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Recensione – The Death of Expertise

deathexpertise “Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli spiegatori e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini.”

È un estratto, disponibile sul sito del magazine IL del Sole 24 Ore, del libro The Death of Expertise, volume di cui si sta discutendo molto negli ultimi mesi soprattutto negli Stati Uniti. Recensito tra gli altri dal New York Times, The Conversation, Diplomatic Courier, il testo sarà disponibile in italiano nel 2018 ma la sua lettura è già stata consigliato dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni all’ultimo Forum di Cernobbio.

L’attenzione della politica non stupisce. Il libro scritto da Tom Nichols, professore di National Security Affairs all’US Naval War College di Newport, Rhode Island, affronta un tema cruciale per la tenuta delle democrazie liberali: il rapporto tra esperti e cittadini. Una relazione segnata da tensioni crescenti e ricorrenti, di cui Nichols cerca di esaminarne le ragioni e di indicare qualche possibile rimedio prima di un fatale collasso.

Sottotitolato The Camping Against Established Knowledge and Why It Matters, il volume indaga le principali forze in gioco impegnate nel ridurre il ruolo dell’expertise negli attuali processi di formazione dell’opinione pubblica.
Forze che promuovono la credenza, se non la pretesa, che qualunque opinione sia ugualmente valida e ogni prospettiva sia degna di considerazione, con conseguenze imprevedibili, perché, come scrive Nichols, “quando la democrazia è intesa come una richiesta indefinita di opinioni prive di fondamento, tutto diventa possibile, inclusa la fine stessa della democrazia e del governo repubblicano”. Il focus del libro è sugli Stati Uniti, ma gli esempi raccolti da Nichols per supportare la crescente avversione nei confronti degli esperti si ritrovano simili in molti altri paesi, Italia inclusa.

Nichols sottolinea subito che la resistenza alle autorità intellettuali della società statunitense ha radici profonde: il mito romantico della saggezza dell’uomo comune e del buonsenso del genio autodidatta non è mai tramontato oltre Atlantico. Lo aveva già sottolineato Alexis de Tocqueville quasi duecento anni fa nel classico La democrazia in America: la sfiducia nei confronti dell’autorità intellettuale è insita nella natura della democrazia oltreoceano.

Cosa è cambiato allora rispetto al passato? Primo, sostiene l’autore di The Death of Expertise, il fatto che i social media danno voce agli “spiegatori” come mai era accaduto finora. Secondo, non è tanto la riluttanza verso la conoscenza ufficiale a preoccupare, ma “l’emergenza di un’ostilità positiva nei confronti di tale conoscenza”, sempre più manifesta nella prevalenza delle emozioni sulla ragione, nella confusione della linea di separazione fra fatti, opinioni e vere e proprie menzogne, nel negazionismo sui vaccini e sul cambiamento climatico, e forse più di tutto, nell’elezione di Donald Trump. In altre parole, ci dice Nichols, gli esperti non sono mai stati troppo simpatici, ma almeno fino a non molto tempo fa, le chiacchiere da bar rimanevano tali e, al dunque, la professionalità di persone con decenni di lavoro alle spalle veniva riconosciuta.

Pur non avendo la profondità analitica di testi come L’assalto alla ragione di Al Gore o La Rivolta delle élite di Christopher Lasch, da poco riproposto da Neri Pozza in Italia, per non citare raccolte accademiche in ambito sociologico o recenti volumi di stampo filosofico come Scienza e democrazia di Pierluigi Barrotta, il libro è un’utile rassegna delle cause che hanno permesso nell’era di Internet la diffusione di una visione fiera e virtuosa dell’ignoranza. L’elenco è lungo.

In primo luogo, il saggista americano sottolinea il ruolo giocato dai pregiudizi mentali con cui giudichiamo i fatti, in particolare il bias di conferma, fenomeno cognitivo che ci spinge a ricercare, selezionare e interpretare informazioni che confermano le nostre convinzioni o ipotesi, e viceversa, a ignorare o sminuire quelle che le contraddicono. Se n’è parlato molto negli ultimi tempi anche grazie ai risultati delle scienze sociali computazionali applicate allo studio delle dinamiche comunicative sui social media. Le ricerche di Walter Quattrociocchi e del suo gruppo del Laboratory of Computational Social Science all’IMT di Lucca hanno ad esempio mostrato quanto la rete amplifichi la tendenza a circondarsi di persone che la pensano come noi e quanto siamo poco disponibili a considerare visioni del mondo diverse dalle nostre. I social si rivelano uno straordinario amplificatore del pregiudizio di conferma e portano alla formazione di camere di risonanza fortemente polarizzate che comunicano pochissimo tra di loro, le ormai famose echo-chamber.

