Archive for the ‘Comunicazione della scienza’ Category

Internet appiattisce il giornalismo scientifico europeo

Si chiama perdita di infodiversità. È una malattia che sta colpendo tutto il giornalismo. Quello scientifico in particolare. Lo sostiene Antonio Granado in un paper pubblicato su Journalism. La ricerca ha riguardato i giornalisti scientifici della carta stampata e di agenzie di stampa di 14 paesi diversi dell’Unione Europea, inclusa l’Italia. La conclusione principale del lavoro è che i giornalisti scientifici intervistati spendono sempre più tempo in rete, escono poco dalla redazione, frequentano poco conferenze e meeting, fanno “taglia e incolla” di comunicati stampa, visitano gli stessi siti, usano le stesse fonti e scrivono le stesse storie. Indipendentemente dal paese d’appartenenza. Secondo l’autore, la principale causa della perdità d’infodiversità registrata è l’introduzione di Internet in redazione.
Il churnalism è un fenomeno già ben riconosciuto che preoccupa il giornalismo in ogni settore. L’aspetto interessante della ricerca di Granado è aver mostrato per la la prima volta che questa pratica si estende in modo efficace e indifferenziato al giornalismo scientifico e in diversi paesi europei, anche molto differenti tra di loro. Tra gli effetti paradossali di questa situazione c’è una forte sottorappresentazione della ricerca del vecchio continente. Granado fa notare infatti che i suoi dati mostrano come “la comunicazione della scienza sui media dell’Unione Europea è dominata da articoli riguardanti la ricerca pubblicata su giornali con peer-review che trattano in modo quasi eslusivo la scienza americana.”

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Quando i neutrini finiscono in prima pagina

immagine da www.giorgiorusso.it

I neutrini non vanno più veloci della luce. Ne stanno parlando e scrivendo in tanti. I risultati dell’esperimento Opera non sarebbero così clamorosi come annunciato. La partita probabilmente non è ancora chiusa. Le anomalie registrate portano sia a una sovrastima che a una sottostima del tempo di volo dei neutrini, come ha scritto Roberto Cantoni su Oggiscienza.
I commentatori con un po’ di esperienza non sono troppo colpiti. La scienza funziona così: impara dai suoi sbagli ed è tremendamente efficace nell’autocorregersi. Elena Dusi e Marco Cattaneo lo dicono bene sulla versione cartacea di Repubblica di oggi. Cattaneo sottolinea la complessità di macchine come gli acceleratori di particelle. Gli errori, in un mostro tecnologico come l’LHC, ci possono stare. L’importante è che ci siano procedure precise per riconoscerli e correggerli. La scienza le possiede e sono molto efficaci. Il suo status privilegiato nella produzione di conoscenza non è frutto del caso. Tutto vero.
Mi sembra però che la vicenda dei neutrini richiami anche altre considerazioni, non riguardanti la bontà del metodo scientifico. Prendo spunto proprio da quanto scritto da Dusi nell’articolo citato prima. Dal 2001 al 2011, secondo quanto riportato dalla giornalista di Repubblica, gli studi ritrattati o smentiti si sono moltiplicati di più di quindici volte.
Come mai? Il mio sospetto che una ragione vada cercata nel fatto che la scienza, volente o nolente, si sta mediatizzando. Con questo termine voglio dire che sempre più spesso gli scienziati rispondono a logiche mediatiche e non a logiche di ricerca. Anche per questo, non solo per questo, gli errori (o i tentativi di frodi) aumentano.
Il caso di Opera è significativo. Nessuno mette in dubbio la qualità scientifica dei ricercatori coinvolti e del leader del gruppo, Antonio Ereditato. Nessuno può affermare l’esistenza di una strategia mediatica premeditata. Eppure, a ben vedere, il caso scientifico ha vissuto in forte simbiosi con quello rappresentato, commentato e condiviso dai media tradizionali e dai media sociali digitali. Il confine tra dove finisce il confronto tra pari e dove inizia l’allargamento a sfere di discussione tradizionalmente estranee al discorso scientifico è molto difficile da stabilire (sarebbe molto interessante una ricerca per chiarire con precisione le linee d’influenza reciproche).
Il fenomeno non riguarda solo la scienza attuale, ma le dimensioni del territorio d’incertezza epistemologica fra pubblico e privato della scienza raggiunte in questi anni sono, a mio modo di vedere, una cifra caratteristica della ricerca contemporanea. Soprattutto della big science. Che sia un bene o un male non lo so. Credo solo che sia un aspetto importante di cui tener conto. E forse sarebbe il caso che anche gli scienziati coinvolti in grandiose imprese della conoscenza, come quelle del Cern di Ginevra, ne tenessero maggiormente conto.

