Archive for the ‘Varie’ Category

eccidi strategici la razionalità del boia*

p99 6 set 2014 Sepolti vivi. Intrappolati sulle montagne del Sinjar. Separati dai propri cari. In fuga a migliaia da stupri, torture, esecuzioni mostruose. Sono le storie raccontate da yazidi, turcomanni e cristiani scampati all’aggressione jihadista dello Stato islamico. I profughi disperati in cammino al confine tra Iraq e Siria, insieme alla decapitazione del reporter americano James Foley, sono tra le immagini più tragicamente significative di questa tormentata estate mediorentale ed entreranno di diritto a far parte della inesausta galleria di atrocità nei confronti dei civili che accompagna da sempre tutte le guerre. Violenza religiosa, barbarie ataviche, pulizia etnica, follia sadica sono ancora espressioni molto diffuse nei media, tra commentatori e analisti politici per spiegare la furia assassina delle milizie di al-Baghdadi, così come il massacro di musulmani bosniaci a Srebrenica nel 1995 o l’uccisione a colpi di machete di centinaia di migliaia di tutsi in Ruanda nel 1994, solo per limitarci agli stermini di massa più eclatanti degli ultimi decenni.

In realtà, la ricerca accademica ha da tempo sancito che nella violenza contro civili inermi c’è poco d’irrazionale, estemporaneo o ancestrale. Uccisioni indiscriminate e genocidi sono quasi sempre pianificati a tavolino. Semmai non c’è accordo tra gli studiosi su quali siano i motivi specifici per accanirsi su popolazioni indifese o i presupposti che rendono più probabili le violenze su larga scala. Rimane poi del tutto aperta la questione forse più rilevante nella logica dei conflitti armati: se tutta questa barbarie abbia realmente un’efficacia politico-militare.
In una rassegna della letteratura più significativa sull’argomento, pubblicata di recente sulla rivista The Annual Review of Political Science, lo scienziato politico Benjamin A. Valentino, dell’università Dartmouth College negli Stati Uniti, illustra come negli ultimi vent’anni anni circa si sia stabilizzato un consenso pressoché unanime sul fatto che la violenza organizzata da parte di governi, gruppi ribelli, insorti o organizzazioni terroristiche, vada interpretata principalmente, se non esclusivamente, come il prolungamento dell’azione politica e militare di gruppi di potere in lotta tra di loro. Brutalità e vessazioni nei confronti dei civili, letti per lungo tempo come una tragica e inevitabile conseguenza indesiderata dei conflitti, giocano in realtà un ruolo centrale nei piani strategici dei gruppi belligeranti e rientrano a tutti gli effetti nelle logiche profonde alla base delle ostilità. Per parafrasare la celebre frase del teorico militare prussiano Von Clausewitz, gli stermini di massa non sarebbero altro che “la prosecuzione della guerra con altri mezzi”. È una visione secondo cui i civili sono spesso gli obiettivi principali dei conflitti stessi.

Il cambiamento di prospettiva riguarda anche il terrorismo. Nel 2005 Robert Pape, docente di scienze politiche all’Università di Chicago ed editorialista del New York Times, offriva l’analisi più ampia e dettagliata disponibile all’epoca sulla logica strategica, sociale e individuale del terrorismo suicida. Nel libro Dying to Win – morire per vincere – Pape raccoglieva una grande quantità di dati sugli attacchi suicidi avvenuti dal 1980 al 2003. Il 95% dei casi esaminato era il prodotto di campagne pianificate, di cui oltre la metà condotta da organizzazioni non religiose. I numeri mostravano la natura politica e laica del fenomeno, confermata anche dalle testimonianze dei leader dei gruppi terroristici raccolte dall’autore. La tesi principale è in linea con i risultati di Valentino: gli attacchi suicidi e la loro crescita non si spiegano con il fondamentalismo religioso, e nemmeno con la povertà. Essi sono una risposta organizzata a quella che viene percepita come l’invasione di uno stato nemico. “Il terrorismo”, scrive Pape, “è una strategia di coercizione, un mezzo per obbligare i governi a cambiare le loro policy. La logica centrale di questa strategia è semplice: infliggere una sofferenza tale ai nemici da farli cedere alle proprie richieste e indurre i governi a fare concessioni o le popolazioni a ribellarsi”.