Nichols denuncia poi la complicità dell’attuale sistema dell’istruzione superiore americano nel favorire l’indebolimento della relazione tra esperti e cittadini. A essere messa sotto accusa è la tendenza a considerare gli studenti universitari sempre più come clienti e non come persone a cui insegnare come comprendere la realtà nel senso più ampio possibile. Tale orientamento è il risultato dell’affermazione di politiche di privatizzazione finalizzate ad accaparrarsi più fondi e allievi possibili, secondo logiche di marketing e a scapito di una visione non utilitaristica della conoscenza e della formazione. Nichols cita come esempio dell’attuale deriva mercantilistica dei sistemi accademici l’eccessiva rilievo attribuito alle valutazioni degli studenti nei confronti dei professori. Un’attenzione che a suo modo di vedere alimenta l’idea di poter giudicare chi ne sa più di noi senza troppe remore. L’approccio orientato al consumatore legittima inoltre il ricorso alle emozioni quale ultima e incontestabile diga argomentativa contro l’evidenza di dei fatti. Ma l’università, ammonisce Nichols, non può essere ridotta semplicemente a un altro business e gli studenti non hanno sempre ragione.

Non può poi mancare nella lista il cosiddetto effetto Google, l’illusione di diventare esperti di qualunque argomento con veloci e superficiali ricerche su Internet. Fenomeno a cui è legato il declino del giornalismo tradizionale, messo in crisi da una concorrenza online basata su modelli di business che rendono sempre più raro il lento e costoso lavoro investigativo necessario per l’informazione di qualità e favoriscono, viceversa, clickbaiting e diffusione di fake news al solo scopo di generare rendite pubblicitarie più elevate.

Se su questi ultimi punti l’analisi non è particolarmente approfondita, la parte forse più originale del libro è quella in cui vengono individuate le responsabilità degli stessi esperti nell’erosione della fiducia nei confronti dell’expertise. Sul banco degli imputati non ci sono dunque solo “la società” o “i cittadini”, ma gli errori, le frodi, l’arroganza, il cinismo, la perdita di contatto con la realtà da parte dell’élite politica e intellettuale. Cosa possono fare allora gli esperti per cercare di evitare la secessio plebis? Nichols offre ai suoi colleghi diversi suggerimenti, ma quello principale è di contrastare scientificamente il pregiudizio di conferma, problema che riguarda tutti ma che ha effetti pesanti sulla credibilità istituzionale quando a esserne vittima sono manager, accademici, ricercatori, agenti della comunicazione, tecnocrati.

Nella descrizione del saggista americano, la combinazione di tutti questi fattori crea un vortice di irrazionalità che indebolisce una delle basi su cui si fonda la democrazia: la fiducia nei confronti del sapere certificato. Quando questo accade, conclude Nichols, non solo diventa impraticabile il funzionamento di società complesse, ma la democrazia stessa entra in una spirale mortale che portare al populismo o alla tecnocrazia, entrambi esiti autoritari del collasso del rapporto tra esperti e non-esperti.

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Se fa male la cancello, il ritocco della memoria*

rimozione-ricordi-dolorosi “Grazie a questi studi un giorno potremo liberarci per sempre delle nostre paure con una singola dose di farmaco”, ha scritto recentemente sul New York Times Richard Friedman, direttore della clinica psicofarmacologica della Weill Cornell Medicine negli Stati Uniti. Friedman fa riferimento ai lavori dell’olandese Merel Kindt, docente di psicologia clinica sperimentale all’Università di Amsterdam, la quale, come testimoniato in un ampio resoconto pubblicato agli inizi di maggio sulla rivista The New Republic, sta fornendo negli ultimi anni le prove scientifiche più rilevanti a sostegno di trattamenti farmacologici in grado di fronteggiare definitivamente traumi e brutti ricordi.

Mai più paura dei ragni per chi soffre di aracnofobia. Mai più paura dell’altezza per chi soffre di acrofobia. E così via. Fino a rendere innocui i ricordi dolorosi alla base delle sindromi post-traumatiche da stress e dei disturbi d’ansia. E tutto grazie alla somministrazione del propranololo, medicinale normalmente usato per trattare l’angina pectoris e l’ipertensione arteriosa. I risultati sui volontari umani hanno destato clamore per la loro apparente efficacia. Molti scienziati invitano però alla cautela, non solo perché i trattamenti sperimentati da Kindt e altri sono ancora lontani dall’entrare nella pratica clinica ordinaria, ma anche per gli interrogativi etici da essi sollevati.

Sta di fatto che, come spiega a pagina99 Andrea Lavazza, neuroeticista del Centro universitario internazionale di Arezzo e autore con Silvia Inglese di Manipolare la memoria. Scienza ed etica della rimozione dei ricordi (Mondadori Università), “al di là degli annunci a volte sensazionalistici, una frontiera è stata aperta e si tratta di una frontiera importante”.
“Tentativi di trattamento dei disturbi post-traumatici da stress (anche se allora non si chiamavano così)”, osserva Lavazza, “furono condotti dopo il primo conflitto mondiale: già allora era molto chiaro quanto i soldati potessero rimanere sconvolti dall’esperienza della guerra. All’epoca furono svi-luppati protocolli basati su terapie psicologiche. L’idea di manipolazione chimica della memoria è molto più recente e si basa sull’ipotesi che è possibile rendere i ricordi dolorosi meno disturbanti o addirittura di rimuoverli”.