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La rivista Public Understanding of Science compie vent’anni

La rivista Public Understanding of Science (PUS) festeggia i suoi vent’anni. Il direttore Martin Bauer descrive cosa è stato fatto e cosa ci riserva il futuro. Leggo con una certa regolarità gli articoli del PUS ormai da circa un decennio. Tra i cambiamenti che apprezzo di più c’è l’allargamento al contesto geografico globale, la concezione sempre più ampia del termine “scienza”, l’interdiscinarietà e la transdisciplinarità delle ricerche pubblicate.
Quando nel 2009 Bauer assunse la direzione della rivista, chiarì bene nel suo primo editoriale che l’oggetto di ricerca specifico esplorato dal PUS è “il territorio contestato del senso comune”. Il sociologo inglese riproponeva in termini nuovi una questione filosofica antica: esiste una continuità fra scienza e senso comune o c’è un “gap epistemico” incolmabile tra le due attività e mentalità?
Uno degli scopi della rivista è dimostrare quanto la linea di confine sia una variabile storica e non una costante metafisica. La comunicazione della scienza è il processo attraverso il quale si cerca di spostare il limite da una parte o dall’altra. In ultima analisi essa a che fare con domande profonde sul piano filosofico, cos’è la verità scientifica, e sul piano sociologico, qual è la verità che conta di più nella società in un determinato momento storico.
Di solito, tali questioni sono poco presenti nelle pratiche di chi “fa la comunicazione della scienza”. I professionisti, legittimamente, si pongono interrogativi più pragmatici e tangibili: cosa funziona e perché. Da questa prospettiva guardano forse con interesse agli strumenti empirici delle scienze sociali e del comportamento, ma raramente sono interessati alla prospettiva di fondo. Eppure, nonostante sia comprensibile, perdere di vista l’orizzonte più ampio ha delle conseguenze non di poco conto. Si perde di vista il fatto che la comunicazione della scienza ha uno spessore ben più ampio di quello della mera semplificazione, ma soprattutto si rischia di non capire lo specifico della propria professione rispetto ad altri settori della comunicazione. I vent’anni della rivista PUS ci ricordano che comunicare la scienza significa definire le caratteristiche del “contestato territorio del senso comune” e contribuire a stabilire che cos’è vero e cosa non lo è. Non è poco.

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Recensioni – Reinventing Discovery, Michael Nielsen

