Archive for the ‘Comunicazione della scienza’ Category

Recensione – Gli scienziati come scrittori

Scrivere bene di scienza è come raccontare una storia di fiction. È su quest’analogia che si gioca l’aspetto più interessante e innovativo del manuale Writing Science, dello scienziato ambientale americano Joshua Schimel.
Diversamente da tanti volumi dedicati alla scrittura scientifica professionale, Schimel non dà istruzioni su come pubblicare un paper, ma, molto più significativamente, su come sperare di essere citati. Per evitare l’oblio, gli scienziati devono pensare e agire come scrittori professionisti.
Essere accostati a dei “fabbricanti di storie” provoca probabilmente un istintivo e sincero scetticismo da parte di molti ricercatori. Lo sa bene Schimel, che risponde a questa diffidenza con esempi concreti. Lo studioso americano è abile nel dimostrare che molti paper famosi nella storia della scienza hanno tutte le caratteristiche delle narrazioni efficaci.
La ricchezza, la quantità e il dettaglio dell’analisi dei testi illustrati nei ventuno agili capitoli di Writing Science aggiungono credibilità alle tesi di Schimel. Per fare buona scienza bisogna raccogliere dati con metodo, avere profonde capacità analitiche, conoscere la letteratura e possedere tante altre qualità. Ma non basta, ammonisce lo scienziato americano. Bisogna imparare a raccontare storie appassionanti che rimangano impresse nella memoria. In altre parole bisogna imparare a scrivere bene perché, ed è questo in fondo uno dei messaggi principali del volume che Schimel rivolge soprattutto ai giovani scienziati, “scrivere bene significa pensare bene”.

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Recensione – Parola di scienza. Il terremoto dell’Aquila e la Commissione Grandi Rischi.

