Marco Cavallo e l’importanza dei dettagli

C’è un particolare della storia di Marco Cavallo, la grande macchina teatrale ideata nel 1973 tra le mura del manicomio del San Giovanni di Trieste, che mi ha colpito fin da quando, più di dieci anni fa, ho iniziato ad appassionarmi alle vicende basagliane.
Mi è tornata in mente anche ieri, leggendo l’articolo del Piccolo di Trieste, con richiamo in prima pagina, sulla nascita di una nuova collana di libri intitolata 180 Archivio critico della salute mentale, di cui sono condirettore insieme a Peppe Dell’Acqua e Pier Aldo Rovatti. L’iniziativa è resa possibile grazie all’impegno e a una coraggiosa scommessa da parte della casa editrice Alpha Beta Verlag di Merano.
Il primo volume, in uscita a fine mese, è proprio Marco Cavallo (pagg.246, euro 20), dello scrittore e regista teatrale Giuliano Scabia. La prima versione del testo era stato pubblicata nel 1976 da Einaudi ed è ormai introvabile.
La parte di storia di Marco Cavallo impressa nella mia memoria riguarda i momenti precedenti alla prima uscita in città. C’è un grande entusiasmo, tutto sembra pronto per una festa impensabile qualche anno prima. Nessuno si è però accorto che Marco Cavallo è troppo alto per le grate del manicomio. Provano in tutti i modi ma non c’è niente da fare. Non si passa.
La vendetta dell’istituzione, di fronte a quel variegato gruppo di artisti, psichiatri, pittori, matti che da un po’ di tempo animava i reparti del San Giovanni per fare qualcosa di grande e creativo, sembra servita più fredda che mai.
Basaglia prende però in mano la situazione e decide di provare a sfondare i cancelli usando Marco Cavallo come ariete, facendolo passare di taglio e non diritto. Il rischio è di uccidere la creatura appena nata. In gioco c’è un’insperata libertà che in quel momento sarebbe durata un solo giorno, ma la cui portata generale era già molto chiara. Quell’episodio si sarebbe infatti composto negli anni a venire con molti altri per disegnare un immaginario, una poetica, una rappresentazione sociale, un sistema di comunicazione dell’universo di storie, saperi e pratiche attorno alla malattia e alla salute mentale assolutamente rivoluzionario, impossibile da descrivere in termini di continuità col passato.
Si trattava di un cambiamento di paradigma riguardante tutto l’insieme delle dimensioni di cui era investita la questione psichiatrica. Dalla prospettiva scientifica a quella politica, da quella legislativa fino allo sguardo sulla società nel suo complesso, l’episodio basagliano non si comprende fino in fondo all’interno dei paradigmi di riferimento concepiti fino a quel momento. Così come per l’universo tolemaico a confronto con quello copernicano, la rottura epistemologica voluta da Basaglia si svela nella sua carica innovativa solo se si è disposti a fare un salto concettuale non prevedibile e spiegabile con concetti e sistemi di valori condivisi nelle vecchie teorie. Il manicomio rappresenta inoltre la punta dell’iceberg di una questione più profonda ed eternamente attuale affrontata da Basaglia e dai suoi collaboratori, una questione a cui vale la pena dedicare la vita intera: il tema dell’inclusione, l’impegno a non trasformare la diversità di ciascuno di noi in disugaglianza, tentazione mai sopita da ogni forma di potere.
Anche per questo diventa sempre più necessario rendere il nuovo paradigma comprensibile, condivisibile, comunicabile. Con urgenza.
Basaglia alla guida di Marco Cavallo vince la scommessa, riesce a superare l’ostacolo delle ultime sbarre del manicomio. Il cavallo è un po’ malconcio, ma rotola felice nel prato, si riprende, si rimette in piedi e da allora non ha più smesso di galoppare.
A pensarci bene, questa storia è il risultato di un’ostinazione un po’ irrazionale. Qualcuno dirà anche della fortuna. Probabile. Sta di fatto che il cavallo sfonda le grate ma poteva rimanerci secco. Diciamolo, a essere saggi sarebbe stato meglio rinviare il tutto. Ma forse il resto della storia, di tutta la storia della chiusura dei manicomi, sarebbe stata diversa.
Cosa sarebbe successo? Che probabilmente gli scettici avrebbero ghignato della propria disillusione e i tecnici del disincanto avrebbero dipinto l’avvenimento come una buffonata richiamando tutti alle cose serie.
Basaglia invece si impunta, sceglie la strada più rischiosa. Marco Cavallo deve uscire in quel momento, a costo di rovinarlo. Ha avuto ragione.
Credo che mi sia rimasto così impresso quello che in fondo è un episodio secondario, perché costituisce, a mio modo di vedere, un esempio di come raggiungere il difficile equilibrio tra utopia e disincanto, tra la fatica di affrontare le realtà per quella che è e il coraggio di appassionarsi alla possibilità di cambiarla, nel momento giusto. Dove giusto significa inderogabile, non solo per prendere le grandi decisioni, ma anche per le scelte sui dettagli, soprattutto i dettagli.
Su questo complicato bilanciamento si è giocata la vicenda basagliana, che vale la pena leggere o rileggere – e i libri della collana 180 offrono un’occasione unica per farlo – non tanto e non solo per capirne la sua valenza innovativa nella psichiatria, ma molto di più perché esce da questo specifico, continuando a parlare di noi. A dirci che il futuro, anche un futuro impensabile come la soppressione dell’ospedale psichiatrico, non si prevede: si costruisce con le nostre azioni.
Se agiamo all’interno di una prospettiva di cambiamento accade qualcosa. Magari non andrà esattamente come ci auspichiamo. Ma intanto la Storia e le nostre storie si muovono. L’alternativa è un tempo fermo, riflesso dell’incapacità di raccontarci, in cui non succede nulla, come il manicomio di ieri, fatto di mura e isolamento, e quelli di oggi, meno visibili ma non meno presenti.
Per questo, almeno per me, una parte della lezione appresa da Basaglia e in particolare dall’episodio di Marco Cavallo riguarda il tempo, il momento in cui vanno fatte le cose, anche quelle apparentemente meno significative, per cercare di avvicinarci il più possibile a quello che siamo.

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