Archive for the ‘Recensioni’ Category

Recensione – Divorare il cielo

divorare-il-cielo Come nelle più sofisticate forme di contrappunto musicale, la trama di Divorare il cielo (Einaudi, 2018), ultimo libro di Paolo Giordano, scorre tra più voci all’interno di un tema unitario: il conflitto tra il desiderio e la salvaguardia di se stessi.

Il volume tratta prima di tutto della scoperta degli altri e del potere che possono avere su di noi. Un turbamento che si svela già nell’incipit del romanzo, quando lo sguardo di Teresa, adolescente torinese in trasferta in Puglia per le usuali vacanze estive nella villa della nonna paterna, viene folgorato dai corpi di tre ragazzi che si immergono abusivamente nella piscina di proprietà. Non sa ancora Teresa che il suo destino da quell’istante in poi ruoterà attorno a Tommaso, Nicola e soprattutto Bern: tre fratelli che in realtà fratelli non sono e che sopravvivono alle irresponsabilità dei grandi nello splendido isolamento della masseria-santuario allestita da Cesare, personaggio dai tratti mistici, sostenuto da una fede al limite del fanatismo religioso, eppure sorpreso tra i canneti a spiare la potenza di vita adolescenziale sprigionata nell’eccitazione tra Bern e Teresa. Tutto è nuovo per la ragazza di buona famiglia, tutto la attrae di quel microcosmo incastonato in una splendida Puglia rurale, quasi arcaica, costellata di ulivi, senza mare, così distante dai riti borghesi che hanno regolato la sua esistenza fino a quel momento. Teresa non resiste, la sua vita cambia irrimediabilmente, l’attrazione, reciproca, è tanto potente quanto oscura e richiederà un prezzo molto alto. Teresa è però forse l’unica che troverà un faticoso punto di equilibrio nel passaggio dalla ribellione degli anni giovanili alla responsabilità dell’età matura, anche se non rinuncerà mai in fondo a cercare un tempo che non può più tornare.

In un’altra traccia che scorre nelle pagine del libro, la contrapposizione tra ciò che vorremmo fare e ciò che è possibile fare si sposta su un piano etico-politico. L’autore mette in scena alcune tra le più significative controversie scientifiche attuali con l’abilità di incastrarle perfettamente nella trama del romanzo. Un penoso percorso di procreazione assistita dalla Puglia all’Ucraina e soprattutto le battaglie di una comune di giovani ecologisti-anarcoidi guidati da Bern per impedire l’abbattimento di ulivi secolari infettati dal batterio Xylella sembrano apparentemente funzionali solo allo svolgimento della storia. Eppure, a uno sguardo più attento, in queste parti Divorare il cielo rende chiaro, meglio di come potrebbe fare qualunque manuale di sociologia, che i conflitti sociali che riguardano la scienza e la tecnologia non possono essere risolti facendo appello solo ai “fatti”. Molto semplicemente perché entrano in gioco valori etici, politici, sociali, perché le parti in causa fanno valutazioni diverse di ciò che è rilevante e importante, come mostrano i protagonisti del libro, alcuni dei quali porteranno fino a conseguenze estreme le tensioni tra libertà di scelta e necessità di regolazione, fra ricerca scientifica e tradizione, tra priorità politiche e ideali ambientalisti. Ancora una volta, il libro ci mostra che l’aspirazione a scegliere il mondo che vogliamo quando è indifferente alle “condizioni al contorno” può portare a esiti nefasti, addirittura tragici, sia che prevalga una risposta tecnocratica, sia che si affermi un’etica ispirata valori “non negoziabili”.

Un altro percorso indicato da Giordano è infine quello forse più propriamente letterario. Il testo è spesso pervaso dalla sensazione di una svolta tragica, di una sofferenza vissuta come espiazione di segreti e peccati inconfessabili, dalla possibilità concreta dell’esperienza del male, che arriva fino alla sua prova suprema: il delitto. Prova che l’autore non teme, perché se è vero che molti dei protagonisti non si sottraggono alle spirali autodistruttive in cui li ha consegnati l’ideologia o il dolore, o un misto di entrambi, è altrettanto vero che per altri il desiderio di soffrire è la strada impervia per trovare un modo reale, per quanto imperfetto, di stare al mondo. Quasi a significare, ottimisticamente, che la disgregazione e l’annientamento non sono inevitabili, ma che la partita è molto complessa per il cuore umano perché, come descritto nell’episodio del Grande Inquisitore di Dostoevskij, non “c’è nulla di più allettante per l’uomo che la libertà della sua coscienza, ma non c’è neanche nulla di più tormentoso”.

