Gli scienziati cittadini fanno bene all’ambiente

Immagine da areva.com

È la rivincita dei dilettanti della ricerca. Secondo uno studio pubblicato da poco sulla rivista Enviromental Monitoring Assessment risulta che i benefici derivanti dal coinvolgimento dei non esperti in attività scientifiche supera di gran lunga i dubbi sulla bontà dei dati raccolti. Gli autori, mediante un’analisi della letteratura specialistica e non in un arco di tempo di dieci anni, hanno misurato l’impatto delle iniziative degli amatori sui programmi istituzionali di controllo della qualità dell’acqua e dell’aria. I risultati riguardano le scienze ambientali, ma si tratta in generale di un bel colpo per i citizen scientist.
Amatori e appassionati che raccolgono dati e monitorano processi non sono un fenomeno nuovo nella storia della scienza. Negli ultimi anni, soprattutto grazie alla rete, le iniziative di “ricerca dal basso” si sono però moltiplicate e diversificate a dismisura rispetto al passato.
Lo studio riportato sopra è inoltre uno dei pochi a disposizione che, dati alla mano, supporta l’idea secondo cui i non professionisti della ricerca possono essere fonti legittime di conoscenza scientifica.

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Siamo tutti scienziati

E’ uscito qualche tempo fa, ma vale la pena lo stesso leggere un articolo apparso su Seed alla fine di dicembre del 2009 scritto da Dave Manger su come volontari non-scienziati stanno contribuendo a sviluppare dei progetti di ricerca in ambiti molto diversi, dalla biochimica alla cosmologia.
L’aspetto più interessante secondo me è che non si tratta della cosiddetta wikiscience, vale a dire quei progetti di ricerca collaborativa di calcolo distribuito in cui gli utenti mettono a disposizione parte della memoria dei propri computer da casa.
Nei progetti descritti da Manger, a cui lui stesso ha contribuito giocando con le proteine, partecipando a test psicologici via web e descrivendo le caratteristiche di alcune galassie, il ruolo dell’utente è non solo attivo nella produzione della conoscenza ma anche necessario.
Secondo Mager non si tratta di pubbliche relazioni, ma di un contributo all’impresa scientifica contemporanea. Un contributo concreto alla costruzione della cittadinanza scientifica che sfrutta la più importante risorsa computazionale del pianeta: il cervello umano.

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