il porto franco triestino della fisica dell’altro mondo*

1412335022448 Cinquant’anni fa nasceva nel pieno della guerra fredda a Trieste un istituto scientifico unico al mondo: un centro di ricerca pura pensato per permettere ai paesi in via di sviluppo di svolgere attività scientifica d’eccellenza. La sua storia è stata celebrata a ottobre dell’anno scorso in un convegno a cui partecipano fra gli altri premi Nobel per la fisica, medaglie Fields per la matematica e il direttore generale dell’Unesco. Ma il Centro internazionale di fisica teorica (Ictp) Abdus Salam ha avuto origine in un contesto culturale e geopolitico che non esiste più ed è lecito chiedersi qual sia il senso della sua mission oggi.

L’ictp è il solo istituto scientifico al mondo su cui sventola la bandiera dell’Onu. Il suo fondatore, il pakistano Abdus Salam, a cui è intitolato il centro dal 1996, è stato finora l’unico scienziato di origine islamica ad aver vinto un premio Nobel per la fisica. Fortemente voluto negli anni sessanta del secolo scorso dall’allora ministro degli esteri Giulio Andreotti, l’Ictp è tuttora ampiamente sostenuto dal governo italiano con un contributo attuale di 20,5 milioni di euro all’anno, pari all’85 per cento circa del budget complessivo.

Un ottimo investimento, a leggere i numeri. Solo nel 2013, l’istituto è stato visitato da quasi seimila studenti e ricercatori provenienti da 139 nazioni, soprattutto da paesi in via di sviluppo, in primis Algeria, Nigeria, Egitto, fino a Costa Rica, Ecuador, Guatemala, di cui il 23 per cento sono donne. ln cinquant’anni di vita il centro è stato teatro di più di 140 mila visite soprattutto da paesi poveri, con una produzione scientifica costante e di livello internazionale.

Una delle caratteristiche peculiari del modello organizzativo dell’Ictp è favorire il ritorno dei visitatori nei paesi d’origine dopo il periodo di permanenza a Trieste. L’obiettivo è raggiunto attraverso una serie di programmi che, da una parte, permettono di mantenere un legame duraturo col centro triestino, dall’altra di promuovere progetti scientifici legati ai bisogni specifici del territorio di provenienza. Uno dei più consolidati è l’ Associateship Scheme, grazie al quale vengono stabiliti rapporti di lungo termine con i singoli ricercatori. Attraverso il Federation Arrangement Scheme, le istituzioni dei paesi in via di sviluppo possono invece mandare a Trieste i loro scienziati, di età inferiore ai 40 anni, per visite comprese fra i 60 e i 150 giorni, per un periodo complessivo di tre anni, durante il quale i partecipanti svolgono varie attività formative e di ricerca. In questo caso le spese sono condivise.

I primati dell’Ictp sono stati raggiunti anche grazie alla capacità, negli anni, di mutare pelle sia negli interessi di ricerca, perché alla fisica pura si sono aggiunti altri ambiti disciplinari, come la fisica del tempo e del clima, la geofisica dei terremoti o la computer science, sia sul piano strategico-istituzionale.

“I profondi cambiamenti geopolitici accaduti dal 1964 a oggi”, spiega a pagina99 Sandro Scandolo, senior scientist e delegato dell’Ictp per le relazioni con l’Italia, “hanno modificato il rapporto con diversi paesi che una volta ricevevano il nostro supporto. Nazioni come la Cina e il Brasile, diventate forze trainanti della ricerca internazionale, hanno sempre meno bisogno dei servizi tradizionali del nostro istituto, ma continuano a chiederci aiuto perché vogliono fare nel loro paese quello che abbiamo fatto a Trieste. Da diretti beneficiari sono diventati partner: per questo credo che il modello organizzativo originale sostenuto dai fondatori dell’Ictp abbia vinto”.