Communication at risk è il titolo dell’editoriale che, qualche mese fa, Nature Geoscience dedicava alla vicenda dei membri della Commissione Grandi Rischi (CGR) coinvolti nel processo legato al terremoto dell’Aquila dopo la pubblicazione delle motivazioni della condanna di primo grado nei loro confronti.
La rivista riconsiderava l’appoggio iniziale agli imputati e sottolineava, una volta per tutte, che l’accusa non riguardava la mancata previsione del terremoto, “ma il non avere adeguatamente valutato e comunicato il rischio presentando alla popolazione risultati falsamente rassicuranti”.
Ho scelto un approccio cauto, lo confesso, per presentare il libro dell’antropologo culturale Antonello Cicozzi, Parola di scienza, trascrizione letterale della consulenza fornita dallo stesso Ciccozzi alla Procura della Repubblica Italiana nel processo dell’Aquila per il sisma del 6 aprile 2009.
Spero che la citazione di Nature Geoscience, riportata anche nel volume, rassereni lo sguardo di molti su questo lavoro e permetta, ad addetti ai lavori e non, di concentrarsi sugli aspetti più utili e interessanti per la comunicazione della scienza messi in luce nel libro, cercando di non lasciarsi nuovamente trascinare nella polemica, a tratti scomposta, attorno alla “giustezza” della condanna.
Si può essere d’accordo o dissentire dalle argomentazioni di Ciccozzi, ma ci sono pochi dubbi sull’accuratezza e la lucidità della sua analisi. È stata proprio la profondità e l’originalità dell’approccio, basato sul rapporto tra antropologia del rischio e teoria delle rappresentazioni sociali, che mi ha infine convinto a scrivere qualcosa a proposito di un dibattito a dir poco spinoso.
Nonostante abbia seguito la vicenda fin dall’inizio, sia per dovere professionale che per interesse civico, non ho mai avuto infatti fino ad ora l’ardire di esprimere la mia opinione. La complessità tecnico-giudiziaria e l’esasperazione dei toni del dibattito suggeriva il silenzio, a meno di non possedere una minuziosa conoscenza dei i fatti e una capacità di analisi in grado richiamarsi a un sapere fortemente interdisciplinare. Il libro di Ciccozzi risponde a queste esigenze fornendo, tra le altre cose, il vocabolario appropriato per porre la discussione nei termini adeguati.
C’è poi almeno un altro aspetto su cui la comunità dei comunicatori della scienza può trovare un terreno condiviso a partire dalla lettura della perizia: la necessità di attivare, stimolare, approfondire la riflessione sulle ricadute etiche e culturali della circolazione della conoscenza scientifica e sul ruolo degli scienziati come comunicatori pubblici.
Al di là delle convinzioni che ciascuno di noi ha maturato sul rapporto fra scienza e giustizia per i fatti del terremoto aquilano, è bene considerare che Parola di scienza è la consulenza che “ha fornito le basi per individuare la legge di copertura in grado di definire un nesso causale tra la comunicazione fornita dagli esperti della CGR e le condotte della popolazione aquilana”.
Insomma, sarà forse banale dirlo, ma una lezione fondamentale a cui rimanda un termine così definitivo come “causalità” è che la comunicazione pubblica della scienza “non è roba da dilettanti”.
E lasciatemi dire anche che la lettura del libro di Ciccozzi rievoca accostamenti con vicende e concetti apparentemente noti per chi si occupa professionalmente di comunicazione della scienza e comunicazione del rischio che, in realtà, forse tanto noti non sono.
Come non ravvisare, ad esempio, somiglianze forti tra l’invito a bere un buon bicchiere di vino rosso per non pensare alle scosse, col gesto di rassicurazione che l’allora Ministro dell’Agricoltura britannico John Gummer compì nel 1990 fa quando costrinse la figlioletta di quattro anni a farsi immortalare con un hamburger in mano per rassicurare la popolazione dai rischi della “mucca pazza”? Dopo più di vent’anni gli errori sembrano ripetersi uguali a se stessi nonostante il caso Gummer sia stato ampiamente studiato, sezionato, biasimato insieme a tanti altri simili.
Come non essere d’accordo con Ciccozzi quando scrive che la comunicazione della scienza deve tener conto del contesto, che la comunicazione del rischio di un terremoto si inserisce all’interno di una cornice culturale rispetto alla quale la stessa informazione scientifica può essere reinterpretata in maniera differente, a seconda di una complessità di fattori storico-mediatico-ambientali che bisognerebbe studiare accuratamente se si vuole che quella informazione si trasformi in strumento di emancipazione e non di controllo sociale?
Come non trovare nello scritto dell’antropologo culturale elementi a favore di una giusta considerazione dei saperi locali, da non confondere con la mitizzazione del buon selvaggio, ma da valutare come le condizioni al contorno su cui basare attività “scientifiche” di comunicazione della scienza?
Si possono condividere o contestare le argomentazioni di Ciccozzi, ma credo che, da una parte, questo libro renda davvero limitata la forza della tesi di un attacco pregiudiziale alla scienza, dall’altra che ci debba motivare a indagare i motivi per cui la conoscenza provienente dalla ricerca sui media e dalla ricerca sociale non sia diventata un sistema di riferimento significativo per la comunicazione pubblica della scienza, nonostante anni di studi e soprattutto di fallimenti.
Al di là delle motivazioni politiche che pure avranno forse condizionato i comportamenti di alcuni dei membri della CGR, è forse in questa difficoltà che si può individuare qualche elemento di difesa nei loro confronti. La condanna dell’Aquila e la perizia di Ciccozzi dimostrano quante competenze comunicative siano necessarie perché “la parola di scienza […] diventi pienamente responsabile nei confronti dell’uomo”.
Forse bisogna chiedersi se è legittimo che tutta questa responsabilità ricada sulla testa di persone formate per fare altro. Forse questo è un punto su cui interrogarsi in profondità, perché un chiarimento potrebbe servire a ridurre la crescente ambiguità dei rapporti fra esperti e politica, contribuendo a restituire alla scienza il potere liberatorio di dire la sua verità.

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La psichiatria e la difficile ricerca di un’identità (a colpi di comunicazione)

