Archive for the ‘Segnalazioni libri’ Category

L’irriducibilità della follia

Un articolo pubblicato su Slate qualche giorno fa si chiedeva se il lutto è una malattia mentale e se come tale va inserito nella nuova versione del Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders («Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali»), il DSM-5, la cui uscita è prevista per il 2013. È l’ennesima puntata della grande battaglia per la costruzione di nuove categorie diagnostiche in psichiatria nei prossimi decenni. La posta in gioco, in termini di potere e di interessi economici, è molto grossa. Questa volta toccherebbe al lutto il dubbio pregio di entrare nel campo dell’ “anormale” . Vale la pena di dotarsi di qualche antidoto.
Vale la pena, ad esempio, leggere Understanding autism, pubblicato lo scorso novembre da Chloe Silvermann, professore di Science and Technology Studies.
Il libro descrive la storia di come l’autismo sia diventato una categoria diagnostica nonostante per alcuni sia semplicemente un modo diverso di guardare al mondo.
Silverman fornisce una ricostruzione dettagliata dei diversi trattamenti dell’autismo nel corso degli anni, che a seconda delle tendenze della ricerca medica e dell’interesse pubblico, viene concettualizzato come un disordine psicologico, neurologico, comportamentale o genetico. La versione che risulta vincente, almeno temporaneamente, è quella che riesce a prevalere sulle altre nell’attenzione pubblica e tra gli addetti ai lavori, non necessariamente quella più efficace nell’affrontare il disturbo. Tra i mezzi con cui ci si guadagna il predominio rispetto ad altre prospettive, soprattutto rispetto a quella dei familiari e delle persone direttamente coinvolte, ci sono i media.
Mai come in casi di discipline dallo statuto epistemologico incerto come la psichiatria sembra che giornali, radio, tv, rete, siano il luogo in cui si stabiliscono confini, si affermano posizioni, si acquisiscono crediti da sfruttare per la risoluzione di conflitti interni alla comunità di studiosi. Ben lungi dall’avere una funzione meramente trasmissiva, i media sono l’arena in cui si mette in scena una lotta irrisolvibile nel chiuso dei circoli accademici perché troppo forti gli interessi in gioco.
Un’altra lettura utile per difendersi dalla tentazione mai inesausta dello sconfinamento della psichiatria in ambiti non medici è il numero di Aut-Aut dello scorso luglio-settembre 2011, dedicato ai cinquant’anni della pubblicazione della Storia della follia di Foucault. Lo scopo dei contributi è mostrare la profondità di analisi con cui il pensatore francese ha rifiutato la visione da conquistatrice della psichiatria, con l’intenzione non di ridicolizzare il tentativo scientifico di comprendere la follia, ma di ricollocarla storicamente, per “comprenderne le poste in gioco e le implicazioni per la nostra identità moderna” scrive Frédéric Gros, nel saggio “Nota sulla ‘Storia della follia”. Il libro di Foucault, continua Gros, “si presenta dunque come una requisitoria contro una razionalità scientifica che pretende di esaurire l’essere della follia (pg.16)”.
Attenti a leggere questa analisi contro un attacco alla scienza medica. Il punto è un altro: la follia è il risultato di un processo culturale complesso storicamente determinato e non si può definitivamente identificare con la malattia mentale, non può essere oggetto di esclusivo interesse da parte della psichiatria.
Quando si realizza questa identificazione, il rischio è di rigettare in un recinto speciale, con l’avvallo della diagnosi medica, quello che la società in un determinato periodo storico considera diverso rispetto alla norma. Su questo ci mette in guardia Foucault. Ci fornisce istruzioni per l’uso per non correre il rischio di costruire nuovi manicomi, in cui guarire non significa più “essere restituiti alla propria verità, ma sottomettersi a identità imposte dalle macchine di potere” (pg. 16, Gros).

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Appunti per conferenze internazionali su comunicazione della scienza

immagine da appuntidigitali.it

Gli addetti ai lavori sanno bene che quest’anno a Firenze, dal 18 al 20 Aprile, si tiene Il XII Convegno Internazionale di Comunicazione Pubblica della Scienza e della Tecnologia (PCST). A giudicare dal numero delle proposte sembra che l’incontro abbia riacquistato un forte appeal. Nelle ultime edizioni il PCST aveva perso un po’ di smalto. Dai dati forniti sul sito della conferenza i segni dell’inversione di tendenza: quasi 900 autori provenienti dai cinque continenti con circa 500 richieste di partecipazione. Con queste premesse il programma potrebbe essere davvero interessante. Speriamo.
Intanto in questi giorni in rete circola un’altra call for proposal per un’altra conferenza internazionale sulla comunicazione della scienza (JHC 2012) che si svolgerà a Nancy, in Francia, dal 3 al 7 Settembre.
Non c’è che dire, chi è interessato a questi argomenti nel 2012 ne può fare una scorpacciata. Il tema della conferenza francese è Science Communication: International Perspectives, Issues and Strategies. La scadenza per inviare le proposte è il 10 Febbraio. Gli organizzatori sono interessati, tra l’altro, a come i media digitali trasformano il rapporto tra produttori e destinatari della conoscenza.
Proprio in questi giorni ho ricevuto un libro che mi sembra molto completo da questo punto di vista. Il volume affronta la questione di come il mondo online sta modificando radicalmente il processo della scoperta scientifica. Il titolo è Reinventing Discovery ed è stato scritto da Michael Nielsen, pioniere del quantum computing, saggista e forte sostenitore del movimento open access.
Sul tema delle prospettive internazionali in comunicazione della scienza, sempre a ridosso di Natale, mi hanno spedito invece una raccolta di saggi dal titolo Constructing Culture of Science. Communication of Science in India and China.
Ho solo sfogliato entrambi i libri. Mi riprometto di leggerli al più presto, anche in vista delle conferenze internazionali di cui ho fatto cenno sopra. Credo siano letture utili in generale per chi si occupa di questi temi.