Nella visione del già citato Salam e del fisico triestino Paolo Budinich, i due artefici del Trieste Experiment, come lo definì all’epoca il New York Times, c’era un progetto inedito di sostegno ai paesi poveri attraverso la scienza. Non semplicemente un centro d’attrazione per i ricercatori di paesi in via di sviluppo, ma un investimento di lungo termine sul capitale umano: l’Ictp doveva essere un necessario luogo di formazione, ma di passaggio, per chi poi sarebbe ritornato in patria per assumere ruoli di leadership scientifica. Un approccio molto diverso da quello seguito da grandi istituzioni come il Mit di Boston o il College de France di Parigi, dove sapevano bene che la “fuga dei cervelli” conveniva soprattutto se unidirezionale.

Non a caso, quando nei primi anni sessanta si trattò di decidere sull’apertura del centro, tutti i grandi del mondo si schierarono contro, con un’inedita convergenza tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Le due potenze erano divise su tutto, ma concordavano nel non voler sostenere Trieste come porto franco scientifico per la rinascita economica dei paesi del Terzo Mondo attraverso la ricerca pura. Per i detrattori si trattava di un progetto folle e visionario che però incontrò il sostegno determinante dell’ambasciatore Egidio Ortona e sopratutto dell’allora ministro degli esteri Giulio Andreotti.

Iniziò una lunga battaglia diplomatica che, come spiega Pietro Greco nel libro Buongiorno prof. Budinich, edito da Bompiani nel 2007, trovava le sue ragioni in motivi che andavano al di là della scienza. In particolare, il nostro paese dopo aver perso la guerra aveva bisogno di recuperare lo status di potenza sviluppata e per questo voleva mostrarsi come nazione donatrice. Ed è proprio la generosità del finanziamento garantito dal governo italiano che risultò infine decisiva per vincere le resistenze.

Tale stanziamento, come già accennato, continua a essere cospicuo anche oggi e se da una parte l’Ictp rimane una scommessa di successo, dall’altra bisogna confrontarsi con un contesto internazionale radicalmente cambiato e con un’Italia attraversata da una profonda crisi economica.

“Non c’è dubbio”, afferma Scandolo, “che ci dobbiamo rapportare con problemi nuovi. Rispetto al passato siamo ad esempio sempre più costretti a lavorare con governanti che prediligono aspetti applicativi e pretendono risultati immediati: in poco tempo vorrebbero costruire centri di ricerca innovativi dove adesso non c’è niente. Questo non è possibile e noi abbiamo il compito di convincerli che la formazione di base è fondamentale, richiede pazienza, ma si rivela cruciale sul lungo periodo. Credo che per questo la nostra funzione continui a rimanere fondamentale”.

Come convive la realtà del centro triestino con le difficoltà economiche italiane? Al di là dell’importante impatto scientifico, Scandolo ammette che “bisogna comunicare meglio il fatto che l’Ictp continua a essere strategico in termini di cooperazione internazionale dando la possibilità all’Italia di costruire contatti con realtà altrimenti difficilmente raggiungibili.” In altre parole l’Ictp, anche se da noi poco conosciuto, rimane un significativo braccio operativo della politica estera nazionale.

Non si può dimenticare poi che l’istituto è stato il generatore del cosiddetto Sistema Trieste, ha fatto cioè decollare la nascita dell’insieme di realtà scientifiche e tecnologiche che rende il oggi il capoluogo giuliano una delle città europee con la maggiore densità di persone impiegate nel settore ricerca e sviluppo.

Lasciata alle spalle la stagione dei “lucidi visionari” Salam e Budinich, ai successori alla guida dell’Ictp rimane quindi il compito di non far perdere il mordente a scienziati, politici e opinione pubblica per una storia scientifica e politica di successo, in controtendenza con la narrativa del declino italiano e che ha reso fra l’altro Trieste, come ha affermato il fisico ruandese Romani Maurenzi, direttore esecutivo dell’Accademia mondiale delle scienze, forse l’unica città al mondo e sicuramente l’unico posto in Italia dove “quando incontri una persona di colore pensi che sia uno scienziato”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 4 ottobre 2014.

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