Archive for the ‘Comunicazione della scienza’ Category

Taranto e l’ “evidence based policy making”

Il ponte girevole di Taranto. Immagine da Wikipedia

Per me è difficile parlare di Taranto. Perché è la città in cui sono nato e cresciuto e dalla quale sono andato via. Ad essere precisi sono cresciuto a Statte, una delle zone più limitrofe all’Ilva. A nord del siderurgico, a meno di cinque chilometri, c’è il mio paese d’origine dove vivono ancora i miei. Dall’altra parte, a pochi passi dall’acciaieria c’è il quartiere Tamburi, assurto agli onori della cronaca nazionale per aver fatto scoprire agli italiani che c’è un posto nel BelPaese e nell’Europa Occidentale dove migliaia di persone vivono da anni sommersi dalle polveri.
Fino ad ora ho resistito alla tentazione di scrivere di Taranto nonostante fossì lì, durante le vacanze estive, proprio nei giorni di fine luglio-inizi agosto, nel momento più caldo della protesta, quando l’accesso alla città era stato bloccato dagli operai. Non volevo dire la mia su Taranto nonostante i numerosi argomenti di straordinario interesse che in questa sfortunata vicenda interrogano chi si occupa di comunicazione della scienza e di rapporti tra scienza e società.
Non volevo scrivere di Taranto perché avevo paura di scivolare presto nella retorica. Perché avevo paura di raccontare di quando ero adolescente o poco più, quando con i miei compagni andavo a vedere l’Ilva dall’alto, di sera. Andavamo “sulla salita di Martina Franca” perché per noi l’Ilva era Blade Runner. I fuochi, le fiamme, gli sbuffi e i vapori altissimi che illuminano il cielo della città dei due mari, senza pausa, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, erano la nostra sbilenca porta d’accesso a una confusa nozione di modernità. La striscia rossastra che copre Taranto anche nei giorni di sereno era per noi, difficile ammetterlo adesso, un segno distintivo.
Non volevo scrivere di Taranto perché non volevo rievocare queste strategie di negazione, grazie alle quali avevo soffocato le tante contraddizioni che mi avevano permesso di vivere per quasi un ventennio a ridosso dell’Ilva.
Non volevo scrivere della mia città perché quelli che una volta vivevo come motivi di orgoglio, a distanza di anni, si erano palesati ai miei occhi come nient’altro che i costituenti essenziali della malinconica spavalderia di una città predata.
Oggi la storia di Taranto degli ultimi cinquant’anni sta diventando chiara a tutti. Per quelli come me che ci vivevano e per i tanti che ci vivono oggi, i fatti di questi mesi sono come il risveglio da un’anestesia totale durata decenni. Per quello che vale, mi accodo all’urtante genericità di frasi del tipo “non bisogna cedere al ricatto salute-lavoro”. Spero che la mia città ce la faccia a trovare il difficilissimo equilibrio auspicato dalle istituzioni, dai lavoratori, dai sindacati, dai cittadini, dagli imprenditori. So anche che, mai come in questo caso, il raggiungimento di una nuova sostenibilità dipende da decisioni basate sulle valutazioni di esperti indipendenti, forti e credibili.
A proposito dei numerosi studi epidemiologici che circolano su Taranto da diversi anni, a cui si stanno sommando rilevazioni più recenti e controverse, il sindaco Ippazio Stefano qualche giorno fa, nel corso della trasmissione Zapping 2.0, ha dichiarato che devono essere gli scienziati a dire come stanno le cose. Sentendo la sua affermazione mi sono sentito in dovere di vincere le resistenze di cui dicevo sopra.
Sull’ultimo numero di Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore, abbiamo pubblicato la settimana scorsa una serie di articoli sul problema del divario tra politici e ricercatori. Magistralmente curato da Paola Rodari, il commentario raccoglie una serie di esperienze internazionali realizzate con l’obiettivo, da una parte, di assicurare che le decisioni politiche siano basate su prove certe, dall’altra di facilitare l’integrazione tra comunità di esperti e istituzioni. Tre fattori caratterizzano le collaborazioni di successo: il rispetto reciproco, la fiducia e il ruolo di mediatori capaci di comunicare “la scienza nel contesto”.
Questo è il mio piccolissimo e tardivo contributo alla discussione su Taranto. Non credo che il sindaco Stefano leggerà mai questo post, ma non si sa mai. Non si sa mai che la rete sia più efficace dei messaggi nelle bottiglie perse negli oceani e che gli articoli di Jcom sull’ “evidence based policy-making” non offrano spunti interessanti di riflessione per chi ha la grave responsabilità di prendere le decisioni sul destino di Taranto e dell’Ilva.

