Archive for the ‘Studi su scienza e tecnologia’ Category

C’è bisogno di un’altra epistemologia per il giornalismo scientifico

Domenica scorsa, su La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, Andrea Grignolio ha scritto un bel pezzo sulla disinformazione nei confronti delle vaccinazioni.
Sono sempre di più le persone che decidono di non vaccinarsi richiamandosi a teorie pseudoscientifiche propagandate dalla rete. Teorie che trovano un fertile terreno di diffusione nella retorica di movimenti naturisti, convinti della necessità di ritornare a un non meglio precisato tempo della felicità primordiale, con tanto di testimonial d’eccezione come Romina Power e Irene Bignardi.

L’articolo e l’argomento trattato da Grignolio sono l’occasione per me di ritornare a riflettere su un tema che da un po’ di tempo mi sta particolarmente a cuore. La discussione sui vaccini è un esempio molto chiaro del fatto che il giornalismo scientifico ha a che fare molto da vicino con quello che una società considera vero.

È vero che c’è una relazione tra autismo e vaccini? No. La comunità scientifica è unanime su questo punto. Non ci sono dubbi. Eppure proliferano siti web che, con argomentazioni non fondate empiricamente, sostengono il contrario e che trovano sempre più seguaci.
Evidentemente c’è una profonda differenza tra cio che è vero e il consenso sociale che si crea attorno a una certa verità. Questo ovviamente vale in generale, ma forse nel caso delle affermazioni scientifiche si può rimanere più colpiti da questa distanza perché, al di là di distorsioni e limiti che pure esistono, la scienza rimane una disciplina profondamente dedita alla verità.

Nel caso delle vaccinazioni, così come per i cambiamenti climatici, per la teoria dell’evoluzione e per molte altre questioni dibattute socialmente, la stragrande maggioranza dei ricercatori la pensa allo stesso modo, almeno sugli aspetti essenziali. Qual è allora la ragione per cui si afferma un consenso sociale attorno a “verità” molto distanti dai pronunciamenti degli scienziati? È tutta colpa della rete e dell’ignoranza?

La mia opinione, e vengo al dunque di questo post, è che il giornalismo scientifico tradizionale, e il suo metodo, non sono più sufficienti per reagire adeguatamente alla diffusione di bufale scientifiche clamorose che fra l’altro hanno sempre più spesso risonanza politica: c’è bisogno di una nuova epistemologia per il racconto giornalistico sulla scienza, un nuovo modo per raggiungere una conoscenza certa su qual è la conoscenza che merita di essere creduta.

L’informazione tradizionale sulla scienza ha procedure molto codificate. Le fonti principali sono i paper pubblicati su riviste con peer-review. Nell’epoca dei media broadcasting e di una visione neopositivista della scienza, gli articoli dei ricercatori erano sostanzialmente “prove” inattaccabili e rispondevano egregiamente alle logiche di funzionamento e di attribuzione di autorevolezza della comunicazione da “uno a molti”. Erano un riferimento di attendibilità e imparzialità che non aveva uguali in altri generi dell’informazione.

Nel bene e nel male, anche per questo motivo, il giornalismo scientifico ha costituito un’anomalia nel panorama della comunicazione di massa. Il prezzo pagato per l’elevata obiettività basata su fonti così pregiate è stata la marginalizzazione in un genere specialistico, spesso un compiaciuto isolamento. Percepito dagli altri giornalisti come modello inarrivabile e privilegiato di fare informazione, al giornalismo scientifico sono stati concessi i benefici di chi è rinchiuso in una gabbia d’oro. Il racconto giornalistico della scienza ha quasi sempre coinciso con la rappresentazione fornita da riviste con elevato impact factor di come la ricerca sforna nuove conoscenze. Una prospettiva cruciale, certo. Ma anche un punto di vista limitato. Tutte le altre dimensioni della scienza, quella culturale, economica, etica, sociale, necessariamente contenute negli angusti spazi a disposizione nei mezzi di comunicazione di massa, sono esplosi con il web e sono andati appannaggio dei più diversi portatori d’interesse. La mia impressione è che il giornalismo scientifico tradizionale si è trovato con pochi mezzi a disposizione per reggere quest’onda d’urto e con poca voglia di metterli in discussione. Spesso i giornalisti scientifici si sono rinchiusi ancora di più nella difesa del fortino razionalista di cui si sentono beneficiari, continuando a usare le pratiche del passato in un ambiente di lavoro molto diverso, sia socialmente che mediaticamente, popolato da cellule dormienti dell’antiscientismo a cui la rete ha dato un insperato diritto di cittadinanza.
Se la rete ha una colpa quindi è stata quella di svelare da una parte l’inganno di far coincidere l’informazione sulla scienza con la cronaca delle scoperte, dall’altra di rivelare l’inadeguatezza delle procedure con cui i giornalisti scientifici producono conoscenza e informazione rispetto a quanto è richiesto dalle dinamiche del web.

