Archive for the ‘Salute mentale’ Category

Letture di scienza per l’estate – Parte 2

Come promesso, John Horgan di Scientific American completa la sua lista di classici della scienza da leggere sotto l’ombrellone. La lista dei venti volumi selezionati questa settimana va dalla lettera K fino alla W e si aggiunge a quella della scorsa settimana (dalla A alla J).
Questa volta scelgo Great and Desperate Cures, un libro sull’ascesa e il declino della psicochirurgia e di altri trattamenti radicali della malattia mentale, come recita il sottotitolo.

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Niente di nuovo sotto il cielo della psichiatria?

Logo di Impazzire si può

Fa effetto leggere un testo scritto da Franco Basaglia nel 1979, pubblicato oggi sull’Unità, a confronto con un articolo del The New York Review of Books, disponibile nella versione cartacea della rivista a metà luglio, ma consultabile già adesso on-line. Il primo è la prefazione all’edizione tedesca di “Marco Cavallo“, il secondo è un’inchiesta della giornalista Marcia Angell dal titolo emblematico The Illusion of Psychiatry.
Scriveva Basaglia: “Oggi come in passato la psichiatria dominante si rifiuta di ammettere i propri insuccessi di fronte alle persone che sono state inghiottite dai manicomi, persone di cui non sono rimasti che corpi senza storia […] Continuare ad accettare la psichiatria e la sua definizione di malattia mentale significa accettare che un mondo sconvolto e distruttivo sia l’unico mondo possibile, naturale e immutabile contro il quale non ha senso lottare. Finché sarà così, continueremo a formulare diagnosi, prescrivere cure e trattamenti, inventare nuove tecniche terapeutiche, pur consapevoli del fatto che il vero problema è altrove”.
Fa effetto che l’analisi dell’impatto delle farmaceutiche sulla psichiatria e sui manuali diagnostici, ricostruito dettagliatamente dalla Angell, si adatti perfettamente alle parole di Basaglia a distanza di più di trent’anni.
Si scontrano due opzioni profondamente diverse: aprire o chiudere gli occhi davanti alla “ragione dell’irriducibilità della follia”. La maggioranza degli psichiatri sembra eternamente tentata dalla seconda possibilità. A Trieste in questi giorni c’è però chi non la pensa così, c’è chi crede che Impazzire si può.

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Marco Cavallo e l’importanza dei dettagli