Il lavoro di Valentino, dal titolo Why We Kill: The Political Science of Political Violence against Civilians, non si limita però semplicemente a tracciare i confini attuali della letteratura dominante sulla violenza contro i civili. È soprattutto nelle linee di ricerca future che introduce i maggiori motivi d’interesse. Se, ad esempio, sono molto studiate le ragioni che spingono i governi alla violenza di massa, meno indagata è l’ampia variabilità nell’aggressività e nella natura di eccidi, torture e assassini da parte di gruppi ribelli. Secondo alcuni studiosi, questi ultimi ricorrono ad azioni armate brutali perché consapevoli della propria inferiorità rispetto alle forze militari governative. Tale debolezza, secondo altri, sarebbe un incentivo a usare la violenza per guadagnarsi la collaborazione di gruppi sul territorio schierati a favore degli insorti. Non è chiaro tra l’altro per quali ragioni alcune insurrezioni siano più cruente di altre. Le scuole di pensiero più accreditate individuano nel tipo di legame specifico che si instaura fra gruppi ribelli e civili la chiave per spiegare le differenti intensità di comportamenti sanguinari. Quando i movimenti rivoluzionari sono ad esempio foraggiati da finanziatori stranieri o si sostengono grazie allo sfruttamento di risorse naturali ne consegue abbastanza facilmente che essi riservino una minore attenzione alla popolazione locale rispetto a gruppi la cui esistenza dipende fortemente dalla cooperazione con determinate comunità del luogo.

Il consenso descritto da Valentino sulla natura politica e programmata della violenza di massa fa emergere poi una questione ovvia ma forse più cruciale di tutte: la strategia del terrore funziona? La limitata attività di ricerca a disposizione attualmente sull’argomento indica che “la violenza indiscriminata su larga scala contro i civili generalmente non è efficace, almeno sul lungo periodo”. Lo scienziato politici Stathis N. Kalyvas dell’Università di Yale ha mostrato nei suoi lavori quanto spesso la violenza di massa nelle guerre civili “si ritorca contro coloro che ne fanno uso”. Un importante studio del 2012, pubblicato sulla rivista American Journal of Political Science e basato sull’analisi di ampi database territoriali relativi a insurrezioni e attentati nella guerra irachena tra il 2004 e il 2009, ha messo in evidenza la progressiva perdita di consenso degli insorti a seguito di attentati indifferenziati nei confronti di civili. La preoccupazione per un’erosione del sostegno popolare portò alla famosa lettera che il leader di al-Qaeda al-Zawahiri nel 2005 inviò ad al-Zarqawi, all’epoca tra i maggiori esponenti jihadisti in Iraq, per invitarlo a minimizzare gli attacchi sommari sulla popolazione sciita. Anche il già citato Robert Pape, in una dettagliata ricerca sull’uso della potenza aerea in guerra, concludeva che i bombardamenti sulle popolazioni civili di solito “generano più rabbia nei confronti degli aggressori che nei confronti dei governi obiettivi degli attacchi”.

Lo studio dell’efficacia della violenza di massa sui civili è resa complicata da profonde difficoltà metodologiche. Una delle più rilevanti è la complessità nell’identificare le alternative militari rispetto alle quali confrontare la validità degli eccidi indiscriminati. D’altro canto, se la vittimizzazione dei civili è il risultato di un’attenta pianificazione, il suo successo o il suo fallimento può essere misurato solo rispetto ad altre strategie che i perpetratori delle violenze avrebbero potuto metter in campo.
Enfatizzare la logica dei fenomeni violenti contrapponendola a una loro presunta natura imponderabile, come ha sancito Valentino nella sua esaustiva rassegna, indebolisce comunque molto le nozioni di “guerra preventiva”, “intervento umanitario” o di altre ambigue espressioni a cui siamo ormai abituati per giustificare la necessità morale di reagire a quella che viene presentata come un’inaccettabile follia sanguinaria. La corrente di studi presentata dallo scienziato politico americano annulla la componente irrazionale della violenza politica, di volta in volta attribuita al fanatismo, all’ignoranza o alla ferocia individuale e ci invita a puntare sui fatti, a praticare un’azione politica, umanitaria e militare incentrata sulla conoscenza, a favorire metodi innovativi di prevenzione. Come conclude Valentino, “una comprensione più chiara delle radici profonde della violenza politica è naturalmente solo una condizione necessaria, ma non sufficiente, per prevenirla. La questione più importante per la ricerca accademica dei prossimi decenni rimane l’identificazione, da parte di studiosi e politici, di strategie di intervento efficaci per limitare la violenza nei confronti dei civili e aumentare la disponibilità, da parte delle nostre società, a mostrare la volontà politica per implementarle”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 6 settembre 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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Economie emergenti, la crescita arriva dalle megalopoli*

