Archive for the ‘Recensioni’ Category

Il nuovo libro di Sergio Maistrello in formato ebook

Voglio invitarvi a leggere l’ultimo libro di Sergio Maistrello, Io editore, tu rete, ma prima devo dichiarare un conflitto d’interessi. Conosco Sergio, è docente a entrambi i Master di cui sono condirettore alla Sissa, ne apprezzo la capacità divulgative e di analisi.
Detto questo, se vi interessa il rapporto tra editoria, giornalismo e rete, non posso che consigliarvi il suo ultimo volume, pubblicato di recente in formato ebook da Apogeo.
L’obiettivo di Sergio è mostrare che ci troviamo in un momento straordinario per la produzione e la circolazione della conoscenza. La rete è una grande opportunità per i produttori di contenuti, che si tratti di editori professionali o di blogger amatoriali. Per capire fino in fondo come possiamo sfruttare le potenzialità dell’ecosistema comunicativo focalizzato sul web dobbiamo avere il coraggio, l’intraprendenza, la visionarietà, la voglia di sperimentare degli esploratori di nuovi continenti.
Io editore, tu rete è una guida chiara e utile non solo per viaggiare nel mondo digitale ma anche per imparare ad abitarci stabilmente, con profitto e soddisfazione.
È possibile che qualche lettore esperto ritrovi concetti acquisiti. Non credo che il volume si rivolga principalmente a loro. I destinatari sono piuttosto coloro che hanno bisogno di prendere dimestichezza con le grammatiche della rete ed acquisire piena consapevolezza delle caratteristiche dell’ambiente in cui possono, allo stesso tempo, pubblicare, condividere e consumare contenuti. Da questo punto di vista il volume di Maistrello è un ottimo esempio di divulgazione e ancor di più di sintesi. Anche chi è più avvezzo alle problematiche dell’editoria digitale potrà comunque beneficiare del lavoro di ordine e di contestualizzazione fatto da Sergio nella più ampia cornice della nuova economia della conoscenza.

