Archive for the ‘Salute mentale’ Category

misurami se sono felice*

misurami-se-sono-felice Il segreto della felicità? Per secoli i tentativi di risposta a quella che è probabilmente la più radicata fissazione della nostra specie, li abbiamo trovati in Platone, Aristotele, Pascal, Spinoza e poi Rousseau, Marx, Nietzsche. Non c’è filosofo antico o moderno degno di questo nome che non si sia cimentato con il sacro graal dell’esistenza umana. Un dominio, visti i nomi in campo, apparentemente inespugnabile. Se non fosse che negli ultimi anni, i meccanismi della felicità sembrano essere diventati una delle ossessioni di diversi ambiti della ricerca accademica. È dal 2007 che ad esempio opera la Global Happiness organization, ente internazionale no-profit nato con lo scopo di aumentare la felicità utilizzando il metodo scientifico. Neuroscienziati, economisti, sociologi, psicologi e linguisti sono persuasi di aver accumulato dati in quantità e con affidabilità tali da poter risolvere diatribe che per centinaia di anni hanno diviso la cultura filosofica.

Se da una parte trovano così finalmente posto prospettive d’indagini utili a ricomporre in un quadro necessariamente unitario il tema della felicità, dall’altra rimangono aperte contraddizioni sui risultati e interrogativi sul senso più profondo di quello che in controluce può essere letto come un processo di sconfinamento culturale.

Sta di fatto che ogni anno intere schiere ad esempio di sociologi producono indici e misure per classificare le nazioni in base al loro benessere. Uno dei documenti più noti è il Rapporto sulla felicità del mondo, realizzato a partire dal 2012 dall’Onu, in cui vengono sintetizzati dati reali, come il reddito pro capite e l’aspettativa di vita, con percezioni di sé raccolte attraverso questionari.

Uno degli scopi di queste indagini è identificare quali sono gli ingredienti che permettono a una società di essere felice. Molti paesi continuano a usare esclusivamente il Pil per tracciare il progresso di una nazione, ma come già affermava Robert Kennedy nel 1968, il “Pil misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Le inchieste sociologiche sono un invito ai politici ad adottare misure di sviluppo economico ispirate a un concetto più ampio di benessere dato che se magari in termini di Pil il disboscamento di una foresta pluviale e lo sviluppo di un nuovo farmaco contro il cancro possono produrre lo stesso effetto, l’impatto sul nostro stare bene collettivo è ovviamente molto diverso.

Nonostante ciò, queste ricerche continuano a indicare la ricchezza come una delle componenti più importanti della felicità. I paesi più ricchi tendono ad avere standard di vita più alti, sistemi educativi e sanitari più efficienti, ambienti più puliti, maggiore protezione sociale.

Sono dunque davvero i soldi a fare la felicità? La questione è antica quanto l’uomo e apparentemente irrisolvibile. In realtà, la ricerca economica sembra molto più attrezzata che in passato a fornire una risposta basata sui numeri e non sulle percezioni soggettive. Questo è almeno quanto sostiene 80,000 Hours, un’organizzazione inglese che offre servizi di consulenza per il lavoro con un positivo impatto sociale. In un articolo pubblicato a inizio marzo sulla propria rivista, gli analisti di 80,000 Hours hanno preso in esame le ricerche accademiche più solide degli ultimi anni condotte su centinaia di migliaia di persone in più di 150 paesi. La conclusione del loro lavoro è che la verità sembra stare nel mezzo: i soldi rendono più felici, ma solo un poco. Uno dei risultati più interessanti è che tanto più diventi ricco, tanto più hai bisogno di denaro per veder accrescere ulteriormente la tua soddisfazione. Per dirla con le parole di Bill Gates, “posso capire che uno voglia arrivare a guadagnare un milione di dollari, ma una volta raggiunto l’obiettivo, andare oltre è come mangiare lo stesso hamburger.”

Alle metriche basate sul denaro e sulla ricchezza sfuggono comunque dimensioni cruciali del benessere individuale e collettivo, come lo sviluppo sostenibile, il progresso sociale, la crescita personale. Oltre a questo, rimane aperta la difficoltà più importante: la variabilità linguistica e culturale del concetto di “felicità”.

Una ricerca pubblicata nel 2014 sull’International Journal of Language and Culture metteva in evidenza come la locuzione “essere felice” assuma significati molto diversi nelle differenti lingue del mondo. L’autore, Cartsen Levisen, studioso danese esperto di semantica, sorpreso dal costante posizionamento del suo paese ai vertici del benessere globale, faceva notare che in Danimarca la parola felicità è spesso tradotto con lykke, un termine che rimanda a un benessere quotidiano basato sulle piccole gioie quotidiane, come bere un buon cappuccino a colazione. Un significato molto meno problematico della condizione di benessere a cui raramente si riferiscono tedeschi, francesi, polacchi o i russi.

Lo studioso americano Ed Diener, un’autorità internazionale nel campo della psicologia positiva, conosciuto anche come Dr. Happiness, dopo decine di ricerche in tutto il mondo, per superare le ambiguità associate alla parola felicità ha coniato la fortunata espressione di “benessere soggettivo”: un concetto che combina le reazioni emotive con le auto-valutazioni su quanto siamo soddisfatti della nostra vita in diversi ambiti.

Sulla base di questi presupposti, Diener e moltri altri hanno dato una base empirica più robusta alle “molte facce della felicità”, come recitava il titolo di un articolo focalizzato sui lavori dello psicologo americano pubblicato nel 2011 su Scientific American. A conferma di come nelle varie culture si giudica la propria esistenza con parametri diversi da quelli occidentali, una delle maggiori sorprese per Diener e i suoi colleghi è stata quella di riscontrare livelli di “felicità” equivalenti tra i pastori masai in Kenya e gli abitanti dei paesi sviluppati. Un’ipotesi per spiegare questo risultato è che i Masai si concentrano più su quello che hanno rispetto alle penurie materiali. Da una parte sembra risuonare l’invito di Sant’Agostino a desiderare ciò che si ha, dall’altra questi studi sono stati avvalorati da ulteriori ricerche secondo cui nei paesi poveri la felicità dipende soprattutto dal successo sociale e dall’appartenenza al gruppo. La chiave per una vita felice sono insomma le relazioni.