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Recensione – La realtà non è come ci appare

Come avrei voluto leggere un libro così lucido, profondo, rigoroso e allo stesso tempo accessibile e illuminante quando ero studente di fisica. La realtà non è come ci appare di Carlo Rovelli avrebbe cambiato il mio percorso universitario, e forse qualcosa di più. Non credo che avrei superato con meno fatica gli esami, ma sono convinto che un testo del genere mi avrebbe trasmesso un desiderio mai ravvisato in nessuno dei miei professori dell’epoca. Un desiderio che riguarda il tentativo vertiginoso della fisica teorica di cogliere l’estremo, l’essenziale, il remoto.
C’è qualcosa di tremendo nel percorso intellettuale che arriva ad abolire il tempo e l’infinito, come ci propone Rovelli nella sua splendida rilettura della storia della fisica, da Galileo ai giorni nostri, passando per la relatività generale e la meccanica quantistica, fino a farci avventurare sui bordi estremi della conoscenza rappresentati dalla gravità quantistica.
Ci coglie un’ebbrezza mista a stordimento nella descrizione di una realtà così diversa da quanto ci permettano di intravedere i nostri sensi e le nostre esperienze. “Siamo piccole talpe cieche sottoterra che sanno poco o nulla del mondo, ma continuano ad imparare…”, scrive Rovelli verso la fine del libro.
È l’azzardo di pensare l’impensabile che definisce la cifra peculiare della fisica teorica. La stragrande maggioranza di noi si ritrae, nei modi più diversi, di fronte a questa prova. E non credo solamente per motivi tecnici, per difficoltà matematiche e concettuali, che certamente esistono. Penso che ci sia anche qualcosa di profondamente comprensibile nel rifugiarsi nel dolce naufragio dell’indefinito, nell’abbandonare il culmine di un pensiero spesso insostenibile per lo sgomento che suscita.
Rovelli ci avvicina viceversa al coraggio intellettuale di chi sceglie il percorso più arduo, di chi non volta le spalle al mistero del mondo cedendo al disincanto o asservendosi al sapere costituito. La sua è una rivendicazione orgogliosa di chi accetta l’ignoranza, e allo stesso tempo la sfida della conoscenza, fino in fondo, senza sconti. La via proposta però è stretta e forse l’autore, se mi posso permettere una critica, potrebbe essere meno severo con chi decide di non percorrerla.
Detto questo, La realtà non è come ci appare è un vero e proprio manifesto della ricerca pura nella sua espressione più universale. Andrebbe letto anche solo per cogliere in termini contemporanei il monito dantesco a perseguire la conoscenza per dirci pienamente umani.

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I biohacker sono tra noi

*Questa recensione è stata pubblicata sulla rivista Doppiozero. La riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

