Archive for the ‘giornalismo’ Category

La didattica nel giornalismo scientifico come modello per il resto del giornalismo

Science communication, De Gruyter Mouton, Berlin/Munich/Boston
Holger Wormer, della Technische Universität Dortmund, si è interrogato di recente (Wormer, 2020) su quali siano gli ingredienti più adatti per strutturare attività formative in giornalismo scientifico e quale sia il loro giusto dosaggio.

Una miscela complessa
I curricula offerti nei programmi sparsi per il mondo dipendono dal contesto socio-economico e dagli specifici modelli di insegnamento, ma sostanzialmente risultano della confluenza di quattro aree tematiche:
-le discipline scientifiche;
-le scienze dell’educazione e della formazione;
-gli studi sociali sulla scienza;
-le scienze della comunicazione.
La maggior parte dei formatori si trova d’accordo su questa struttura ma rimane aperta la questione su quale peso assegnare alle diverse materie, come connetterle tra di loro e se assecondare la tendenza a rendere sempre più sfumata a livello didattico la differenza tra il giornalismo scientifico e le pubbliche relazioni per la scienza.

Il giornalismo come nuova professione della conoscenza
Secondo alcuni studiosi, il giornalismo scientifico è un modello a cui il resto del giornalismo dovrebbe guardare perché è l’ambito più attrezzato a rispondere alle sfide del sistema dell’informazione contemporaneo.
Tutti i settori giornalistici dovrebbero diventare più “scientifici”, cioè guidati da metodi d’indagine quantitativi e da una maggiore consuetudine con la conoscenza accademica. Un approccio considerato necessario in un ecosistema comunicativo, come quello attuale, caratterizzato da una grande disponibilità di dati e minacciato dalla disinformazione.
Donsbach (2014) si auspica che il giornalismo si caratterizzi come “una nuova professione della conoscenza” e distingue una serie di competenze che andrebbero insegnate, tra cui, oltre a quelle giornalistiche tradizionali, la capacità di pensiero analitico, la conoscenza approfondita degli argomenti trattati, un approccio scientifico ai processi di comunicazione, il rispetto delle norme etiche della professione (Donsbach 2014: 667).

Il giornalismo scientifico come ponte tra la scienza dei dati e il resto del giornalismo
Perché considerare contenuti e concetti dei curricula di giornalismo scientifico utili anche in altri ambiti dell’informazione? Per almeno tre ragioni:
1. I giornalisti scientifici sono i più idonei a soddisfare gli auspici di un giornalismo “basato sull’evidenza”, oggi finalmente realizzabile grazie alla digitalizzazione.
2. I giornalisti scientifici sono più aperti a sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie digitali nel lavoro redazionale, come ad esempio l’utilizzo di presentazioni interattive o l’analisi dei comportamenti degli utenti sui social.
3. I giornalisti scientifici allo stesso tempo possono descrivere meglio di altri l’impatto sociale, economico e culturale di big data, algoritmi, tecnologie.

Nelle conclusioni Wormer sostiene che rafforzare le interazioni tra giornalisti e scienziati sia una strategia importante per il futuro del giornalismo. Tali collaborazioni potrebbero infatti generare il valore aggiunto necessario a persuadere gli utenti dei media a pagare per le notizie. Viene ribadito l’indispensabile ruolo di ponte tra la scienza e altri campi dell’informazione del giornalismo scientifico.

DONSBACH W. (2014), Journalism as the new knowledge profession and consequences for journalism education, in “Journalism”, 15, 6, pp. 661-677.

WORMER H. (2020), Teaching science journalism as a blueprint for future journalism education, in A. Leßmöllmann, M. Dascal, T. Gloning (eds.), Science communication, De Gruyter Mouton, Berlin/Munich/Boston, pp. 417-438.

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Covid-19: un bilancio sull’informazione in Gran Bretagna

giornalismo-uk-covid“Il giornalismo britannico ha navigato il caos abbastanza bene, è riuscito a identificare schemi e a far emergere l’ordine dal disordine”. È il commento di An Nguyen, professore di giornalismo alla Bournemouth University, riguardo ai risultati di un report sul sistema dell’informazione d’oltremanica a un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19.

Il lavoro di Nguyen e colleghi ha rivelato un quadro diverso rispetto allo stereotipo del giornalista incapace di destreggiarsi con i numeri. La reazione degli operatori dell’informazione a dati e statistiche, piombati con la pandemia al centro della cronaca quotidiana come mai in passato, è stata meglio del previsto.

Gli estensori di “Reporting From A Statistical Caos: Journalistic Lessons From The First Year Of Covid-19 Data and Science In The News”, che ha visto coinvolte, oltre alla Bournemouth University, la Royal Statistical Society e l’Association of British Science Writers, hanno enfatizzato la resilienza e la creatività che molti giornalisti sono riusciti a inserire nel loro lavoro quotidiano d’indagine sul Covid-19.