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Leggetevi Generosity di Richard Powers

Se volete sapere cos’è il modo 2, la post-accademia o il capitalismo accademico e non avete voglia di sorbirvi un manuale di sociologia, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se volete capire cos’è la “medializzazione della scienza” e, un’altra volta, non avete voglia di sociologichese, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se vi chiedete come si costruisce un romanzo in cui la scienza, in particolare le scienze della vita, sono un vero motore narrativo e la storia raccontata non è una scusa per spiegarvi qualcosa, leggetevi Generosity di Richard Powers.
Se volete apprezzare cosa c’è davvero in ballo per il nostro futuro nella terra di frontiera in cui business, media, etica, diritto stanno negoziando con la scienza confini e senso del proprio operato per i prossimi decenni, Richard Powers ce lo svela con gli strumenti del romanziere raffinato.

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Manuale di giornalismo imprenditoriale

Sergio Maistrello, nel suo libro Giornalismo e nuovi media, concludeva (pg. 209) che il giornalista ha oggi “l’opportunità di avvolgere in una nuova confezione digitale la sua tradizione plurisecolare: il grande reporter, raffinato scrittore, abile indagatore, pensatore e lettore critico, dotato di una visione sufficientemente aperta e documentata per comprendere ciò che accade nel mondo, diventa ora anche narratore multimediale, costruttore di comunità, selezionatore affidabile di destinazioni, animatore di reti collaborative, capace di mettere all’occorrenza le mani nel codice di programmazione, possibilmente dotato di spirito imprenditoriale”.
Su quest’ultimo punto Mark Briggs ha appena pubblicato un libro che dice cosa fare in concreto per creare nuove imprese nel campo dell’informazione e ricercare i nuovi modelli economici per il giornalismo. Poi bisogna fare/essere anche tutto il resto che dice Sergio, ma intanto per chi vuole lanciarsi in proprio nell’economia delle news digitali credo che la lettura del volume di Briggs sia molto utile.

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Due nuovi libri su Richard Feynman

Immagine da last.fm

Quando ero studente di fisica, negli anni Novanta del secolo scorso a Pisa, tra colleghi si discuteva molto di più di Richard Feynman che di Galileo. Le storie sull’eccentrico fisico americano erano carburante prezioso per le fantasie di molti di noi, alla ricerca di un’immagine anticonformista ma allo stesso tempo riconosciuta e apprezzata socialmente e lontana dagli stereotipi del nerd. Il mio percorso e quello dei miei amici di corso è stato poi variegato e di sicuro drasticamente diverso da quello di Feynman.
Rimane il fatto che l’inventore dei famosi diagrammi sullo scattering nella teoria quantistica dei campi, nonché premio Nobel nel 1965, padre delle nanotecnologie e suonatore di bongo professionista, è una delle icone della fisica moderna. Su questo punto sono completamente d’accordo con Freeman Dyson, allievo di Feynman, che in un articolo sul The New York Review of Books di qualche giorno fa, prende spunto dalla pubblicazione di due nuove biografie sul fisico americano per disegnarne un ampio ritratto sia scientifico che umano.
I due libri sono Quantum Man di Lawrence Krauss e Feynman di Jim Ottaviani, con illustrazioni di Leland Myrick. Per chi è interessato alla comunicazione della fisica sono due testi da leggere con grande attenzione. Il primo perché Krauss è un gran divulgatore. Il secondo perché il genere è inusuale nell’editoria scientifica ma di qualità: si tratta un fumetto scritto da un autore conosciuto anche in Italia grazie al volume Un pensiero abbagliante pubblicato da Sironi.
Molto interessante anche la recensione di Dyson, con resoconti in prima persona della sua interazione con Feynman e una valutazione complessiva sulla sua figura di scienziato. Secondo Dyson il più grande contributo di Feynman “non è legato a nessuna scoperta in particolare. Il suo vero apporto è stata la creazione di un nuovo modo di pensare che ha permesso a una grande moltitudine di studenti e colleghi, come me, di fare le proprie scoperte.”

