Archive for the ‘Scienza 2.0’ Category

RIvoluzione open science impossibile senza fama e soldi*

“Faremo scoperte scientifiche alla velocità di un tweet”. Per Michael Nielsen, esperto di quantum computing votato da anni alla causa della scienza aperta, stiamo vivendo la transizione verso una seconda era scientifica, un’epoca paragonabile alla rivoluzione seicentesca e al passaggio dall’età medievale all’età moderna. Grazie a Internet abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita, scrive Nielsen nel suo libro-manifesto, pubblicato nel 2012 in Italia da Einaudi col titolo Le nuove vie della scoperta scientifica. Lo scienziato americano indica l’impatto della rete sulla scienza in almeno in due direzioni: nell’accelerazione del tasso di produzione delle scoperte e in un cambiamento profondo del rapporto tra scienza e società. Eppure, a dispetto dei toni enfatici degli apologeti della rete come Nielsen, i più restii a cogliere la grande possibilità offerta da Internet sembrano proprio gli scienziati. A vent’anni dalla nascita del world wide web al CERN di Ginevra, la ricerca scientifica è più lenta di altri mondi, in primis l’impresa, nell’adottare cambiamenti radicali.

Secondo Eugenio Santoro, responsabile del Laboratorio di Informatica Medica al Mario Negri di Milano e autore di vari libri sul rapporto tra social media e medicina, “c’è ancora molta strada da fare nella direzione dell’open science. In ambito medico ci sono esperienze rilevanti a livello mondiale, come la condivisione di protocolli di sperimentazioni cliniche o di dataset per analisi statistiche, ma sui dati davvero interessanti c’è ancora molto reticenza all’apertura e alla condivisione”. Esempi importanti ci sono già, ma gli ostacoli a mettere a disposizione liberamente i dati, contribuire a progetti wiki, commentare blog, ad abbracciare insomma la scienza aperta auspicata da Nielsen, sono ancora molti. “La titubanza nei confronti dell’open science”, continua Santoro, “nasce da gelosie e dalla paura di avvantaggiare i ricercatori rivali. Il modello a cui dovrebbe aspirare la medicina in quest’ambito è quello offerto dalla fisica.”.

La disciplina di Galileo, Fermi e Einstein sembrerebbe quella che più di tutte ha colto le opportunità offerte dalle tecnologie digitali e connettive: fin dagli anni Novanta del secolo scorso, agli albori di Internet, i fisici hanno ad esempio inaugurato gli archivi di preprint, vale a dire siti in cui depositare e rendere liberamente accessibili le bozze di lavori scientifici prima di inviarli a una rivista tradizionale. Proprio nel caso della fisica però, dietro recenti iniziative dal grande impegno organizzativo e dalle forti promesse innovative, si riproducono pratiche consuete. All’inizio di quest’anno è stato inaugurato il consorzio SCOAP3: uno sforzo senza precedenti verso un modello di pubblicazione open access nell’ambito della fisica delle particelle. Il consorzio, formato da alcune delle principali realtà scientifiche del settore, CERN in testa, si presenta come un modello per assicurare la copertura dei costi di pubblicazione sulle più importanti riviste. Grazie a SCOAP3 chiunque abbia un computer connesso a internet potrà leggere gli studi più rilevanti nella fisica delle particelle. Ma le criticità sono molte. Secondo Enrico Balli, editore del Journal of High Energy Physics (JHEP), una delle riviste più autorevoli del settore, SCOAP3 è “un meccanismo di finanziamento che non solo non contribuisce ad abbattere i costi delle pubblicazioni nella fisica delle alte energie, ma addirittura li aumenta. Nessuno ha infatti mai mostrato finora il budget dell’organizzazione centrale di SCOAP3 al CERN (salari, trasferte, costi indiretti).” Oltre al problema dei costi, Balli ridimensiona la portata dell’iniziativa proprio in termini di maggiore accesso aperto. “Il risultato netto dell’operazione”, continua l’editore di JHEP, “è che una parte consistente degli articoli del campo non sono open access. Non lo sono ad esempio tutti quelli pubblicati dalle riviste dell’American Physical Society e dell’Institute of Physics britannico”, due società scientifiche importanti che non hanno ritenuto conveniente aderire al progetto e che gestiscono una fetta cospicua e rilevante di letteratura.

