Perché c’è chi nega il climate change*

25ott2014 Durante il Climate Summit 2014, il presidente americano Obama ha definito i cambiamenti climatici la “minaccia numero uno del secolo”. Un volume uscito da poco in Italia scritto dal saggista ed esperto di questioni ambientali Giancarlo Sturloni per la casa editrice Piano B, con l’ inequivocabile titolo Il pianeta tossico ci richiama, se possibile, a un’urgenza ancora più drastica di quella di Obama: se non facciamo qualcosa, e subito, siamo finiti. Eppure la risposta di governi e opinione pubblica internazionale rimane un misto di indifferenza e scetticismo. Come è possibile non agire di fronte ai pericoli del riscaldamento globale? Come è possibile riuscire a ignorare la crescente evidenza scientifica sulle sue cause e sulle sue conseguenze?

L’attivista ambientale George Marshall, nel suo ultimo libro Don’t Even Think About it, pubblicato di recente negli Stati Uniti per i tipi di Bloomsbury, introduce un punto di vista originale e rilevante anche per la comprensione di altre forme di negazionismo: i cambiamenti climatici non sono una battaglia della scienza contro l’ignoranza, ma una “sfida profonda al nostro modo di dare senso al mondo”. Secondo questa prospettiva, elaborata grazie a una lunga serie di interviste a scienziati e sociologi ma anche a membri del movimento conservatore Tea Party, l’evoluzione ci ha reso poco adatti alla sfida dei mutamenti del clima. I tratti psicologici e sociali ereditati in milioni di anni per interpretare le minacce dell’ambiente, e per motivarci ad agire contro di esse, premiano ad esempio le informazioni che confermano le nostre convinzioni mentre sminuiscono quelle che le contraddicono, si focalizzano sul presente, privilegiano la conformità sociale, ci spingono a procrastinare. Si tratta di caratteristiche non molto efficaci per fronteggiare un fenomeno “complesso, poco familiare, lento, invisibile e intergenerazionale”, come quello dei cambiamenti climatici. Insomma, come specie non siamo fatti per contrastare questi pericoli.

La tesi di Marshall, co-fondatore di Climate Outreach Information Network, organizzazione no-profit impegnata nella sostenibilità ambientale, si inserisce all’interno dell’intenso dibattito accademico e politico sul negazionismo, a cui non è associato certo solo il global warming. Come è noto, secondo alcuni movimenti e correnti di pensiero non c’è correlazione tra Hiv e Aids, l’Olocausto non è mai accaduto, i vaccini causano l’autismo e la teoria scientifica dell’evoluzione non ha prove sufficienti. Come ha sottolineato il fondatore della Skeptics Society Micheal Shermer, in un articolo pubblicato su un numero speciale di qualche tempo fa della rivista New Scientist, è importante comprendere che ad animare queste persone non c’è un sano dubbio.
Diversamente dagli scettici i negazionisti “continuano semplicemente a negare” anche di fronte a prove schiaccianti.

Una delle interpretazioni tradizionali di questa ostinazione è che la colpa è dell’ignoranza. Di conseguenza, se solo i non-esperti conoscessero la scienza non potrebbero fare a meno di apprezzarla e sostenerla. Numerose ricerche hanno smentito quest’approccio mostrando che il rifiuto dei risultati della ricerca è solo debolmente correlato all’alfabetizzazione scientifica. Recentemente Dan Kahan, professore all’Università di Yale ed esperto di percezione del rischio, in una ricerca pubblicata su Nature ha mostrato che ad esempio le opinioni degli americani sul riscaldamento globale sono principalmente influenzate dall’appartenenza politica. I dati raccolti da Kahan mostrano inoltre che i sostenitori del movimento Tea Party hanno un livello di alfabetizzazione scientifica leggermente superiore alla media americana.

Un’altra chiave di lettura per spiegare il negazionismo è la mancanza di fiducia nei confronti della scienza. Anche in questo caso le inchieste sociologiche rivelano un quadro più complesso. Un’indagine del Pew Research Center nel 2009 mostrava che più dell’ottanta per cento della popolazione statunitense considerava la scienza una forza positiva della società. Secondo il report The 2014 Public Attitudes to Science, pubblicato qualche settimana fa dall’istituto demoscopico Ipsos Mori, il 90 per cento dei britannici ritiene che scienziati e ingegneri forniscano un contributo prezioso alla collettività. Sono risultati in linea con la media europea, inclusa l’Italia.

Come si conciliano allora le grandi aspettative nei confronti di scienza e tecnologia con la resistenza anche tenace ad alcuni suoi risultati nel caso di vaccini, evoluzione e global warming? Il punto è che un conto è fidarsi della scienza in generale, un altro è prevedere le nostre reazioni individuali quando ci confrontiamo concretamente con i risultati della ricerca nei contesti più diversi: dai processi decisionali per la costruzione di un inceneritore a pochi passi dalle nostre case, alle scelte sulle terapie per fronteggiare il cancro o all’educazione che vogliamo dare ai nostri figli. Nell’articolo What Scientists Really Do, pubblicato qualche tempo fa sul New York Review of Books, il fisico e astronomo Priyamavda Natarajan spiega che la contraddizione nasce dall’incapacità dei non-esperti di fare i conti con la provvisorietà della ricerca. Natarajan suggerisce di leggere il libro Curiosity: How Science Became Interested in Everything, scritto da nel 2013 da Philip Ball, ex-direttore di Nature, per comprendere come questa provvisorietà sia in realtà un punto di forza della scienza, perché permette di raffinare le conoscenze sul mondo naturale in un processo senza fine di confronto con la realtà.

Sta di fatto che il negazionismo riesce a prosperare proprio nelle pieghe dell’incertezza, una parola che per gli scienziati ha un significato diverso dall’accezione comune, ma che proprio per la sua ambiguità permette alle tesi cospirazioniste di fornire spiegazioni alternative che danno l’illusione di riappropriarsi di un controllo perduto, anche se queste spiegazioni non sono supportate dai fatti.

Per contrastare complottismo e scetticismo l’approccio paternalistico è poco efficace, anzi si rivela spesso arrogante e alienante. Alla fine del suo libro sul cambiamento climatico Marshall suggerisce che bisognerebbe prendere le chiese evangeliche come modello per imparare a comunicare efficacemente sulle conseguenze del riscaldamento globale. Il senso della sua provocazione è che bisogna considerare il problema in un contesto più ampio, trattarlo come un processo che ci riguarda per tutta la vita, mettendo in conto periodi di dubbio e incertezza, ma anche di illuminazione personale. Per questo bisogna saper ascoltare, sostenere e mettersi alla pari di tutti gli interlocutori, come sanno fare da millenni le religioni.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 25 ottobre 2014.

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