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Lo spazio della creatività

Ieri ho finito di leggere l’ultimo libro di Steven Johnson, Dove nascono le grandi idee. Storia naturale dell’innovazione, edito in Italia da Rizzoli. Seguo uno dei suggerimenti di questo volume, definito “geniale” dal New York Times: quello di annotare tutto, prima che svanisca dalla memoria.
Johnson vuole dimostrare che l’innovazione, la sua forma e il suo destino, dipendono in modo decisivo dall’ambiente in cui sono concepiti e sviluppati. Questo avviene in tutti i campi, dalla biologia alla cultura, dalla fisica alla tecnologia.
Siamo abituati alla retorica dell’inventore o dello scienziato solitario che con un colpo di genio risolve problemi, formula teorie, elabora pensieri al di fuori della portata delle persone comuni.
La storia che ci racconta Johnson è completamente diversa: le innovazioni seguono percorsi tortuosi e lenti; le buone idee sono soprattutto reti; le intuizioni sono latenti, nascono nel caos della vita, piena di incombenze, distrazioni, impegni.
La storiografia positivista ci mostra pensatori concentrati ad affrontare e risolvere una specifica questione seguendo un percorso lineare. In realtà l’abbozzo di una soluzione “nuova” a un problema può rimanere in uno stato embrionale per anni, collocato da qualche parte nella memoria senza che faccia apparenti passi avanti. Intanto si fanno altre cose – anche molto diverse tra di loro – fino a quando non si creano le condizioni per cui quell’intuizione trova finalmente uno sfogo compiuto.
Il libro di Johnson è costruito su una dozzina di esempi tratti dalla storia dell’innovazione culturale, scientifica e tecnologica: come è diventato un mito il momento in cui Darwin ha concepito le idee sulla selezione naturale; come Brian Eno ha inventato una nuova convenzione musicale; come Gutenberg ha preso in prestito un concetto cruciale dell’industria del vino dell’epoca per inventare la stampa moderna, ecc.
Si tratta di storie disparate che Johnson presenta in una cornice unitaria: quella del contesto comune in cui idee così differenti sono proliferate.
Più che chiederci qual è il migliore modello sociale, economico, politico, intellettuale, naturale in cui si genera l’innovazione, il libro dello scrittore americano ci invita a riflettere su quali sono le condizioni in cui emerge un modello rispetto a un altro.
Risulta che non esiste una formula semplice per l’affermazione delle idee vincenti, anche se ci sono delle caratteristiche simili negli ambienti fecondi per l’innovazione. Steven Johnson mostra che i contesti innovativi si presentano in uno schema definito da sette percorsi ricorrenti. Ogni capitolo del libro è dedicato a ciascuno di essi. Si tratta di direzioni che abbattono le categorie con cui comunemente è pensata la nascita e l’affermazione del “nuovo”.
Per avere buone idee in grado di affermarsi, conclude Johnson, “fate una paseggiata; coltivate intuizioni; scrivete tutto, ma preservate il disordine del vostro archivio; abbracciate la serendipità; commettete errori fecondi; appassionatevi a hobby molteplici; frequentate i caffé e le altri reti liquide; seguite i link; lasciate che altri sfruttino le vostre idee; prendete in prestito, riciclate, reinventate. Costruite una plaga lussureggiante”.
Grazie Steven Johnson. Perché questo libro riabilita la dispersione, i tentativi e gli errori, il caso, le curiosità apparentemente senza senso, le interferenze, i limiti, la contaminazione, il casino della vita. Grazie perché mi ci ritrovo in pieno, e così credo in tanti. Non mi voglio certo neanche lontanamente paragonare agli scienziati, agli innovatori e ai mostri sacri citati da Johnson, ma sapere di essere in così buona compagnia dà fiducia e rende meno frustrante la dispersione. Banalizzo brutalmente, ma la lettura di Dove nascono le grandi idee incoraggia a non smettere mai di essere curiosi e intellettualmente aperti. Prima o poi qualcosa emerge.
Il volume di Johnson fornisce le linee guida per strutturare in modo innovativo la materia informe che anima i nostri pensieri. Non necessariamente per realizzare la grande scoperta, ma più realisticamente per migliorare il nostro lavoro, per usare e selezionare più efficacemente le informazioni, per potenziare e focalizzare la nostra memoria, per essere consapevoli e attivi testimoni-partecipanti della storia dell’innovazione.

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Odiavo il tennis

Non bisogna essere perfetti per vincere. È in questo momento che la carriera di Andre Agassi ha una svolta definitiva: quando uno sei suoi coach-mentori, Brad, gli dice che per diventare numero uno al mondo deve accettare che non riuscirà in ogni partita a tirare il colpo della vita. Anzi. Gli capiterà al massimo quattro, cinque volte all’anno. Eppure, proprio per questo, potrà diventare il migliore. Salirà sulla vetta quando si concentrerà sull’avversario in carne e ossa che gli sta davanti e non su un orizzonte immaginario. Da quel momento in poi non ce ne sarà più per nessuno. E agli effetti le cose sono andate così.
Lo racconta lo stesso Agassi nella sua autobiografia. Con ritmo incalzante il tennista americano ci fa ripercorrere come è riuscito a scalare la classifica ATP e rimanerne al vertice per ben 101 settimane. Non è una storia allegra. Si rimane scioccati ad apprendere che uno dei miti moderni del tennis odiava letteralmente lo sport a cui deve fama planetaria. Si rimane ancora più interdetti se, come ho fatto io da adolescente, hai passato pomeriggi interi davanti alla tv a guardarlo mentre ruggiva dandosi legnate clamorose, per ore e ore, contro Becker, Courier, Sampras e prim’ancora contro McEnroe e Connors. Poi leggi il suo libro e scopri che uno dei tuoi idoli per anni, per tutte quelle partite, per tutti quelli slam vinti, era costantemente percorso dall’angoscia. Né più nè meno di chiunque altro che si dimena tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere. Né più né meno di tanti tra noi. Quando ne prendi piena consapevolezza, il libro di Agassi assume uno spessore inaspettato. Da pezzo memorabile di storia dello sport diventa la storia di vita di un ragazzo americano in grado di trasformare l’angoscia che poteva distruggerlo. Agassi è stato a lungo il numero uno del tennis mondiale, ma non lasciatevi distrarre da questo dettaglio. È come ha utilizzato l’angoscia che rende il libro davvero interessante: lo ha fatto diventare quello che era.