Una conclusione in linea con le ricerche dello psichiatra di Harvard Robert Waldinger che, come riportato un paio di settimane fa dal Washington Post, ha sentito l’urgenza morale di comunicare i risultati di un lavoro che va avanti da più di 75 anni. A partire dal 2003 Waldinger ha preso il testimone del Grant Study, la più lunga indagine sulla felicità mai realizzata che ha “spiato” la vita di centinaia di persone, tra cui alcune celebrità come il presidente John Kennedy, allo scopo di comprenderne cosa li facesse stare bene nelle diverse fasi della loro vita. Waldinger ha tenuto un Ted Talk sulla sua ricerca con attualmente più di sei milioni e mezzo di visualizzazioni e con un messaggio chiaro: le persone più felici e più sane sono quelle che nel corso della loro vita hanno mantenuto salde le amicizie e le relazioni personali.

Tutto condivisibile, anche se, non appena ci spostiamo nell’hard science, l’opinione prevalente è che questi studi forniscono certamente indicazioni interessanti sul benessere mentale, ma offrono poche evidenze sulla “neurobiologia della felicità”. Un gap che i neuroscienziati stanno colmando sempre di più con i loro metodi, in particolare con le tecniche di visualizzazione del cervello. Sebbene siamo lontani dall’identificazione di correlati neurali della felicità è un approccio che alimenta sospetti di riduzionismo. Come afferma a pagina 99 Mario Colucci, psichiatra, psicoanalista e redattore della rivista di filosofia aut aut, “le neuroscienze si focalizzano sullo stato di benessere del singolo cervello, una dimensione molto singolare, che si lega all’idea di un godimento narcisistico e solitario. Dove si colloca in questa prospettiva la felicità all’interno dei contesti sociali, in relazione agli altri?” Più in generale, continua Colucci, autore di saggi sulla biopolitica e sulla medicalizzazione della salute, “la spasmodica ricerca di indicatori della felicità va di pari passo con quella che può essere definita una maniacalizzazione dell’esistenza, vale a dire una continua ingiunzione al godimento, al fare, al non avere limiti per cercare di esorcizzare il vuoto. Viceversa la felicità passa proprio dal riconoscimento dei propri limiti per creare qualcosa di personale ma condivisibile. Ricercare continuamente l’happiness rispecchia l’incapacità di elaborare i piccoli o grandi lutti dell’esistenza. In realtà, solo attraverso questo processo possiamo continuare a pensare anche dopo il dolore. La felicità è quindi anche il coraggio del pensiero, dell’elaborazione, della ricerca creativa.”

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 19 marzo 2016.

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come sciogliere le cinghie che legano i nostri pazienti*

sciogliere cinghie pazientiù

87 ore legato a un letto d’ospedale. Quasi quattro giorni sedato, senza cibo, senz’ acqua. Con le caviglie e i polsi stretti ininterrottamente da cinghie, mai visitato, mai curato, mai neanche lavato. È l’ultimo scampolo di esistenza, tra il 31 luglio e il 4 agosto 2009, del cinquattottenne maestro elementare Francesco Mastrogiovanni all’interno del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania. È lo iato tra la legge più innovativa al mondo nell’assistenza alle persone con disturbi mentali e l’attualità di una delle pratiche per eccellenza della logica manicomiale: la contenzione. Il caso Mastrogiovanni, raccontato di recente in un documentario della regista Costanza Quatriglio mandato in onda su Rai Tre alla fine del 2015, è solo il più noto dei “crimini di pace” consumato all’interno di una istituzione pubblica italiana in nome di una domanda di controllo che nulla ha a che fare con l’assistenza e la cura.

Nonostante la legge 180, che nel 1978 sancì per la prima volta al mondo il superamento dei manicomi, la contenzione nel nostro Paese è pratica diffusa in gran parte dei servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura (Spdc). Lo ha denunciato lo scorso aprile 2015 il Comitato Nazionale per la Bioetica ribadendo che “’uso della forza e la contenzione meccanica rappresentano in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona”. Anche a livello internazionale la lotta al superamento di ogni forma di segregazione in psichiatria è un tema portante, come risulta ad esempio dal progetto dell’Oms QualityRights, elaborato per migliorare la qualità ed il rispetto dei diritti delle persone con disturbo mentale nei servizi sanitari.

Tali richiami sono in linea con l’azione di sensibilizzazione promossa in questi anni dal Forum Salute Mentale, associazione di persone impegnate nel cambiamento delle istituzioni psichiatriche. Fin dalla sua nascita nel 2003, il Forum ha individuato nella denuncia delle violazioni dei diritti umani uno dei suoi motivi qualificanti. Un impegno costante concretizzatosi nelle scorse settimane nel lancio, insieme a un ampio cartello di associazioni, di una campagna nazionale per l’abolizione della contenzione presentata lo scorso 21 gennaio a Roma, nella Sala del Senato Santa Maria in Aquiro.

“La nostra azione”, spiega a Pagina99 Giovanna Del Giudice, presidente dell’associazione Conferenza Basaglia e tra le promotrici dell’iniziativa, “vuole innanzitutto denunciare l’uso routinario di cinghie, lacci, fascette o altri mezzi simili, più o meno sofisticati, nei servizi psichiatrici. Sono pratiche incivili, inumane e degradanti, ma usuali e sommerse, di cui gli operatori non parlano, se non quando sono costretti in relazione a un incidente.” Anche sul piano giuridico, la Costituzione non lascia dubbi sull’illeicità della contenzione. L’articolo 13 sancisce che non “è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.”

A parole la maggior parte degli operatori sono d’accordo che legare le persone non risponde ad alcuna ragione terapeutica. La realtà dei fatti è però molto diversa, anche se non si hanno evidenze trasparenti perché in Italia non ci sono molti studi sistematici sul tema della segregazione e delle limitazioni delle libertà personali in ambito psichiatrico. Tra essi rimane un punto di riferimento un lavoro del 2001 dell’Istituto Mario Negri di Milano sulle pratiche negli Spdc. Le conclusioni della ricerca mostravano, tra le altre cose, che in più del 50% dei servizi presi in esame non esisteva un “registro delle contenzioni” e nel 44% dei casi non erano disponibili linee guida sul tema. Nel 2005 la ricerca “Progress Acuti”, promossa dall’Istituto Superiore di Sanità, con tutte le regioni italiane coinvolte tranne la Sicilia, rilevava che solo il 15% degli Spdc operava con le porte aperte. Su 285 reparti presi in esame, 200 dichiaravano di fare ricorso alla contenzione e di usare un camerino di isolamento.