Per ritornare all’esempio iniziale, la risposta alla disinformazione sui vaccini non può più essere solo una citazione più precisa o un riferimento a una letteratura ancora più solida che confermi al di sopra di ogni ragionevole dubbio che non esiste un link tra vaccino a autismo, come peraltro fa meritoriamente Andrea Grignolio. Questa reazione non vede la rete come possibilità di costruzione di una nuova epistemologia del giornalismo. Non basta più dire “so quello che so perché è stato pubblicato un paper scientifico su quell’argomento”. E se questo non è più sufficiente per il giornalismo scientifico non è difficile immaginare quanto sia grosso il rischio di un ulteriore indebolimento per gli altri generi dell’informazione.

Non ho il nuovo metodo in tasca. Non ho questa presunzione. Ci sono però forse delle direzioni promettenti in cui intraprendere una strategia di ricerca efficace.
La prima è quella di guardare alla rete come un luogo che dà molte più possibilità rispetto al passato di avvicinare il lavoro del giornalista a quello dello scienziato. L’ho scritto già in un altro post: penso che, se davvero l’evoluzione del giornalismo è in un senso post-industriale, allora il giornalismo dei prossimi anni sarà sempre più scientifico. Un’altra via proficua secondo me è in linea con quanto sostiene David Weinberger ne La stanza intelligente, in cui il filosofo americano afferma che la conoscenza scientifica stessa si sta profondamente modificando e sta assumendo sempre di più le caratteristiche del nuovo medium (la rete) in cui vive.

Il compito di chi deve scrivere le nuove regole è insomma difficilissimo. Ma credo che sia uno sforzo necessario perché, sarò forse pessimista, ma credo che non basterà l’indignazione e lo sconcerto inscritti nel modo consueto di fare giornalismo scientifico per creare un consenso diffuso attorno al fatto che, ad esempio, non esiste alcun legame fra vaccini e autismo.

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MAPPE Trieste 2011

Il programma di MAPPE Trieste 2011 è chiuso. Potete trovare la descrizione di tutti gli eventi qui. Si tratta di quattro giorni, dal 22 al 25 novembre, in cui continueremo a dare il nostro contributo all’innovazione tra scienza, società e comunicazione come abbiamo già fatto l’anno scorso. Ovviamente ci ritornerò, ma intanto il materiale per chi vuole iniziare a dare un’occhiata è pronto.

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Come gli scienziati vedono la sfera pubblica

Quali sono le opinioni degli scienziati riguardo ai pubblici di non-esperti, i media e i processi decisionali della politica? La pensano tutti allo stesso modo? Quali sono i fattori più importanti che influenzano i ricercatori nella loro percezione della sfera pubblica?
John Besley e Matthew Nisbet, due studiosi americani di giornalismo e comunicazione di massa, hanno dato una risposta a questi interrogativi in un articolo in uscita sul Public Understanding of Science già disponibile on-line. Besley e Nisbet hanno preso in esame studi passati integrandoli con un paio di recenti indagini sul tema effettuati su larga scala.
Dalla loro analisi risulta che gli scienziati:
-criticano in generale la copertura mediatica della scienza ma sono soddisfatti dell’interazione personale con i giornalisti;
-credono fortemente nella necessità di avere un ruolo riconosciuto nel dibattito pubblico;
-considerano i politici il gruppo più importante con cui interagire;
-ritengono di ricevere pochi benefici dal coinvolgimento individuale in iniziative di partecipazione e deliberazione pubblica su temi controversi di scienza e tecnologia.
Gli autori dell’articolo insistono sulla necessità di ulteriori ricerche che tengano conto di come l’ideologia e la selezione delle fonti di informazione influenzano le opinioni degli scienziati.