A queste difficoltà si aggiunga che il modello di SCOAP3 è difficilmente esportabile in altri ambiti disciplinari e che, in ogni caso, il principale cambiamento dell’iniziativa riguarda il rapporto economico tra case editrici e università, ma non le modalità di produzione della conoscenza scientifica. L’obiettivo finale di SCOAP3 resta infatti il paper scientifico, un’invenzione che risale a più di trecento anni fa. Nonostante le apparenze prevale quindi il cosiddetto fenomeno della “ri-mediazione”, cioè della trasposizione di un medium antico (il “paper” pubblicato su una rivista scientifica) in una tecnologia nuova (la rete): un processo tutt’altro che rivoluzionario. Eppure le tecnologie digitali offrono possibilità ben più ampie: scrittura e design collaborativi (Wikipedia e Linux), sistemi di rating (Amazon e Yelp), analisi automatica di big data per delineare trend (Twitter). Perché il settore che ha inventato il web tarda ad adottarne le possibilità, o addirittura non torna a guidarne l’evoluzione?
Il fatto è che nei trecento anni dalla nascita della prima rivista scientifica, la scienza ha spesso dovuto occuparsi del confine tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra scienziati e non scienziati, tra conoscenza scientifica e altre forme di sapere. Oggi siamo di fronte a una rinegoziazione senza precedenti dei confini della “autorità cognitiva” della scienza, cioè la sua capacità di rappresentarsi come depositaria del sapere: da qui le resistenze. La scienza aperta in rete ha il potenziale per favorire una trasformazione epocale, paragonabile a quanto avvenuto con l’invenzione della stampa. Però è un processo tortuoso, che richiederà decenni per trovare un nuovo equilibrio.

Nel Seicento l’arrivo della stampa ha svelato lati nuovi della conoscenza, e ha facilitato trasformazioni sociali e politiche all’interno della ricerca. Lo stesso è l’open science: è come il cannocchiale di Galileo, ci mostra che gran parte di quello che sapevamo su che cos’è la conoscenza e su come funziona è sbagliato. Per esempio, ci mostra una scienza sempre in versione Beta, mai conclusa e sempre modificata: il contrario del paper scientifico, che ha un’autrice (o un gruppo di autori) riconosciuta, è stabile e viene depositato nelle biblioteche (o negli archivi in rete) dove attende di essere discusso e confutato ma non modificato, incrementato o migliorato.

Ma ci sono forse ragioni ancora più profonde per comprendere le difficoltà attuali di affermazione dell’open science. Ragioni che si richiamano alla storia della scienza e delle sue istituzioni. Come emerge dagli studi dell’economista Paul David, professore emerito a Oxford e Stanford, la dimensione pubblica della scienza si afferma nel Seicento perché risponde alle aspettative di successo economico e di reputazione dei filosofi naturali molto meglio di modelli chiusi di circolazione dell’informazione. Il prezzo da pagare è la mancanza di controllo della conoscenza prodotta. Ma è una controindicazione accettata volentieri perché in cambio gli studiosi guadagnano soldi e fama entrando nelle corti di ricchi e potenti mecenati europei.

L’apparente controsenso di mettere a disposizione di tutti i frutti del proprio lavoro, senza chiedere un corrispettivo economico o professionale diretto, si spiega con la crescente sofisticazione della matematica e della filosofia naturale del Cinquecento e del Seicento. I mecenati, desiderosi di fregiarsi dei migliori studiosi in circolazione, si trovano di fronte alla difficoltà di non avere conoscenze adeguate per comprendere e valutare la qualità degli studiosi, e quindi basano la loro scelta sul giudizio espresso dalla comunità degli esperti. Per questo motivo, i filosofi naturali si devono dotare di pratiche libere di scambio, circolazione e validazione della conoscenza. La conoscenza, per essere attendibile e verificabile da altri, deve essere visibile e trasparente e lo diventa attraverso lo scambio di lettere, la pubblicazione di riviste, i commenti e le critiche libere rese possibili in modo impensato rispetto ai secoli precedenti proprio grazie all’invenzione della stampa.
L’innovazione tecnologica è la precondizione necessaria per il passaggio da un mondo di conoscenze misteriose e segrete sulla Natura a una visione pubblica e collettiva della scienza.