Al filone di ricerca che privilegia la possibilità di diminuire l’intensità emotiva di un ricordo senza cancellarlo appartengono gli studi di Merel Kindt. La psicologa olandese e i suoi colleghi hanno usato il propranololo per alterare i cosiddetti processi di riconsolidamento di esperienze ad alta salienza emotiva in una fase in cui i ricordi a esse associati sono particolarmente labili. Contrariamente a quanto si è creduto per molti anni, la memoria a lungo termine potrebbe infatti non essere immutabile nel tempo. “Oggi abbiamo prove”, continua Lavazza, “che ogni qualvolta una traccia mnestica viene riattivata e portata alla consapevolezza, essa va incontro a un periodo di instabilità momentanea, durante la quale può essere rielaborata o modificata intervenendo opportunamente con mole-cole che interferiscono con i complessi processi neurobiologici implicati”.

Lavazza è tra coloro che mettono in guardia dai facili entusiasmi. “Per prima cosa”, afferma lo studioso, “bisogna ricordare che le ricerche di Kindt sono fatte in laboratorio su pochi volontari e per il momento non sono previste applicazione mediche. Inoltre, non c’è accordo nella comunità scienti-fica sulla capacità da parte di molecole come il propranololo di attenuare davvero la portata emozionale dei brutti ricordi.”

Tra le tecniche più attuali e promettenti finalizzate invece a rimuovere definitivamente eventi spia-cevoli del passato e non a renderli semplicemente più innocui, si possono segnalare l’uso di gas anestetici o di farmaci che, bloccando alcuni gruppi di proteine, potrebbero indebolire le connessioni cerebrali che si instaurano in seguito a un trauma. Un esempio significativo di quest’approccio è de-scritto in un articolo pubblicato su Science nel 2010 frutto del lavoro di un gruppo di neuroscienziati guidati da Richard Huganir, codirettore del Brain Science Institute alla Johns Hopkins University.

La frontiera nei tentativi di cancellare o modificare la struttura dei ricordi traumatici è infine rappresentata dall’optogenetica, un metodo d’avanguardia in grado di attivare e disattivare specifici neuroni modificati geneticamente usando solo un impulso di luce. Tra le tante sue applicazioni, l’optogenetica consente di identificare gli specifici circuiti neurali coinvolti nei meccanismi alla base della paura cronica.

Rimane da chiedersi se tutti questi sforzi siano accettabili sul piano etico. Secondo i critici, si corre il rischio di snaturare il concetto stesso di identità umana, basata essenzialmente sui ricordi, belli o brutti che siano. “Credo che nessuno scienziato abbia come suo obiettivo la cancellazione delle memorie”, precisa Lavazza. “Lo scopo primario è comprendere meglio il funzionamento del cervello e cercare di alleviare il dolore di persone che soffrono per traumi legati a brutti ricordi. Le manipolazioni chimiche ci danno una possibilità insperata di dimenticare specifici momenti della nostra vita, pur con forti limiti, anche teorici, legati al fatto che i nostri ricordi più importanti sono fortemente in-trecciati tra loro. Fino a poco tempo fa eravamo rassegnati al fatto che fosse impossibile manipola-re la memoria, che di ricordare in un certo senso ci ‘capitasse’. Oggi cominciamo a capire che può non essere così”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 25 giugno 2016.

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come sciogliere le cinghie che legano i nostri pazienti*

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87 ore legato a un letto d’ospedale. Quasi quattro giorni sedato, senza cibo, senz’ acqua. Con le caviglie e i polsi stretti ininterrottamente da cinghie, mai visitato, mai curato, mai neanche lavato. È l’ultimo scampolo di esistenza, tra il 31 luglio e il 4 agosto 2009, del cinquattottenne maestro elementare Francesco Mastrogiovanni all’interno del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania. È lo iato tra la legge più innovativa al mondo nell’assistenza alle persone con disturbi mentali e l’attualità di una delle pratiche per eccellenza della logica manicomiale: la contenzione. Il caso Mastrogiovanni, raccontato di recente in un documentario della regista Costanza Quatriglio mandato in onda su Rai Tre alla fine del 2015, è solo il più noto dei “crimini di pace” consumato all’interno di una istituzione pubblica italiana in nome di una domanda di controllo che nulla ha a che fare con l’assistenza e la cura.