Famoso per la teoria degli equilibri punteggiati alternativa alla visione di un’evoluzione biologica graduale e continua, lo scienziato americano Stephen Jay Gould, morto prematuramente nel 2002, era forse meno noto per una strana collezione di calzature raccolte nel corso dei suoi viaggi nel mondo in via di sviluppo. I sandali acquistati nei mercati all’aperto di Nairobi, Delhi e Quito probabilmente non erano il massimo dell’eleganza, ma avevano una caratteristica che affascinava Gould: erano fatti con pneumatici trovati tra le discariche. Dal punto di vista dell’autore di Intelligenza e pregiudizio, vincitore dell’American Book Award for Science, il passaggio dagli pneumatici alle scarpe non era solo un raro esempio di “ingegnosità umana”, ma anche la dimostrazione di come favelas e baraccopoli potessero rivelarsi a sorpresa luoghi in cui fiorisce l’innovazione. Nelle loro immense contraddizioni, i vasti agglomerati urbani abusivi sparsi su tutto il pianeta, in cui vivono attualmente circa un miliardo di persone e dove spesso mancano elettricità, fognature e impianti igienici, si mostravano come spazi privilegiati della creatività. In altre parole, Gould condivideva l’idea che l’iperurbanizzazione è un fattore di crescita nei paesi in via di sviluppo, a partire dai quartieri più illegali, poveri e irregolari. Ma è proprio così? Esiste una relazione positiva tra il grado di urbanizzazione e l’economia dei paesi emergenti?

Se nel caso dei paesi sviluppati abbiamo a disposizione una letteratura scientifica molto approfondita sul rapporto tra queste due variabili, lo stesso non si può dire per il Sud del mondo. Non sorprende allora che la discussione tra addetti ai lavori si presenti come una divisione tra apocalittici e integrati. Joel Kotkin, professore di sviluppo urbano e autore di The Next Hundred Million: America in 2050, apprezzato volume sul futuro demografico degli Stati Uniti, in un articolo apparso su Forbes nel 2011, sentenziava che “le megacittà nei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere considerate per quello che sono: una tragica replica dei peggiori aspetti dell’urbanizzazione di massa che ha già contraddistinto il fenomeno in Occidente”. Più ottimiste studiose come Janice Perlman, fondatrice del Mega-Cities Project e autrice di testi fondamentali sulle favelas come Il mito della marginalità urbana, povertà e politica a Rio. Le sue ricerche mostrano che per quanto gli slums non siano certo posti desiderabili dove vivere, sono pur sempre luoghi migliori dei contesti rurali di provenienza per milioni di persone. A mettere un po’ ordine nella matassa di opinioni discordanti ci ha pensato di recente Gilles Duranton, professore di studi immobiliari della Wharton University, nella ricerca Growing trough Cities in Developing Countries, pubblicato sulla rivista World Bank Research Observer. Duranton ha realizzato un’accurata revisione dei lavori più approfonditi riguardanti l’impatto dell’urbanizzazione su crescita economica e sviluppo, sia nei paesi avanzati che in quelli emergenti. Il quadro che emerge, per quanto ottimistico, è complesso. I margini di miglioramento sono ampi ma impossibile prevedere cosa accadrà nei prossimi decenni. Un aspetto è certo: la posta in gioco è il nostro futuro globale.