La campagna promossa dal Forum Salute Mentale vuole rompere la cristallizzazione di un sistema che troverebbe nell’establishment psichiatrico la sua capacità di persistenza. “Il tema della contenzione”, continua Del Giudice, autrice del libro “…E tu slegalo subito”, pubblicato nel 2015 da Edizioni Alpha Beta Verlag, “è stato inevitabile da affrontare poiché sono nati movimenti civici che hanno sentito il bisogno di reagire di fronte a morti ‘non silenziate’ come quella di Mastrogiovanni o dell’ambulante Giuseppe Casu nel 2006 a Cagliari. I familiari delle vittime, associazioni varie e altri cittadini hanno iniziato a chiedere verità e giustizia e hanno sottratto la discussione alle lobby degli specialisti.” Si spiega forse così come mai tra i firmatari dell’appello contro la contenzione ci siano, almeno per il momento, pochi operatori psichiatrici, a fronte di numerose adesioni di intellettuali, accademici, professionisti, giornalisti, operatori della sanità territoriale e delle cooperative.

Le tecniche di immobilizzazione fisica o di contenimento comportamentale attraverso psicofarmaci non riguardano però solo la psichiatria. Le iniziative presentate a Roma lo scorso gennaio, tra cui la proposta di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta, si allargano non a caso ad altri ambiti e si estendono a tutti quei soggetti che in relazione a malattia, età, condizione sociale, perdono o diminuiscono in modo significativo la propria capacità contrattuale. Uno degli scopi della campagna è informare i cittadini di quello che accade negli istituti per anziani o nei luoghi che ospitano i bambini, gli adolescenti con disabilità o problemi di salute mentale, le persone affette da problemi di tossicodipendenza, i detenuti in generale. In situazioni di ricovero o di istituzionalizzazione, queste persone, perché “indebolite”, perché i loro legami sociali e familiari sono labili o assenti, perché diminuita è la loro capacità cognitiva, subiscono in maniera massiccia, o rischiano di subire, pratiche di contenzione.

Anche di queste situazioni se ne parla solo quando irrompe la cronaca nera o giudiziaria, come nella recente vicenda di maltrattamenti nei confronti di bambini con disabilità psichiche ospitati in una comunità alloggio a Licata, in provincia di Agrigento. Il caso è venuto alla luce a metà gennaio e secondo quanto riportato dai giornali locali i piccoli ospiti erano “sottoposti a punizioni, nutriti con alimenti scaduti, e in alcuni casi legati con delle catene di ferro”. “Di fronte a orrori come questo”, conclude Del Giudice, “vogliamo anche testimoniare che si può fare a meno di legare le persone in cura. Il 15% degli Spdc in cui non viene immobilizzato nessuno ci dice che è possibile curare nel rispetto della dignità e dei diritti e ci dice qual è la direzione giusta. Per affrontare ed abolire la contenzione bisogna guardare non tanto al luogo in cui viene praticata ma soprattutto al paradigma che fonda l’agire terapeutico, agli stili operativi, al modello organizzativo dei servizi. Se permane il modello dell’incurabilità, dell’incomprensibilità, della pericolosità della persona con disturbo mentale, sembra possibile arrivare a legare, in particolare quando la terapia farmacologica non funziona. Se il paradigma è viceversa quello della deistituzionalizzazione, dello spostamento del focus dalla malattia all’esistenza-sofferenza dell’altro, della centralità della persona inserita in un contesto sociale, allora il confronto è con un soggetto, nella sua unicità e complessità, con la sua rete sociale e familiare. In termini pratici questo vuol dire costruire servizi aperti, azioni nelle case, progetti di cittadinanza. Vuol dire riconoscere la sofferenza quando emerge nel territorio e significa operare per mantenere le persone negli ambiti naturali di vita. Curare non è soltanto attenuare i sintomi, è modificare il modo in cui le persone sentono la sofferenza e insieme intervenire nella concretezza della vita quotidiana”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 20 febbraio 2016.

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Il cavallo azzurro che sfida i manicomi*

Contro la banalità del male un cavallo azzurro di cartapesta. È la risposta di Peppe Dell’Acqua, psichiatra, a lungo direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, tra i più attivi protagonisti negli anni ’70 e ‘ 80 del secolo scorso nella lotta per il superamento degli ospedali psichiatrici, di fronte ad abusi, sevizie, soprusi che continuano a ripetersi in tutta la penisola su persone con disabilità o disturbi di vario tipo. L’ultimo caso, ma solo in ordine di tempo, è quello avvenuto in una struttura educativa e riabilitativa di Grottamare, in provincia di Ascoli Piceno. Le telecamere dei Carabinieri hanno ripreso bambini e ragazzi affetti da autismo, di età compresa tra gli 8 e i 20 anni, denudati, riversi a terra, costretti a urinarsi addosso, disperati di fronte alle porte chiuse di uno stanzino senza finestre. Sono immagini visibili in rete realizzate nell’ambito di un’inchiesta della magistratura che poche settimane fa ha portato all’arresto di cinque operatori del centro la “Casa di Alice” con l’accusa di maltrattamento e sequestro di persona. Sono scene che si aggiungono a un triste repertorio di insensatezza che in alcuni casi culmina ancora oggi con la morte, come è accaduto a Franco Mastrogiovanni, maestro elementare deceduto nell’estate del 2009 nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania dopo 4 giorni di trattamento sanitario obbligatorio in contenzione ininterrotta. L’intervento dei giudici in questo caso ha portato, alla fine di ottobre 2012, alla condanna in primo grado dei medici del reparto, con pene comprese tra i due e i quattro anni. Potremmo sentirci rassicurati dai provvedimenti della magistratura, ma “commetteremmo un errore”, sottolinea Dell’Acqua, perché “le azioni violente non sono determinate dalla cattiveria del singolo, ma dalle istituzioni, su cui è necessario reinterrogarci costantemente”. Ritorna alla mente quanto scriveva cinquant’anni fa Hannah Arendt a proposito del gerarca nazista Adolf Eichmann. “Il guaio del caso Eichmann”, scriveva l’allieva di Martin Heidegger e di Karl Jaspers nella sua opera più famosa “era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme”. Di fronte ai prodotti delle organizzazioni burocratiche e dell’acquiescenza degli individui, di fronte alla riproduzione della banalità del male, che nel campo della psichiatria trova sempre un terreno straordinariamente fertile, la strategia di resistenza e di verità è per Dell’Acqua una macchina teatrale di colore blu: Marco Cavallo.