La grande discontinuità nell’organizzazione sociale dell’indagine scientifica va di pari passo con quella intellettuale, che esprime il desiderio umano di condividere la conoscenza indipendentemente da riscontri economici e di successo. Entrambe le forze, nel Seicento come oggi, devono essere alimentate e istituzionalizzate per produrre i cambiamenti radicali prefigurati dall’open science. Wikipedia, social network, blog, sono la precondizione necessaria per la trasformazione della natura stessa della conoscenza, così come lo è stata la stampa nel Seicento, a patto però che si definiscano incentivi materiali e di reputazione che rendano significativo il loro utilizzo massiccio da parte degli scienziati. Gli apologeti attuali dell’open science si concentrano troppo spesso sulle possibilità e sul desiderio nobile e legittimo di una migliore intelligenza collettiva, trascurando però le logiche economiche delle organizzazioni deputate alla produzione della conoscenza. La storia della Rivoluzione Scientifica del Seicento insegna che i due percorsi devono andare di pari passo per produrre il cambiamento. E allora come oggi, l’open science ci mostra una nuova natura della conoscenza, un processo lungo, pieno di battaglie e di morti sul campo, e proprio per questo molto interessante.

*Quest’articolo è stato scritto insieme ad Alessandro Delfanti e pubblicato su Pagina99we del 31 maggio 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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I biohacker sono tra noi

*Questa recensione è stata pubblicata sulla rivista Doppiozero. La riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

Dimenticatevi lo scienziato nella torre d’avorio. Dimenticatevi la scienza nel suo splendido isolamento dalla politica, dal potere, dal business e da mille altre incombenze quotidiane. Biohacker di Alessandro Delfanti (Elèuthera), restituisce un’immagine aperta, dinamica e contrastante della ricerca contemporanea. Il volume propone una nuova iconografia del sapere figlia di una strana contaminazione: quella della cultura hacker sulle scienze della vita.
Secondo il sociologo milanese, i valori e le pratiche degli smanettoni dei computer, cresciuti a codici e programmi informatici, stanno segnando la disciplina scientifica del ventunesimo secolo, la biomedicina. I biohacker, scrive Delfanti, “rappresentano un remix di culture che aggiorna l’ethos della scienza tradizionale includendovi elementi provenienti da hacking e free software”.
La ricerca su genoma, cellule staminali, virus, farmaci non è solo il terreno su cui si sfogano le più palesi contraddizioni attuali tra scienza, società e mercato, ma è anche luogo di scontro paradigmatico per gli abitanti della società dell’informazione. La lotta, da sempre esistita, per l’accesso, la diffusione e lo sfruttamento della conoscenza, avviene su diversi piani: culturale, economico, tecnologico. Ma quello che più conta oggi è il salto di qualità dovuto ai media digitali e alla rete, che hanno portato sulla scena le pratiche e la cultura hacker con una incisività sconosciuta nel passato.
La tesi di un link tra biologi votati all’open e i miti della rivoluzione dei computer è costruita attorno a casi di studio diversi tra di loro ma accomunati da una convinta adesione alla scienza aperta. Il termine, come spesso accade per le innovazioni legate all’Internet, da una parte si presta a divisioni da stadio fra apocalittici e integrati, dall’altra è una parola ombrello, sotto cui ricadono processi e approcci ideologici molto differenti fra di loro.
Un primo merito del libro è di aumentare la chiarezza sul fenomeno, offrendo una prospettiva pluridimensionale a tutte quelle esperienze realizzate per rendere la ricerca e i dati scientifici pienamente accessibili ad ogni livello, sia professionale che amatoriale. È il filo rosso che segna i viaggi dello scienziato-imprenditore Craig Venter alla ricerca di dati genetici sul fondo degli oceani, così come la battaglia della virologa Ilaria Capua per rendere pubblica la sequenza del virus dell’aviaria. È il tema di fondo che accomuna i militanti della “garage biology” del movimento DIYbio (Do-It-Yourself Biology), con la determinazione di Salvatore Iaconesi, l’artista-designer che nel 2012 pretese una cura open source per un tumore al cervello diagnosticato in una cartella clinica digitale non usabile e accessibile a tutti.
Le somiglianze finiscono qui perché, come insiste Delfanti, i quattro casi selezionati mostrano l’importanza della coesistenza e dell’interazione di direzioni opposte in cui si declina l’open science. I biohacker non si riducono alle tradizionali dicotomie tra aperto e chiuso, tra bene pubblico e interesse privato, tra conoscenza imparziale e segretezza di convenienza. Pur dichiarando di essere un convinto sostenitore della cultura libera, l’autore non cade nella trappola apologetica dei militanti.
Molta letteratura contemporanea sull’argomento è infatti caratterizzata dalla celebrazione delle magnifiche sorti e progressive del sapere liberato on-line, ma Delfanti chiarisce che free non è sempre sinonimo di no-profit e democratizzazione, che l’open access può convivere bene con nuove forme di neoliberismo. In altre parole, ci sono molte più cose sotto il cielo dell’open science di quante ne vedano i sognatori della condivisione collettiva. Ed è probabilmente questo sguardo critico la novità più significativa del saggio e il suo pregio maggiore.
Con una prosa densa che a tratti risente della riduzione dalla più ampia edizione inglese, il libro in poco più di cento pagine assume così a tutti gli effetti le caratteristiche di un saggio di sociologia della conoscenza, da cui si possono trarre indicazioni che vanno oltre lo specifico della biomedicina contemporanea. La prima è che la rete offre l’opportunità storica di costituire istituzioni del sapere alternative a quelle esistenti.
I biohacker sono le avanguardie del tentativo di scalzare pachidermi burocratici incarnati da università, organizzazioni sovranazionali, sistemi sanitari, ormai incapaci di cogliere le potenzialità di sviluppo di idee e di business legate a una più libera circolazione digitale di dati e ricerche. La seconda è che la metafora dell’ecosistema, con il suo accento alle risorse, alla differenziazione e agli ambienti favorevoli, si conferma molto efficace per descrivere le dinamiche di produzione della conoscenza in ambiente digitale.
Il libro di Delfanti parla di nicchie ecologiche per le quali è difficile delineare adesso il futuro, ma che di sicuro non sarebbero esistite in epoca pre-Internet. Infine, il volume illumina la profonda dimensione politica della conoscenza. Negli ultimi dieci-quindici anni si sono verificate accelerazioni sconosciute nella storia dell’umanità sia sul piano degli investimenti mondiali in ricerca (l’Italia è un caso a parte), sia su quello dei contenuti, con l’emergenza della cosiddetta bio-nano-info science (convergenza tra scienza della vita, scienza della materia, scienza dell’informazione). Il risultato è l’instaurazione di relazioni molto più intense tra scienza, economia e stili di vita che richiedono forme di governance innovative.
Biohacker fornisce da una parte un esempio dell’inadeguatezza delle policy tradizionali della scienza, ma dall’altra mostra che nuovi percorsi sono tutti da inventare. Per questi motivi è forse uno dei momenti migliori per fare scienza e per essere scienziati, a patto di abbandonare antiche convinzioni e certezze radicate.