Dimenticatevi lo scienziato nella torre d’avorio. Dimenticatevi la scienza nel suo splendido isolamento dalla politica, dal potere, dal business e da mille altre incombenze quotidiane. Biohacker di Alessandro Delfanti (Elèuthera), restituisce un’immagine aperta, dinamica e contrastante della ricerca contemporanea. Il volume propone una nuova iconografia del sapere figlia di una strana contaminazione: quella della cultura hacker sulle scienze della vita.
Secondo il sociologo milanese, i valori e le pratiche degli smanettoni dei computer, cresciuti a codici e programmi informatici, stanno segnando la disciplina scientifica del ventunesimo secolo, la biomedicina. I biohacker, scrive Delfanti, “rappresentano un remix di culture che aggiorna l’ethos della scienza tradizionale includendovi elementi provenienti da hacking e free software”.
La ricerca su genoma, cellule staminali, virus, farmaci non è solo il terreno su cui si sfogano le più palesi contraddizioni attuali tra scienza, società e mercato, ma è anche luogo di scontro paradigmatico per gli abitanti della società dell’informazione. La lotta, da sempre esistita, per l’accesso, la diffusione e lo sfruttamento della conoscenza, avviene su diversi piani: culturale, economico, tecnologico. Ma quello che più conta oggi è il salto di qualità dovuto ai media digitali e alla rete, che hanno portato sulla scena le pratiche e la cultura hacker con una incisività sconosciuta nel passato.
La tesi di un link tra biologi votati all’open e i miti della rivoluzione dei computer è costruita attorno a casi di studio diversi tra di loro ma accomunati da una convinta adesione alla scienza aperta. Il termine, come spesso accade per le innovazioni legate all’Internet, da una parte si presta a divisioni da stadio fra apocalittici e integrati, dall’altra è una parola ombrello, sotto cui ricadono processi e approcci ideologici molto differenti fra di loro.
Un primo merito del libro è di aumentare la chiarezza sul fenomeno, offrendo una prospettiva pluridimensionale a tutte quelle esperienze realizzate per rendere la ricerca e i dati scientifici pienamente accessibili ad ogni livello, sia professionale che amatoriale. È il filo rosso che segna i viaggi dello scienziato-imprenditore Craig Venter alla ricerca di dati genetici sul fondo degli oceani, così come la battaglia della virologa Ilaria Capua per rendere pubblica la sequenza del virus dell’aviaria. È il tema di fondo che accomuna i militanti della “garage biology” del movimento DIYbio (Do-It-Yourself Biology), con la determinazione di Salvatore Iaconesi, l’artista-designer che nel 2012 pretese una cura open source per un tumore al cervello diagnosticato in una cartella clinica digitale non usabile e accessibile a tutti.
Le somiglianze finiscono qui perché, come insiste Delfanti, i quattro casi selezionati mostrano l’importanza della coesistenza e dell’interazione di direzioni opposte in cui si declina l’open science. I biohacker non si riducono alle tradizionali dicotomie tra aperto e chiuso, tra bene pubblico e interesse privato, tra conoscenza imparziale e segretezza di convenienza. Pur dichiarando di essere un convinto sostenitore della cultura libera, l’autore non cade nella trappola apologetica dei militanti.
Molta letteratura contemporanea sull’argomento è infatti caratterizzata dalla celebrazione delle magnifiche sorti e progressive del sapere liberato on-line, ma Delfanti chiarisce che free non è sempre sinonimo di no-profit e democratizzazione, che l’open access può convivere bene con nuove forme di neoliberismo. In altre parole, ci sono molte più cose sotto il cielo dell’open science di quante ne vedano i sognatori della condivisione collettiva. Ed è probabilmente questo sguardo critico la novità più significativa del saggio e il suo pregio maggiore.
Con una prosa densa che a tratti risente della riduzione dalla più ampia edizione inglese, il libro in poco più di cento pagine assume così a tutti gli effetti le caratteristiche di un saggio di sociologia della conoscenza, da cui si possono trarre indicazioni che vanno oltre lo specifico della biomedicina contemporanea. La prima è che la rete offre l’opportunità storica di costituire istituzioni del sapere alternative a quelle esistenti.
I biohacker sono le avanguardie del tentativo di scalzare pachidermi burocratici incarnati da università, organizzazioni sovranazionali, sistemi sanitari, ormai incapaci di cogliere le potenzialità di sviluppo di idee e di business legate a una più libera circolazione digitale di dati e ricerche. La seconda è che la metafora dell’ecosistema, con il suo accento alle risorse, alla differenziazione e agli ambienti favorevoli, si conferma molto efficace per descrivere le dinamiche di produzione della conoscenza in ambiente digitale.
Il libro di Delfanti parla di nicchie ecologiche per le quali è difficile delineare adesso il futuro, ma che di sicuro non sarebbero esistite in epoca pre-Internet. Infine, il volume illumina la profonda dimensione politica della conoscenza. Negli ultimi dieci-quindici anni si sono verificate accelerazioni sconosciute nella storia dell’umanità sia sul piano degli investimenti mondiali in ricerca (l’Italia è un caso a parte), sia su quello dei contenuti, con l’emergenza della cosiddetta bio-nano-info science (convergenza tra scienza della vita, scienza della materia, scienza dell’informazione). Il risultato è l’instaurazione di relazioni molto più intense tra scienza, economia e stili di vita che richiedono forme di governance innovative.
Biohacker fornisce da una parte un esempio dell’inadeguatezza delle policy tradizionali della scienza, ma dall’altra mostra che nuovi percorsi sono tutti da inventare. Per questi motivi è forse uno dei momenti migliori per fare scienza e per essere scienziati, a patto di abbandonare antiche convinzioni e certezze radicate.