 

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Quando l’Italia primeggiava nell’eccellenza scientifica

Ieri pomeriggio ho presentato il libro Il Miracolo Scippato di Marco Pivato. C’è stata una discussione interessante. Secondo Marco le ragioni della fine delle esperienze di eccellenza scientifica italiane negli anni ’60 vanno ricercate nella geopolitica e nella politica, nella guerra fredda e nelle lotte intestine dei partiti, che riflettevano un paese diviso, incapace di sostenere i valori laici della scienza, sostanzialmente conservatore. Da quel momento in poi la ricerca in Italia non si è più ripresa, fino ad arrivare alla situazione attuale, caratterizzata da condizioni strutturali non dissimili da quelle che hanno impedito circa quarant’anni fa di consolidare le imprese di Olivetti, Marotta, Mattei e Ippolito, i quattro casi analizzati ne Il Miracolo Scippato.
Qualcuno ha fatto notare che in realtà l’Italia del boom economico è stata capace di grandi riforme e che la spiegazione geopolitica non è sufficiente. L’analfabetismo scientifico, tanto della popolazione in generale quanto soprattutto della classe politica e imprenditoriale, completerebbe il quadro. Quest’ultima parte mi convince di meno. Non c’è nessuna relazione causale dimostrata tra i soldi spesi in ricerca scientifica e il grado di conoscenza scientifica e tecnologica dei non-esperti.

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Quello che abbiamo

Come sono attuali questi racconti di Richard Yates. Pubblicati la prima volta alla fine degli anni’70 descrivono le parabole di personaggi incapaci di fare pace con la realtà. Assomigliano a molte storie della mia generazione, la fascia d’età compresa tra i trenta e i quarant’anni collettivamente imbevuta di sogni di successo tanto grandiosi quanto illusori, alimentata da un delirio di onnipotenza a cui fa da inesorabile e comunaqe ingiusto controcanto il precariato lavorativo, affettivo, relazionale. Non è solo colpa nostra, certo, ma conviene sbrigarsi a prendere piena coscienza che il mondo non attende il nostro talento. Non voglio dire che bisogna smettere di desiderare, ma che i desideri, per trasformarsi in progetti, devono partire dalla realtà, non dalla versione che ci fa più comodo.
E prima o poi, con la realtà bisogna fare i conti. Più si rimanda e più si corre il rischio, come nelle storie di Yates, di diventare patetici, inautentici, soprattutto nei confronti di se stessi, e ostinatamente in attesa che l’occasione giusta cada dal cielo.
Due passaggi dalla prefazione di Giorgio Vasta esprimono molto meglio di me questi concetti.
Il primo, a proposito di due personaggi femminili del primo racconto: “Entrambe protese verso la realizzazione di questi salvifici obiettivi, non otterranno mai ciò che desiderano (o meglio che pretendono di desiderare) e resteranno per sempre così, mineralizzate, asintoticamente allungate verso un sogno del quale non possono – non vogliono – riconoscere la reale essenza di fata morgana.”
Il secondo: “i personaggi di Richard Yates vivono imprigionati (per nulla loro malgrado) nella condizione di chi non fa altro che desiderare ciò che non ha, intenti a ipotizzare escamotage per venirne fuori, dunque a progettare la propria infelicità”, rinunciando così a desiderare ciò che si ha per cercare, viceversa, una via praticabile di felicità.

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Letture di scienza per l’estate – Parte 2

Come promesso, John Horgan di Scientific American completa la sua lista di classici della scienza da leggere sotto l’ombrellone. La lista dei venti volumi selezionati questa settimana va dalla lettera K fino alla W e si aggiunge a quella della scorsa settimana (dalla A alla J).
Questa volta scelgo Great and Desperate Cures, un libro sull’ascesa e il declino della psicochirurgia e di altri trattamenti radicali della malattia mentale, come recita il sottotitolo.

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Letture di scienza per l’estate

John Horgan di Scientific American ha preparato una bella lista di libri di scienza, sia classici che novità, da leggere nei prossimi mesi. La scelta è ampia, dalla psicanalisi alla biologia evolutiva. In questo post trovate le prime 20 proposte. Horgan ha promesso che la settimana prossima ne farà altre venti. Io per il momento scelgo The Information, A History, di James Gleick, autore di best-seller come Caos. La nascita di una nuova scienza, BUR, Rizzoli, 2000.
Dell’ultima opera di Gleick aveva parlato molto bene anche Luca De Biase qualche tempo fa.

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Politicamente basagliani

Al Caffè San Marco di Trieste questa sera alle 18 e 30 la presentazione del volume “Basaglia politico”, scritto da Andrea Pertot e pubblicato da ablibio.

Dalla quarta:

“Ma perché Basaglia tornerebbe utile in una società definita post-moderna e post-ideologica, dove il permissivismo ha preso il posto dell’autoritarismo, dove il manicomio sembra non esistere più?”.

A stasera per qualche risposta.

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