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Recensione – Introduzione ai media digitali

Il libro di Adam Arvidsson e Alessandro Delfanti chiarisce perché le scienze sociali si devono interessare sempre di più ai media digitali. Fatto scontato per gli addetti ai lavori. Non tanto, forse, per chi pratica rete e dispositivi digitali anche intensamente, ma non ha gli strumenti, la voglia e il tempo per averne un quadro d’insieme.
Un primo merito di questo libro è senza dubbio quello di ordinare le idee rispetto al digitale sul piano storico, politico, economico, tecnologico. Arvidsson e Delfanti stemperano efficacemente l’eccesso di nuovismo con cui ancora troppo spesso si interpreta il fenomeno di Internet, riportando molte delle cosiddette rivoluzioni della rete, che pure non mancano, nell’alveo di categorie sociologiche note. L’effetto è una rassicurante riduzione della distanza fra online e offline, soprattutto sul piano dell’analisi.
Il volume si articola in sei capitoli densi, chiari e completi, di facile accesso anche per chi si avvicina per la prima volta alla ricerca sociologica sui media digitali. Da questo punto di vista l’utilizzo del termine “Introduzione” nel titolo è molto appropriato. Argomenti frequentemente discussi dall’opinione pubblica, più o meno a sproposito, come ad esempio la cooperazione sociale online, l’identità in rete e l’economia dei media digitali, trovano una sistematizzazione efficace, sostenuta da uno sguardo laico basato su dati e ricerche. Se la chiarezza espositiva e lo stile scorrevole costituiscono un secondo motivo per leggere il libro dei due sociologi dell’Università di Milano, una terza ragione va ricercata nell’immagine complessiva del mondo digitale restituita dal volume.
Pochi giorni fa, Mario Tedeschini Lalli ha scritto un bel post sul fatto che il digitale è una cultura e non una tecnica. Il libro di Arvidsson e Delfanti aggiunge, fra le altre cose, un tassello importante in questa direzione.
Infine, Alessandro è un mio amico e non può che farmi piacere consigliare un suo libro. Allo stesso tempo mi sembra doveroso dichiarare ai lettori di questo post il mio conflitto d’interesse.