Il report offre anche una serie di indicazioni sul giornalismo scientifico e sul trattamento dei dati apprese dopo un anno di pandemia:

-I numeri non parlano da soli, vanno interrogati e inseriti nel contesto.
-Rispetta i lettori. Non assumere che il pubblico generico non sia in grado di comprendere i dati e l’incertezza.
-Rendi i dati riconoscibili personalmente, cioè riconducili ai contesti locali degli utenti.
-Umanizza i dati. I giornalisti scientifici devono aprirsi ad altri modi possibili di spiegazione della pandemia e lasciare spazio all’emozione, all’empatia e alla persuasione.
-Tratta gli scienziati come scienziati. Assicurati che i ricercatori che intervisti parlino di ciò di cui sono effettivamente esperti.
-Utilizza maggiormente le competenze degli operatori sanitari locali. Attingi alla loro esperienza nel testare, rintracciare, isolare e prendersi cura dei pazienti.
-Usa degli intermediari specializzati in giornalismo scientifico come il Science Media Centre.
-Collabora con altre redazioni.
-Considera le potenzialità della citizen science. Il data crowdsourcing è uno strumento promettente per il giornalismo scientifico.

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Insegnare giornalismo: come andare oltre

“Se il futuro del giornalismo è digital-first anche la formazione deve muoversi nella stessa direzione”

Screen_Shot_2015-02-19_at_9.16.37_AM La strategia del digital-first deve valere anche per le scuole di giornalismo se vogliono continuare ad avere un senso. È forse la raccomandazione più rilevante del report Above & Beyond. Looking for the Future of Journalism Education, pubblicato qualche settimana fa dalla Knight Foundation. L’autrice Dianne Lynch, attualmente presidente dello Stephens College, con un’esperienza di formatrice più che ventennale alle spalle, ha trascorso dieci mesi con professionisti, studenti, accademici sparsi sull’intero territorio americano per discutere del futuro dell’insegnamento nel giornalismo.

Il risultato è un report che, pur rispecchiando il panorama statunitense, offre spunti rilevanti anche per chi si occupa di formare professionisti dell’informazione in italia e in Europa. Lynch ha posto l’orizzonte temporale del rinnovamento delle scuole di giornalismo a dieci anni. Da qui al 2025 bisognerebbe muoversi secondo tre direttrici fondamentali:

1. Creare scuole di giornalismo digital-first

Non ha più senso strutturare programmi in cui, a un certo punto, il web viene aggiunto a quello che si insegnava in passato. I corsi su Internet e dintorni non possono arrivare dopo un presunto percorso lineare che va dalla carta ai social media. Una strategia formativa di questo tipo rispecchia una fuorviante prospettiva evolutiva perché l’ambiente naturale del professionista dell’informazione è ormai l’ecosistema digitale. Questo implica che, da una parte, i corsi tradizionali (reporting, newswriting, deontologia, ecc.) si devono modellare attorno a esso, e non il viceversa. Dall’altra, le scuole devono essere in grado di trasferire le competenze necessarie agli allievi perché diventino nodi attivi della rete. E se non si dispone dei docenti adatti è meglio prenderne consapevolezza e agire di conseguenza, invece che provare a insegnare ciò che non si conosce.

2. Integrare insegnamenti accademici con corsi professionalizzanti

Qui l’autrice tocca il punto delicato dei limiti intrensici dell’accademia. Le rigidità universitarie non si addicono all’innovazione, e non solo nell’insegnamento giornalistico. Eppure l’ambiente accademico offre ancora dei vantaggi difficili da trovare altrove. Bisogna allora produrre la migliore sintesi possibile tra l’archittettura formativa tradizionale, solida ma rigida, e la dinamicità dell’ecosistema mediale digitale, vivace ma lontano dall’equilibrio. Dianne Lynch propone un sistema di revisione e monitoraggio continuo dei corsi attraverso organi di governance aperti a professionisti esterni, più altre misure replicate ad esempio dalla formazione specialistica in medicina.

3. Richiedere sistemi di accreditamento in grado di valutare gli esiti professionali più che la solidità istituzionale

È sempre più vitale che le scuole di giornalismo si facciano valutare. Un obiettivo ambizioso se si considera che negli Stati Uniti la percentuale di programmi formativi di giornalismo accreditati non arriva al 25 per cento. L’universo digitale richiede inoltre un ulteriore passaggio. Gli standard di accreditamento attuali si focalizzano infatti in gran parte sui processi interni e sulle strutture accademiche, molto meno sugli esiti professionali e sulla capacità di sapersi adattare ai cambiamenti. Anche in questo caso, la proposta dell’autrice è permettere l’ingresso a professionisti esterni esperti di giornalismo digitale nei comitati di valutazione.