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La comunicazione sul cambiamento climatico non va

“LET ME PUT MY CARDS ON THE TABLE. THIS IS WHAT I THINK. THE CURRENT MODEL OF CLIMATE SCIENCE COMMUNICATION AND SCIENCE COMMUNICATION MORE GENERALLY IS FUNDAMENTALLY FLAWED. IT IS BASED ON WHAT’S KNOWN AS THE ‘DEFICIT MODEL’. THAT IS TO SAY IT IS BASED ON A BELIEF THAT THERE IS INSUFFICIENT INFORMATION OUT THERE AND TO REMEDY IT, ALL ONE NEEDS TO DO IS PUT OUT MORE STUFF, ALBEIT PACKAGED IN AN ‘ACCESSIBLE’ WAY – WITH IMAGES OF POLAR BEARS AND MELTING ICE OR, FAILING THAT, PICTURES OF POOR BANGLADESHI VILLAGERS WAIST DEEP IN FLOOD WATER – AND THE PUBLIC WILL GET IT. SCIENCE WILL HAVE BEEN COMMUNICATED.
WELL I CAN TELL YOU NOW THAT IT WON’T. I WANT TO SUGGEST THAT IT’S NOT ABOUT INFORMATION ‘DEFICIT’. CERTAINLY NOT ANY MORE WITH THE VERITABLE AVALANCHE OF BOOKS, ARTICLES, TV PROGRAMMES, BLOGS DEALING WITH THE SUBJECT.”

Immagine da Wikipedia

La comunicazione sul cambiamento climatico è sempre di più uno straordinario laboratorio sulla complessità della comunicazione della scienza e sugli errori che sembrano ripetersi, nonostante la mucca pazza, gli Ogm ecc. La citazione riportata è tratta da una una relazione di un funzionario del Dipartimento dell’Energia e del Cambiamento Climatico (DEEC) britannico. La trovate a pagina 7 di un documento che hanno tirato fuori i giornalisti del Guardian nell’ambito di un presunto conflitto d’interessi del ministro Greg Barker. Ne ha parlato oggi nel suo blog Alice Bell. Il testo completo del documento del funzionario del DECC si può scaricare dal sito di Alice.
Anche la ricerca sociale e sui media sancisce che ci sono dei problemi nella comunicazione delle questioni legate al global warming. La rivista Risk Analysis ha dedicato lo scorso giugno un numero speciale al tema. Gli accademici sollevano diversi dubbi sui motivi, i significati e i mezzi usati fino ad ora nella comunicazione sul cambiamento climatico.

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Non è colpa degli idealisti se la scienza italiana è in ritardo

Croce e Gentile non erano nemici della scienza. È il titolo con il quale il Corriere della Sera, lo scorso 21 agosto, ha presentato un saggio pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Il Mulino”. La storica Alessandra Tarquini smonta una delle convinzioni più radicate tra chi imputa l’origine dei mali attuali della ricerca nostrana al rifiuto pregiudiziale, da parte dei due influenti pensatori, di riconoscere il connubio fra scienza e filosofia. La querelle sugli effetti delle posizioni di Croce e Gentile sul ruolo della scienza nella cultura italiana fa riferimento ad avvenimenti svoltisi ormai un secolo fa. Eppure, in tutto questo tempo, voci dissonanti come quella di Alessandra Tarquini non sono state tanto ascoltate.
Il saggio della studiosa romana è stato pubblicato in una sessione intitolata umanisti e scienziati, alla quale ho dato il mio contributo con un articolo intitolato “Il racconto pubblico della scienza”.
Senza essermi coordinato con la Tarquini, anche io ho impostato le mie argomentazioni attorno al superamento di un luogo comune, altrettanto vivo quanto quello su Croce e Gentile: la convinzione, non basata su dati, che le difficoltà nei rapporti tra scienza e società derivino in gran parte dalle rappresentazioni pubbliche della ricerca, in primis quelle fornite dai media.