Nonostante la legge 180, che nel 1978 sancì per la prima volta al mondo il superamento dei manicomi, la contenzione nel nostro Paese è pratica diffusa in gran parte dei servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura (Spdc). Lo ha denunciato lo scorso aprile 2015 il Comitato Nazionale per la Bioetica ribadendo che “’uso della forza e la contenzione meccanica rappresentano in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona”. Anche a livello internazionale la lotta al superamento di ogni forma di segregazione in psichiatria è un tema portante, come risulta ad esempio dal progetto dell’Oms QualityRights, elaborato per migliorare la qualità ed il rispetto dei diritti delle persone con disturbo mentale nei servizi sanitari.

Tali richiami sono in linea con l’azione di sensibilizzazione promossa in questi anni dal Forum Salute Mentale, associazione di persone impegnate nel cambiamento delle istituzioni psichiatriche. Fin dalla sua nascita nel 2003, il Forum ha individuato nella denuncia delle violazioni dei diritti umani uno dei suoi motivi qualificanti. Un impegno costante concretizzatosi nelle scorse settimane nel lancio, insieme a un ampio cartello di associazioni, di una campagna nazionale per l’abolizione della contenzione presentata lo scorso 21 gennaio a Roma, nella Sala del Senato Santa Maria in Aquiro.

“La nostra azione”, spiega a Pagina99 Giovanna Del Giudice, presidente dell’associazione Conferenza Basaglia e tra le promotrici dell’iniziativa, “vuole innanzitutto denunciare l’uso routinario di cinghie, lacci, fascette o altri mezzi simili, più o meno sofisticati, nei servizi psichiatrici. Sono pratiche incivili, inumane e degradanti, ma usuali e sommerse, di cui gli operatori non parlano, se non quando sono costretti in relazione a un incidente.” Anche sul piano giuridico, la Costituzione non lascia dubbi sull’illeicità della contenzione. L’articolo 13 sancisce che non “è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.”

A parole la maggior parte degli operatori sono d’accordo che legare le persone non risponde ad alcuna ragione terapeutica. La realtà dei fatti è però molto diversa, anche se non si hanno evidenze trasparenti perché in Italia non ci sono molti studi sistematici sul tema della segregazione e delle limitazioni delle libertà personali in ambito psichiatrico. Tra essi rimane un punto di riferimento un lavoro del 2001 dell’Istituto Mario Negri di Milano sulle pratiche negli Spdc. Le conclusioni della ricerca mostravano, tra le altre cose, che in più del 50% dei servizi presi in esame non esisteva un “registro delle contenzioni” e nel 44% dei casi non erano disponibili linee guida sul tema. Nel 2005 la ricerca “Progress Acuti”, promossa dall’Istituto Superiore di Sanità, con tutte le regioni italiane coinvolte tranne la Sicilia, rilevava che solo il 15% degli Spdc operava con le porte aperte. Su 285 reparti presi in esame, 200 dichiaravano di fare ricorso alla contenzione e di usare un camerino di isolamento.

La campagna promossa dal Forum Salute Mentale vuole rompere la cristallizzazione di un sistema che troverebbe nell’establishment psichiatrico la sua capacità di persistenza. “Il tema della contenzione”, continua Del Giudice, autrice del libro “…E tu slegalo subito”, pubblicato nel 2015 da Edizioni Alpha Beta Verlag, “è stato inevitabile da affrontare poiché sono nati movimenti civici che hanno sentito il bisogno di reagire di fronte a morti ‘non silenziate’ come quella di Mastrogiovanni o dell’ambulante Giuseppe Casu nel 2006 a Cagliari. I familiari delle vittime, associazioni varie e altri cittadini hanno iniziato a chiedere verità e giustizia e hanno sottratto la discussione alle lobby degli specialisti.” Si spiega forse così come mai tra i firmatari dell’appello contro la contenzione ci siano, almeno per il momento, pochi operatori psichiatrici, a fronte di numerose adesioni di intellettuali, accademici, professionisti, giornalisti, operatori della sanità territoriale e delle cooperative.

Le tecniche di immobilizzazione fisica o di contenimento comportamentale attraverso psicofarmaci non riguardano però solo la psichiatria. Le iniziative presentate a Roma lo scorso gennaio, tra cui la proposta di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta, si allargano non a caso ad altri ambiti e si estendono a tutti quei soggetti che in relazione a malattia, età, condizione sociale, perdono o diminuiscono in modo significativo la propria capacità contrattuale. Uno degli scopi della campagna è informare i cittadini di quello che accade negli istituti per anziani o nei luoghi che ospitano i bambini, gli adolescenti con disabilità o problemi di salute mentale, le persone affette da problemi di tossicodipendenza, i detenuti in generale. In situazioni di ricovero o di istituzionalizzazione, queste persone, perché “indebolite”, perché i loro legami sociali e familiari sono labili o assenti, perché diminuita è la loro capacità cognitiva, subiscono in maniera massiccia, o rischiano di subire, pratiche di contenzione.