Sembrerebbe una sfida impari, ma il cavallo di cui stiamo parlando ha già dato grandi lezioni di coraggio. Ha un lungo curriculum di risposte alla violenza istituzionale. La sua vittoria più recente è stata l’approvazione della legge 52/2014, che a fine maggio ha introdotto indirizzi, dispositivi e limiti per arrivare concretamente alla chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) entro il 31 marzo 2015. La nuova norma è infatti anche frutto dell’ultimo viaggio di Marco Cavallo, promosso tra gli altri dal comitato StopOpg, svoltosi tra il 12 e il 25 novembre dell’anno scorso e conclusosi, dopo numerose tappe in tutt’Italia, con un incontro con la Presidente della Camera Laura Boldrini. L’approvazione della legge sugli Opg ha dimostrato che nei sei mesi successivi alla visita istituzionale non si è abbassata l’attenzione della politica. Questo è successo grazie anche ai 4000 chilometri percorsi da Nord a Sud della penisola dal destriero azzurro già simbolo quarant’anni fa della battaglia per il superamento definitivo del manicomio culminata nella famosa legge 180, frutto del lavoro di Franco Basaglia e della sua equipe.

La sua storia inizia infatti nel marzo del 1973, quando la grande macchina teatrale ideata tra le mura del manicomio del San Giovanni di Trieste, cerca di aprirsi un varco nelle vie della città. La forte valenza simbolica e ancora attuale del cavallo blu è ben rappresentata da un dettaglio di quell’episodio. Quando tutto sembra pronto per un ingresso insperato, e impensabile solo pochi anni prima, di un corteo festoso di matti e artisti tra le strade del capoluogo giuliano ci si accorge che Marco Cavallo è troppo alto per le grate del manicomio. Provano in tutti i modi ma non c’è niente da fare. Non si passa. Si decide di sfondare i cancelli usando Marco Cavallo come ariete, facendolo passare di taglio e non diritto. Il rischio è di uccidere la creatura appena nata, ma la scommessa viene vinta. La macchina di cartapesta ne esce un po’ malconcia ma si rimette in piedi e da allora non smette più di correre. Fuor di metafora, è l’inizio di un percorso che negli anni a venire si sarebbe composto con molti altri per disegnare un immaginario, una poetica, una rappresentazione sociale, un sistema di comunicazione dell’universo di storie, saperi e pratiche attorno alla malattia e alla salute mentale assolutamente rivoluzionario, impossibile da descrivere in termini di continuità col passato. Marco Cavallo simboleggia un cambio di paradigma di tutte le dimensioni di cui è investita la questione psichiatrica: dalla prospettiva scientifica a quella politica, da quella legislativa fino allo sguardo sulla società nel suo complesso. L’attualità e la potenza di Marco Cavallo non si comprendono infatti fino in fondo se non si è disposti ad accettarne l’uscita dallo specifico psichiatrico, la sua valenza universale. Il tema vero è quello dell’inclusione, l’impegno a non trasformare la diversità di ciascuno di noi in disuguaglianza, tentazione mai sopita da ogni forma di potere.Per questo rimane urgente la necessità di rendere il nuovo paradigma comprensibile, condivisibile, comunicabile, come si evince molto bene dal libro dell’artista e poeta Giuliano Scabia, che ha raccontato la storia dell’invenzione della “bestia” azzurra in un testo scritto tra il 1973 e il 1976 ripubblicato nel 2011 per i tipi della casa editrice Alphabeta Verlag di Merano col titolo Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura.

Per questo Marco Cavallo incontra da quarant’anni difficoltà simili ma allo stesso tempo continuerà a correre. Come racconta lo stesso dell’Acqua in un articolo pubblicato a Gennaio 2014 sulla rivista Animazione Sociale, in cui vengono ripercorse le tappe del viaggio contro gli Opg, l’organizzazione “si è rivelata immediatamente molto complicata. Non all’altezza delle nostre dilettantesche capacità. […] Quando c’è di mezzo il Cavallo, accadono però cose magiche e insperate. Pochi giorni prima di una partenza ancora in dubbio, mentre facevamo e rifacevamo i conti per gli alberghi, la benzina, il costo delle autostrade, il maquillage del cavallo, mi arriva una telefonata da Gino Paoli, un vecchio amico che sento, di tanto in tanto, da quarant’anni. Da quando venne a cantare a San Giovanni. “Uè Peppe, come stai? – mi dice – qui abbiamo dei fondi per sostenere progetti d’interesse culturale e sociale, non è che c’hai un progetto da mandarmi subito?” “Qui” significava il Consiglio di Amministrazione della Siae, e io non sapevo che Gino Paoli ne è presidente. Così, nel giro di due giorni il progetto del viaggio ha ottenuto un determinante sostegno anche dalla Siae. Non posso non pensare che sia stato Marco Cavallo a presentarsi nel bel mezzo di quel CdA per suggerire a Gino Paoli di chiamarmi.” L’aneddoto mostra meglio di qualunque discorso teorico il misto di passione, fatica e fascinazione che ruota attorno a questa vicenda fin dalla sua nascita. Ma Dell’Acqua ci tiene a rifuggire da nostalgie reducistiche. “Quarant’anni fa”, spiega, “l’uscita del cavallo fu solo l’inizio. La critica alle istituzioni totali e il loro superamento continuano a essere nella prospettiva senza fine di quell’inizio. Di fronte alla persistenza degli Opg e alla fatica di avviare processi reali di chiusura, il cavallo non ha potuto restare fermo. Il cavallo continuerà a correre senza sosta, nei più diversi Paesi, laddove ci sarà bisogno di dire, domandare. Cercherà di trovare risposte a tutti coloro che si chiedono come mai sono stato legato per una settimana, come mai ho visto mio figlio per 15 giorni dietro una porta chiusa, come mai mio padre è morto dopo una settimana che era legato in un reparto di diagnosi e cura. Marco Cavallo continuerà a viaggiare per testimoniare e per ricordare ai giovani una storia che non hanno potuto conoscere. Si infurierà di fronte al denaro pubblico sprecato per sostenere cliniche private che non producono un grammo di salute in molte regioni d’Italia, senza differenze di colore politico, dal Lazio alla Lombardia, dalla Sicilia al Piemonte.” Un viaggio senza soste che troverà pause, conclude Dell’Acqua, vincitore del premio Nonino nel 2014 subito dopo la fine del tour di Marco Cavallo, solo per denunciare “i luoghi di insensatezza, i servizi psichiatrici vigilati da telecamere, gli ospedali psichiatrici giudiziari, le carceri, i centri di salute mentale sporchi e vuoti. Per questo non potrà mai smettere di galoppare”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 23 agosto 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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Pazzi criminali a chi?*