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Il futuro è già qui

Non bisogna lasciarsi ingannare dal titolo. È vero che si parla di nanotecnologie, con dovizia di particolari sia storici che scientifici, ma l’operazione compiuta da Federico Neresini, sociologo dell’Università di Padova, è allo stesso tempo più ampia e più utile rispetto a una pubblicazione specialistica.
Più ampia perché il libro Il nano-mondo che verrà fornisce una chiave di lettura non banale di come si costruisce il futuro nella società della conoscenza. Più utile perché si tratta di uno dei pochi testi in italiano, attualmente in circolazione, in grado di disegnare una mappa chiara e accessibile ai risultati dei Science and Technology Studies. Chi non è accecato dai pregiudizi non potrà che riconoscere in questo programma di studi interdisciplinari un contributo fondamentale alla comprensione del ruolo della scienza nella società e alle influenze reciproche tra ricerca, tecnologia, politica, cultura, economia.
La domanda a cui vuole rispondere il libro è: perché una determinata innovazone tecnoscientifica si impone mentre altre no e quali sono i processi che ne consentono il consolidamento? Le nanotecnologie sono un caso particolarmente interessante per mostrare la debolezza esplicativa dei modelli lineari su cui si basa tanta retorica riguardo all’ “impatto della scienza”.
In realtà, l’innovazione prende forma “durante un processo all’interno del quale si mescolano conoscenza scientifiche, competenze tecniche, oggetti tecnologici, rappresentazioni sociali, coraggio imprenditoriale, disponibilità e convinzione dei suoi potenziali utlizzatori.”
In altre parole, scienza e società co-evolvono per dare forma a un futuro spesso molto diverso da quanto prefigurato da aruspici di varia estrazione. Nonostante le apparenze, la scienza non è inesorabilmente “avanti” rispetto alla società e quest’ultima non è costretta a una continua e affannosa rincorsa.
Questo non significa affatto negare il cambiamento e l’importanza decisiva della tecnoscienza nelle dinamiche di trasformazione sociale. Si tratta piuttosto di privilegiare una prospettiva che restituisce a tutti noi la speranza e la responsabilità di costruire il migliore dei mondi possibili. Se pur in modo quasi sempre inconsapevole, siamo così coinvolti come partecipanti attivi nel processo di costruzione del futuro socio-tecnico che quando l’innovazione si consolida la diamo per scontata, come se fosse sempre esistita.
Non ce ne accorgiamo, ma nel tempo dedicato a discutere, votare, ignorare, leggere, ascoltare quanto ci viene prefigurato come il “nuovo” che ci attende, spaventa o entusiasma, cambiamo sia noi che l’ “innovazione”, fino al punto da renderla possibile e invisibile.
Come conclude Neresini questo sarà anche il destino della società nanotecnologica: qualunque forma assumerà ciascuno ne sarà responsabile, ma nessuno lo sarà mai da solo.

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Conoscenza in transito

Qualche mese fa (giungo 2009) la rivista di storia della scienza ISIS ha dedicato un numero speciale al concetto della storicizzazione della Popular Science. Nell’editoriale di Johnatam Topham viene ripreso un concetto di un altro storico della scienza britannico, James Secord, molto interessante per chi si occupa di comunicazione. Secord è diventato qualche anno fa famoso nell’ambiente per la pubblicazione del libro Victorian Sensation.
Il concetto proposto da Secord può essere riassunto nell’espressione “knowledge in transit”, la conoscenza in transito. I capisaldi dell’idea di Secord sono:

1. Non c’è una netta separazione fra la produzione e la comunicazione della conoscenza. Le questioni su “come viaggia la conoscenza, a chi è resa disponibile, e come si raggiunge accordo su di essa” sono fondamentali nella produzione di conoscenza. In questo senso il processo di conoscenza riguarda, coinvolge, la comunicazione. La comunicazione non è una mera conseguenza della conoscenza, non viene dopo di essa.

2. La scienza è una forma di azione comunicativa.

Applicazione delle idee di Secord: cos’è la rivoluzione darwiniana?

Un episodio nel processo di industrializzazione della comunicazione e della trasformazione dei pubblici e dei processi di lettura.

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Confini tra scienza e non-scienza

Spontaneus Generation è una rivista accademica open accesss con peer-review concepita come una piattaforma per una discussione interdisciplinare su temi di storia e filosofia della scienza. La rivista è curata da studenti di Phd. Per chi si occupa di comunicazione della scienza, nel terzo numero appena uscito, può essere interessante dare un’occhiata all’editoriale Epistemic Boundaries.
Come si distinguono i confini tra scienza e non-scienza? Come si spostano nel tempo e nei diversi contesti culturali tali confini? Quali sono le forze più importanti in gioco nel tracciarli? Gli autori fanno un resoconto dei paradigmi, programmi di ricerca, culture epistemiche, stili di ragionamento di storici, filosofi e sociologi molto utile per comprendere quale ruolo può avere la comunicazione in questo processo.

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