Qualche giorno fa Gary Greenberg sul New Yorker ha riaperto una delle questioni più dibattute nella storia della psichiatria, una domanda che interroga in profondità il suo statuto epistemologico, vale a dire: la disciplina che si occupa delle malattie mentali è una scienza? O, con una leggera variazione sul tema, è possibile ricondurre i disturbi della psiche esclusivamente a una base neurobiologica quantificabile e misurabile?
Sono interrogativi sempre più dibattuti con l’imminente pubblicazione, prevista per Maggio 2013, del DSM5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, vera e propria Bibbia degli psichiatri di mezzo mondo, che sostituirà la versione precedente (DSM4) risalente ormai a tredici anni fa.
Da quando l’Associazione degli psichiatri americani ha approvato il DSM5, a dicembre dell’anno scorso, non è passato praticamente un giorno senza che i media non abbiano lasciato spazio a critiche e commenti, spesso polarizzati, sulle possibili conseguenze delle nuove possibili classificazioni di malattie mentali.
Il BMJ ha recentemente presentato una rassegna degli articoli più significativi sull’argomento pubblicati dalla stampa generalista di qualità americana. La raccolta è corredata da una dura presa di posizione dello psichiatra Allen Frances, coordinatore editoriale del DSM4, sostanzialmente uno dei padri del Manuale attualmente in uso.
Anche l’Italia ha da poco dato un contributo significativo alla discussione con la pubblicazione di un numero della rivista Aut-aut dal titolo La diagnosi in psichiatria. Curato da Mario Colucci, il volume in diversi interventi affronta, più o meno direttamente, il tema del DSM5.
Non ho le competenze per entrare con cognizione di causa nel dibattito medico-scientifico.
Credo però che lo straordinario interesse mediatico che il nuovo Manuale sta suscitando, prima della sua pubblicazione, meriti un’attenzione particolare perché si tratta di un esempio evidente di come il lavoro “interno” svolto dagli psichiatri incaricati di redigere il DSM5 e il processo di divulgazione verso l’esterno si influenzino reciprocamente. È un fatto non nuovo nella storia della scienza, ma che assume un rilievo particolarmente evidente nel caso di discipline fragili sul piano epistemologico.
Risulta chiaro che la comunicazione attorno al DSM5 non è un prodotto secondario dell’attività di ricerca, ma un processo e una parte integrante del discorso sulla psichiatria e sulla sua validità scientifica.
In altre parole, sotto gli occhi di tutti è in atto una battaglia per definire il terreno d’autorità di ricerca scientifica propriamente detta, un processo di delimitazione della conoscenza combattuto a colpi di comunicazione pubblica.
La messa in scena così plateale, anche su media non specialistici, delle divergenze attorno ai risultati del DSM5 è forse un ulteriore indizio che la psichiatria è lontana dall’essere una disciplina scientifica vera e propria.

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Il giornalismo nella rete della conoscenza

“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disciplina “profondamente dedita alla verità”, la scienza appunto. Si tratta solo di uno degli aspetti trattati ne La stanza intelligente, libro pubblicato in Italia l’anno scorso e scritto da Weinberger per descrivere le radicali trasformazioni contemporanee nella produzione, condivisione e validazione della conoscenza.
Il volume è stato già ampiamente recensito anche in Italia (qui, qui e qui ad esempio). Nonostante ciò, credo che la visione sul rapporto tra scienza e media, delineata nel settimo capitolo, meriti un approfondimento perché apre scenari di discussione inediti sul giornalismo scientifico.
Uno dei temi ricorrenti de La stanza intelligente è il rapporto tra l’editoria cartacea e la natura del sapere. In un’ottica, che potrebbe aprire il fianco a critiche di determinismo tecnologico, Weinberger mette in fila i limiti e le illusioni di un modo di conoscere fortemente influenzato dal sistema di pubblicazione basato sulla carta stampata, giudicato “sconnesso, non colloquiale, unidirezionale”.
Per chiarire il punto, Weinberger sostiene ad esempio che i libri “non esprimono la natura del sapere: esprimono la natura del sapere vincolata alla carta ritagliata in pagine, senza riguardo per i confini delle idee, e poi rilegate insieme, stampate in grandi quantità e infine distribuite, il tutto entro i limiti stabiliti da un sistema economico”.
Dopo sei capitoli spesi ad argomentare il punto di vista della “conoscenza come proprietà della rete”, contrapposto alla visione classica della conoscenza come bene privilegiato nelle mani di relativamente pochi esperti e poche istituzioni, Weinberger si concentra sulla scienza.
Anche in questo caso la posizione è chiara: “La scienza era un tipo di editoria, oggi sta diventando una rete”. Una rete che assomiglia sempre di più al medium che la ospita – Internet – e che pertanto si svela smisurata, popolata da un enorme quantità di dati, in perenne disaccordo, pragmatica, sempre incerta, influenzata da fattori esterni al laboratorio e da ambizioni personali. È una fotografia della scienza molto differente dalla rappresentazione monolitica restituita tradizionalmente dai media unidirezionali, eppure è un’immagine molto più vicina all’esperienza quotidiana degli scienziati. Per Weinberger, lo svelamento delle “fragilità” dei meccanismi che portano alla produzione di nuova conoscenza scientifica, largamente occultate dalle procedure dell’editoria tradizionale, non ne indeboliscono lo statuto epistemologico, anzi: la scienza, nonostante le debolezze umane che la condizionano e i limiti tecnologici che ne hanno segnato lo sviluppo fino ad ora, rimane il complesso di metodi e concetti con maggiori probabilità di darci accesso alle verità sul funzionamento del mondo naturale.
Detto questo, non è una novità che gli scienziati si siano sempre mossi all’interno di una ragnatela di relazioni, motivazioni, pulsioni e vincoli non finalizzati esclusivamente alla “conoscenza per la conoscenza”. L’aspetto inedito è che la rete rende visibile questa ragnatela. E rende necessario capire come raccontarla.
Il giornalismo scientifico tradizionale si riduce a presentare le scoperte scientifiche come opere finite. Ma i prodotti finali della scienza, sostiene Weinberger, non sono né finali, né prodotti, perché la scienza è la rete stessa: è la “connessione senza soluzione di continuità tra scienziati, dati, metodologie, ipotesi, teorie, fatti, speculazioni, strumenti, letture, ambizioni, controversie, scuole di pensiero, libri di testo, docenti, collaborazioni e divergenze che un tempo si faceva ogni sforzo per stampare in un numero relativamente piccolo di articoli, su di un numero relativamente piccolo di riviste”.
Va da sé che tale approccio rende poco significativa, addirittura fuorviante, la separazione tra un presunto momento privato della scienza – in cui la creatività dei ricercatori si esprime nel chiuso delle stanze dei laboratori – da quello pubblico, in cui la comunità ha accesso ai risultati finali della ricerca ma non ai tentativi, più o meno frustranti, che ne hanno caratterizzato la forma visibile a tutti. Questa divisione non risponde alla necessità di produrre la migliore scienza possibile, ma è la conseguenza dei limiti del medium cartaceo, in cui fino ad ora la conoscenza scientifica è stata costretta ad esprimersi.
Se tutto questo è vero, allora c’è molto da rivedere nel giornalismo scientifico classico, tuttora in gran parte concentrato sull’esito manifesto della ricerca, incarnato nella pubblicazione dei paper su riviste con elevato impact factor. Se crediamo a quanto sostiene Weinberger, bisognerà allora attrezzarsi, tecnicamente e culturalmente, a raccontare le connessioni, a seguire il processo più che a descrivere il prodotto. E in più, la scienza aperta delineata dallo studioso americano, richiede al giornalismo scientifico una diversa e più profonda consapevolezza del proprio ruolo. Chi racconta la ricerca deve rendersi sempre più conto che non è estraneo alla “rete della conoscenza”: ne fa parte e ne può condizionare i percorsi possibili. Quanto bene, se in modo rilevante e in che direzione dipenderà molto dalla capacità di ridefinirsi come giornalisti esperti di conoscenza scientifica all’interno di un nuovo ecosistema mediale, non più popolato da lettori, radioascoltatori o telespettatori ma soprattutto da editori e utenti attivi nella produzione di sapere.