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5 miti su scienza, media e pubblico

È da tempo che lo studioso americano Matthew Nisbet sta facendo un gran lavoro di valorizzazione dei risultati della ricerca in comunicazione della scienza. In questo articolo scritto insieme al collega Dietram Scheufele e pubblicato circa un mese fa su TheScientist, vengono elencati i luoghi comuni più ricorrenti sul rapporto tra scienza, media e pubblico:
1. Gli americani non si fidano più degli scienziati. (se al posto degli americani mettete europei o italiani il mito persiste)
2. Il giornalismo scientifico è morto.
3. I media di intrattenimento promuovono una cultura antiscientifica.
4. Il problema è il pubblico, non gli scienziati o i policy makers.
5. Le convinzioni politiche non influenzano il giudizio degli scienziati.
Nisbet e Scheufele mostrano come la ricerca sociale e quella sui media non confermi nessuna di queste affermazioni. Nonostante ciò si tratta di miti persistenti, probabilmente funzionali alla sopravvivenza di nicchie intellettuali di pasdaran neopositivisti, speculari a quelle di fanatici oscurantisti, ma non alla scienza e all’innovazione sociale che ne può derivare.

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La scienza della comunicazione della scienza

“La scienza della comunicazione della scienza sarà essenziale nell’aiutarci a realizzare sforzi nuovi e più efficaci per interagire in modo produttivo nell’interfaccia tra scienza e società”. L’affermazione è di Alan Leshner, direttore generale dell’American Association for the Advancement of Science. In un editoriale pubblicato sull’ultimo numero di Science, di cui Leshner è editore esecutivo, lo scienziato americano fa un ragionamento su cui non posso che essere d’accordo.
Qui alla Sissa di Trieste abbiamo messo su da diversi anni un gruppo di ricerca e di riflessione sulla comunicazione della scienza. Non siamo riusciti fino a questo momento a strutturarlo secondo le prescrizioni dell’accademia italiana ma rimaniamo attivi nello stimolare incontri, pubblicazioni, studi. Non senza fatica. Non si contano le volte che ho incontrato lo scetticismo di studiosi e professionisti. La ricerca sulla comunicazione della scienza? Fuffa, mi hanno detto in confidenza “cari” amici del settore.
Leshner la pensa diversamente. E non si tratta di un parere qualsiasi. Sia perché è l’opinione del direttore generale della più grande associazione di scienziati al mondo, sia perché non arriva a caso. Leshner ha studiato il problema, si è confrontato con gli esperti di scienze sociali e del comportamento, ha partecipato a conferenze sul tema.
Nel suo editoriale riporta tre acquisizioni importanti della ricerca contemporanea sulla comunicazione della scienza:
-le visioni ideologiche e personali hanno un influenza maggiore della comprensione dei fatti;
-l’aumento della conoscenza su un tema scientifico non sposta necessariamente le posizioni in gioco;
-perché ci sia un effetto significativo negli orientamenti pubblici è determinante la cornice nella quale un problema scientifico è inquadrato.
Se avete voglia di capire meglio le argomentazioni di Leshner vi rimando alla lettura completa del suo editoriale. A me importa sottolineare che i risultati ricavati da attività di ricerca strutturata costituiscono informazioni fondamentali per l’ideazione, la progettazione e la realizzazione di attività di comunicazione che siano efficaci anche, e soprattutto, per chi ha a cuore il ruolo della scienza nella società, in primis gli scienziati. Senza ricerca non si può che reinventare la ruota.
Non so se c’è mai stato un tempo in cui ci si poteva permettere di trascurare il problema. So che oggi quel tempo è finito. Non si può pensare di affrontare questioni epocali come i cambiamenti climatici, gli organismi geneticamente modificati o le problematiche energetiche con il kit del buon comunicatore che apre la sua cassetta degli attrezzi e risolve i problemi come un idraulico che viene a riparare il tubo dell’acqua rotto.
I comunicatori della scienza, soprattutto in questo momento storico, non possono scindere la loro componente artigianale dalla riflessione sul proprio lavoro confrontandosi e stimolando la (scarsa) ricerca nel settore.
Non vi nascondo che l’editoriale di Leshner è un balsamo per chi come noi crede da anni nel fatto che, soprattutto in ambiente scientifico, debba maturare il rispetto nei confronti della ricerca in comunicazione della scienza e la consapevolezza della sua utilità. C’è bisogno di scienza nella comunicazione della scienza. Lo scrive Leshner e per quel che vale lo penso fortemente anche io.