La maggior parte della popolazione mondiale vive infatti oggi in città. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2050 sette persone su dieci risiederanno in aree urbane. Come certifica il rapporto Habitat del 2013 delle Nazioni Unite, le zone del pianeta in cui tale tendenza è più marcata sono Africa, Asia e America Latina: più del 90% della crescita urbana globale sta avvenendo in queste regioni. Nei paesi a basso reddito le città rappresentano la speranza di una vita migliore e più ricca per milioni di persone. Allo stesso tempo il grande afflusso di indigenti da campagne e contesti rurali ha creato dei veri e propri hub di povertà. Edward Glaser, economista di Harvard e autore del libro Il trionfo delle città, edito in Italia da Bompiani, sottolinea che le megalopoli “non sono piene di persone povere perché sono le città a renderle tali, ma perché le città attraggono persone povere”. Sempre secondo il rapporto Habitat, un terzo della popolazione urbana nei paesi in via di sviluppo risiede in baraccopoli e favelas. D’altro canto, le aree cittadine sono motori di successo economico. Lo studio Global Cities 2030 della Oxford Economics stima che le 750 città più grandi del pianeta producono il 57 per cento dell’attuale PIL mondiale.

Se questi dati lasciano pochi dubbi sul ruolo delle città nell’economia planetaria, più complessa è la decifrazione dei rapporti di causa-effetto tra crescita economica e urbanizzazione di un paese. Nella letteratura di settore si assume spesso che sia la prima a determinare l’aumento della seconda. Per questo, una delle tipiche preoccupazioni nelle scelte di policy è assicurare che la ridistribuzione di nuovi arrivi e di nuovi lavoratori avvenga in modo “bilanciato”. La ricerca di Duranton assume una prospettiva opposta: esamina in quale misura lo sviluppo economico sia influenzato dall’incremento sfrenato dell’urbanizzazione, non più trattato come un fenomeno da gestire ma come una potenziale ricchezza e comunque come parte integrante del processo di crescita. In questa cornice l’autore si chiede fra le altre cose se la produttività lavorativa aumenta quando le persone si spostano nelle città, e in caso di risposta affermativa come, in quale misura, in quanto tempo.
Anche se esistono differenze significative tra economie avanzate e nazioni in via di sviluppo. la risposta generale è che i lavoratori nelle città traggono beneficio dalle cosiddette economie di agglomerazione, vale a dire dalla concentrazione delle attività produttive in determinate regioni all’interno di un paese o di una più ampia area geopolitica. I vantaggi si suddividono in tre categorie: la condivisione di fattori produttivi; la qualità del mercato del lavoro, cioè il fatto che una concentrazione di imprese simili attira manodopera specializzata; la facilità con cui si diffonde la conoscenza necessaria a migliorare specifici processi.

Detto questo, le diversità fra Nord e Sud del mondo si manifestano in varie direzioni, a partire dal rapporto tra urbanizzazione e salari, molto più pronunciato nei paesi emergenti rispetto ai paesi ricchi. Uno studio del 2013 dell’Aix-School of Economics di Marsiglia stimava che, più in generale, gli effetti della concentrazione di molte attività in una stessa area (esternalità di agglomerazione) sono maggiori, anche fino a cinque volte, nei paesi in via di sviluppo rispetto a quelli avanzati.

Più grandi sono le città poi, più sono innovative. Con l’aumentare delle dimensioni, gli agglomerati urbani generano idee a un ritmo più sostenuto. Malgrado frastuono, folla e distrazioni, il residente medio di una metropoli con cinque milioni di abitanti è quasi tre volte più creativo del residente medio di una cittadina di centomila. Il fenomeno vale in tutto il pianeta. Anche le grandi città nei paesi in via di sviluppo agiscono come centri di innovazione, con un importante differenza però rispetto ai paesi avanzati: non sono in grado di trasferire la produzione di beni maturi in città più piccole e specializzate. Questa situazione, nota Duranton, rende le metropoli africane, asiatiche e sudamericane più grandi di quanto dovrebbero essere e aumenta la congestione delle città stesse. Aspetti negativi che si ripercuotono sui prezzi dei prodotti, realizzati a costi più alti. Le megalopoli nei paesi in via di sviluppo sono in altre parole funzionalmente molto meno specializzate di quelle dei paesi ricchi poiché risultano oppresse da attività “ancillari” che ne diminuiscono l’efficienza. I possibili rimedi potrebbero essere la realizzazione di nuove infrastrutture – in particolare nel settore dei trasporti – e la redistribuzione della produzione in centri più piccoli attraverso la riduzione dei favoritismi governativi nei confronti dei grandi contesti urbani.

