Quello che abbiamo

Come sono attuali questi racconti di Richard Yates. Pubblicati la prima volta alla fine degli anni’70 descrivono le parabole di personaggi incapaci di fare pace con la realtà. Assomigliano a molte storie della mia generazione, la fascia d’età compresa tra i trenta e i quarant’anni collettivamente imbevuta di sogni di successo tanto grandiosi quanto illusori, alimentata da un delirio di onnipotenza a cui fa da inesorabile e comunaqe ingiusto controcanto il precariato lavorativo, affettivo, relazionale. Non è solo colpa nostra, certo, ma conviene sbrigarsi a prendere piena coscienza che il mondo non attende il nostro talento. Non voglio dire che bisogna smettere di desiderare, ma che i desideri, per trasformarsi in progetti, devono partire dalla realtà, non dalla versione che ci fa più comodo.
E prima o poi, con la realtà bisogna fare i conti. Più si rimanda e più si corre il rischio, come nelle storie di Yates, di diventare patetici, inautentici, soprattutto nei confronti di se stessi, e ostinatamente in attesa che l’occasione giusta cada dal cielo.
Due passaggi dalla prefazione di Giorgio Vasta esprimono molto meglio di me questi concetti.
Il primo, a proposito di due personaggi femminili del primo racconto: “Entrambe protese verso la realizzazione di questi salvifici obiettivi, non otterranno mai ciò che desiderano (o meglio che pretendono di desiderare) e resteranno per sempre così, mineralizzate, asintoticamente allungate verso un sogno del quale non possono – non vogliono – riconoscere la reale essenza di fata morgana.”
Il secondo: “i personaggi di Richard Yates vivono imprigionati (per nulla loro malgrado) nella condizione di chi non fa altro che desiderare ciò che non ha, intenti a ipotizzare escamotage per venirne fuori, dunque a progettare la propria infelicità”, rinunciando così a desiderare ciò che si ha per cercare, viceversa, una via praticabile di felicità.

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