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L’identità fragile della comunicazione della scienza

immagine da appuntidigitali.it

Brian Trench ha terminato da poco un’analisi internazionale sullo stato di salute della comunicazione della scienza come disciplina accademica. Negli ultimi venticinque anni si sono moltiplicati in tutto il mondo corsi e programmi universitari di vario tipo, inclusi percorsi di ricerca a livello dottorale. Se c’è qualcosa che accomuna queste iniziative è la loro diversità. Un aspetto che può essere visto come “un segno di vitalità ma anche una condizione di vulnerabilità”. La comunicazione della scienza attraversa o si colloca tra differenti discipline e dipartimenti. Per questo, conclude Brian, “non è spesso ben equipaggiata a difendere se stessa in ambito accademico proprio quando la sua presenza sarebbe più necessaria”.
Condivido a pieno l’analisi di Brian Trench. Lo sforzo fatto negli ultimi anni per affermare la necessità di un’attività formativa e di ricerca professionale per la comunicazione della scienza all’interno dell’università corre il rischio di essere vanificato. La causa diretta sono i tagli imposti dalla crisi economica all’istruzione superiorie. Se i bilanci delle università si fanno sempre più magri, non è difficile immaginare che ad essere soppressi saranno le attività considerate superflue. Probabilmente per molti non si tratta di un grave danno. Mi sono scontrato varie volte con professionisti che cosiderano inutile e superflua la ricerca in comunicazione della scienza. La tensione fra teoria e pratica è solo uno dei punti deboli della questione.
Un paio di anni fa, in uno speciale di Jcom, la rivista di cui sono direttore, avevamo posto a diversi studiosi una serie di questioni sul tema, tra cui: quali sono gli argomenti su cui si deve concentrare la ricerca in comunicazione della scienza e perché? Qual è il suo scopo generale? Qual è il suo reale grado di autonomia da altre discipline? È più corretto trattarla come una sottodisciplina di un’area più ampia o è importante perseguire un’opportuna strategia di “demarcazione del territorio”?
Le analisi degli esperti erano concordi sul fatto che per meritare lo statuto accademico una disciplina deve definire con precisione il suo oggetto d’indagine e avere un quadro di riferimento teorico forte. Su entrambi i punti la comunicazione della scienza mostra le maggiori difficoltà.
La sua fragile identità è rispecchiata dalla pluralità di offerte formative descritte da Brian Trench nel suo lavoro. Quando i corsi di comunicazione della scienza nascono all’interno di dipartimenti scientifici prevalgono gli insegnamenti di fisica, matematica, biologia e l’approccio teorico è quello della divulgazione. Se gli insegnamenti si trovano all’interno di scuole di giornalismo si mette l’enfasi sulla pratica. Se, più raramente, le iniziative formative sono nelle facoltà di scienze sociali o umanistiche, assumono rilevanza le implicazioni etico-politico-sociali della scienza e diventano cruciali sul piano comunicativo le strategie di coinvolgimento pubblico.
Per quanto siano state individuate delle ampie aree disciplinari in cui confluiscono i corsi di comunicazione della scienza (scienze naturali, studi sull’educazione formale e informale, studi sociali sulla scienza, studi di comunicazione), non c’è insomma un terreno condiviso. Non è stato identificato un nucleo di insegnamenti comuni che potremmo definire l’ “unità minima” di conoscenze del comunicatore della scienza, sia per lo studioso della materia che per il professionista.
Uno dei compiti della ricerca universitaria in questo settore dovrebbe essere l’idagine e la possibile soluzione del problema identitario. L’analisi di Trench mostra che il momento non è dei più favorevoli, ma non bisogna pedere di vista l’importanza della questione. Nonostante lo scetticismo di molti professionisti, la pratica ha molto da guadagnarci se può fare riferimento a un insieme di competenze e conoscenze in grado di caratterizzare i comunicatori della scienza come portatori di un valore aggiunto unico in diversi ambiti lavorativi (giornalismo, museologia, organizzazione eventi, editoria, brokering della conoscenza, progetti di ricerca, ecc.). D’altra parte avere a disposizione un riferimento teorico forte permette di comprendere meglio quello che si fa in pratica e di modificare consapevolmente le proprie azioni per raggiungere gli obiettivi di comunicazione.