Anche di queste situazioni se ne parla solo quando irrompe la cronaca nera o giudiziaria, come nella recente vicenda di maltrattamenti nei confronti di bambini con disabilità psichiche ospitati in una comunità alloggio a Licata, in provincia di Agrigento. Il caso è venuto alla luce a metà gennaio e secondo quanto riportato dai giornali locali i piccoli ospiti erano “sottoposti a punizioni, nutriti con alimenti scaduti, e in alcuni casi legati con delle catene di ferro”. “Di fronte a orrori come questo”, conclude Del Giudice, “vogliamo anche testimoniare che si può fare a meno di legare le persone in cura. Il 15% degli Spdc in cui non viene immobilizzato nessuno ci dice che è possibile curare nel rispetto della dignità e dei diritti e ci dice qual è la direzione giusta. Per affrontare ed abolire la contenzione bisogna guardare non tanto al luogo in cui viene praticata ma soprattutto al paradigma che fonda l’agire terapeutico, agli stili operativi, al modello organizzativo dei servizi. Se permane il modello dell’incurabilità, dell’incomprensibilità, della pericolosità della persona con disturbo mentale, sembra possibile arrivare a legare, in particolare quando la terapia farmacologica non funziona. Se il paradigma è viceversa quello della deistituzionalizzazione, dello spostamento del focus dalla malattia all’esistenza-sofferenza dell’altro, della centralità della persona inserita in un contesto sociale, allora il confronto è con un soggetto, nella sua unicità e complessità, con la sua rete sociale e familiare. In termini pratici questo vuol dire costruire servizi aperti, azioni nelle case, progetti di cittadinanza. Vuol dire riconoscere la sofferenza quando emerge nel territorio e significa operare per mantenere le persone negli ambiti naturali di vita. Curare non è soltanto attenuare i sintomi, è modificare il modo in cui le persone sentono la sofferenza e insieme intervenire nella concretezza della vita quotidiana”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 20 febbraio 2016.

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la legge morale nei nostri neuroni*

legge morale neuroni Kathinka Evers è una filosofa svedese esperta di neuroscienze il cui percorso non è facilmente inseribile negli schemi della tradizione accademica. Partendo dalla logica e dalla fisica, il suo interesse si è successivamente allargato a una riflessione nella turbolenta zona di confine tra scienze del cervello, filosofia morale, etica e sociologia. Evers svolge un’influente attività di ricerca espressa recentemente in un articolo-manifesto pubblicato alla fine del 2015 sul magazine letterario 3:AM, simbolo della controcultura londinese degli anni Zero. Evers si muove sulla frontiera della cosiddetta neuroetica, giovane e controversa disciplina che da un lato indaga e riflette sulle implicazioni etiche e giuridiche della ricerca neuroscientifica, dall’altro mira a comprendere le basi cerebrali dei comportamenti morali. Il peso del punto di vista della filosofa svedese deriva dalla sua carica di codirettrice dello Human Brain Project (HBP), una delle più ambiziose iniziative di neuroscienze mai intraprese a livello mondiale. Selezionato dalla Commissione europea nel 2013 tra i due i due progetti “faro” su cui l’Unione ha deciso di investire più di un miliardo di euro fino al 2023, l’HBP ha lo scopo di simulare attraverso un supercomputer il funzionamento completo del cervello umano: un obiettivo scientifico e tecnologico mastodontico che fornisce allo stesso tempo un esempio concreto dei nodi attuali tra neuroscienze e filosofia.

“È abbastanza ovvio immaginarsi che tipo di interrogativi susciterà un cervello umano simulato, se mai verrà realizzato”, afferma la studiosa dell’Università di Uppsala. “Essi riguarderanno la sfera personale, sociale ed etica (ad esempio, se si decide di interrompere il funzionamento di un cervello simulato è possibile “ucciderlo” in un modo potenzialmente pertinente sul piano morale?)”. Per rispondere a queste domande entra in gioco la neuroetica, che avrebbe gli strumenti concettuali per disinnescare il rischio di trasformare gli ambiziosi progetti sul cervello in potenziali minacce e paure per gli individui e la collettività, presunte o reali che esse siano.

“In realtà”, come spiega a pagina99 Stefano Canali, filosofo delle neuroscienze alla Sissa (Scuola internazionale superiore di studi avanzati) di Trieste, “siamo ancora molto lontani dall’avere a disposizione cervelli sintetici. Le simulazioni dell’HBP potranno riguardare a breve meccanismi fisiologici precisi o specifici disturbi neurologici. Altra cosa è usare queste macchine per comprendere i comportamenti morali, come forse pretenderebbero alcuni fautori dello Human Brain Project”. Un’ambizione che si scontra con un nodo filosofico di fondo: il fatto che, continua Canali, “per realizzare le nostre esperienze coscienti e soprattutto mediare le azioni morali il cervello ha bisogno di un corpo e di poter interagire con altri individui, abitando e allo stesso tempo costruendo e modificando insieme ad essi uno spazio di simboli e valori”.