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Il giornalismo nella rete della conoscenza

“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disciplina “profondamente dedita alla verità”, la scienza appunto. Si tratta solo di uno degli aspetti trattati ne La stanza intelligente, libro pubblicato in Italia l’anno scorso e scritto da Weinberger per descrivere le radicali trasformazioni contemporanee nella produzione, condivisione e validazione della conoscenza.
Il volume è stato già ampiamente recensito anche in Italia (qui, qui e qui ad esempio). Nonostante ciò, credo che la visione sul rapporto tra scienza e media, delineata nel settimo capitolo, meriti un approfondimento perché apre scenari di discussione inediti sul giornalismo scientifico.
Uno dei temi ricorrenti de La stanza intelligente è il rapporto tra l’editoria cartacea e la natura del sapere. In un’ottica, che potrebbe aprire il fianco a critiche di determinismo tecnologico, Weinberger mette in fila i limiti e le illusioni di un modo di conoscere fortemente influenzato dal sistema di pubblicazione basato sulla carta stampata, giudicato “sconnesso, non colloquiale, unidirezionale”.
Per chiarire il punto, Weinberger sostiene ad esempio che i libri “non esprimono la natura del sapere: esprimono la natura del sapere vincolata alla carta ritagliata in pagine, senza riguardo per i confini delle idee, e poi rilegate insieme, stampate in grandi quantità e infine distribuite, il tutto entro i limiti stabiliti da un sistema economico”.
Dopo sei capitoli spesi ad argomentare il punto di vista della “conoscenza come proprietà della rete”, contrapposto alla visione classica della conoscenza come bene privilegiato nelle mani di relativamente pochi esperti e poche istituzioni, Weinberger si concentra sulla scienza.
Anche in questo caso la posizione è chiara: “La scienza era un tipo di editoria, oggi sta diventando una rete”. Una rete che assomiglia sempre di più al medium che la ospita – Internet – e che pertanto si svela smisurata, popolata da un enorme quantità di dati, in perenne disaccordo, pragmatica, sempre incerta, influenzata da fattori esterni al laboratorio e da ambizioni personali. È una fotografia della scienza molto differente dalla rappresentazione monolitica restituita tradizionalmente dai media unidirezionali, eppure è un’immagine molto più vicina all’esperienza quotidiana degli scienziati. Per Weinberger, lo svelamento delle “fragilità” dei meccanismi che portano alla produzione di nuova conoscenza scientifica, largamente occultate dalle procedure dell’editoria tradizionale, non ne indeboliscono lo statuto epistemologico, anzi: la scienza, nonostante le debolezze umane che la condizionano e i limiti tecnologici che ne hanno segnato lo sviluppo fino ad ora, rimane il complesso di metodi e concetti con maggiori probabilità di darci accesso alle verità sul funzionamento del mondo naturale.
Detto questo, non è una novità che gli scienziati si siano sempre mossi all’interno di una ragnatela di relazioni, motivazioni, pulsioni e vincoli non finalizzati esclusivamente alla “conoscenza per la conoscenza”. L’aspetto inedito è che la rete rende visibile questa ragnatela. E rende necessario capire come raccontarla.
Il giornalismo scientifico tradizionale si riduce a presentare le scoperte scientifiche come opere finite. Ma i prodotti finali della scienza, sostiene Weinberger, non sono né finali, né prodotti, perché la scienza è la rete stessa: è la “connessione senza soluzione di continuità tra scienziati, dati, metodologie, ipotesi, teorie, fatti, speculazioni, strumenti, letture, ambizioni, controversie, scuole di pensiero, libri di testo, docenti, collaborazioni e divergenze che un tempo si faceva ogni sforzo per stampare in un numero relativamente piccolo di articoli, su di un numero relativamente piccolo di riviste”.
Va da sé che tale approccio rende poco significativa, addirittura fuorviante, la separazione tra un presunto momento privato della scienza – in cui la creatività dei ricercatori si esprime nel chiuso delle stanze dei laboratori – da quello pubblico, in cui la comunità ha accesso ai risultati finali della ricerca ma non ai tentativi, più o meno frustranti, che ne hanno caratterizzato la forma visibile a tutti. Questa divisione non risponde alla necessità di produrre la migliore scienza possibile, ma è la conseguenza dei limiti del medium cartaceo, in cui fino ad ora la conoscenza scientifica è stata costretta ad esprimersi.
Se tutto questo è vero, allora c’è molto da rivedere nel giornalismo scientifico classico, tuttora in gran parte concentrato sull’esito manifesto della ricerca, incarnato nella pubblicazione dei paper su riviste con elevato impact factor. Se crediamo a quanto sostiene Weinberger, bisognerà allora attrezzarsi, tecnicamente e culturalmente, a raccontare le connessioni, a seguire il processo più che a descrivere il prodotto. E in più, la scienza aperta delineata dallo studioso americano, richiede al giornalismo scientifico una diversa e più profonda consapevolezza del proprio ruolo. Chi racconta la ricerca deve rendersi sempre più conto che non è estraneo alla “rete della conoscenza”: ne fa parte e ne può condizionare i percorsi possibili. Quanto bene, se in modo rilevante e in che direzione dipenderà molto dalla capacità di ridefinirsi come giornalisti esperti di conoscenza scientifica all’interno di un nuovo ecosistema mediale, non più popolato da lettori, radioascoltatori o telespettatori ma soprattutto da editori e utenti attivi nella produzione di sapere.