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MATTER, un sito che avrei voluto fare io

Confesso di aver provato ammirazione e invidia quando ho visto per la prima volta MATTER, un’iniziativa di long form journalism su scienza, tecnologia e medicina. Il sito è stato lanciato lo scorso novembre e pubblica un storia al mese. Per leggerla bisogna pagare un abbonamento di 99 cents, con la possibilità di accedere ai testi nelle versioni ebook e audiobook.
Ci sono tanti aspetti interessanti in questo progetto. Il primo è che MATTER dimostra l’esistenza in rete di uno spazio per storie e personaggi scientifici raccontati con gli stili della letteratura. Gli ideatori del sito puntano su un pubblico online attratto dalla non-fiction novel basata sulla scienza. Pane per i denti per chi vuole coniugare ambizioni di scrittura con la passione per la ricerca.
Da seguire con attenzione poi la scommessa sul modello di business. L’idea è che ci siano persone disposte a pagare per leggere storie di scienza lunghe, ben costruite e provocatorie. Allo stesso tempo la speranza è che ci siano le risorse per pagare gli autori per un lavoro molto approfondito e di qualità.
Staremo a vedere, ma intanto, oltre a questi due elementi distintivi, ce n’è un terzo che a mio modo di vedere indica davvero una delle direzioni più promettenti per il giornalismo scientifico.
Nella descrizione della linea editoriale, gli ideatori del sito descrivono MATTER come “la nuova casa per un giornalismo indipendente e approfondito incentrato sulle idee che stanno modellando il futuro. Le nostre storie”, continuano,”riguardano la tecnologia, la medicina, l’ambiente, la scienza, così come i mondi sociali e culturali che li circondano”.
Se avessi dovuto scrivere un manifesto per un possibile nuovo giornalismo avrei usato parole simili. Avrei scritto che nell’epoca in cui il valore si concentra sulle idee, la creatività e l’immateriale, basati su ricerca e innovazione tecnologica, il giornalismo scientifico è uno dei candidati più prometteni per la definizione di un ambiente comunicativo in cui si creino prospettive di crescita. Avrei scritto che al momento attuale non assolve questa funzione perché ancora troppo spesso focalizzato sulla semplificazione e sulla distribuzione della conoscenza, mentre avrebbe un ruolo molto più cruciale se allargasse il suo campo d’azione e d’interesse, se si contaminasse con altri ambiti dell’informazione per contribuire a descrivere in modo integrato l’innovazione, non solo tecnologica, ma anche culturale, artistica, sociale. Avrei infine ribadito che il giornalismo scientifico deve assumersi una responsabilità attiva nella costruzione del futuro.
Mi fa piacere che quelli di MATTER vadano nella stessa direzione, anche se rimane un po’ d’invidia.