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Comunicazione della scienza for dummies

Questo libro è la sintesi di due prospettive: una più focalizzata sulla pratica professionale, l’altra sulla contestualizzazione storica. È un’impostazione che riflette la formazione e le competenze dei due autori, rispettivamente Silvia Bencivelli, comunicatrice free-lance molto nota nell’ambiente, e Francesco De Ceglia, storico della scienza. I due si sono uniti, non so quanto occasionalmente, per restituire nel loro agile volume un panorama aggiornato della comunicazione della scienza in Italia. Il testo è particolarmente consigliato per chi si addentra per la prima volta nel campo, ma anche per chi, pur possedendo già una specifica expertise, vuole esplorare forme e generi limitrofi o recuperare uno sguardo d’insieme.
La sintesi è riuscita sotto diversi aspetti: nell’equilibrio fra i due punti di vista, nello stile, nel passaggio, per ogni argomento trattato, da una visione generale a una prospettiva più incentrata su consigli pratici. Nel volume non si perde infatti mai di vista l’attenzione alla descrizione dei processi concreti della comunicazione della scienza e alle pratiche conseguenti. Lo scopo è di rispondere con ottimistico realismo a chi vuole intraprendere una carriera nel settore, sia che voglia scrivere sui giornali, allestire una mostra, lavorare in un ufficio stampa di un ente di ricerca o pubblicare un libro. La scorrevolezza del testo e il numero contenuto di pagine sono ulteriori motivi per suggerirne l’acquisto.
Veniamo a consigli non richiesti per, spero, successive edizioni:

• la parte sul giornalismo dovrebbe arricchirsi della descrizione di pratiche e iniziative, sempre più diffuse nel contesto digitale, in cui il professionista dell’informazione non è più solo un produttore di contenuti, ma anche un fornitore di servizi;
• lo sguardo sul ciclo di produzione delle news scientifiche dovrebbe essere più critico. La peer-review, l’impact factor, l’embargo, il ruolo delle case editrici specialistiche, sono oggetto di forti discussioni all’interno delle comunità scientifiche. Può essere un limite presentare procedure di pubblicazione storicamente definite come parti integranti e immutabili del metodo scientifico. In altre parole, se è vero che è giusto istruire i principianti a diffidare dei ciarlatani che non hanno mai pubblicato un paper su una rivista con peer-review, non bisognerebbe, viceversa, dare troppo l’impressione che sia sufficiente citare Nature per aver esaurito il lavoro giornalistico;
• l’impatto che Internet sta avendo sulle dinamiche di produzione e diffusione della conoscenza scientifica è enorme ed è forse un po’ trascurato nel libro;
• un box sulle attività di formazione in comunicazione della scienza non ci sarebbe stato male, ma ammetto che sono di parte. Sono invece convinto che un capitolo sulla comunicazione del rischio potrebbe dare ulteriore valore aggiunto a una versione aggiornata del volume.

Nonostante queste osservazioni ribadisco che vale assolutamente la pena di leggere il libro e mi rendo perfettamente conto che non tutte le scelte su quali argomenti includere e come trattarli dipendono da chi scrive il testo.
Devo infine dichiarare un conflitto d’interessi non banale: gli autori mi conoscono bene, così come io conosco bene loro. La disclosure non è solo a favore della trasparenza. Mi serve anche a mettermi al riparo dalle reazioni alla lista di integrazioni e suggerimenti non richiesti. Silvia e Franz sanno insomma che sono un po’ pesante su queste cose e non me ne vorranno troppo (almeno spero).