È un aspetto che il progetto europeo del supercomputer sottovaluterebbe, ma che rappresenta efficacemente la direzione in cui, secondo Evers e colleghi, dirigere più incisivamente gli sforzi di ricerca nei prossimi anni: verso la neuroscienza dell’etica, un’area dove i dati neurologici e la riflessione filosofica s’incontrano su temi fondamentali come il libero arbitrio, l’autonomia, l’autocontrollo, i processi decisionali, la responsabilità, il conflitto tra ragione ed emozione.

Quali sono le basi neuronali del nostro senso morale? Come funziona il nostro cervello quando eseguiamo atti che associamo alla libera scelta? Sono interrogativi che hanno trovato diritto di cittadinanza scientifica grazie agli impetuosi sviluppi delle neuroscienze degli ultimi decenni. “Gli studi sul cervello”, afferma Canali, ideatore e organizzatore di una scuola di formazione in neuroetica tra le poche attività strutturate in quest’ambito nel nostro paese, “hanno dimostrato che linguaggio, memoria, emozioni, percezioni, controllo volontario del comportamento sono sistemi funzionali semi-indipendenti tra di loro, seppur integrati. La dissoluzione dell’integrità dell’Io rende assai problematica l’indagine sulla natura e il funzionamento dell’agente morale. A quale parte della nostra mente dobbiamo attribuire la responsabilità morale? Ad esempio è possibile che una lesione o una malattia, ma anche eventi traumatici o stress protratti compromettano i sistemi cerebrali che permettono il controllo volontario del comportamento. In questo caso, gli altri apparati funzionali possono continuare a operare normalmente, compreso quello che media le reazioni emotive. Può così accadere che un comportamento impulsivo, violento o immorale, non venga frenato anche quando la persona riconosce la sua inappropriatezza e desidera inibirlo”. Non è difficile comprendere la complessità delle implicazioni etiche e giuridiche che emergono in queste situazioni.

Al di là di casi estremi, le neuroscienze attuali stanno dimostrando che gli eccessi di stimoli, i sovraccarichi di microscelte, il multitasking, sembrano erodere il controllo volontario del comportamento e le capacità empatiche, mettendo costantemente a rischio le nostre competenze morali. Si pensi ad esempio alle moltiplicazioni delle interazioni digitali, all’overload informativo sul web, alle sollecitazioni appettitive a cui siamo sottoposti nei corridoi di qualsiasi supermercato. Sono tutti processi che richiedono al cervello dosi cospicue di risorse computazionali e anche tempi congrui di elaborazione. Al contrario oggi è però richiesta una velocità di analisi che può interferire con le modalità con cui interpretiamo i segnali emotivi propri e altrui. Di conseguenza i sovraccarichi cognitivi possono farci agire in modo eticamente problematico: ad esempio non prestando aiuto a qualcuno in difficoltà, manifestando apertamente un pregiudizio, agendo in modo esclusivamente utilitaristico e con questo causando danno ad altri.

La neuroetica a questo proposito sottolinea come gli studi sperimentali stiano rivalutando in termini scientifici il peso della società nella responsabilità etica personale. A rinnovare profondamente e rendere dirompenti gli interrogativi sul libero arbitrio è stato poi soprattutto lo sviluppo delle cosiddette tecniche di neuroimaging, in grado di misurare la relazione tra attività di determinate aree celebrali e specifiche funzioni.

In Italia, negli ultimi anni diversi testi hanno affrontato questi temi. Tra essi si possono segnalare Neuroetica. La morale prima della morale, edito da Raffaello Cortina nel 2008 e scritto da Laura Boella, filosofa dell’Università di Milano, e più recentemente Lo spazio della responsabilità, pubblicato nel 2015 da Il Mulino e curato da Marina Lalatta Costerbosa dell’Università di Bologna. Sono opere in cui ripetutamente si invita alla prudenza quando ci si trova di fronte ai risultati che provengono dalle tecniche di neuroimmagini, vale a dire dalle metodiche per la rappresentazione del sistema nervoso e in particolare del cervello. Tali volumi ne chiariscono limiti e ambiti d’applicazione richiamandosi a una convergenza di saperi e competenze plurali.

È un approccio che risuona con l’appello generale del manifesto di Kathinka Evers a una feconda e necessaria interdisciplinarietà di cui la neuroetica si dovrebbe fare portavoce, sia “per contribuire a una migliore definizione degli oggetti della ricerca neuroscientifica, sia per tentare di rendere sperimentalmente indagabili i problemi che la filosofia affronta da millenni soltanto in modo astratto. Questo servirebbe a far luce su concetti impervi per la scienza ed elusivi per la filosofia”, conclude Canali.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 23 gennaio 2016.