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Agli amici di Città della Scienza

Immagine da TMnews

Sgomento, incredulità, dolore. Città della Scienza non c’è più. Mangiata da un rogo infame. In una sola notte, uno spazio di senso per tanti di noi addetti ai lavori della comunicazione della scienza si è dissolto.
Il science centre napoletano era molto di più di un luogo per gli appassionati della scienza e della sua divulgazione. Era la testimonianza vivente che un altro sud è davvero possibile. Era un esempio di eccellenza internazionale, in contesti in cui quello che noi consideriamo ordinario nel resto d’Italia è un miracolo, quando si verifica.
Il coraggio e la passione degli amici di Città della Scienza sono stati avvolti da terribili e ambigue fiamme. E tutti noi, se mai ce ne fosse stato bisogno, veniamo richiamati a una realtà violenta, che non fa sconti, neanche alla cultura.
Adesso è il momento di stare vicino agli amici Luigi, Alessandra, Salvatore e ai tanti altri con cui in questi anni abbiamo condiviso progetti, abbiamo organizzato incontri, abbiamo sperato, nel nostro piccolo, di contribuire al cambiamento.
È anche però il momento di pensare subito alla ricostruzione. È facile cedere alla terribile forza del disincanto in queste ore, ma noi ci siamo.
Spero che il mio invito in questo giorno così nefasto non vi sembri irriverente ma intanto ricordate, amici di Città della Scienza, che a fine Giugno abbiamo un appuntamento assieme a Trieste per il Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza. Noi vi aspettiamo. Non sarete solo organizzatori. Sarete gli ospiti d’onore.

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C’è bisogno di un’altra epistemologia per il giornalismo scientifico

Domenica scorsa, su La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, Andrea Grignolio ha scritto un bel pezzo sulla disinformazione nei confronti delle vaccinazioni.
Sono sempre di più le persone che decidono di non vaccinarsi richiamandosi a teorie pseudoscientifiche propagandate dalla rete. Teorie che trovano un fertile terreno di diffusione nella retorica di movimenti naturisti, convinti della necessità di ritornare a un non meglio precisato tempo della felicità primordiale, con tanto di testimonial d’eccezione come Romina Power e Irene Bignardi.

L’articolo e l’argomento trattato da Grignolio sono l’occasione per me di ritornare a riflettere su un tema che da un po’ di tempo mi sta particolarmente a cuore. La discussione sui vaccini è un esempio molto chiaro del fatto che il giornalismo scientifico ha a che fare molto da vicino con quello che una società considera vero.

È vero che c’è una relazione tra autismo e vaccini? No. La comunità scientifica è unanime su questo punto. Non ci sono dubbi. Eppure proliferano siti web che, con argomentazioni non fondate empiricamente, sostengono il contrario e che trovano sempre più seguaci.
Evidentemente c’è una profonda differenza tra cio che è vero e il consenso sociale che si crea attorno a una certa verità. Questo ovviamente vale in generale, ma forse nel caso delle affermazioni scientifiche si può rimanere più colpiti da questa distanza perché, al di là di distorsioni e limiti che pure esistono, la scienza rimane una disciplina profondamente dedita alla verità.

Nel caso delle vaccinazioni, così come per i cambiamenti climatici, per la teoria dell’evoluzione e per molte altre questioni dibattute socialmente, la stragrande maggioranza dei ricercatori la pensa allo stesso modo, almeno sugli aspetti essenziali. Qual è allora la ragione per cui si afferma un consenso sociale attorno a “verità” molto distanti dai pronunciamenti degli scienziati? È tutta colpa della rete e dell’ignoranza?

La mia opinione, e vengo al dunque di questo post, è che il giornalismo scientifico tradizionale, e il suo metodo, non sono più sufficienti per reagire adeguatamente alla diffusione di bufale scientifiche clamorose che fra l’altro hanno sempre più spesso risonanza politica: c’è bisogno di una nuova epistemologia per il racconto giornalistico sulla scienza, un nuovo modo per raggiungere una conoscenza certa su qual è la conoscenza che merita di essere creduta.