C’è un particolare della storia di Marco Cavallo, la grande macchina teatrale ideata nel 1973 tra le mura del manicomio del San Giovanni di Trieste, che mi ha colpito fin da quando, più di dieci anni fa, ho iniziato ad appassionarmi alle vicende basagliane.
Mi è tornata in mente anche ieri, leggendo l’articolo del Piccolo di Trieste, con richiamo in prima pagina, sulla nascita di una nuova collana di libri intitolata 180 Archivio critico della salute mentale, di cui sono condirettore insieme a Peppe Dell’Acqua e Pier Aldo Rovatti. L’iniziativa è resa possibile grazie all’impegno e a una coraggiosa scommessa da parte della casa editrice Alpha Beta Verlag di Merano.
Il primo volume, in uscita a fine mese, è proprio Marco Cavallo (pagg.246, euro 20), dello scrittore e regista teatrale Giuliano Scabia. La prima versione del testo era stato pubblicata nel 1976 da Einaudi ed è ormai introvabile.
La parte di storia di Marco Cavallo impressa nella mia memoria riguarda i momenti precedenti alla prima uscita in città. C’è un grande entusiasmo, tutto sembra pronto per una festa impensabile qualche anno prima. Nessuno si è però accorto che Marco Cavallo è troppo alto per le grate del manicomio. Provano in tutti i modi ma non c’è niente da fare. Non si passa.
La vendetta dell’istituzione, di fronte a quel variegato gruppo di artisti, psichiatri, pittori, matti che da un po’ di tempo animava i reparti del San Giovanni per fare qualcosa di grande e creativo, sembra servita più fredda che mai.
Basaglia prende però in mano la situazione e decide di provare a sfondare i cancelli usando Marco Cavallo come ariete, facendolo passare di taglio e non diritto. Il rischio è di uccidere la creatura appena nata. In gioco c’è un’insperata libertà che in quel momento sarebbe durata un solo giorno, ma la cui portata generale era già molto chiara. Quell’episodio si sarebbe infatti composto negli anni a venire con molti altri per disegnare un immaginario, una poetica, una rappresentazione sociale, un sistema di comunicazione dell’universo di storie, saperi e pratiche attorno alla malattia e alla salute mentale assolutamente rivoluzionario, impossibile da descrivere in termini di continuità col passato.
Si trattava di un cambiamento di paradigma riguardante tutto l’insieme delle dimensioni di cui era investita la questione psichiatrica. Dalla prospettiva scientifica a quella politica, da quella legislativa fino allo sguardo sulla società nel suo complesso, l’episodio basagliano non si comprende fino in fondo all’interno dei paradigmi di riferimento concepiti fino a quel momento. Così come per l’universo tolemaico a confronto con quello copernicano, la rottura epistemologica voluta da Basaglia si svela nella sua carica innovativa solo se si è disposti a fare un salto concettuale non prevedibile e spiegabile con concetti e sistemi di valori condivisi nelle vecchie teorie. Il manicomio rappresenta inoltre la punta dell’iceberg di una questione più profonda ed eternamente attuale affrontata da Basaglia e dai suoi collaboratori, una questione a cui vale la pena dedicare la vita intera: il tema dell’inclusione, l’impegno a non trasformare la diversità di ciascuno di noi in disugaglianza, tentazione mai sopita da ogni forma di potere.
Anche per questo diventa sempre più necessario rendere il nuovo paradigma comprensibile, condivisibile, comunicabile. Con urgenza.
Basaglia alla guida di Marco Cavallo vince la scommessa, riesce a superare l’ostacolo delle ultime sbarre del manicomio. Il cavallo è un po’ malconcio, ma rotola felice nel prato, si riprende, si rimette in piedi e da allora non ha più smesso di galoppare.
A pensarci bene, questa storia è il risultato di un’ostinazione un po’ irrazionale. Qualcuno dirà anche della fortuna. Probabile. Sta di fatto che il cavallo sfonda le grate ma poteva rimanerci secco. Diciamolo, a essere saggi sarebbe stato meglio rinviare il tutto. Ma forse il resto della storia, di tutta la storia della chiusura dei manicomi, sarebbe stata diversa.
Cosa sarebbe successo? Che probabilmente gli scettici avrebbero ghignato della propria disillusione e i tecnici del disincanto avrebbero dipinto l’avvenimento come una buffonata richiamando tutti alle cose serie.
Basaglia invece si impunta, sceglie la strada più rischiosa. Marco Cavallo deve uscire in quel momento, a costo di rovinarlo. Ha avuto ragione.
Credo che mi sia rimasto così impresso quello che in fondo è un episodio secondario, perché costituisce, a mio modo di vedere, un esempio di come raggiungere il difficile equilibrio tra utopia e disincanto, tra la fatica di affrontare le realtà per quella che è e il coraggio di appassionarsi alla possibilità di cambiarla, nel momento giusto. Dove giusto significa inderogabile, non solo per prendere le grandi decisioni, ma anche per le scelte sui dettagli, soprattutto i dettagli.
Su questo complicato bilanciamento si è giocata la vicenda basagliana, che vale la pena leggere o rileggere – e i libri della collana 180 offrono un’occasione unica per farlo – non tanto e non solo per capirne la sua valenza innovativa nella psichiatria, ma molto di più perché esce da questo specifico, continuando a parlare di noi. A dirci che il futuro, anche un futuro impensabile come la soppressione dell’ospedale psichiatrico, non si prevede: si costruisce con le nostre azioni.
Se agiamo all’interno di una prospettiva di cambiamento accade qualcosa. Magari non andrà esattamente come ci auspichiamo. Ma intanto la Storia e le nostre storie si muovono. L’alternativa è un tempo fermo, riflesso dell’incapacità di raccontarci, in cui non succede nulla, come il manicomio di ieri, fatto di mura e isolamento, e quelli di oggi, meno visibili ma non meno presenti.
Per questo, almeno per me, una parte della lezione appresa da Basaglia e in particolare dall’episodio di Marco Cavallo riguarda il tempo, il momento in cui vanno fatte le cose, anche quelle apparentemente meno significative, per cercare di avvicinarci il più possibile a quello che siamo.

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Politicamente basagliani

Al Caffè San Marco di Trieste questa sera alle 18 e 30 la presentazione del volume “Basaglia politico”, scritto da Andrea Pertot e pubblicato da ablibio.

Dalla quarta:

“Ma perché Basaglia tornerebbe utile in una società definita post-moderna e post-ideologica, dove il permissivismo ha preso il posto dell’autoritarismo, dove il manicomio sembra non esistere più?”.