Era l’ultimo dell’anno del 2012 quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel consueto messaggio agli italiani definiva gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) “un autentico orrore indegno di un paese appena civile”. A distanza di circa diciotto mesi dall’accorata denuncia del Capo dello Stato, la Camera ha trasformato in legge, un paio di settimane fa, il decreto 52/2014, che introduce indirizzi, dispositivi e limiti per arrivare concretamente alla chiusura degli Opg entro il 31 marzo 2015. Si tratta di un’ulteriore proroga di un anno rispetto alle scadenze precedenti. I gruppi che in questi anni si sono battute per l’abolizione degli Opg hanno accolto con favore la nuova legge, anche se rimangono criticità e polemiche. Il rischio di una riforma a metà si concentra sulle cosiddette Residenze per le misure di sicurezza (Rems), nuove strutture su base regionale che dovrebbero essere costruite al posto degli Opg. Da una parte è elevata la probabilità che le Rems non siano pronte entro le scadenze poste dalla legge, dall’altra diverse associazioni per la salute mentale, tra cui la rete Unasam, la più importante a livello nazionale, rimangono contrarie alla realizzazione di quelli che sono stati ribattezzati mini-Opg. In altre parole, non si sarebbe superato del tutto il rischio di creare, al posto degli attuali istituti, nuovi piccoli manicomi. Più piccoli, magari più belli, più puliti, più arredati, ma pur sempre spazi di mero contenimento: in altre parole luoghi in cui si riproducono logiche istituzionali violente e non dove si attuano percorsi di cura e riabilitazione. Le associazioni invitano le Regioni ad abbandonare del tutto la strada delle Rems e si auspicano che i fondi già stanziati siano destinati al rafforzamento dei servizi sul territorio e alla definizione di progetti terapeutici riabilitativi individuali.

Lo scontro tra punti di vista si è palesato anche di recente con un’iniziativa del giudice del Tribunale di Roma Paola Di Nicola, che in una nota inviata qualche giorno fa all’Associazione nazionale magistrati sosteneva che la nuova norma rischierebbe di riportare in libertà soggetti “socialmente pericolosi”. Continuare però a usare la categoria della pericolosità sociale per incasellare i percorsi complessi di persone con disturbo mentale che hanno commesso reato desta non poche perplessità.

Come scrive a proposito della nuova normativa il filosofo Pier Aldo Rovatti sulla rivista aut-aut dello scorso mese, ciò che è soprattutto in gioco nella vicenda degli Opg “è la contestata cancellazione di ogni pratica di manicomializzazione”. Sottolinea sempre Rovatti, che in gioco c’è la misura storica e politica del grado di civiltà di un’epoca e di una società nel suo insieme. E a giudicare dal percorso tortuoso con cui si è arrivati all’attuale legge, non c’è dubbio che gli Opg si mostrino da una parte come il termometro più sensibile dei nostri pregiudizi nei confronti della diversità, dall’altra come lo specchio dell’azzeramento del nostro livello di civiltà.

Fu una commissione d’inchiesta parlamentare presieduta dall’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino che nel 2011 svelò le condizioni di assoluto degrado in cui versavano le sei strutture giudiziarie distribuite sul territorio italiano. In un documentario distribuito ai giornalisti, risultato dell’indagine condotta su tutti gli ospedali del nostro paese (Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere), emergevano i fotogrammi di una realtà in cui qualunque parvenza di diritto e di rispetto per la persona umana era stata annullata. Le immagini di muffa, lenzuola sporche, letti accatastati, spazi angusti, mura incrostate, con nessuna garanzia di privacy, pulizia e persino di terapie, rimbalzarono sui media nazionali. Fu un pugno allo stomaco. Una sconfitta ancora più bruciante per l’Italia, che grazie alla famosa legge 180 e al lavoro di Franco Basaglia e della sua equipe negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, dispone oggi dell’assistenza alle persone con disturbo mentale più avanzata al mondo.

“Quello che colpisce come profondamente insensato di queste strutture”, afferma Giovanna Del Giudice, psichiatra e rappresentante nazionale del movimento Stopopg fortemente coinvolto nel miglioramento del decreto approvato recentemente, “è la profonda contraddizione con i principi della 180. Con questa legge in Italia siamo riusciti ad affermare un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: la possibilità per le persone con disturbo mentale di restare cittadini, di essere titolari dei propri diritti, di non essere espropriati della propria dignità e del senso stesso della propria vita a causa di una diagnosi di malattia mentale. Siamo riusciti a smantellare l’idea della necessità di uno “statuto speciale” per chi soffre di problemi psichici. Tutto questo è smentito dall’insensatezza dell’Opg, fondata su legislazioni che prevedono percorsi speciali per le persone con disturbo mentale che hanno commesso un reato: il famoso doppio binario”. Per tali persone l’internamento negli Opg avviene quando esse sono giudicate, attraverso perizia, “totalmente incapaci di intendere e di volere” al momento del fatto-reato. Un aspetto cruciale è che la persona incapace non viene giudicata in un processo, ma prosciolta. In tal modo le viene sottratta la responsabilità del gesto che ha commesso. Se poi è dichiarata “pericolosa socialmente”, e quindi si ritiene che possa reiterare il reato, viene internata in un Opg con una misura minima di sicurezza di 2, 5, 10 anni a seconda della gravità del reato. Prima della legge attuale non veniva definita una durata massima: la dimissione degli internati avveniva solo quando non persisteva più la pericolosità sociale. Se questa permaneva, il magistrato di sorveglianza prorogava la misura di sicurezza e la persona continuava a rimanere a tempo indefinito nell’Opg, fino a nuova revisione della pericolosità.

Sul nesso tra pericolosità sociale e disturbo mentale si palesano gli elementi di criticità più forti delle normative. È questo presunto legame che svela il percorso storico su cui è innervato l’assetto del codice penale che introduce misure di sicurezza nella prospettiva di un incontro fatale: quello fra culture giuridiche improntate alla “bonifica umana” e culture pseudoscientifiche intrise di biodeterminismo. Come spiega Peppe Dell’Acqua, a lungo direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste e collaboratore di Basaglia, “la ragione necessaria e dunque la motivazione di ogni invio in Opg è, in ultima analisi, il riconoscimento della pericolosità sociale all’atto dell’invio stesso; alla pericolosità sociale presunta, accertata, temuta segue la misura di sicurezza; alla misura di sicurezza consegue l’internamento in Opg o in casa di cura e custodia (che è sempre Opg); la persistenza della pericolosità è la ragione dell’internamento ‘senza fine’”.