L’informazione tradizionale sulla scienza ha procedure molto codificate. Le fonti principali sono i paper pubblicati su riviste con peer-review. Nell’epoca dei media broadcasting e di una visione neopositivista della scienza, gli articoli dei ricercatori erano sostanzialmente “prove” inattaccabili e rispondevano egregiamente alle logiche di funzionamento e di attribuzione di autorevolezza della comunicazione da “uno a molti”. Erano un riferimento di attendibilità e imparzialità che non aveva uguali in altri generi dell’informazione.

Nel bene e nel male, anche per questo motivo, il giornalismo scientifico ha costituito un’anomalia nel panorama della comunicazione di massa. Il prezzo pagato per l’elevata obiettività basata su fonti così pregiate è stata la marginalizzazione in un genere specialistico, spesso un compiaciuto isolamento. Percepito dagli altri giornalisti come modello inarrivabile e privilegiato di fare informazione, al giornalismo scientifico sono stati concessi i benefici di chi è rinchiuso in una gabbia d’oro. Il racconto giornalistico della scienza ha quasi sempre coinciso con la rappresentazione fornita da riviste con elevato impact factor di come la ricerca sforna nuove conoscenze. Una prospettiva cruciale, certo. Ma anche un punto di vista limitato. Tutte le altre dimensioni della scienza, quella culturale, economica, etica, sociale, necessariamente contenute negli angusti spazi a disposizione nei mezzi di comunicazione di massa, sono esplosi con il web e sono andati appannaggio dei più diversi portatori d’interesse. La mia impressione è che il giornalismo scientifico tradizionale si è trovato con pochi mezzi a disposizione per reggere quest’onda d’urto e con poca voglia di metterli in discussione. Spesso i giornalisti scientifici si sono rinchiusi ancora di più nella difesa del fortino razionalista di cui si sentono beneficiari, continuando a usare le pratiche del passato in un ambiente di lavoro molto diverso, sia socialmente che mediaticamente, popolato da cellule dormienti dell’antiscientismo a cui la rete ha dato un insperato diritto di cittadinanza.
Se la rete ha una colpa quindi è stata quella di svelare da una parte l’inganno di far coincidere l’informazione sulla scienza con la cronaca delle scoperte, dall’altra di rivelare l’inadeguatezza delle procedure con cui i giornalisti scientifici producono conoscenza e informazione rispetto a quanto è richiesto dalle dinamiche del web.

Per ritornare all’esempio iniziale, la risposta alla disinformazione sui vaccini non può più essere solo una citazione più precisa o un riferimento a una letteratura ancora più solida che confermi al di sopra di ogni ragionevole dubbio che non esiste un link tra vaccino a autismo, come peraltro fa meritoriamente Andrea Grignolio. Questa reazione non vede la rete come possibilità di costruzione di una nuova epistemologia del giornalismo. Non basta più dire “so quello che so perché è stato pubblicato un paper scientifico su quell’argomento”. E se questo non è più sufficiente per il giornalismo scientifico non è difficile immaginare quanto sia grosso il rischio di un ulteriore indebolimento per gli altri generi dell’informazione.

Non ho il nuovo metodo in tasca. Non ho questa presunzione. Ci sono però forse delle direzioni promettenti in cui intraprendere una strategia di ricerca efficace.
La prima è quella di guardare alla rete come un luogo che dà molte più possibilità rispetto al passato di avvicinare il lavoro del giornalista a quello dello scienziato. L’ho scritto già in un altro post: penso che, se davvero l’evoluzione del giornalismo è in un senso post-industriale, allora il giornalismo dei prossimi anni sarà sempre più scientifico. Un’altra via proficua secondo me è in linea con quanto sostiene David Weinberger ne La stanza intelligente, in cui il filosofo americano afferma che la conoscenza scientifica stessa si sta profondamente modificando e sta assumendo sempre di più le caratteristiche del nuovo medium (la rete) in cui vive.

Il compito di chi deve scrivere le nuove regole è insomma difficilissimo. Ma credo che sia uno sforzo necessario perché, sarò forse pessimista, ma credo che non basterà l’indignazione e lo sconcerto inscritti nel modo consueto di fare giornalismo scientifico per creare un consenso diffuso attorno al fatto che, ad esempio, non esiste alcun legame fra vaccini e autismo.