Infine, il mercato del lavoro nelle città dei paesi in via di sviluppo è costituito da un ampio settore informale e fuori dalle regole, in altre parole in nero. L’OCSE ha stimato che entro il 2020 le attività economiche non censite e non autorizzate comprenderanno due terzi della forza lavoro globale. Più della metà dei lavoratori del mondo si muove in una zona d’ombra della politica e dell’economia e abita in gran parte gli enormi mercati fai-da-te e i quartieri autocostruiti delle megalopoli del Sud del mondo. Come ha scritto l’analista Robert Newirth in un articolo apparso in uno speciale della rivista Le Scienze di novembre del 2011, a “pianificatori e funzionari governativi tutto questo suona spaventoso. La loro preoccupazione è che questi quartieri e questi mercati così instabili possano produrre metastasi, che questi sterminati labirinti di strutture precarie e imprese mai registrate riescano a trascinare con sé le città nell’abisso”. Per Newirth si tratta viceversa di una visione del futuro urbano da valorizzare e accompagnare, non da respingere. La pensa allo stesso modo Duranton, secondo cui la graduale integrazione dei lavoratori in nero nelle regole del mercato formale costituisce una sfida cruciale per lo sviluppo delle megalopoli.

L’invito conclusivo dell’economista di origine francese è però resistere a qualunque tentazione di prevedere gli effetti dell’agglomerazione. Nei paesi in via di sviluppi ne sappiamo ancora troppo poco su quali siano i meccanismi reali con cui avviene questo fenomeno per poter azzardare qual è la policy giusta per affrontare i problemi di infrastrutture, economia sommersa e favoritismi governativi che impediscono alle enormi aree urbane del Sud del mondo di esprimere completamente il loro potenziale.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 2 agosto 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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Quando l’università investe nelle start up dei propri studenti

Le università americane cominciano a investire in compagnie fondate dai propri studenti. È la frontiera del rapporto virtuoso tra ricerca e impresa. A disegnarne gli inediti confini è la Stanford University, che come descrive un articolo pubblicato ieri sul New Yorker, ha iniziato a chiedersi se sia sensato continuare a lasciar godere ad altri i frutti economici della creatività dei propri allievi.
Nel mirino ci sono i venture capitalist. Secondo i responsabili dell’università situata nel cuore della Silicon Valley, gli imprenditori che rischiano i propri capitali per la nascita di nuove aziende trarrebbero vantaggi sproporzionati da idee nate nel contesto accademico. In altre parole a Stadford hanno fatto questo ragionamento: noi (gli accademici) formiamo le persone e creiamo le opportunità di business, loro (i capitalisti di ventura) fanno gli affari. Non va bene. Per porre rimedio è nato StartX, un incubatore d’impresa interno all’università che non solo fornisce formazione, concede spazi e crea opportunità di networking per i futuri imprenditori, come siamo abituati a vedere anche in Italia, ma che soprattutto mette i soldi nei progetti in cui crede.
Penso che se il modello Standford prendesse piede ci troveremmo di fronte a una radicale trasformazione delle funzioni dell’università, non senza problemi, come sottolinea lo stesso articolo del New Yorker. Detto questo, l’esempio non può che far riflettere sulla distanza fra le sperimentazioni americane e i rapporti tra mondo della ricerca e cultura d’impresa nel nostro Paese.

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La burocratizzazione dell’innovazione