Grazie a Internet e alla collaborazione on-line abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita. Si tratta di un’opportunità rivoluzionaria. Micheal Nielsen ne è convinto. Peccato che tra i più restii a cogliere la grande possibilità offerta dalla rete ci siano gli scienziati, proprio la comunità che ha dato un contributo indispensabile alla nascita del world wide web. E proprio in un periodo storico in cui la tendenza del resto della società è verso l’apertura e la collaborazione di massa.
Nielsen è un esperto di quantum computing e un grande sostenitore dell’open science. Ha scritto questo libro, almeno in parte, per esprimere la sua frustrazione nei confronti dei colleghi incapaci di vedere la portata dei cambiamenti possibili grazie alle tecnologie connettive e digitali. Esempi importanti di networked science ci sono già, ma gli ostacoli a mettere a disposizione liberamente i dati, contribuire a progetti wiki, commentare blog, a compiere, in altre parole, tutte quelle azioni che caratterizzano la scienza aperta auspicata da Nielsen, sono ancora molti. Il più importante è di ordine culturale.
Attualmente la prevalente forma di condivisione della conoscenza a cui gli scienziati danno valore, e a cui riconoscono un credito significativo per la carriera, è quella che si esprime nei paper pubblicati su riviste scientifiche accreditate. La rete allarga in modi impensabili le possibilità di collaborare e di estrarre informazioni significative dalla grande quantità di dati prodotti nei laboratori. Sfruttare questa opportunità significa non solo migliorare il modo in cui è fatta la ricerca, accelerando il tasso di produzione di tutte le scoperte, ma vuol dire anche modificare il ruolo della scienza nella società.
Gli scienziati, scrive Nielsen, devono riallineare gli interessi individuali con gli interessi pubblici. In questo momento prevale uno scollamento. Molti dei problemi che la moderna società globale deve affrontare (nucleare, bioterrorismo, pandemie, riscaldamento globale) sono problemi che comprendiamo scientificamente. Ci manca “qualcosa” per trasformare questa conoscenza in soluzioni reali. Secondo Nielsen gli strumenti online forniscono un’opportunità epocale per ridurre o addirittura annullare il divario.
Il libro di Nielsen è forse ingenuo a tratti. Gli esempi in cui l’autore si trova più a suo agio arrivano dal mondo degli scacchi o da quello dei cacciatori di comete e galassie. Le cose si fanno molto più complicate già se si passa alle scienze della vita. Per questo, in alcuni passaggi, hai un po’ la tentazione di bollare l’entusiasmo di Nielsen come fantasticherie di un nerd. Ma sarebbe un errore. Al di là di qualche semplificazione dovuto all’eccesso di passione, Reinventing Discovery ha il grande merito di delineare una prospettiva. Invita tutti noi, non solo gli scienziati, a coordinarci per costruire spazi e istituzioni per amplificare la circolazione delle idee più velocemente che in passato, e per contribuire, ciascuno con i propri desideri, competenze e aspettative, ma liberamente, alla produzione di conoscenza. La prospettiva è quella di un’intelligenza collettiva in grado di determinare innovazione sociale grazie al contributo sostenibile della conoscenza scientifica.

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L’eredità comunicativa di Abdus Salam

Ieri ha preso il via una nuova iniziativa di outreach del Centro Internazionale di Fisica Teorica (ICTP) di Trieste: le Salam Lecture Series. Gli incontri prendono il nome dal fisico pakistano Abdus Salam, premio Nobel nel 1979, a cui l’intero centro è dedicato.
L’idea delle lectures è quella di fornire visioni, prospettive, sintesi della ricerca attuale in fisica contemporanea. Compito non facile, visto che la platea è formata da scienziati di alto livello in ambito internazionale i cui interessi attraversano diversi settori della fisica.
Eppure sembra che Nima Arkani-Hamed, lo speaker individuato per questa prima serie di incontri, quarant’anni, di origine iraniane, attualmente professore all’Institute for Advanced Study di Princeton, ci stia riuscendo.
Vale la pena dare un’occhiata ai suoi talk per avere un’idea di come ragiona e parla, nel 2012, un ricercatore visionario, uno scienziato che si misura con le idee più innovative sul tempo, lo spazio, le dimensioni. Ditemi voi se è poco.
Il titolo della sue serie di lezioni è: Past, Present and Future of Fundamental Physics. Una scelta perfetta non solo perché risponde alle promesse dell’incontro, ma anche perché esprime lo spirito dell’ICTP e di Abdus Salam stesso, la cui figura e storia straordinaria sono state ricostruite molto efficacemente in un recente articolo di Luisa Bonolis e Giuseppe Mussardo pubblicato su Sapere dello scorso dicembre. Se la storia del fisico teorico pakistano vi appassiona e la volete approfondire ulteriormente vi consiglio il video The Dream of Simmetry, ideato sempre da Giuseppe Mussardo.