A stasera per qualche risposta.

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Psichiatrizzazione delle neuroscienze?

Mercoledì 10 febbraio, nell’ambito del l’incontro internazionale Trieste 2010: Che cos’è salute mentale? si è tenuto un workshop sul rapporto tra psichiatria, salute mentale e le nuove conoscenze provenienti dalla genetica, dalla biologia molecolare e dalle neuroscienze: una sessantina di partecipanti hanno discusso i controversi aspetti scientifici, etici, diagnostici e storici legati agli sviluppi delle ricerche sul genoma umano e sui metodi utilizzati per fornire misure dell’attività celebrali, in particolare la fMRI (functional magnetic resonance imaging).
L’occasione per affrontare il tema è stata una sentenza della corte d’Assise di Trieste, risalente all’ottobre del 2009 che riconosceva uno sconto di pena a un cittadino algerino colpevole di omicidio in quanto portatore di “vulnerabilità genetica”. La vicenda ha avuto una risonanza mediatica nazionale, anche perché in essa si profilavano i possibili rischi di pratiche scientifiche rivolte a individuare anomalie genetiche.
Le tecniche mediante le quali è stata riconosciuta l’attenuante genetica a Abdelmalek Bayout sono le moderne procedure di scansione e imaging del cervello finalizzate a rendere in immagini anatomia e funzionalità celebrale.
Quanto sono affidabili queste tecniche? Qual è la loro validità nell’attribuzione di colpevolezza o di innocenza di una persona che commette un reato? Ha senso esportare i risultati delle ricerche genetiche e delle neuroscienze in diversi ambiti sociali e soprattutto in ambito psichiatrico? Non si ripresenta il rischio, attraverso queste conoscenze, di voler ammantare la psichiatria di una scientificità che non possiede? Non si corre il rischio di allargare le pratiche e le culture della “medicalizzazione” della vita?
Sono le domande che hanno motivato l’organizzazione del workshop. Sono le questioni illustrate da Peppe Dell’Acqua all’inizio dell’incontro e riproposte in diversi momenti della discussione.
Dell’Acqua è preoccupato della formazione dei giovani psichiatri, sempre più armati di conoscenze “oggettive”, ma sempre meno di uno sguardo in grado di tutelare e valorizzare la soggettività delle persone. Dell’Acqua non vuole rifiutare i progressi, in alcuni casi straordinari, che neuroimaging, biologia molecolare e genetica hanno prodotto nel campo della salute e della malattia mentale.
Il punto è, come è noto, di non cedere alle tentazioni e alle semplificazioni riduzionistiche.
Si tratta di mettere in scena un confronto tra conoscenze che poco comunicano tra di loro e di trovare un terreno condiviso e significativo soprattutto per chi affronta il disturbo mentale. Il workshop dello scorso 10 febbraio si voleva muovere in questa direzione.
Gli ospiti dell’incontro, alcuni tra i più importanti studiosi italiani di genetica, biologia e diritto sono stati inviati a Trieste per chiarire ambiti di competenza e possibilità di incontro dei saperi .
Enrico Alleva, biologo, presidente della Società Italiana di Etologia, socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei, ha insistito molto sul concetto di plasticità dei neuroni e del sistema nervoso centrale, ossia la capacità del cervello di adattarsi agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. La scoperta più importante delle neuroscienze a proposito di neuroni e sistema nervoso centrale è che le cose sono molto più complesse e dinamiche di quanto si sospettasse. Se solo ci liberiamo di schemi mentali deterministici nell’ interpretazione del suo funzionamento possiamo capire cos’ è il cervello dell’ uomo, la sua plasticità e la sua irrepetibilità.
Giorgio Bignami, medico e libero docente in farmacologia, ex dirigente di ricerca in psicofarmacologia presso l’Istituto Superiore di Sanità e da poco presidente di Forum Droghe, si è soffermato sugli effetti degli interessi economici delle aziende farmaceutiche. Bignami ha sottolineato il rapporto perverso tra l’esigenza del profitto, il marketing e l’uso inflazionato e improprio di farmaci di efficacia dubbia o nulla, ma anche di prodotti di provata ed elevata efficacia. L’industria farmaceutica finanzia numerosi studi programmati in modo da predeterminare i risultati mediante vari artifizi allo scopo di “dimostrare” una maggiore validità e una minore nocività dei nuovi prodotti rispetto ai vecchi. Analisi più accurate condotte da ricercatori indipendenti hanno evidenziato in tempi più recenti che le differenze di cui si è detto erano in larga parte artefatti dovuti a errori metodologici, non si sa bene.
Francesco Migliorino, professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno all’Università degli Studi di Catania, attraverso ricerche storiche ha offerto una prospettiva originale dell’intreccio tra scienza, psichiatria e diritto. Migliorino ha illustrato il concetto di bonifica umana soffermandosi sulla figura di Filippo Saporito, il più influente alienista italiano, direttore di Aversa, vissuto tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Secondo Saporito, manicomi e carceri sono centri di depurazione fisica e morale dove per sempre vanno rinchiuse le “bestie umane”. Il manicomio criminale è un policlinico della delinquenza costruito attraverso una tecnologia di razionalizzazione finalizzata alla bonifica umana.