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Ecco perché il calcio è sacro*

Football Fans Gather On Beach In Rio To Watch Argentina v Netherlands Semifinal Match Lo scriveva già Pasolini quando nei Saggi sulla letteratura e sull’arte affermava che il “calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione”. Il genio analitico dell’intellettuale friulano trova oggi conferma nelle più recenti teorie scientifiche sulla religione, come quella dell’antropologo britannico Harvey Whitehouse. In un intervento sull’ultimo numero del magazine Nautilus, rivista sostenuta dalla Templeton Foundation e presentata come una sorta di New Yorker della comunicazione della scienza, lo studioso, in forze all’Università di Oxford, espone la sua visione sulle radici delle credenze religiose. Secondo Whitehouse, più che il bisogno di trovare risposte alle domande profonde di senso, la fede nel soprannaturale nasconde la necessità di creare legami personali e di definire un senso di appartenenza a una comunità per cui valga la pena vivere e sacrificarsi, come accade nei tifosi di calcio per la squadra del cuore.

Whitehouse ha sviluppato una teoria della religione basata sul potere che hanno i rituali nel favorire la coesione di gruppo. Per chiarire i punti cardini della sua teoria sfrutta l’analogia con quanto si vede negli stadi di tutto il mondo. “Ci sono molte situazioni che non hanno a che fare con dilemmi esistenziali”, spiega lo studioso britannico, “ma che ispirano spiegazioni soprannaturali. Probabilmente la più comune è quella dei rituali effettuati in contesti con un certo rischio di fallimento. Molte persone ad esempio vanno a vedere le partite di calcio sempre con gli stessi pantaloni e magliette perché le ritengono dei portafortuna. O si pensi ai gesti ripetitivi dei giocatori prima di tirare un calcio di rigore”. In altre parole, le esibizioni ritualistiche a cui assistiamo in uno stadio non sono differenti da quelle esplicite che si vedono nelle cerimonie in chiesa o in una moschea. Di conseguenza, la sacralità associata a una confessione religiosa non è diversa da quella che i tifosi attribuiscono alla propria squadra.

È probabile che le tesi di Whitehouse possano risultare irriverenti a molti fedeli, ma le sue argomentazioni sono basate su un’imponente raccolta di dati accumulati negli anni e inseriti in un quadro concettuale altamente interdisciplinare in cui convergono archeologia, etnografia, storia, psicologia evolutiva e scienze cognitive. Il calcio è solo un esempio per spiegare che le credenze nel soprannaturale derivano da cerimonie e legami preistorici. Gli interessi di Whitehouse per la religione risalgono agli anni ottanta del secolo scorso, quando ha iniziato a studiare i riti tradizionali della Papua Nuova Guinea.

L’antropologo di Oxford ha raccolto per anni evidenze archeologiche di rituali complessi e cerimonie di iniziazione traumatiche praticate per fondere in modo indissolubile l’identità dell’individuo con la comunità di appartenenza. Le prove consistono in materiali e oggetti che testimoniano le diverse accezioni con cui si interpreta oggi il fenomeno religioso: pendagli, monili, collane e altri materiali raccolti in vari siti sparsi nel mondo, dal Sud America all’Africa, rivelano ad esempio la fiducia nella vita dopo la morte o suggeriscono l’esperienza di stati alterati della coscienza. Le tracce di tali pratiche le ritroviamo oggi anche nelle religioni istituzionalizzate, nelle preghiere quotidiane dei musulmani o nella frequentazione della messa da parte dei cristiani almeno una volta alla settimana.

Le ricerche di Whiteouse fanno parte di una corrente di studi che cerca di spiegare la religione con la scienza. L’antropologo britannico è uno dei principali esponenti internazionali di un settore interdisciplinare che vuole chiarire diversi aspetti del fenomeno religioso facendo ricorso alle scienze cognitive e a un approccio evolutivo. È in questo milieu culturale che si inserisce uno dei testi più controversi degli ultimi anni sul rapporto tra scienza e fede, il libro L’illusione di Dio, del biologo Richard Dawkins, pubblicato in Italia da Mondadori nel 2007. Dawkins, dichiaratamente ateo e brillante divulgatore, propone numerose ipotesi evoluzionistiche che avrebbero portato gli esseri umani a credere in esseri soprannaturali: una delle più consolidate è quella che lega il pensiero religioso a un maggior sviluppo cognitivo. Il volume dello scienziato britannico è diventato un manifesto per i movimenti atei di mezzo mondo perché non si limita a fornire argomentazioni scientifiche a favore della sua tesi, ma si scaglia veementemente contro la religione, ritenuta pericolosa, causa di guerre, conflitti e azioni atroci, nonché un insulto alla dignità umana. Il testo rivendica viceversa l’orgoglio di essere atei, segno di indipendenza, salute e di una coscienza superiore. Esplicitamente Dawkins vuole fare proseliti al contrario. È inutile sottolineare che il libro è stato al centro di polemiche feroci e reazioni diametralmente opposte.