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Open access in prima pagina

Questa mattina in prima pagina su La Stampa c’è un articolo di Umberto Veronesi a favore dell’open access. Il punto di vista del famoso oncologo è corredato da un pezzo di Paolo Mastrolilli, nell’inserto TuttoScienze, che si sofferma sui limiti della peer-review, sugli interessi delle case editrici, sul potere delle elitè accademiche. Mastrolilli descrive anche alcune iniziative di successo alternative agli anacronismi delle riviste scientifiche classiche. La rete e le tecnologie digitali sono centrali nel lento superamento di consuetudini editoriali di lunga data a cui sono legati forti interessi economici e di politica accademica.
La questione si può guardare da molte prospettive. Un libro uscito da poco, Reinventing Discovery, è secondo me una chiara, accessibile e completa sintesi di come il mondo online sta modificando il processo di scoperta scientifica. E’ stato scritto da un gran sostenitore della filosofia dell’accesso aperto alla conoscenza scientifica. Rimando quindi a quella lettura per avere un quadro aggiornato dei temi discussi da Veronesi e Mastrolilli oggi su La Stampa.
A me interessa sottolineare alcune considerazioni più generali sulla comunicazione della scienza a partire da questo appello a favore dell’open access.
Mi sta a cuore dire che se precise problematiche comunicative della scienza vengono riprese in prima pagina su un quotidiano nazionale generalista, allora sono forse più importanti di quanto comunemente si creda.
Sembra ovvio, ma forse non lo è se si considera il ruolo tradizionalmente attribuito alla comunicazione nel processo di produzione della conoscenza scientifica. L’approccio usuale ritiene sostanzialmente che siano due attività nettamente distinte: la comunicazione tra esperti e soprattutto la comunicazione della scienza ai non-esperti non influenza la produzione di conoscenza e neanche le pratiche del lavoro scientifico.
La discussione sull’open access smentisce molto questi assunti: la comunicazione non è una mera conseguenza della conoscenza e non è possibile tracciare una netta linea di separazione fra produzione e comunicazione del sapere scientifico.
In altre parole, le questioni su come viaggia la conoscenza, a chi è resa disponibile e come si raggiunge accordo su di essa sono imprenscindibili nella produzione di conoscenza.
Se si adotta questa prospettiva l’impresa scientifica si presenta come una forma di azione comunicativa caratterizzata da specifici processi, immagini, interessi, linguaggi, attori in cui contano, eccome, la retorica, il potere, l’economia, la cultura, la politica.
Uno dei dispositivi comunicativi più innovativi ottimizzati dalla comunità scientifica è stato quello della peer-review. Anche grazie alla stabilizzazione di questo meccanismo nelle procedure editoriali la conoscenza scientifica è riuscita ad acquisire il grande credito sociale di cui gode. La peer-review è un’invenzione comunicativa di grande efficacia da cui deriva una parte importante del capitale fiduciario di cui godono i ricercatori da parte dei non-esperti.
Le discussioni sull’open access e le possibilità editoriali permesse dalla rete mettono spesso in discussione proprio il procedimento di revisione tra pari. Forse anche per questo, e non solo per motivi interni alla comunità accademica, la posta in gioco è grossa.

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Appunti per conferenze internazionali su comunicazione della scienza

immagine da appuntidigitali.it

Gli addetti ai lavori sanno bene che quest’anno a Firenze, dal 18 al 20 Aprile, si tiene Il XII Convegno Internazionale di Comunicazione Pubblica della Scienza e della Tecnologia (PCST). A giudicare dal numero delle proposte sembra che l’incontro abbia riacquistato un forte appeal. Nelle ultime edizioni il PCST aveva perso un po’ di smalto. Dai dati forniti sul sito della conferenza i segni dell’inversione di tendenza: quasi 900 autori provenienti dai cinque continenti con circa 500 richieste di partecipazione. Con queste premesse il programma potrebbe essere davvero interessante. Speriamo.
Intanto in questi giorni in rete circola un’altra call for proposal per un’altra conferenza internazionale sulla comunicazione della scienza (JHC 2012) che si svolgerà a Nancy, in Francia, dal 3 al 7 Settembre.
Non c’è che dire, chi è interessato a questi argomenti nel 2012 ne può fare una scorpacciata. Il tema della conferenza francese è Science Communication: International Perspectives, Issues and Strategies. La scadenza per inviare le proposte è il 10 Febbraio. Gli organizzatori sono interessati, tra l’altro, a come i media digitali trasformano il rapporto tra produttori e destinatari della conoscenza.
Proprio in questi giorni ho ricevuto un libro che mi sembra molto completo da questo punto di vista. Il volume affronta la questione di come il mondo online sta modificando radicalmente il processo della scoperta scientifica. Il titolo è Reinventing Discovery ed è stato scritto da Michael Nielsen, pioniere del quantum computing, saggista e forte sostenitore del movimento open access.
Sul tema delle prospettive internazionali in comunicazione della scienza, sempre a ridosso di Natale, mi hanno spedito invece una raccolta di saggi dal titolo Constructing Culture of Science. Communication of Science in India and China.
Ho solo sfogliato entrambi i libri. Mi riprometto di leggerli al più presto, anche in vista delle conferenze internazionali di cui ho fatto cenno sopra. Credo siano letture utili in generale per chi si occupa di questi temi.