Diverse sentenze della Corte Costituzionale hanno sancito l’inconsistenza di questo approccio sul piano giuridico e disciplinare. Esse, continua Dell’Acqua, “stabiliscono che la pericolosità sociale non può essere definita una volta per tutte, come se fosse un attributo naturale di quella persona e di quella malattia. Deve essere vista come una condizione transitoria; relativizzata, messa in relazione ai contesti, alla presenza di opportunità di cure e di emancipazione in ordine alla disponibilità di risorse e di servizi.” Nei pronunciamenti della Corte si allude all’arcaismo dell’automatismo dei meccanismi infermità/pericolosità/misura di sicurezza e si smonta l’associazione impropria, come chiarisce Dell’Acqua, “tra pericolosità sociale e ‘malattia mentale’ pregressa, presente o presunta sulla base di immagini della malattia legate a cronicità, ricorsività, processualità; legata all’incontenibile ricorrenza di comportamenti disturbanti, insubordinati, trasgressivi, eccentrici, bizzarri, incontrollabili…”.
Negli anni si è anche accumulata una corposa evidenza scientifica che dimostra l’assoluta inapplicabilità di elementi oggettivi per giustificare la possibilità di predire la pericolosità sociale in conseguenza di un disturbo mentale. Come afferma uno studio pubblicato nel 2009 sul Journal of the American Medical Association dal titolo Schizophrenia, Substance Abuse, and Violent Crime, gli atti di violenza da parte di persone con disturbi anche severi come quello schizofrenico, sono “eccezionalmente rari”.
Una meta-analisi metodologicamente corposa e rigorosa pubblicata nel 2012 sul British Medical Journal sanciva che i metodi sviluppati nel contesto della giustizia criminale per valutare il legame tra malattia mentale e “pericolosità futura” sono molto variabili nella loro accuratezza e concludeva che “il loro uso come unici determinanti di detenzione, condanna e scarcerazione non è supportato dall’attuale evidenza scientifica”. Il risultato a cui giungono queste e altre ricerche simili è che i rari atti di violenza da parte di persone con disturbo mentale, anche severi, sono determinati dalle condizioni socio-economiche o da altri fattori contestuali, più che dal disturbo stesso.

Va sottolineato che negli Opg più dei due terzi della popolazione, attualmente costituita da poco meno di un migliaio di internati, hanno commesso reati di poco conto, provengono da famiglie e contesti sociali disagiati e non abbienti. Non è un caso. “Quando i servizi di salute mentale di competenza non si fanno carico della persona”, afferma Giovanna del Giudice, “il giudice non dimette e conferma la pericolosità sociale. Quindi, in particolare per l’assenza di una famiglia, di un contesto sociale accettante e tanto più di un servizio di salute mentale che propone una presa in carico della persona, si assiste ad un protrarsi indefinito e potenzialmente illimitato del periodo di internamento”. Sul sito forumsalutementale.it sono rintracciabili alcuni casi concreti di cosiddetti ergastoli bianchi, come quelli riportati in un recente contributo da un rappresentante di associazioni di familiari, Valerio Canzian, il quale racconta ad esempio la condizione di A., 40 anni, che circa vent’anni fa entrò in Opg senza aver commesso nessun atto efferato. A. non gestisce bene le relazioni in autonomia, quando è solo nel rapporto reagisce con schiaffi e spintoni. Finì in manicomio criminale per un episodio legato a questi comportamenti. Come scrive Canzian, “ogni sei mesi ad A. viene reiterata la pericolosità sociale perché nessuno finora si è preso la responsabilità di costruire un piano individuale adeguato alla sua inclusione sociale, quella possibile consona alle sue caratteristiche, verosimilmente una comunità. Dopo 21 anni A. è ancora in Opg nonostante il magistrato di sorveglianza affermi non essere l’Opg un luogo appropriato per A.” Qualche mese fa finirono alla ribalta dei media nazionali alcune vicende simili a quella di A. dall’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, uno dei più tristemente famosi dopo le inchieste di questi anni. Grazie all’impegno di un prete, don Pippo Insana, che è riuscito qualche hanno fa ad aprire una Casa d’accoglienza per pochi fortunati usciti dal manicomio criminale siciliano, sono emerse storie al limite dell’incredibile. Come quella di Mario, che per una rapina di seimila lire è rimasto in Opg per ventidue anni. O quella di Salvatore, che per un’altra rapina è stato internato per trentasei anni. Piccoli reati che hanno segnato intere esistenze.

La nuova normativa vuole mettere la parola fine a tutto questo. ll decreto 52/2014 diventato legge lo scorso 28 maggio prevede infatti che i ricoveri, d’ora in poi, non potranno durare più del massimo della pena prevista per il reato commesso. Inoltre, in caso di reato commesso da persona con disturbo mentale, i giudici sono invitati, come indicano già le sentenze della Corte Costituzionale 253/2003 e 367/2004, a scegliere misure alternative all’internamento in un Opg. La nuova legge, dopo già due rinvii, oltre a fissare, come già ricordato, al 31 marzo 2015 la data ultima per la dismissione dei sei manicomi giudiziari presenti in Italia, definisce vincoli e tempi precisi per le Regioni per attuare il processo della chiusura. L’indirizzo che emerge dal dispositivo intende poi superare o limitare come ultima risorsa l’uso delle Rems, a favore di un rafforzamento dei servizi sul territorio e più in generale di un rientro nel diritto e nel contesto sociale di chi è internato o chi rischia di diventarlo: dal carcere al centro di salute mentale, alla comunità terapeutica, all’abitare assistito alla cooperativa di lavoro, alla propria casa, ai programmi riabilitativo-territoriali. Anche il carcere è un luogo di diritto all’interno del contesto sociale. Questo è uno dei punti accolti con maggiore soddisfazione da chi in questi anni si è battuto per la chiusura degli Opg. Fin dalla legge Marino 9/2012, la prima che stabiliva il superamento definitivo dei manicomi criminali, sulle Rems sono esplose infatti, come già ricordato, le criticità e le contraddizioni maggiori. I meccanismi per la costruzione delle Rems sono, ad esempio, molto complicati: appalti, capitolati, disponibilità delle risorse, tanto che in molte regioni la costruzione delle Rems non è neanche stata progettata. Allo stesso tempo, le Regioni inadempienti nella realizzazione delle strutture nei tempi previsti verranno commissariate da parte del governo.