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Recensione – Gli scienziati come scrittori

Scrivere bene di scienza è come raccontare una storia di fiction. È su quest’analogia che si gioca l’aspetto più interessante e innovativo del manuale Writing Science, dello scienziato ambientale americano Joshua Schimel.
Diversamente da tanti volumi dedicati alla scrittura scientifica professionale, Schimel non dà istruzioni su come pubblicare un paper, ma, molto più significativamente, su come sperare di essere citati. Per evitare l’oblio, gli scienziati devono pensare e agire come scrittori professionisti.
Essere accostati a dei “fabbricanti di storie” provoca probabilmente un istintivo e sincero scetticismo da parte di molti ricercatori. Lo sa bene Schimel, che risponde a questa diffidenza con esempi concreti. Lo studioso americano è abile nel dimostrare che molti paper famosi nella storia della scienza hanno tutte le caratteristiche delle narrazioni efficaci.
La ricchezza, la quantità e il dettaglio dell’analisi dei testi illustrati nei ventuno agili capitoli di Writing Science aggiungono credibilità alle tesi di Schimel. Per fare buona scienza bisogna raccogliere dati con metodo, avere profonde capacità analitiche, conoscere la letteratura e possedere tante altre qualità. Ma non basta, ammonisce lo scienziato americano. Bisogna imparare a raccontare storie appassionanti che rimangano impresse nella memoria. In altre parole bisogna imparare a scrivere bene perché, ed è questo in fondo uno dei messaggi principali del volume che Schimel rivolge soprattutto ai giovani scienziati, “scrivere bene significa pensare bene”.

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Recensione – Medici che uccidono

Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia di come sono stati “uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come ‘vite indegne di essere vissute’ “. Presenterò il volume, pubblicato da Einaudi qualche mese fa, questo pomeriggio alle 17 al Teatro Miela di Trieste, nell’ambito di una serie di iniziative organizzate dal Comune di Trieste e dalla Conferenza Permanente per la Salute Mentale Franco Basaglia. Oltre all’autore, ci sarà la presenza del dott. Franco Rotelli, curatore dell’evento. Paolini e Rotelli ci descriveranno come sia stata possibile l’uccisione, negli anni della seconda guerra mondiale, di circa trecentomila persone, tra disabili, ritardati, internati in manicomio, sia adulti che bambini. I due cercheranno di farci capire la genesi e gli sviluppi di quella che può essere considerata una prova generale, in grande stile, della “soluzione finale”.
Si possono rintracciare tante spiegazioni per decifrare questa storia, tanto agghiacciante quanto poco conosciuta: il perverso connubio tra potere e pseudoscienze di matrice razzista, lo spirito del tempo, la crisi economica con scelte radicali e disumane sui tagli possibili all’assistenza ai più indifesi e tante altre motivazioni, che intrecciano ragioni geopolitiche, scientifiche e sociali con i deliri del potere nazista.
Ma c’è un aspetto che mi ha colpito più di tutti: come è possibile che medici e psichiatri si siano prestati con tanta disinvoltura a questa mattanza? Com’è possibile che persone formate per curare altre persone si siano trasformate, in poco tempo, in lucidi, sistematici e ferali amministratori di vite indegne di essere vissute? Non voglio esprimere facili condanne sugli individui. Voglio porre questa domanda perché secondo me, se capiamo cosa è successo a chi doveva agire come medico e si è trasformato in un carnefice, capiamo cosa può succedere a tutti noi. E forse ci dotiamo di qualche antidoto perché non accada più. Ma la risposta non è facile. A mio parere è, lo ripeto, uno degli aspetti più inquietanti dello sterminio di massa Aktion T4. Perché, come dice il dottor Michael von Cranach nel libro di Paolini a proposito della responsabilità dei medici in questa storia: “Non si sente nessuna pietà, nessuna intenzione di voler aiutare (anche se con metodi sbagliati) questi pazienti. Deve essersi aggiunto qualcos’altro. E quando si cerca di capire cos’è questo qualcos’altro ci si imbatte ancora in qualcosa di molto oscuro (pg.76).”