Il report di Dianne Lynch non fornisce indicazioni su specifici corsi o curricula da inserire nei programmi didattici. L’autrice sa bene, per esperienza personale, che qualunque proposta di cambiamento deve fare i conti con risorse limitate e resistenze di varia natura. L’aspetto più significativo del suo lavoro è piuttosto quello di offrire un modello possibile di strutture innovative nella formazione giornalistica, adattabili alle energie, alle capacità e alle visioni delle singole scuole. Per questo può essere utile anche per noi.

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Recensione – Geeks Bearing Gifts

“Ci sono molte possibilità per il giornalismo nei prossimi anni, a patto di smettere di credere che il giornalismo sia nel business dei mass-media e dei contenuti”

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Una notizia rassicurante per chi è interessato al futuro del giornalismo: ci sono molti futuri possibili. È il presupposto da cui muove l’ultimo libro dell’esperto di media statunitense Jeff Jarvis, dal titolo Geeks Bearing Gifts: Imagining New Futures for News, pubblicato da poco negli Stati Uniti per la CUNY University Press.

Un primo merito del volume di Jarvis, professore associato e direttore del Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism alla City University di New York (CUNY), è di non avventurarsi in previsioni sempre meno attendibili su, ad esempio, quando finirà la carta o sulle meravigliose sorti e progressive dell’ultima app che salverà il giornalismo. Il suo è invece un forte invito alla sperimentazione e all’innovazione. Il futuro delle notizie, scrive l’analista dei media tra le voci più stimate del panorama americano, va costruito insieme ai diversi protagonisti dell’attuale ecosistema mediale, abilitati dall’universo digitale a segnare in modo sempre più significativo, come nel caso di Google e Facebook, la ristrutturazione del sistema dell’informazione.

Il campo giornalistico in cui i professionisti dell’informazione dovranno provare a ridefinire il loro ruolo e le loro pratiche è ormai popolato dai “regali tecnologici dei geek”. Sono doni che non si possono rifiutare e che permettono nuove relazioni, nuove forme e nuovi modelli di business per le notizie.
Jarvis si muove su questi tre assi, che corrispondono alle parti in cui è suddiviso il volume, per presentare la sua visione dei futuri possibili per l’informazione. La sua prospettiva si coglie pienamente a partire dall’ampia definizione che dà del giornalismo, presentato come un’attività finalizzata in primo luogo ad “aiutare una comunità a organizzare meglio la propria conoscenza in modo tale che possa organizzare meglio se stessa”. Nascosti dietro questo punto di vista ci sono i riferimenti teorici su cui si basa la posizione di Jarvis. In alcuni casi si tratta di visioni dirompenti rispetto al passato.

Il richiamo alla comunità sottolinea ad esempio il fatto che il giornalismo non è più nel business dei mass-media. Internet non ha ucciso la carta, la radio o un altro medium: “quello che ha ucciso”, scrive Jarvis, “è l’idea di massa”, una visione su cui le imprese giornalistiche hanno costruito un sistema monopolistico di produzione, distribuzione e consumo delle notizie.

Al posto di masse indifferenziate, la rete ha fatto emergere cittadini e comunità che vanno servite dai giornalisti. Ma soddisfare i bisogni specifici delle persone significa che le competenze maggiori bisogna averle nel campo delle relazioni, più che nella produzione di testi.

Altro peccato mortale: se il giornalismo deve rispondere alle esigenze delle comunità non solo rinuncia a dettare l’agenda, ma il suo business principale non è più quello dei contenuti. O meglio, i contenuti sono solo una delle possibilità di portare valore aggiunto al flusso continuo di informazioni dell’ecosistema. Il ruolo sociale del giornalista può però essere molto più variegato: può operare ad esempio come fornitore di servizi, organizzatore di eventi, educatore, incubatore di iniziative. Tutte funzioni che evidentemente incidono sulle nuove forme possibili per le notizie.

Al posto dell’articolo, unità atomica della pratica giornalistica, la notizia può prendere le sembianze di dati, di servizi per connettere le persone, di piattaforme per favorire la condivisione, la conversazione, la selezione, la cura e la qualità dell’informazione. Un’esplosione di possibilità che intacca un altro totem della tradizione: la convinzione che la principale funzione giornalistica sia quella di raccontare storie.

Se si è disposti ad abbandonare questi presupposti, molto radicati, allora secondo Jarvis si aprono scenari inediti, anche per la sostenibilità economica del giornalismo. Nell’ultima parte del libro lo studioso americano offre numerosi esempi in questo senso derivanti soprattutto dalla sua esperienza di ideatore e direttore, alla CUNY, del primo programma al mondo di giornalismo imprenditoriale. In questo contesto gli studenti si confrontano con problemi di natura imprenditoriale e sperimentano progetti concreti.