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I social media sono il presente della comunicazione della scienza

Immagine da Science. Photo Credit: Istockphoto.com

Lo scrive Mary Ann Giordano sul New York Times, lo confermano due sociologi su Science. Facebook e Twitter non sono il futuro della comunicazione della scienza: sono la realtà di tutti i giorni.
Giordano afferma che il 2012 è stato l’anno in cui social media e scienza si sono finalmente incontrati. E si sono piaciuti tanto, aggiungo io. I numeri di folllowers, tweet, visualizzazioni su You Tube sono da top ten mondiale. Tutto bene? La rete offre finalmente la possibilità di non predicare solo ai convertiti, annoso problema di tante iniziative di diffusione della cultura scientifica? No.
Spiegano bene il perché Dominique Brossard e Dietram A. Scheufele nella loro analisi su Science.
C’è una grossa carenza di ricerca su questi temi: sostanzialmente non sappiamo nulla dell’impatto di Internet – media sociali e motori di ricerca in particolare – sulla comunicazione della scienza.
Gli autori osservano, ad esempio, che le discussioni su tematiche scientifiche di rilevanza sociale sono fortemente influenzate da dinamiche comunicative specifiche del web 2.0. Il problema è che nessuno sa esattamente come.
C’è quindi molto da fare per i sociologi dei media interessati alla scienza. E speriamo che qualcuno di loro si metta di buona lena a lavorare perché credo che scienziati e giornalisti scientifici abbiano un gran bisogno dei loro risultati se non vogliono essere marginalizzati, ancor di più di quanto non lo siano adesso, nell’ecosistema digitale.

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Recensioni – Reinventing Discovery, Michael Nielsen