Diverse associazioni, prima fra tutte Stopopg, non sono però preoccupate dei ritardi, anzi sostengono che i mini-Opg, non sono affatto una soluzione. “Poco conta”, continua Dell’Acqua, “che gli Opg chiudano, se al loro posto ne verranno riaperte altre, con un nome magari diverso, con una capacità di ricovero magari inferiore, se rimane intatto lo scheletro ideologico che li sorregge e giustifica la loro presenza istituzionale nella nostra società. La preoccupazione è che la costruzione dei mini-Opg rafforzi le psichiatrie della pericolosità e del farmaco, che già con prepotenza si vanno espandendo con tutta la loro riduttività.”

La partita vera che attende i medici, i politici, le associazioni si gioca insomma di nuovo, come accadde per la 180, sul campo dei diritti. La scommessa è rimettere al centro i soggetti, la possibilità per le persone con disturbo mentale di restare cittadini, “di avere la speranza di rimontare il corso delle proprie esistenze, perfino di guarire. Anche per chi ha commesso un reato”, conclude Dell’Acqua.

*Quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 14 giugno 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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La psichiatria e la difficile ricerca di un’identità (a colpi di comunicazione)

Qualche giorno fa Gary Greenberg sul New Yorker ha riaperto una delle questioni più dibattute nella storia della psichiatria, una domanda che interroga in profondità il suo statuto epistemologico, vale a dire: la disciplina che si occupa delle malattie mentali è una scienza? O, con una leggera variazione sul tema, è possibile ricondurre i disturbi della psiche esclusivamente a una base neurobiologica quantificabile e misurabile?
Sono interrogativi sempre più dibattuti con l’imminente pubblicazione, prevista per Maggio 2013, del DSM5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, vera e propria Bibbia degli psichiatri di mezzo mondo, che sostituirà la versione precedente (DSM4) risalente ormai a tredici anni fa.
Da quando l’Associazione degli psichiatri americani ha approvato il DSM5, a dicembre dell’anno scorso, non è passato praticamente un giorno senza che i media non abbiano lasciato spazio a critiche e commenti, spesso polarizzati, sulle possibili conseguenze delle nuove possibili classificazioni di malattie mentali.
Il BMJ ha recentemente presentato una rassegna degli articoli più significativi sull’argomento pubblicati dalla stampa generalista di qualità americana. La raccolta è corredata da una dura presa di posizione dello psichiatra Allen Frances, coordinatore editoriale del DSM4, sostanzialmente uno dei padri del Manuale attualmente in uso.
Anche l’Italia ha da poco dato un contributo significativo alla discussione con la pubblicazione di un numero della rivista Aut-aut dal titolo La diagnosi in psichiatria. Curato da Mario Colucci, il volume in diversi interventi affronta, più o meno direttamente, il tema del DSM5.
Non ho le competenze per entrare con cognizione di causa nel dibattito medico-scientifico.
Credo però che lo straordinario interesse mediatico che il nuovo Manuale sta suscitando, prima della sua pubblicazione, meriti un’attenzione particolare perché si tratta di un esempio evidente di come il lavoro “interno” svolto dagli psichiatri incaricati di redigere il DSM5 e il processo di divulgazione verso l’esterno si influenzino reciprocamente. È un fatto non nuovo nella storia della scienza, ma che assume un rilievo particolarmente evidente nel caso di discipline fragili sul piano epistemologico.
Risulta chiaro che la comunicazione attorno al DSM5 non è un prodotto secondario dell’attività di ricerca, ma un processo e una parte integrante del discorso sulla psichiatria e sulla sua validità scientifica.
In altre parole, sotto gli occhi di tutti è in atto una battaglia per definire il terreno d’autorità di ricerca scientifica propriamente detta, un processo di delimitazione della conoscenza combattuto a colpi di comunicazione pubblica.
La messa in scena così plateale, anche su media non specialistici, delle divergenze attorno ai risultati del DSM5 è forse un ulteriore indizio che la psichiatria è lontana dall’essere una disciplina scientifica vera e propria.

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Recensione – Medici che uccidono

Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia di come sono stati “uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come ‘vite indegne di essere vissute’ “. Presenterò il volume, pubblicato da Einaudi qualche mese fa, questo pomeriggio alle 17 al Teatro Miela di Trieste, nell’ambito di una serie di iniziative organizzate dal Comune di Trieste e dalla Conferenza Permanente per la Salute Mentale Franco Basaglia. Oltre all’autore, ci sarà la presenza del dott. Franco Rotelli, curatore dell’evento. Paolini e Rotelli ci descriveranno come sia stata possibile l’uccisione, negli anni della seconda guerra mondiale, di circa trecentomila persone, tra disabili, ritardati, internati in manicomio, sia adulti che bambini. I due cercheranno di farci capire la genesi e gli sviluppi di quella che può essere considerata una prova generale, in grande stile, della “soluzione finale”.
Si possono rintracciare tante spiegazioni per decifrare questa storia, tanto agghiacciante quanto poco conosciuta: il perverso connubio tra potere e pseudoscienze di matrice razzista, lo spirito del tempo, la crisi economica con scelte radicali e disumane sui tagli possibili all’assistenza ai più indifesi e tante altre motivazioni, che intrecciano ragioni geopolitiche, scientifiche e sociali con i deliri del potere nazista.
Ma c’è un aspetto che mi ha colpito più di tutti: come è possibile che medici e psichiatri si siano prestati con tanta disinvoltura a questa mattanza? Com’è possibile che persone formate per curare altre persone si siano trasformate, in poco tempo, in lucidi, sistematici e ferali amministratori di vite indegne di essere vissute? Non voglio esprimere facili condanne sugli individui. Voglio porre questa domanda perché secondo me, se capiamo cosa è successo a chi doveva agire come medico e si è trasformato in un carnefice, capiamo cosa può succedere a tutti noi. E forse ci dotiamo di qualche antidoto perché non accada più. Ma la risposta non è facile. A mio parere è, lo ripeto, uno degli aspetti più inquietanti dello sterminio di massa Aktion T4. Perché, come dice il dottor Michael von Cranach nel libro di Paolini a proposito della responsabilità dei medici in questa storia: “Non si sente nessuna pietà, nessuna intenzione di voler aiutare (anche se con metodi sbagliati) questi pazienti. Deve essersi aggiunto qualcos’altro. E quando si cerca di capire cos’è questo qualcos’altro ci si imbatte ancora in qualcosa di molto oscuro (pg.76).”