Infine Edoardo Boncinelli, docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute di Milano ed ex-direttore della Sissa, ha trattato il tema del rapporto tra geni e comportamento.
Fisico di formazione, Boncinelli si è dedicato allo studio della genetica e della biologia molecolare degli animali superiori e dell’uomo dando un contributo fondamentale a queste discipline individuando la famiglia di geni detti omeogeni che controllano il corretto sviluppo del corpo, dalla testa al coccige. Da diversi anni si occupa dello studio del cervello e della corteccia cerebrale. Boncinelli ha discusso dei risultati scientifici più recenti riguardanti il rapporto tra geni e ambiente. I meccanismi che regolano i comportamenti sono influenzati dal profilo genetico degli individui. Ma quanto incidono i geni e quanto incidono il contesto, lo stile di vita, l’educazione, le esperienze personali non è affatto chiaro. Un tempo si tendeva a dare una risposta salomonica a questo interrogativo: 50% geni e 50% ambiente. La ricerca negli ultimi anni ha ulteriormente complicato il quadro. Stando ai risultati più aggiornati un 30% dei nostri comportamenti è da attribuire al nostro corredo genetico, un altro 30% al contesto ambientale mentre il resto è attribuibile a una non meglio precisata casualità.

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Ancora su malattie mentali e influenza psichiatria americana

Ritorniamo sull’impatto della psichiatria americana sulla definizione e classificazione delle malattie mentali a livello globale. Dal blog Neuroskeptic segnalo l’uscita del libro Crazy like Us scritto da Ethan Watters.
Crazy Like Us è un esame approfondito e provocatorio della “globalizzazione della psiche americana”, il processo attraverso il quale lentamente, ma inesorabilmente, il mondo ha adottato il modo di pensare americano riguardo alle malattie mentali. L’Italia, una volta tanto, rimane una fortunata eccezione. Speriamo che duri.

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Come gli Stati Uniti esportano le loro malattie mentali

How the US exports its mental illnesses è il titolo di un articolo scritto da Ethan Watters sul New Scientist della scorsa settimana. La tesi è che gli psichiatri statunitensi, che dominano il dibattito mondiale sulla classificazione e i trattamenti del disturbo mentale, ignorano le specificità locali e culturali. Con l’aiuto delle multinazionali farmaceutiche. E’ una discussione importante considerando che è in progettazione il nuovo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’Associazione psichiatrica americana. Si tratta del DSM V e l’uscita è prevista per il 2012. Dal Sito dell’Associazione degli psichiatri americani si può scaricare l’agenda di ricerca per la realizzazione del volume . Fra qualche giorno modererò una sessione all’incontro “Trieste 2010:Che cos’è salute mentale?”. Il titolo del workshop a cui partecipo è Nuove conoscenze o pschiatrizzazione delle neuroscienze?. Per capire di cosa si tratta si può prendere un estratto dell’agenda di ricerca del futuro DSM V. Il libro, tra le altre cose:

Offers a neuroscience research agenda to guide development of a pathophysiologically based classification for DSM-V, which reviews genetic, brain imaging, postmortem, and animal model research and includes strategic insights for a new research agenda

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Trieste salute mentale 2010

Fra circa dieci giorni si apre a Trieste, al comprensorio dell’ex-ospedale psichiatrico San Giovanni, l’incontro Trieste 2010: che cos’è salute mentale. Il programma è praticamente ultimato. L’evento, che gli organizzatori chiamano incontro per sottolineare lo spirito di scambio, confronto e dialogo che animerà le cinque giornate triestine, si articola in quattro percorsi tematici: saperi e paradigmi; la pratica critica anti istituzionale; la maggioranza deviante:economia sociale e inclusione; memoria, archivi in mostra e comunicazione.

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