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Speciale Jcom su giornalismo scientifico e digital storytelling

Ieri abbiamo pubblicato su Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore, uno speciale sul rapporto tra giornalismo scientifico e narrazioni digitali. I contributi sono legati a un workshop realizzato lo scorso mese nell’ambito della seconda edizione di MAPPE a Trieste. Se avete voglia di leggere gli articoli vi fornisco alcune coordinate per orientarvi. Sono le ipotesi e il contesto in cui da un po’ di tempo si svolge la nostra riflessione:

-i giornalisti scientifici stanno perdendo sempre di più la loro storica posizione di mediatori principali tra scienziati e non-esperti;
-il nuovo ecosistema “scienza-media” è popolato da attori che fino a qualche tempo fa erano fonti giornalistiche ma che oggi sono sempre di più produttori di contenuti originali rivolti direttamente a pubblici differenti;
-le funzioni e le pratiche dei giornalisti scientifici cambiano nell’ecosistema digitale. I cambiamenti sono guidati da più ampie ristrutturazioni economiche e organizzative;
-la scienza contemporanea è caratterizzata da una grande e crescente disponibilità di dati, autori e contenuti, una quantità enorme rispetto anche a pochi anni fa;
-i pubblici della scienza sono sempre più frammentati.

In questa cornice sono tante le domande per il giornalismo scientifico dei prossimi anni. La sfida più importante è far diventare questo genere giornalistico uno dei maggiori protagonisti dell’informazione nella società della conoscenza.
C’è bisogno di cambiare le pratiche, le funzioni, le procedure del giornalista scientifico, che deve abbracciare nuove competenze, non solo tecniche, ma soprattutto culturali e relazionali. Utilizzare le potenzialità dell’ “arte di raccontare storie” in epoca digitale applicandole al giornalismo scientifico può voler dire soprattutto scoprire una scienza molto più ricca di quanto ci abbia abituato la cronaca delle scoperte.

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Leggetevi Generosity di Richard Powers

Se volete sapere cos’è il modo 2, la post-accademia o il capitalismo accademico e non avete voglia di sorbirvi un manuale di sociologia, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se volete capire cos’è la “medializzazione della scienza” e, un’altra volta, non avete voglia di sociologichese, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se vi chiedete come si costruisce un romanzo in cui la scienza, in particolare le scienze della vita, sono un vero motore narrativo e la storia raccontata non è una scusa per spiegarvi qualcosa, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se volete apprezzare cosa c’è davvero in ballo per il nostro futuro nella terra di frontiera in cui business, media, etica, diritto stanno negoziando con la scienza confini e senso del proprio operato per i prossimi decenni, Richard Powers ce lo svela con gli strumenti del romanziere raffinato.

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Dati, contenuti, autori e giornalismo scientifico

Sul Tuttoscienze de La Stampa di un paio di settimane fa ho pubblicato un articolo sul possibile rapporto tra la scienza nei prossimi decenni e la capacità di raccontarla con le tecnologie digitali e connettive.
Provare a immaginare il futuro è un modo per intervenire sul presente. Già adesso la quantità di dati, di autori e di contenuti scientifici rende molto complicato diventare un filtro attendibile e costruire un racconto condiviso. Allo stesso tempo le possibilità di narrazione sulla scienza, la tecnologia e la medicina si arricchiscono in modo straordinario. Molto al di là del recinto della divulgazione e della cronaca delle scoperte. Chi lo capirà a fondo e saprà darne forma adeguata riuscirà a intervenire in maniera non banale nella costruzione del futuro socio-tecnico.

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