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L’irriducibilità della follia

Un articolo pubblicato su Slate qualche giorno fa si chiedeva se il lutto è una malattia mentale e se come tale va inserito nella nuova versione del Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders («Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali»), il DSM-5, la cui uscita è prevista per il 2013. È l’ennesima puntata della grande battaglia per la costruzione di nuove categorie diagnostiche in psichiatria nei prossimi decenni. La posta in gioco, in termini di potere e di interessi economici, è molto grossa. Questa volta toccherebbe al lutto il dubbio pregio di entrare nel campo dell’ “anormale” . Vale la pena di dotarsi di qualche antidoto.
Vale la pena, ad esempio, leggere Understanding autism, pubblicato lo scorso novembre da Chloe Silvermann, professore di Science and Technology Studies.
Il libro descrive la storia di come l’autismo sia diventato una categoria diagnostica nonostante per alcuni sia semplicemente un modo diverso di guardare al mondo.
Silverman fornisce una ricostruzione dettagliata dei diversi trattamenti dell’autismo nel corso degli anni, che a seconda delle tendenze della ricerca medica e dell’interesse pubblico, viene concettualizzato come un disordine psicologico, neurologico, comportamentale o genetico. La versione che risulta vincente, almeno temporaneamente, è quella che riesce a prevalere sulle altre nell’attenzione pubblica e tra gli addetti ai lavori, non necessariamente quella più efficace nell’affrontare il disturbo. Tra i mezzi con cui ci si guadagna il predominio rispetto ad altre prospettive, soprattutto rispetto a quella dei familiari e delle persone direttamente coinvolte, ci sono i media.
Mai come in casi di discipline dallo statuto epistemologico incerto come la psichiatria sembra che giornali, radio, tv, rete, siano il luogo in cui si stabiliscono confini, si affermano posizioni, si acquisiscono crediti da sfruttare per la risoluzione di conflitti interni alla comunità di studiosi. Ben lungi dall’avere una funzione meramente trasmissiva, i media sono l’arena in cui si mette in scena una lotta irrisolvibile nel chiuso dei circoli accademici perché troppo forti gli interessi in gioco.
Un’altra lettura utile per difendersi dalla tentazione mai inesausta dello sconfinamento della psichiatria in ambiti non medici è il numero di Aut-Aut dello scorso luglio-settembre 2011, dedicato ai cinquant’anni della pubblicazione della Storia della follia di Foucault. Lo scopo dei contributi è mostrare la profondità di analisi con cui il pensatore francese ha rifiutato la visione da conquistatrice della psichiatria, con l’intenzione non di ridicolizzare il tentativo scientifico di comprendere la follia, ma di ricollocarla storicamente, per “comprenderne le poste in gioco e le implicazioni per la nostra identità moderna” scrive Frédéric Gros, nel saggio “Nota sulla ‘Storia della follia”. Il libro di Foucault, continua Gros, “si presenta dunque come una requisitoria contro una razionalità scientifica che pretende di esaurire l’essere della follia (pg.16)”.
Attenti a leggere questa analisi contro un attacco alla scienza medica. Il punto è un altro: la follia è il risultato di un processo culturale complesso storicamente determinato e non si può definitivamente identificare con la malattia mentale, non può essere oggetto di esclusivo interesse da parte della psichiatria.
Quando si realizza questa identificazione, il rischio è di rigettare in un recinto speciale, con l’avvallo della diagnosi medica, quello che la società in un determinato periodo storico considera diverso rispetto alla norma. Su questo ci mette in guardia Foucault. Ci fornisce istruzioni per l’uso per non correre il rischio di costruire nuovi manicomi, in cui guarire non significa più “essere restituiti alla propria verità, ma sottomettersi a identità imposte dalle macchine di potere” (pg. 16, Gros).

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Il peso dei disturbi mentali in Europa

Questo grafico l’ho preso da un articolo sull’Economist di qualche giorno fa. È indicato il numero di europei che ha sofferto di un determinato disturbo mentale o di un “disordine cerebrale” nel 2010 secondo uno studio recente pubblicato sull’ European Neuropsychopharmacology. Al primo posto c’è la depressione, con più di 30 milioni di individui. Stando ai risultati dell’indagine, l’anno scorso circa 165 milioni di persone, più del 38 per cento della popolazione del vecchio continente, ha avuto un disturbo mentale o neurologico. Secondo un editoriale di Nature sono numeri di un’emergenza sanitaria in questo momento sottovalutata sia sul piano terapeutico che su quello della ricerca.

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Letture di scienza per l’estate – Parte 2

Come promesso, John Horgan di Scientific American completa la sua lista di classici della scienza da leggere sotto l’ombrellone. La lista dei venti volumi selezionati questa settimana va dalla lettera K fino alla W e si aggiunge a quella della scorsa settimana (dalla A alla J).
Questa volta scelgo Great and Desperate Cures, un libro sull’ascesa e il declino della psicochirurgia e di altri trattamenti radicali della malattia mentale, come recita il sottotitolo.

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Niente di nuovo sotto il cielo della psichiatria?

Logo di Impazzire si può

Fa effetto leggere un testo scritto da Franco Basaglia nel 1979, pubblicato oggi sull’Unità, a confronto con un articolo del The New York Review of Books, disponibile nella versione cartacea della rivista a metà luglio, ma consultabile già adesso on-line. Il primo è la prefazione all’edizione tedesca di “Marco Cavallo“, il secondo è un’inchiesta della giornalista Marcia Angell dal titolo emblematico The Illusion of Psychiatry.
Scriveva Basaglia: “Oggi come in passato la psichiatria dominante si rifiuta di ammettere i propri insuccessi di fronte alle persone che sono state inghiottite dai manicomi, persone di cui non sono rimasti che corpi senza storia […] Continuare ad accettare la psichiatria e la sua definizione di malattia mentale significa accettare che un mondo sconvolto e distruttivo sia l’unico mondo possibile, naturale e immutabile contro il quale non ha senso lottare. Finché sarà così, continueremo a formulare diagnosi, prescrivere cure e trattamenti, inventare nuove tecniche terapeutiche, pur consapevoli del fatto che il vero problema è altrove”.
Fa effetto che l’analisi dell’impatto delle farmaceutiche sulla psichiatria e sui manuali diagnostici, ricostruito dettagliatamente dalla Angell, si adatti perfettamente alle parole di Basaglia a distanza di più di trent’anni.
Si scontrano due opzioni profondamente diverse: aprire o chiudere gli occhi davanti alla “ragione dell’irriducibilità della follia”. La maggioranza degli psichiatri sembra eternamente tentata dalla seconda possibilità. A Trieste in questi giorni c’è però chi non la pensa così, c’è chi crede che Impazzire si può.

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