Immagine da http://www.studenti.it/

Non posso dire di avere mai avuto il piglio da imprenditore. Inoltre, la mia ormai stretta vicinanza ai quaranta sta svelando una certa propensione generale del mio carattere alla cautela. Eppure, da circa due anni, insieme a un mio collega prima, e tramite il coinvolgimento di altre persone successivamente, sto provando a capire se la mia expertise accademica-professionale si può rivelare utile per un progetto d’impresa. Non mi dilungherò sulla natura specifica dell’iniziativa. Posso solo dire che si tratta di un’idea nel campo dell’editoria digitale. Non so se e come procederà il nostro progetto, ma in questi due anni credo di aver compreso un po’ meglio il funzionamento, nonché qualche criticità, degli attuali programmi di sostegno all’imprenditorialità più o meno giovanile.
Al centro delle iniziative alle quali ho preso parte c’è l’innovazione. Sperimentare, provare strade inedite, percorrere sentieri inusuali dell’immaginazione, sono il motore propulsivo del cambiamento. Innovare è l’unica vera possibilità di ripresa economica. Il carburante della trasformazione, manco a dirlo, è fornito dalla ricerca e in particolare dalla conoscenza scientifica. La ricetta, peraltro ormai sentita in mille salse, ovviamente mi trova d’accordo. Bene, cosa succede a questo punto? Come si procede se uno pensa di avere una bella idea e vuole farci un’impresa?
Purtroppo la risposta, nella mia limitata esperienza (e voglio sottolineare limitata, con la speranza di essere smentito) non è delle più positive e si può riassumere in una parola: burocratizzazione. Non mi riferisco solo alla mole di richieste, moduli, comitati di valutazione, incontri, corsi di formazione in cui bisogna districarsi per beneficiare dell’aiuto messo a disposizione, ma voglio soprattutto rilevare le perplessità nei confronti della visione d’innovazione sottesa a tali sforzi.
Per quanto molte delle iniziative messe in campo siano d’indubbia utilità e siano condotte con professionalità e serietà, l’impressione è quella di muoversi in gabbie dorate, come se il pensiero creativo si potesse ridurre in procedure standardizzate. L’esito finale è che le poche risorse a disposizione sono spesso indirizzate verso progetti conformi alle indicazioni previste nei bandi e ispirate, tutto sommato, a principi di prudenza. L’effetto paradossale e inaspettato è di sfavorire proprio i progetti più innovativi perché, di solito, più rischiosi sul piano imprenditoriale. Provocatoriamente mi chiedo se Google e Facebook, nella loro infanzia creativa, avrebbero mai trovato uno sviluppo concreto se si fossero affidati ai percorsi nostrani di sostegno alle imprese. Se la risposta è no, forse una riflessione va fatta.
Qualche tempo fa, con molta più autorevolezza e capacità argomentativa della mia, sosteneva qualcosa di simile Umair Haque, direttore dell’Havas Media Labs e star mondiale nel pensiero manageriale. In un post pubblicato sull’Harvard Business Review, Haque criticava le celebratissime TED Conference come esempio di iper-razionalismo tecnologico, sintomo della rottura di una relazione profonda con la genesi e lo scopo ultimo delle “Grandi Idee”. Contrariamente a quanto vorrebbe farci pensare il formato TED, sostiene Haque, “le idee sono importanti non perché risolvono i nostri problemi, ma perché ci pongono nuove sfide”. Per dirla in altro modo, Einstein non avrebbe mai presentato la formula dell’equivalenza fra materia ed energia in uno scenario tipo TED.
È ovvio che, per quanto mi riguarda (meglio dirlo a scanso di equivoci), l’idea d’impresa con cui mi sono cimentato non è la teoria della relatività o qualche altra “grande idea”. È altrettanto ovvio che il Nordest italiano non è la Silicon Valley e quindi la riuscita o il fallimento di un’impresa nascente si spiegano anche con altri fattori rispetto a quelli accennati in questo post.
Nonostante ciò, il monito di Haque a mio modo di vedere rimane valido perché sottolinea il rischio di chiusura, di proceduralizzazione, di ingegnerizzazione, di autoreferenzialità insita nell’eccessiva “programmazione dell’innovazione”, sia che si voglia cambiare il mondo, sia che, molto più modestamente, si voglia costituire una startup.
Un articolo pubblicato qualche giorno fa su Linkiesta riportava un contributo tratto dal Mit Technology Review sulle ragioni che hanno determinato il successo della Silicon Valley e sul perché sia cosi difficile riprodurlo in altre parti del mondo nonostante numerosi tentativi. La risposta, tanto semplice quanto sorprendente, è la gente. Il miracolo californiano si spiega in gran parte per essere stato un social network ante litteram, in cui hanno contato tantissimo le persone, la cultura e le relazioni. La Silicon Valley, in altre parole, ha rappresentato un sistema aperto. È un risultato che, pur nel mio modesto percorso personale e con tutti i limiti del caso, mi ha fatto capire meglio cosa non ho trovato così chiaramente nei programmi di sostegno all’imprenditorialità a cui ho partecipato.