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I social media sono il presente della comunicazione della scienza

Immagine da Science. Photo Credit: Istockphoto.com

Lo scrive Mary Ann Giordano sul New York Times, lo confermano due sociologi su Science. Facebook e Twitter non sono il futuro della comunicazione della scienza: sono la realtà di tutti i giorni.
Giordano afferma che il 2012 è stato l’anno in cui social media e scienza si sono finalmente incontrati. E si sono piaciuti tanto, aggiungo io. I numeri di folllowers, tweet, visualizzazioni su You Tube sono da top ten mondiale. Tutto bene? La rete offre finalmente la possibilità di non predicare solo ai convertiti, annoso problema di tante iniziative di diffusione della cultura scientifica? No.
Spiegano bene il perché Dominique Brossard e Dietram A. Scheufele nella loro analisi su Science.
C’è una grossa carenza di ricerca su questi temi: sostanzialmente non sappiamo nulla dell’impatto di Internet – media sociali e motori di ricerca in particolare – sulla comunicazione della scienza.
Gli autori osservano, ad esempio, che le discussioni su tematiche scientifiche di rilevanza sociale sono fortemente influenzate da dinamiche comunicative specifiche del web 2.0. Il problema è che nessuno sa esattamente come.
C’è quindi molto da fare per i sociologi dei media interessati alla scienza. E speriamo che qualcuno di loro si metta di buona lena a lavorare perché credo che scienziati e giornalisti scientifici abbiano un gran bisogno dei loro risultati se non vogliono essere marginalizzati, ancor di più di quanto non lo siano adesso, nell’ecosistema digitale.

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Come valutiamo i pareri degli scienziati – riflessioni sulla sentenza dell’Aquila

La Prefettura dell'Aquila dopo il terremoto del 2009 - Immagine da Wikipedia

Cosa si aspettavano di capire gli abitanti dell’Aquila dagli scienziati della Commissione Grandi Rischi all’indomani dell’ormai famoso summit svoltosi circa una settimana prima della scossa fatale del 6 Aprile 2009? Quali sono i fattori che hanno influenzato, nel bene e nel male, il giudizio dei cittadini riguardo alle dichiarazioni rilasciate, più o meno maldestramente, in occasione di quella riunione? Attraverso quali canali e reti sociali i cittadini hanno avuto accesso alle raccomandazioni dei sismologi? Cosa avrebbero dovuto o potuto dire gli esponenti della comunità scientifica per non incorrere nella condanna per omicidio colposo?
I media in questi giorni sono pieni di tentativi di risposta a questi e a tanti altri interrogativi sollevati dalla sentenza del giudice Marco Billi che ha stupito e indignato gran parte della comunità scientifica internazionale.
I toni non sono pacati. Occorrerà tempo prima che si plachino le polemiche e si riesca ad assumere uno sguardo d’insieme equilibrato sulla vicenda. Ci sono ancora troppi punti oscuri e troppi interessi non dichiarati per avere la presunzione di dire esattamente cosa si dovrebbe fare se si ripresentasse una situazione analoga a quanto accaduto in Abruzzo (anche se si può dire con certezza che purtroppo, in un paese ad alto rischio sismico come il nostro, le occasioni non mancheranno e non mancano neanche in questi giorni).
Intanto, nonostante i legittimi dubbi sulla fondatezza giuridica della condanna, la magistratura ha segnato un punto fermo e imprescindibile.
Per il resto mi sembra che il dibattito abbia ampi margini di maturazione e forse non sarebbe male introdurre nella discussione i risultati di decenni di ricerca sociale su come i cosiddetti pubblici di non-esperti valutano i consigli degli scienziati e le loro competenze. Qualunque iniziativa di comunicazione della scienza, soprattutto in situazioni socialmente controverse, che non si basi sulla comprensione profonda di quest’aspetto rischia di essere fallimentare.
Per tornare alla domanda di partenza: cosa si aspettavano gli aquilani dagli scienziati convocati la sera del 31 Marzo 2009 nel capoluogo abruzzese per un inusuale summit della Commissione Grandi Rischi? Più in generale, esistono dei criteri applicati con maggiore probabilità da parte dei non-scienziati per valutare le affermazioni degli scienziati? 
La ricerca in comunicazione della scienza ha formulato delle risposte a questi interrogativi. I risultati sono basati soprattutto sull’esperienza del disastro nucleare di Chernobyl, della BSE e sulle problematiche legate agli organismi geneticamente modificate. Si tratta di studi inaugurati dal sociologo Bryan Wynne agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso.
Secondo questi lavori, le regole mentali messe in atto quando si cerca di giudicare l’attendibilità dei consigli degli esperti sono:

  • La conoscenza scientifica funziona? Gli scenari delineati in pubblico dagli scienziati si rivelano falsi o si concretizzano?
  • Gli scienziati tengono conto di altre forme di conoscenza quando esprimono i loro pareri?
  • Gli scienziati sono aperti alle critiche? Sono disposti ad ammettere errori e negligenze?
  • Quali sono le affiliazioni sociali e istituzionali dei ricercatori? Hanno conflitti d’interessi?
  • Ci sono casi del passato o situazioni specifiche che predeterminano o influenzano la percezione pubblica immediata del problema dibattuto?
  • Le conseguenze potenziali sul lungo periodo e quelle irreversibili della ricerca scientifica sono state valutate seriamente e da chi? Gli enti regolatori hanno poteri a sufficienza per disciplinare effettivamente le organizzazioni e le aziende che sostengono la ricerca? Chi è responsabile nel caso di danni imprevisti?

Ho ripreso e riadattato questa lista da un paper di Matthew Nisbet e Dietram Scheufele che potete leggere qui nella versione integrale.
Non tutte le domande si adattano al terremoto abruzzese, ma basta questo breve elenco per avere chiaro perché i destinatari dei pareri degli esperti non andrebbrero mai considerati come una tabula rasa ignorante e irrazionale semplicemente da tranquillizzare.

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Problemi nel science writing

Immagine presa dal sito ok4me2.net

Sono tempi difficili per il giornalismo scientifico. Nelle ultime settimane due “segnali” mi avevano fatto sorgere il sospetto che i casi di cattive pratiche stessero aumentando. Una ricerca più approfondita in rete me lo ha confermato. Ma andiamo per ordine.
Qualche giorno fa ha fatto scalpore la storia del successo mediatico del paper sull’infondato legame tra OGM e tumori, ben raccontata da Marco Cattaneo sul suo blog. Non molto tempo prima uno studio di Plos, riportato da Oggiscienza, mostrava che gli abstract scientifici delle riviste accademiche tendono spesso a esagerare la portata dei risultati delle ricerche, con conseguenze facili da immaginare sul sensazionalismo dei comunicati stampa e degli articoli giornalistici che ne derivano. Questi i primi due indizi.
Mi sono messo a cercare meglio e ho scoperto che il KSJTracker, un paio di giorni fa, ha dedicato un post a un’altra ricerca da poco pubblicata su Plos One dal titolo molto chiaro: “Why Most Biomedical Findings Echoed by Newspapers Turn Out to be False: The Case of Attention Deficit Hyperactivity Disorder“. Da lì sono arrivato, tramite una lettura critica sul ciclo della notizia scientifica, a un articolo che conferma la mia sensazione di questi giorni.
Seth Mnookin, autore del libro The Panic Virus, a metà settembre aveva già messo in fila, molto meglio di me, una serie di casi negativi di giornalismo scientifico americano degli ultimi tempi: una successione di episodi critici che fa impressione.
Mnookin riassume più o meno così quello che è successo in poche settimane: science writer importanti e famosi si sono rivelati degli imbroglioni; testate che dovrebbero essere esempi di alta qualità giornalistica permettono la diffusione di confuse speculazioni pseudoscientifiche; i ricercatori e gli uffici comunicazione degli enti gonfiano i risultati di ricerca per ottenere una copertura mediatica sensazionalistica; la gran parte delle conclusioni delle ricerche raccontate dai giornalisti scientifici si rivelano successivamente infondate. Se volete capire più a fondo le argomentazioni del condirettore del MIT’s Graduate Program in Science Writing vi consiglio la lettura completa del suo post. Vale la pena.
Nonostante tutto Mnookin alla fine è ottimista e vede il bicchiere mezzo pieno nelle possibilità offerte dalla rete. Sono d’accordo soprattutto rispetto al fatto che Internet sta scompaginando le regole e le consuetudini del giornalismo scientifico tradizionale. Va comunque fatta una riflessione. Cosa sta succedendo al giornalismo scientifico? I casi descritti sono eventi isolati oppure ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo, a una mutazione nelle pratiche, nelle epistemologie, nei processi del science writing, tutta da scoprire e da analizzare, e di cui gli esempi critici, nonostante tutto, sono una manifestazione? Io credo più in questa possibilità rispetto a quella di relegare le cattive pratiche elencate da Mnookin nel cestino delle “mele marce”.
Un’ipotesi utile su cui lavorare secondo me è quella di verificare se molte delle vicende descritte non si possano spiegare, almeno parzialmente, con la difficoltà del giornalismo scientifico di adattarsi alle caratteristiche dell’ecosistema mediatico digitale.

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