Le proposte di Jarvis a prima vista sembrano dirigersi decisamente nella direzione di una discontinuità radicale con il passato. In parte è così, anche se a uno sguardo più attento, il volume dell’analista americano si può leggere come un appello al recupero delle funzioni sociali profonde dell’informazione professionale. La sua definizione di giornalismo come principio organizzatore delle comunità risuona infatti efficacemente con quella di alcuni tra gli studiosi più profondi del sistema dell’informazione che, ancora prima di Internet, sottolineavano come il compito principale della funzione giornalistica fosse quello di “attribuire un senso, una direzione, un percorso all’esigenza di condivisione degli individui, al loro bisogno di entrare in relazione, di costruire appartenenze” (si veda C. Sorrentino, E. Bianda, Studiare giornalismo, Carocci, 2013, p. 26).

Se quindi è vero che gli operatori dell’informazione hanno davanti a sé diversi futuri possibili, è anche vero che questi andranno costruiti sui fondamentali del giornalismo, preservando i tratti identitari profondi della professione. Da questo punto di vista il libro di Jarvis è un ottimo esempio di come raggiungere nuovi equilibri e sperimentare innovazioni per recuperare, selezionare e valorizzare il meglio del giornalismo, liberandosi allo stesso tempo delle scorie su cui ancora troppo tempo si spende quando si discute del suo futuro.

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Meno giornali, meno democrazia*

L'ultima prima pagina cartacea del Seattle P-I

Quando chiude un giornale cartaceo si partecipa meno alla vita pubblica, diminuisce il coinvolgimento civico e si abbassa la qualità della democrazia. Sono i risultati di una ricerca americana pubblicata recentemente sulla rivista Political Communication con lo scopo di quantificare l’impatto sociale del declino della carta stampata.
Il costante arretramento dei quotidiani cartacei nei paesi più industrializzati è ben documentato. Il report The future of News and Internet, realizzato nel 2010 dall’Ocse, sanciva in modo inequivocabile la diminuzione dei lettori di giornali nella gran parte dei paesi sviluppati, con punte negative particolarmente significative per la stampa locale e regionale in Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia, Grecia, Canada e Spagna.
Da anni molti analisti dei media sostengono che dovremmo preoccuparcene perché, al di là degli aspetti economici della questione, il giornalismo idealmente assolve, come è noto, due funzioni basilari per la democrazia: è strumento di controllo del potere ed è uno spazio pubblico crocevia di relazioni sociali, in particolar modo per le comunità locali. Sono considerazioni sentite ormai mille volte, ma fino ad ora non si disponeva di molti dati per smentirle o confermarle.
È sulla base di queste lacune che Lee Shaker, sociologo dei media dell’Università di Portland ha cercato di misurare i cambiamenti nel coinvolgimento civico dei cittadini americani tra il 2008 e il 2009 in diciotto tra le maggiori aree metropolitane degli Stati Uniti. Le città in cui si è registrato l’abbassamento più significativo del livello di partecipazione alla vita pubblica sono risultate Denver e Seattle, dove tra il 2006 e il 2008 sono state sospese le pubblicazioni di due importanti quotidiani cartacei.
Per arrivare a queste conclusioni Shaker ha analizzato i dati della Current Population Survey, indagine statistica periodica sull’occupazione negli Stati Uniti, che include indicatori misurabili di coinvolgimento civico, come l’acquisto o il boicottaggio di prodotti e servizi di aziende con comportamenti ritenuti scorretti o la partecipazione a gruppi, commissioni e organizzazioni di utilità sociale. Dopo aver isolato l’impatto della chiusura dei giornali da altre variabili, Shaker ha verificato che il declino civico registrato a Denver e a Seattle non si è replicato nelle altre città prese in esame e in cui, nello stesso periodo di tempo, le pubblicazioni dei quotidiani cartacei sono continuate regolarmente.
Si tratta di effetti negativi a breve termine che certamente meritano ulteriore approfondimento, ma che inseriscono elementi originali in un dibattito spesso polarizzato tra nostalgici della carta stampata e ottimisti della rete.
C’è sicuramente del vero quando si afferma che il giornale non è la sua carta e che le sue funzioni sociali possono essere non solo riprodotte ma decisamente ampliate grazie alle tecnologie connettive e digitali. Allo stesso tempo, come afferma Shaker nelle conclusioni del suo lavoro, “l’avvento di nuove opportunità di comunicazione suggerisce che si devono sviluppare anche nuove forme di coinvolgimento”. È proprio nella ricerca di rinnovati equilibri tra informazione e comunità democratiche sane che probabilmente i giornali cartacei continueranno a giocare una parte importante.

*Quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99 week end del 22/23 marzo 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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