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Taranto e l’ “evidence based policy making”

Il ponte girevole di Taranto. Immagine da Wikipedia

Per me è difficile parlare di Taranto. Perché è la città in cui sono nato e cresciuto e dalla quale sono andato via. Ad essere precisi sono cresciuto a Statte, una delle zone più limitrofe all’Ilva. A nord del siderurgico, a meno di cinque chilometri, c’è il mio paese d’origine dove vivono ancora i miei. Dall’altra parte, a pochi passi dall’acciaieria c’è il quartiere Tamburi, assurto agli onori della cronaca nazionale per aver fatto scoprire agli italiani che c’è un posto nel BelPaese e nell’Europa Occidentale dove migliaia di persone vivono da anni sommersi dalle polveri.
Fino ad ora ho resistito alla tentazione di scrivere di Taranto nonostante fossì lì, durante le vacanze estive, proprio nei giorni di fine luglio-inizi agosto, nel momento più caldo della protesta, quando l’accesso alla città era stato bloccato dagli operai. Non volevo dire la mia su Taranto nonostante i numerosi argomenti di straordinario interesse che in questa sfortunata vicenda interrogano chi si occupa di comunicazione della scienza e di rapporti tra scienza e società.
Non volevo scrivere di Taranto perché avevo paura di scivolare presto nella retorica. Perché avevo paura di raccontare di quando ero adolescente o poco più, quando con i miei compagni andavo a vedere l’Ilva dall’alto, di sera. Andavamo “sulla salita di Martina Franca” perché per noi l’Ilva era Blade Runner. I fuochi, le fiamme, gli sbuffi e i vapori altissimi che illuminano il cielo della città dei due mari, senza pausa, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, erano la nostra sbilenca porta d’accesso a una confusa nozione di modernità. La striscia rossastra che copre Taranto anche nei giorni di sereno era per noi, difficile ammetterlo adesso, un segno distintivo.
Non volevo scrivere di Taranto perché non volevo rievocare queste strategie di negazione, grazie alle quali avevo soffocato le tante contraddizioni che mi avevano permesso di vivere per quasi un ventennio a ridosso dell’Ilva.
Non volevo scrivere della mia città perché quelli che una volta vivevo come motivi di orgoglio, a distanza di anni, si erano palesati ai miei occhi come nient’altro che i costituenti essenziali della malinconica spavalderia di una città predata.
Oggi la storia di Taranto degli ultimi cinquant’anni sta diventando chiara a tutti. Per quelli come me che ci vivevano e per i tanti che ci vivono oggi, i fatti di questi mesi sono come il risveglio da un’anestesia totale durata decenni. Per quello che vale, mi accodo all’urtante genericità di frasi del tipo “non bisogna cedere al ricatto salute-lavoro”. Spero che la mia città ce la faccia a trovare il difficilissimo equilibrio auspicato dalle istituzioni, dai lavoratori, dai sindacati, dai cittadini, dagli imprenditori. So anche che, mai come in questo caso, il raggiungimento di una nuova sostenibilità dipende da decisioni basate sulle valutazioni di esperti indipendenti, forti e credibili.
A proposito dei numerosi studi epidemiologici che circolano su Taranto da diversi anni, a cui si stanno sommando rilevazioni più recenti e controverse, il sindaco Ippazio Stefano qualche giorno fa, nel corso della trasmissione Zapping 2.0, ha dichiarato che devono essere gli scienziati a dire come stanno le cose. Sentendo la sua affermazione mi sono sentito in dovere di vincere le resistenze di cui dicevo sopra.
Sull’ultimo numero di Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore, abbiamo pubblicato la settimana scorsa una serie di articoli sul problema del divario tra politici e ricercatori. Magistralmente curato da Paola Rodari, il commentario raccoglie una serie di esperienze internazionali realizzate con l’obiettivo, da una parte, di assicurare che le decisioni politiche siano basate su prove certe, dall’altra di facilitare l’integrazione tra comunità di esperti e istituzioni. Tre fattori caratterizzano le collaborazioni di successo: il rispetto reciproco, la fiducia e il ruolo di mediatori capaci di comunicare “la scienza nel contesto”.
Questo è il mio piccolissimo e tardivo contributo alla discussione su Taranto. Non credo che il sindaco Stefano leggerà mai questo post, ma non si sa mai. Non si sa mai che la rete sia più efficace dei messaggi nelle bottiglie perse negli oceani e che gli articoli di Jcom sull’ “evidence based policy-making” non offrano spunti interessanti di riflessione per chi ha la grave responsabilità di prendere le decisioni sul destino di Taranto e dell’Ilva.