In un terreno più accademico e un po’ più sereno si colloca di recente quella che alcuni critici considerano l’opera più ambiziosa sullo studio delle mitologie dopo i lavori di Mircea Eliade, storico delle religioni rumeno considerato l’inventore della ricerca moderna nel settore. Stiamo parlando del volume The origins of the World’s Mythologies, scritto da Michael Witzel dell’Università di Harvard e pubblicato dalla Oxford University Press nel 2013. Il libro, in quasi settecento pagine, fornisce una solida base empirica sull’origini dei miti nel mondo attingendo a dati ricavati dall’archeologia, della linguistica comparativa e dalla genetica delle popolazioni. La tesi di Witzel è che esiste un’unica fonte comune africana da cui hanno origine i nostri miti collettivi. Essi non sono solo le prime evidenze di spiritualità antica ma, molto più significativamente, hanno una serie di caratteristiche essenziali che sopravvivono ancora oggi nelle principali religioni del mondo.

I lavori di Witzel e Whitehouse rappresentano alcuni degli sforzi più recenti e rilevanti di una comunità di studiosi che vuole rendere la storia delle religioni sempre di più una scienza empirica. Si tratta di un approccio che non ha necessariamente l’effetto di esacerbare il conflitto fra credenti e atei. Come spiega Whitheouse, “non penso che la scienza sarà mai in grado di dimostrare se Dio esiste o no. Questo rimarrà sempre una questione di fede. I credenti dovrebbero però essere aperti alla possibilità che alcuni fenomeni che ritengono misteriosi sul senso della vita o sul mondo possano in realtà essere spiegate dalla scienza. Allo stesso tempo credo che molto di quello che riguarda la vita umana vada oltre gli scopi dell’indagine scientifica”.

*Quest’articolo è stato pubblicato sul sito web di Pagina99we del 28 settembre 2014.

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Recensione – Il testo digitale

Da una parte il libro, come oggetto, merce, rappresentazione della realtà, cultura, punto di raccordo delle comunità, ma soprattutto luogo d’elezione incontrastato della lettura e della scrittura fino a quando a farla da padrone era la carta. Dall’altra il testo digitale, sempre più libero dai vincoli dei supporti materiali, sempre meno confrontabile con la pagina stampata.
Nel suo saggio pubblicato da Apogeo nel 2010, Alessandra Anichini descrive la fine di una coincidenza data per scontata per gli abitanti del mondo pre-digitale, un’identificazione tanto invisibile quanto efficace: quella fra libro cartaceo e testo, fra libro di carta e lettura.
Con stile semplice, approccio storico e numerosi esempi, in sette capitoli ben concepiti e accessibili a tutti, la ricercatrice dell’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica, svela un vaso di Pandora.
L’epoca digitale ci regala processi di lettura e scrittura che si allargano, si espandono, “aumentano” e infine si trasformano. E così scopriamo che il libro è molto di più del suo supporto e che la sua sopravvivenza non è messa in discussione se si riesce, come stanno facendo gli editori più avveduti, ad astrarne e preservarne le qualità tradizionali abilitando allo stesso tempo nuove possibilità.
Le tecnologie digitali ci permettono, come spesso accade per le innovazioni legate a Internet e derivati, percorsi che probabilmente avremmo da sempre voluto esplorare e praticare, se solo avessimo potuto. Non mancano nella storia dell’editoria, ad esempio, esperimenti di condivisione e ampliamenti dei testi simili a quelli resi possibili oggi, con poco sforzo, dagli ereader. Fino ad ora si era trattato però di esperienze limitate, faticose, costose, per esigenze specifiche. Il libro cartaceo ci sembrava il migliore dei mondi possibili, da leggere e da scrivere. Alessandra Anichini ci mostra che non è così, con argomenti fondati e comprensibili, mettendoci al riparo dalle suggestioni del marketing e portando anche i lettori di carta più tenaci a confrontarsi e mettersi in discussione di fronte a ebook, ereader, etext.
Suggerisco la lettura di questo saggio anche perché fa riflettere, in un’ultima analisi, sul rapporto tra tempo e conoscenza e sullo sforzo dell’uomo per rendere questa relazione significativa, inserita in un percorso di senso mediato dalla tecnologia editoriale, che da una parte non si trasformi in ossessione per il sapere, dall’altra non ceda alle sirene del disincanto dell’ignoranza.

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Letture di scienza per l’estate – Parte 2

Come promesso, John Horgan di Scientific American completa la sua lista di classici della scienza da leggere sotto l’ombrellone. La lista dei venti volumi selezionati questa settimana va dalla lettera K fino alla W e si aggiunge a quella della scorsa settimana (dalla A alla J).
Questa volta scelgo Great and Desperate Cures, un libro sull’ascesa e il declino della psicochirurgia e di altri trattamenti radicali della malattia mentale, come recita il sottotitolo.

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