Archive for the ‘Pubblici della scienza’ Category

La scienza? né di destra né di sinistra*

La scienza non è né di destra né di sinistra. Non è di interesse esclusivo degli atei, né dei credenti. E pure la conoscenza potrebbe avere un ruolo parziale nella formazione delle nostre opinioni su questioni tecnoscientifiche socialmente controverse, come gli OGM, il nucleare, la fecondazione assistita.
Stando ai risultati di uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Plos One, relativo alla popolazione statunitense, lo scenario appena delineato si applica di certo alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, in cui più della militanza politica o delle divisioni ideologiche, quello che conta nell’essere a favore o contro gli studi su una materia così eticamente sensibile sono le credenze individuali sul ruolo della scienza nella società.

Ad esempio gli “ottimisti scientifici”, un terzo degli americani, appoggiano in gran parte gli studi sulle cellule staminali embrionali perché sono convinti del legame stretto che unisce la scienza al progresso sociale. Di segno opposto i “pessimisti scientifici”, un quarto della popolazione statunitense, secondo cui le potenziali conseguenze negative della ricerca superano di gran lunga gli aspetti positivi. La classificazione proposta da Matthew Nisbet e Ezra Markowitz, i due studiosi americani autori della ricerca, si è basata su un’analisi approfondita di inchieste sociologiche condotte tra il 2002 e il 2010. La ripartizione prevede anche i “dubbiosi”, combattuti tra rischi e benefici, e i “disimpegnati”, che non ritengono di avere una chiara idea di qual è l’impatto della scienza sulla società.

Al di là delle definizioni, la sorpresa più rilevante del lavoro di Nisbet e Markowitz è che lo schema indicato non si inquadra alla perfezione nelle tradizionali categorie utilizzate per comprendere i pubblici della scienza. Se è vero che religione, istruzione e ideologie continuano ad avere un effetto certamente non trascurabile, sta di fatto che tali fattori non sembrano così determinanti nello spiegare l’atteggiamento nei confronti della scienza.
Ottimisti e pessimisti, in altre parole, sono tanto repubblicani quanto democratici. Tra i disimpegnati, i più ricchi, circa un terzo ha un buon titolo di studio anche se la maggioranza di essi si considera ignorante su temi di scienza e medicina. Nonostante ciò, quasi il 60 per cento si dichiara a favore, se non molto a favore, della ricerca sulle staminali. Viceversa i dubbiosi, con un livello d’istruzione mediamente basso, ritengono di possedere un’alfabetizzazione scientifica adeguata che non si traduce però in un chiaro appoggio alla ricerca.

Insomma si tratta di un bel rimescolamento di carte, rilevante non solo perché le cellule staminali embrionali sono solo un esempio dei numerosi e controversi dibattiti pubblici che le scienze della vita genereranno sempre di più nei prossimi anni, ma anche perché le indicazioni di Nisbet e Markowitz forniscono le basi per un approccio diverso alla comunicazione pubblica della scienza, basato su dati e numeri di cui tener conto. Di fronte ai conflitti con i non-esperti, scienziati e istituzioni di ricerca farebbero bene, ad esempio, a non impostare strategie di comunicazione in cui le radici della resistenza pubblica all’innovazione tecnoscientifica sono ricondotte unicamente a ignoranza o a cieca ideologia.

*Quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99 week end dell’8/9 marzo 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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5 miti su scienza, media e pubblico

È da tempo che lo studioso americano Matthew Nisbet sta facendo un gran lavoro di valorizzazione dei risultati della ricerca in comunicazione della scienza. In questo articolo scritto insieme al collega Dietram Scheufele e pubblicato circa un mese fa su TheScientist, vengono elencati i luoghi comuni più ricorrenti sul rapporto tra scienza, media e pubblico:
1. Gli americani non si fidano più degli scienziati. (se al posto degli americani mettete europei o italiani il mito persiste)
2. Il giornalismo scientifico è morto.
3. I media di intrattenimento promuovono una cultura antiscientifica.
4. Il problema è il pubblico, non gli scienziati o i policy makers.
5. Le convinzioni politiche non influenzano il giudizio degli scienziati.
Nisbet e Scheufele mostrano come la ricerca sociale e quella sui media non confermi nessuna di queste affermazioni. Nonostante ciò si tratta di miti persistenti, probabilmente funzionali alla sopravvivenza di nicchie intellettuali di pasdaran neopositivisti, speculari a quelle di fanatici oscurantisti, ma non alla scienza e all’innovazione sociale che ne può derivare.

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Cittadini scientifici?

Si respirava un’aria di grande entusiasmo, impegno e preoccupazione tra i partecipanti al workshop sui conflitti ambientali svoltosi ieri a Ferrara nell’ambito delle iniziative del Festival di Internazionale di cui ho già parlato qui.
Anche in Italia ci sono ormai numerose esperienze, più o meno di successo, di partecipazione pubblica su temi tecnoscientifici controversi. La sensazione è però che non si siano fatti grandi passi avanti rispetto al passato. C’è gente che discute, si appassiona, ci crede, ma per il momento il processo di costruzione di una matura cittadinanza scientifica rimane molto tortuoso e dagli esiti incerti. È emerso però con chiarezza che il tema dell’ “essere cittadini rispetto alla scienza” non può essere esaurito solo nella sua dimensione politica, ma deve includere anche quella sociale, culturale ed economica. Su questo eravamo tutti d’accordo anche se tra il dire e il fare la strada è molto lunga.

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Gli scienziati cittadini fanno bene all’ambiente

Immagine da areva.com

È la rivincita dei dilettanti della ricerca. Secondo uno studio pubblicato da poco sulla rivista Enviromental Monitoring Assessment risulta che i benefici derivanti dal coinvolgimento dei non esperti in attività scientifiche supera di gran lunga i dubbi sulla bontà dei dati raccolti. Gli autori, mediante un’analisi della letteratura specialistica e non in un arco di tempo di dieci anni, hanno misurato l’impatto delle iniziative degli amatori sui programmi istituzionali di controllo della qualità dell’acqua e dell’aria. I risultati riguardano le scienze ambientali, ma si tratta in generale di un bel colpo per i citizen scientist.
Amatori e appassionati che raccolgono dati e monitorano processi non sono un fenomeno nuovo nella storia della scienza. Negli ultimi anni, soprattutto grazie alla rete, le iniziative di “ricerca dal basso” si sono però moltiplicate e diversificate a dismisura rispetto al passato.
Lo studio riportato sopra è inoltre uno dei pochi a disposizione che, dati alla mano, supporta l’idea secondo cui i non professionisti della ricerca possono essere fonti legittime di conoscenza scientifica.

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In Cina non si difano delle scansioni celebrali

Secondo un articolo apparso il 19 febbraio su Science i neuroscienziati cinesi della Beijing Normal University hanno difficoltà a reclutare bambini da sottoporre alla fMRI per i loro esperimenti.
I ricercatori vorrebbero mettere a confronto i risultati delle scansioni celebrali di bambini “sani” con quelli di bambini con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). Alcuni genitori non hanno dato il permesso a far esporre i propri figli a intensi campi magnetici.
Le ragioni? Non si fidano dei dottori. In più, c’è sempre una maggiore consapevolezza dei diritti dei pazienti e un crescente dibattito sui media riguardo ai meriti di diversi trattamenti.
E’ un caso interessante per comprendere alcuni degli aspetti etici e sociali legati agli sviluppi delle neuroscienze e in particolare all’utilizzo delle tecniche di imaging celebrale.

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