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La sfera pubblica in epoca digitale si forma sui giornali online

I giornali on-line sono la nuova incarnazione della sfera pubblica del XXI secolo. Se i caffè borghesi erano la scenario delle discussioni democratiche nel diciannovesiomo secolo e i quotidiani cartacei rivestivano un ruolo cruciale nella formazione dell’opinione pubblica durante il Novecento, sono le testate on-line oggi a rispettare al meglio i principi formulati da Jurgen Habermas riguardanti i processi attraverso i quali gli individui definiscono spazi di critica collettiva contro diverse forme di potere, quella dello Stato in particolare. Lo sostiene una ricerca pubblicata su The International Journal of Press/Politics. Lo studio ha analizzato più di 15.000 commenti ad articoli pubblicati sulle versioni online di cinque quotidiani nazionali europei e americani, tra cui La Repubblica. Dall’analisi emergono due modelli di partecipazione. Nel primo si formano comunità di dibattito all’interno delle quali si sviluppano discussioni fra punti di vista differenti. Il secondo modello è invece caratterizzato da comunità omogenee che esprimono sensazioni e formulano commenti sugli eventi dell’attualità senza la pretesa di sostenere una specifica tesi.

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Tempo, social media e giornalisti scientifici

Sembra che la scorsa settimana, al meeting annuale dei giornalisti scientifici americani, si siano riuniti alcuni tra i maggiori science writer in circolazione addicted ai social network. Hanno discusso dell’impatto di twitter, facebook, Google+ sulla loro professione, sulle loro vite private e sul sonno. Cristine Russel ha scritto un resoconto divertente dell’incontro sul CRJ. Non credo ci sia uno specifico per il giornalismo scientifico. Le testimonianze sono interessanti in generale perché danno un contributo alla comprensione del “funzionamento” e dell’evoluzione dei produttori di contenuti e di informazione contemporanei. Tra errori, rettifiche, entusiasmi esagerati, ansie da prestazione, la sensazione è che stanno/stiamo partecipando alla ricerca di una nuova prospettiva di senso, professionale e personale, al tempo di vita. E’ una sfida epocale in cui spesso si corre il rischio di perdersi. Ma, come emerge dalle parole di questi giornalisti scientifici, piano piano si trova un metodo, si stabilisce una dieta, si capisce come fare meglio di prima il proprio lavoro, come essere più presenti alle persone con cui vogliamo mantenere relazioni significative, come diventare più attrezzati nella ricerca e nella produzione di informazioni sensate per le nostre agende pubbliche e private. Se si adotta questa prospettiva la rete può essere uno straordinario aiuto alla ricerca della nostra autenticità, a costruire una personalità autonoma e consapevole, a renderci più liberi, e non solo professionalmente.

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Pausa

Io e il blog andiamo un po’ in vacanza. Ritorneremo verso la metà di agosto. Tra i buon propositi post-ferie c’è quello di rimettere in ordine il materiale di più di un anno di lavoro disperso dopo l’attacco hacker subito un paio di mesi fa. Vorrei rendere di nuovo tutti i miei post disponibili su questo sito e non sparsi in rete.

Ora però è il momento di una pausa, da tutto.
Buone vacanze.

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Hacker o cracker

Immagine presa da Wikipedia

Non so se chi si è cimentato nel far sparire tutti i contenuti del mio blog possa definirsi hacker o cracker. Non so se chi l’ha fatto sia animato da ambiziose sfide intellettuali di cui mi sfuggono gli inarrivabili obiettivi o sia un criminale informatico. Sta di fatto che il database del mio blog è stato azzerato e per due settimane sono scomparso dalla blogosfera. Ora riparto, forse pian pianino riuscirò a recuperare qualcosa, ma costa fatica e tempo. Intanto questo è il mio primo post dell’era post-hacker o post-cracker.

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