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Recensione – Il testo digitale

Da una parte il libro, come oggetto, merce, rappresentazione della realtà, cultura, punto di raccordo delle comunità, ma soprattutto luogo d’elezione incontrastato della lettura e della scrittura fino a quando a farla da padrone era la carta. Dall’altra il testo digitale, sempre più libero dai vincoli dei supporti materiali, sempre meno confrontabile con la pagina stampata.
Nel suo saggio pubblicato da Apogeo nel 2010, Alessandra Anichini descrive la fine di una coincidenza data per scontata per gli abitanti del mondo pre-digitale, un’identificazione tanto invisibile quanto efficace: quella fra libro cartaceo e testo, fra libro di carta e lettura.
Con stile semplice, approccio storico e numerosi esempi, in sette capitoli ben concepiti e accessibili a tutti, la ricercatrice dell’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica, svela un vaso di Pandora.
L’epoca digitale ci regala processi di lettura e scrittura che si allargano, si espandono, “aumentano” e infine si trasformano. E così scopriamo che il libro è molto di più del suo supporto e che la sua sopravvivenza non è messa in discussione se si riesce, come stanno facendo gli editori più avveduti, ad astrarne e preservarne le qualità tradizionali abilitando allo stesso tempo nuove possibilità.
Le tecnologie digitali ci permettono, come spesso accade per le innovazioni legate a Internet e derivati, percorsi che probabilmente avremmo da sempre voluto esplorare e praticare, se solo avessimo potuto. Non mancano nella storia dell’editoria, ad esempio, esperimenti di condivisione e ampliamenti dei testi simili a quelli resi possibili oggi, con poco sforzo, dagli ereader. Fino ad ora si era trattato però di esperienze limitate, faticose, costose, per esigenze specifiche. Il libro cartaceo ci sembrava il migliore dei mondi possibili, da leggere e da scrivere. Alessandra Anichini ci mostra che non è così, con argomenti fondati e comprensibili, mettendoci al riparo dalle suggestioni del marketing e portando anche i lettori di carta più tenaci a confrontarsi e mettersi in discussione di fronte a ebook, ereader, etext.
Suggerisco la lettura di questo saggio anche perché fa riflettere, in un’ultima analisi, sul rapporto tra tempo e conoscenza e sullo sforzo dell’uomo per rendere questa relazione significativa, inserita in un percorso di senso mediato dalla tecnologia editoriale, che da una parte non si trasformi in ossessione per il sapere, dall’altra non ceda alle sirene del disincanto dell’ignoranza.

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Recensioni – Reinventing Discovery, Michael Nielsen

Grazie a Internet e alla collaborazione on-line abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita. Si tratta di un’opportunità rivoluzionaria. Micheal Nielsen ne è convinto. Peccato che tra i più restii a cogliere la grande possibilità offerta dalla rete ci siano gli scienziati, proprio la comunità che ha dato un contributo indispensabile alla nascita del world wide web. E proprio in un periodo storico in cui la tendenza del resto della società è verso l’apertura e la collaborazione di massa.
Nielsen è un esperto di quantum computing e un grande sostenitore dell’open science. Ha scritto questo libro, almeno in parte, per esprimere la sua frustrazione nei confronti dei colleghi incapaci di vedere la portata dei cambiamenti possibili grazie alle tecnologie connettive e digitali. Esempi importanti di networked science ci sono già, ma gli ostacoli a mettere a disposizione liberamente i dati, contribuire a progetti wiki, commentare blog, a compiere, in altre parole, tutte quelle azioni che caratterizzano la scienza aperta auspicata da Nielsen, sono ancora molti. Il più importante è di ordine culturale.
Attualmente la prevalente forma di condivisione della conoscenza a cui gli scienziati danno valore, e a cui riconoscono un credito significativo per la carriera, è quella che si esprime nei paper pubblicati su riviste scientifiche accreditate. La rete allarga in modi impensabili le possibilità di collaborare e di estrarre informazioni significative dalla grande quantità di dati prodotti nei laboratori. Sfruttare questa opportunità significa non solo migliorare il modo in cui è fatta la ricerca, accelerando il tasso di produzione di tutte le scoperte, ma vuol dire anche modificare il ruolo della scienza nella società.
Gli scienziati, scrive Nielsen, devono riallineare gli interessi individuali con gli interessi pubblici. In questo momento prevale uno scollamento. Molti dei problemi che la moderna società globale deve affrontare (nucleare, bioterrorismo, pandemie, riscaldamento globale) sono problemi che comprendiamo scientificamente. Ci manca “qualcosa” per trasformare questa conoscenza in soluzioni reali. Secondo Nielsen gli strumenti online forniscono un’opportunità epocale per ridurre o addirittura annullare il divario.
Il libro di Nielsen è forse ingenuo a tratti. Gli esempi in cui l’autore si trova più a suo agio arrivano dal mondo degli scacchi o da quello dei cacciatori di comete e galassie. Le cose si fanno molto più complicate già se si passa alle scienze della vita. Per questo, in alcuni passaggi, hai un po’ la tentazione di bollare l’entusiasmo di Nielsen come fantasticherie di un nerd. Ma sarebbe un errore. Al di là di qualche semplificazione dovuto all’eccesso di passione, Reinventing Discovery ha il grande merito di delineare una prospettiva. Invita tutti noi, non solo gli scienziati, a coordinarci per costruire spazi e istituzioni per amplificare la circolazione delle idee più velocemente che in passato, e per contribuire, ciascuno con i propri desideri, competenze e aspettative, ma liberamente, alla produzione di conoscenza. La prospettiva è quella di un’intelligenza collettiva in grado di determinare innovazione sociale grazie al contributo sostenibile della conoscenza scientifica.

