”.
Va da sé che tale approccio rende poco significativa, addirittura fuorviante, la separazione tra un presunto momento privato della scienza – in cui la creatività dei ricercatori si esprime nel chiuso delle stanze dei laboratori – da quello pubblico, in cui la comunità ha accesso ai risultati finali della ricerca ma non ai tentativi, più o meno frustranti, che ne hanno caratterizzato la forma visibile a tutti. Questa divisione non risponde alla necessità di produrre la migliore scienza possibile, ma è la conseguenza dei limiti del medium cartaceo, in cui fino ad ora la conoscenza scientifica è stata costretta ad esprimersi.
Se tutto questo è vero, allora c’è molto da rivedere nel giornalismo scientifico classico, tuttora in gran parte concentrato sull’esito manifesto della ricerca, incarnato nella pubblicazione dei paper su riviste con elevato impact factor. Se crediamo a quanto sostiene Weinberger, bisognerà allora attrezzarsi, tecnicamente e culturalmente, a raccontare le connessioni, a seguire il processo più che a descrivere il prodotto. E in più, la scienza aperta delineata dallo studioso americano, richiede al giornalismo scientifico una diversa e più profonda consapevolezza del proprio ruolo. Chi racconta la ricerca deve rendersi sempre più conto che non è estraneo alla “rete della conoscenza”: ne fa parte e ne può condizionare i percorsi possibili. Quanto bene, se in modo rilevante e in che direzione dipenderà molto dalla capacità di ridefinirsi come giornalisti esperti di conoscenza scientifica all’interno di un nuovo ecosistema mediale, non più popolato da lettori, radioascoltatori o telespettatori ma soprattutto da editori e utenti attivi nella produzione di sapere.

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