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Mc Ewan e il bosone di Higgs

Nello splendido saggio di Ian McEwan pubblicato questo mese su Le Scienze non si parla del bosone di Higgs, ma vengono affrontate due questioni che secondo me offrono degli spunti di riflessione interessanti sul modo in cui è stata comunicata la recente scoperta della particella.
I temi affrontati da McEwan risuonano perfettamente con quello che può essere definito l’approccio eroico alla diffusione della conoscenza scientifica. Si tratta di una modalità di presentare la scienza che non restituisce la complessità dell’impresa della ricerca contemporanea e che si richiama a schemi positivistici. Ma andiamo per ordine.
McEwan ricostruisce l’ “ansia da priorità” che colpì Darwin e Einstein di fronte alla possibilità di essere anticipati rispettivamente da Wallace e da Hilbert nella presentazione al mondo dei loro capolavori, L’origine delle specie e la Relatività Generale. La paura di perdere il primato diede una spinta determinante a realizzare in poco tempo staordinarie opere intellettuali che hanno radicalmente modificato la percezione di noi stessi e del mondo in cui viviamo. L’ansia da priorità testimonia anche l’affermazione un processo tipico della modernità: quello che vuole l’identificazione completa fra l’individuo e la sua creatività, trascurando l’apporto collettivo e il debito creativo nei confronti dei precedessori. Nella comunicazione scientifica eroica la retorica del genio isolato culmina con scoperte straordinarie e definitive.
Un po’ quello che è accaduto nel racconto della scoperta del bosone di Higgs. Nel caso del Cern di Ginevra è impossibile trascurare la dimensione collettiva dell’impresa e molti media lo hanno sottolineato. D’altra parte è passata l’immagine del risultato scientifico stabilito una volta per tutte, culmine di un’impresa ansiogena simile a quelle di Darwin e Einstein.
Credo che questo modo di rappresentare la rilevazione del bosone di Higgs rispecchia immagini ottocentesche, non corrispondenti alla scienza praticata nei grandi acceleratori di particelle. Una differenza importante rispetto alla fisica di galileiana memoria è ad esempio il fatto che in questo momento il Cern è sostanzialmente l’unico laboratorio al mondo con le risorse necessarie per la rilevazione dell’Higgs. Non ci sono realisticamente altri posti dove l’esperimento può essere riprodotto con facilità e in tempi brevi. Senza addentrarci in complicate questioni di filosofia della scienza, si può dire che l’ansia da priorità, con le conseguenze che comporta sulla comunicazione, è quindi meno giustificata.
Si potrebbe anche dire molto sul contrasto tra la linearità con cui è stato presentato il metodo scientifico rispetto alla complessità che caratterizza le procedure sperimentali di un’impresa come quella realizzata al Cern. Ma forse è più interessante la seconda questione posta da McEwan.
Lo scrittore inglese affronta il rapporto tra la qualità estetica di una scoperta e la sua accettazione nella comunità scientifica. McEwan riprende la convinzione molto radicata fra i fisici teorici secondo la quale la bellezza di una teoria accelera il suo consenso tra gli scienziati, molto di più che le prove sperimentali.
L’identificazione fra eleganza e potenza descrittiva della realtà è percolata anche nella comunicazione della scienza e costituisce un altro pilastro retorico dell’approccio eroico tradizionale.
Anche da questo punto di vista, il bosone di Higgs è scomodo perché conferma la validità di un modello, il Modello Standard, ritenuto dai più intricato e strano. Il Modello Standard insomma è brutto, o almeno così ci appare oggi, come scrive Carlo Rovelli nel pezzo di apertura dell’inserto culturale del Sole24 Ore di domenica scorsa. Forse tra un po’ di tempo ci sembrerà più elegante, ma per il momento dobbiamo ammettere che teorie efficaci sulla natura intima della materia possano essere “poco pulite”.
Provo a riassumere quello che, a mio modesto parere, queste letture possono insegnare a comunicatori e giornalisti che vogliano restituire l’immagine di una scienza un po’ diversa rispetta a quella di Galileo, Newton e Einstein e più vicina a quella che viene realmente praticata nei laboratori oggi:

1. E’ opportuno limitare la retorica del genio isolato e dell’ansia da priorità;
2. E’ necessario contestualizzare meglio il rapporto tra progresso scientifico e progresso sociale rifiutando le correlazioni lineari;
3. Dobbiamo ridimensionare le nostre idee a priori di bellezza e di semplicità;

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Evviva il bosone di Higgs?