Grazie a Internet e alla collaborazione on-line abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita. Si tratta di un’opportunità rivoluzionaria. Micheal Nielsen ne è convinto. Peccato che tra i più restii a cogliere la grande possibilità offerta dalla rete ci siano gli scienziati, proprio la comunità che ha dato un contributo indispensabile alla nascita del world wide web. E proprio in un periodo storico in cui la tendenza del resto della società è verso l’apertura e la collaborazione di massa.
Nielsen è un esperto di quantum computing e un grande sostenitore dell’open science. Ha scritto questo libro, almeno in parte, per esprimere la sua frustrazione nei confronti dei colleghi incapaci di vedere la portata dei cambiamenti possibili grazie alle tecnologie connettive e digitali. Esempi importanti di networked science ci sono già, ma gli ostacoli a mettere a disposizione liberamente i dati, contribuire a progetti wiki, commentare blog, a compiere, in altre parole, tutte quelle azioni che caratterizzano la scienza aperta auspicata da Nielsen, sono ancora molti. Il più importante è di ordine culturale.
Attualmente la prevalente forma di condivisione della conoscenza a cui gli scienziati danno valore, e a cui riconoscono un credito significativo per la carriera, è quella che si esprime nei paper pubblicati su riviste scientifiche accreditate. La rete allarga in modi impensabili le possibilità di collaborare e di estrarre informazioni significative dalla grande quantità di dati prodotti nei laboratori. Sfruttare questa opportunità significa non solo migliorare il modo in cui è fatta la ricerca, accelerando il tasso di produzione di tutte le scoperte, ma vuol dire anche modificare il ruolo della scienza nella società.
Gli scienziati, scrive Nielsen, devono riallineare gli interessi individuali con gli interessi pubblici. In questo momento prevale uno scollamento. Molti dei problemi che la moderna società globale deve affrontare (nucleare, bioterrorismo, pandemie, riscaldamento globale) sono problemi che comprendiamo scientificamente. Ci manca “qualcosa” per trasformare questa conoscenza in soluzioni reali. Secondo Nielsen gli strumenti online forniscono un’opportunità epocale per ridurre o addirittura annullare il divario.
Il libro di Nielsen è forse ingenuo a tratti. Gli esempi in cui l’autore si trova più a suo agio arrivano dal mondo degli scacchi o da quello dei cacciatori di comete e galassie. Le cose si fanno molto più complicate già se si passa alle scienze della vita. Per questo, in alcuni passaggi, hai un po’ la tentazione di bollare l’entusiasmo di Nielsen come fantasticherie di un nerd. Ma sarebbe un errore. Al di là di qualche semplificazione dovuto all’eccesso di passione, Reinventing Discovery ha il grande merito di delineare una prospettiva. Invita tutti noi, non solo gli scienziati, a coordinarci per costruire spazi e istituzioni per amplificare la circolazione delle idee più velocemente che in passato, e per contribuire, ciascuno con i propri desideri, competenze e aspettative, ma liberamente, alla produzione di conoscenza. La prospettiva è quella di un’intelligenza collettiva in grado di determinare innovazione sociale grazie al contributo sostenibile della conoscenza scientifica.

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Open access in prima pagina

Questa mattina in prima pagina su La Stampa c’è un articolo di Umberto Veronesi a favore dell’open access. Il punto di vista del famoso oncologo è corredato da un pezzo di Paolo Mastrolilli, nell’inserto TuttoScienze, che si sofferma sui limiti della peer-review, sugli interessi delle case editrici, sul potere delle elitè accademiche. Mastrolilli descrive anche alcune iniziative di successo alternative agli anacronismi delle riviste scientifiche classiche. La rete e le tecnologie digitali sono centrali nel lento superamento di consuetudini editoriali di lunga data a cui sono legati forti interessi economici e di politica accademica.
La questione si può guardare da molte prospettive. Un libro uscito da poco, Reinventing Discovery, è secondo me una chiara, accessibile e completa sintesi di come il mondo online sta modificando il processo di scoperta scientifica. E’ stato scritto da un gran sostenitore della filosofia dell’accesso aperto alla conoscenza scientifica. Rimando quindi a quella lettura per avere un quadro aggiornato dei temi discussi da Veronesi e Mastrolilli oggi su La Stampa.
A me interessa sottolineare alcune considerazioni più generali sulla comunicazione della scienza a partire da questo appello a favore dell’open access.
Mi sta a cuore dire che se precise problematiche comunicative della scienza vengono riprese in prima pagina su un quotidiano nazionale generalista, allora sono forse più importanti di quanto comunemente si creda.
Sembra ovvio, ma forse non lo è se si considera il ruolo tradizionalmente attribuito alla comunicazione nel processo di produzione della conoscenza scientifica. L’approccio usuale ritiene sostanzialmente che siano due attività nettamente distinte: la comunicazione tra esperti e soprattutto la comunicazione della scienza ai non-esperti non influenza la produzione di conoscenza e neanche le pratiche del lavoro scientifico.
La discussione sull’open access smentisce molto questi assunti: la comunicazione non è una mera conseguenza della conoscenza e non è possibile tracciare una netta linea di separazione fra produzione e comunicazione del sapere scientifico.
In altre parole, le questioni su come viaggia la conoscenza, a chi è resa disponibile e come si raggiunge accordo su di essa sono imprenscindibili nella produzione di conoscenza.
Se si adotta questa prospettiva l’impresa scientifica si presenta come una forma di azione comunicativa caratterizzata da specifici processi, immagini, interessi, linguaggi, attori in cui contano, eccome, la retorica, il potere, l’economia, la cultura, la politica.
Uno dei dispositivi comunicativi più innovativi ottimizzati dalla comunità scientifica è stato quello della peer-review. Anche grazie alla stabilizzazione di questo meccanismo nelle procedure editoriali la conoscenza scientifica è riuscita ad acquisire il grande credito sociale di cui gode. La peer-review è un’invenzione comunicativa di grande efficacia da cui deriva una parte importante del capitale fiduciario di cui godono i ricercatori da parte dei non-esperti.
Le discussioni sull’open access e le possibilità editoriali permesse dalla rete mettono spesso in discussione proprio il procedimento di revisione tra pari. Forse anche per questo, e non solo per motivi interni alla comunità accademica, la posta in gioco è grossa.