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Leggetevi Generosity di Richard Powers

Se volete sapere cos’è il modo 2, la post-accademia o il capitalismo accademico e non avete voglia di sorbirvi un manuale di sociologia, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se volete capire cos’è la “medializzazione della scienza” e, un’altra volta, non avete voglia di sociologichese, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se vi chiedete come si costruisce un romanzo in cui la scienza, in particolare le scienze della vita, sono un vero motore narrativo e la storia raccontata non è una scusa per spiegarvi qualcosa, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se volete apprezzare cosa c’è davvero in ballo per il nostro futuro nella terra di frontiera in cui business, media, etica, diritto stanno negoziando con la scienza confini e senso del proprio operato per i prossimi decenni, Richard Powers ce lo svela con gli strumenti del romanziere raffinato.

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Il nuovo libro di Sergio Maistrello in formato ebook

Voglio invitarvi a leggere l’ultimo libro di Sergio Maistrello, Io editore, tu rete, ma prima devo dichiarare un conflitto d’interessi. Conosco Sergio, è docente a entrambi i Master di cui sono condirettore alla Sissa, ne apprezzo la capacità divulgative e di analisi.
Detto questo, se vi interessa il rapporto tra editoria, giornalismo e rete, non posso che consigliarvi il suo ultimo volume, pubblicato di recente in formato ebook da Apogeo.
L’obiettivo di Sergio è mostrare che ci troviamo in un momento straordinario per la produzione e la circolazione della conoscenza. La rete è una grande opportunità per i produttori di contenuti, che si tratti di editori professionali o di blogger amatoriali. Per capire fino in fondo come possiamo sfruttare le potenzialità dell’ecosistema comunicativo focalizzato sul web dobbiamo avere il coraggio, l’intraprendenza, la visionarietà, la voglia di sperimentare degli esploratori di nuovi continenti.
Io editore, tu rete è una guida chiara e utile non solo per viaggiare nel mondo digitale ma anche per imparare ad abitarci stabilmente, con profitto e soddisfazione.
È possibile che qualche lettore esperto ritrovi concetti acquisiti. Non credo che il volume si rivolga principalmente a loro. I destinatari sono piuttosto coloro che hanno bisogno di prendere dimestichezza con le grammatiche della rete ed acquisire piena consapevolezza delle caratteristiche dell’ambiente in cui possono, allo stesso tempo, pubblicare, condividere e consumare contenuti. Da questo punto di vista il volume di Maistrello è un ottimo esempio di divulgazione e ancor di più di sintesi. Anche chi è più avvezzo alle problematiche dell’editoria digitale potrà comunque beneficiare del lavoro di ordine e di contestualizzazione fatto da Sergio nella più ampia cornice della nuova economia della conoscenza.

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