Immagine presa da wired.it

Ieri è stato il grande giorno. Il momento tanto atteso della Particella di Dio è arrivato. Margherita Hack avrebbe detto: “Quella particella è Dio”. Va beh.
Al di là delle esagerazioni l’annuncio della scoperta ha avuto una gran copertura mediatica, con addirittura l’apertura dei tg di prima serata. Fatto raro per eventi che riguardano la scienza. Onore al merito all’ufficio comunicazione del Cern. Onore al merito agli scienziati, ovviamente.
I toni sono stati molto trionfalistici. Un po’ troppo secondo me. Forse vale la pena introdurre qualche altro elemento nella narrazione.
Vale la pena ad esempio ricordare che l’esistenza del bosone di Higgs potrebbe limitare, e di molto, le grandi ambizioni della fisica teorica. Lo scrive bene John Horgan nel suo blog su Scientific American. Si può inoltre aggiungere che continuare a liquidare il bosone di Higgs come la particella che “dà la massa a tutte le altre particelle” non chiarisce granché le cose ai non-addetti ai lavori. Su questo suggerisco la lettura di un pezzo di Robert Wright su The Atlantic.
Insomma c’è pane per i denti per i giornalisti scientifici che vogliono introdurre altre prospettive sul racconto del bosone di Higgs.

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Falling walls – Abbattiamo i muri nella scienza

Riemergo da un lungo periodo di letargo dovuto a vari motivi. Cerco di rivitalizzare il blog contribuendo a far abbattere muri. Vi segnalo un’iniziativa nell’ambito di Falling Walls, il meeting che si tiene da un po’ di anni a Berlino l’8 e il 9 novembre per celebrare la caduta del muro. Si tratta un incontro di ricercatori, innovatori e menti aperte da tutto il mondo già definito “una nuova dimensione per una conferenza scientifica”. Ne parla qui La Stampa. Falling Walls promuove un concorso internazionale di citizen journalism lanciato in Italia dalla Fondazione Ahref di Trento.
Per partecipare bisogna presentare entro il 14 ottobre 2012 un video della durata massima di tre minuti oppure un testo o un reportage fotografico che risponda alla domanda: “quali sono i prossimi muri da abbattere in campo scientifico?”. Qui trovate info più dettagliate.

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Occhi indiscreti sul neutrino?

Fernando Ferroni

Il presidente dell’Infn, Fernando Ferroni, si è interrogato ieri, sulle pagine del Domenicale del Sole 24 Ore, sul rapporto contemporaneo tra scienza e media, con un articolo dal titolo “Occhi indiscreti sul neutrino”.
Le sue riflessioni nascono dalla ormai nota vicenda dei neutrini superluminali. Ferroni esprime il disagio della comunità dei fisici per il contesto in cui sono stati comunicati e discussi i risultati dell’esperimento Opera. Nel caso dei neutrini “più veloci della luce”, scrive il presidente dell’Infn, il processo scientifico esperimento-risultati-verifica-errore (eventuale) è avvenuto per la prima volta sotto i riflettori dell’opinione pubblica e dei media mondiali, invece che al riparo da occhi indiscreti all’interno dei laboratori. La vicenda ha mostrato la difficoltà di sincronizzare i tempi dei media con i tempi della scienza, prosegue Ferroni, che conclude: “Certo, ora c’è una consapevolezza nuova, ma quali strumenti dovremo adottare?”.
Ben venga questa domanda. È un segno salutare che la comunità degli scienziati, nelle sue più alte cariche istituzionali, si mostri disponibile a considerare la comunicazione della scienza una condizione di lavoro e non un ostacolo.
Il caso dei neutrini di Opera richiede però qualche precisazione aggiuntiva.
Non credo, prima di tutto, che sia la prima volta in cui l’annuncio di risultati scientifici controversi avvenga pubblicamente. Ferroni cita un altro esperimento sui neutrini, Minos, come unico altro precedente. Senza voler andare troppo indietro nel tempo, e limitandosi alla fisica delle particelle, basti pensare alla comunicazione sul bosone di Higgs per avere un esempio illustre dei nostri giorni. Ma questo è un aspetto in fondo trascurabile e su cui si può discutere.
La cosa più importante è un’altra: non credo che il cortocircuito comunicativo sui neutrini sia stato generato esclusivamente da uno sfasamento tra i tempi dei media e i tempi della ricerca. Se uno ripercorre la storia mediatica della vicenda si accorge che spesso l’iniziativa nei confronti dei mezzi d’informazione è partita dagli scienziati stessi. È pertanto quantomeno limitativo trattare la questione in termini di inopportunità o indiscrezione da parte dei giornalisti.
La mia impressione è che sempre più parti del mondo della ricerca, soprattutto negli esperimenti di big science, abbiano perfettamente chiaro che i media sono la prosecuzione delle controversie scientifiche con altri mezzi. Non so se questo sia un bene per la scienza, ma è un’ulteriore consapevolezza che andrebbe aggiunta a quella di cui parla Ferroni.

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