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Il futuro è già qui

Non bisogna lasciarsi ingannare dal titolo. È vero che si parla di nanotecnologie, con dovizia di particolari sia storici che scientifici, ma l’operazione compiuta da Federico Neresini, sociologo dell’Università di Padova, è allo stesso tempo più ampia e più utile rispetto a una pubblicazione specialistica.
Più ampia perché il libro Il nano-mondo che verrà fornisce una chiave di lettura non banale di come si costruisce il futuro nella società della conoscenza. Più utile perché si tratta di uno dei pochi testi in italiano, attualmente in circolazione, in grado di disegnare una mappa chiara e accessibile ai risultati dei Science and Technology Studies. Chi non è accecato dai pregiudizi non potrà che riconoscere in questo programma di studi interdisciplinari un contributo fondamentale alla comprensione del ruolo della scienza nella società e alle influenze reciproche tra ricerca, tecnologia, politica, cultura, economia.
La domanda a cui vuole rispondere il libro è: perché una determinata innovazone tecnoscientifica si impone mentre altre no e quali sono i processi che ne consentono il consolidamento? Le nanotecnologie sono un caso particolarmente interessante per mostrare la debolezza esplicativa dei modelli lineari su cui si basa tanta retorica riguardo all’ “impatto della scienza”.
In realtà, l’innovazione prende forma “durante un processo all’interno del quale si mescolano conoscenza scientifiche, competenze tecniche, oggetti tecnologici, rappresentazioni sociali, coraggio imprenditoriale, disponibilità e convinzione dei suoi potenziali utlizzatori.”
In altre parole, scienza e società co-evolvono per dare forma a un futuro spesso molto diverso da quanto prefigurato da aruspici di varia estrazione. Nonostante le apparenze, la scienza non è inesorabilmente “avanti” rispetto alla società e quest’ultima non è costretta a una continua e affannosa rincorsa.
Questo non significa affatto negare il cambiamento e l’importanza decisiva della tecnoscienza nelle dinamiche di trasformazione sociale. Si tratta piuttosto di privilegiare una prospettiva che restituisce a tutti noi la speranza e la responsabilità di costruire il migliore dei mondi possibili. Se pur in modo quasi sempre inconsapevole, siamo così coinvolti come partecipanti attivi nel processo di costruzione del futuro socio-tecnico che quando l’innovazione si consolida la diamo per scontata, come se fosse sempre esistita.
Non ce ne accorgiamo, ma nel tempo dedicato a discutere, votare, ignorare, leggere, ascoltare quanto ci viene prefigurato come il “nuovo” che ci attende, spaventa o entusiasma, cambiamo sia noi che l’ “innovazione”, fino al punto da renderla possibile e invisibile.
Come conclude Neresini questo sarà anche il destino della società nanotecnologica: qualunque forma assumerà ciascuno ne sarà responsabile, ma nessuno lo sarà mai da solo.

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Immobili scelte

A un certo punto della lettura di questi racconti di James Lasdun hai sempre l’illusione che i personaggi ce la possano fare a cambiare la propria vita. Nelle loro esistenze variamente e disperatamente ordinarie si aprono crepe che potrebbero diventare varchi verso nuovi mondi di senso. Ma poi, al di là delle apparenze, in un immobilismo inesorabile la rassegnazione diventa una rassicurante quanto pavida consolazione. Alla fine di ogni racconto ti rimane la sensazione di ovatta nei polmoni perché non ci sono soluzioni, ma solo scelte.

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