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Scienziati digitali a Igf Italia

Sul sito dell’ Internet Governance Forum Italia iniziano a essere disponibili le presentazioni degli incontri svoltisi a Trento la settimana scorsa. Qui trovate la mia, nell’ambito del panel Internet e la scienza.

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Internet e la scienza all’IGF Italia

Inizia oggi a Trento l’edizione 2011 dell’Internet Governance Forum italiano. Domani alle 18 insieme a Marco Boscolo, Alessandro Delfanti ed Elisabetta Tola, moderati da Michele Lanzinger, discutiamo dei rapporti tra rete e scienza. Qui una breve descrizione dei temi trattati nel panel.

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Scienziati in rete: alla ricerca di nuove regole di comunicazione

Immagine da Scidev

Grazie a una segnalazione di Eleonora Pantò, vi suggerisco, a mia volta, un articolo di Jennifer Rohn, pubblicato poco tempo fa su Scidev. L’argomento affrontato da Jennifer, abbastanza nota nell’ambiente per le sue iniziative su scienza e letteratura (vedi il sito LabLit.com), è come gli scienziati possano usare i social media digitali e le tecnologie connettive per promuovere e diffondere il proprio lavoro. Sono descritti gli esempi più innovativi in circolazione e varrebbe la pena darci un’occhiata anche solo per questo.

L’aspetto che mi ha incuriosito di più è però un altro e riguarda le raccomandazioni finali sull’uso di blog, twitter, facebook, ecc. Jennifer indica alcuni comportamenti “adeguati”. L’operazione sembra neutra, ma in realtà rispecchia interrogativi profondi su come la comunicazione in rete potrebbe modificare il lavoro degli scienziati.

In epoca pre-digitale ai ricercatori erano molto più chiare le regole di una comunicazione “adeguata”, basata su una definizione abbastanza netta e condivisa tra comunicazione interna ed esterna. Le violazioni erano e sono frequenti, indipendentemente dall’avvento di Internet, ma più meno si capiva come riconoscerle e tutti, almeno sulla carta, erano d’accordo nel sanzionarle.

La rete ha confuso molto le acque. Se, ad esempio, un ricercatore scrive sul suo blog di una ricerca prima della pubblicazione sta anticipando risultati che meriterebbero ulteriori conferme? Compromette il lavoro dei suoi colleghi? Ha degli interessi a presentare delle anticipazioni di uno studio non concluso? Sta semplicemente divulgando il suo lavoro per finalità promozionali? Sta comunicando ad altri scienziati per definire il terriotorio di competenza? Sta violando le regole della peer-review?
In altre parole, se ci domandiamo come si stabilisce la legittimità della pubblicazione e condivisione di informazioni da parte di ricercatori in rete, attualmente abbiamo risposte tutt’altro che precise.

Una trasformazione così profonda come quella dovuta all’emergere di un nuovo ecosistema comunicativo non può non avere un profondo impatto sulle procedure con cui viene veicolata, condivisa e certificata la conoscenza. In particolare quella scientifica, che si è data delle regole molto precise sulle modalità di comunicazione tra pari e rispetto ad altri attori sociali. Queste modalità si sono definite storicamente e sono basate su un’etica rigorosa.

Non è un caso allora che Jennifer Rohn si sforzi di tracciare un nuovo confine nello sconfinate praterie della rete. Credo che i prossimi anni vedranno molti altri impegnati in questo esercizio. Non bisogna sottovalutare che da come verrà costruito il nuovo recinto comunicativo dipenderà molto della credibilità sociale di cui continuerà a godere la scienza.

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