Come valutiamo i pareri degli scienziati – riflessioni sulla sentenza dell’Aquila

La Prefettura dell'Aquila dopo il terremoto del 2009 - Immagine da Wikipedia

Cosa si aspettavano di capire gli abitanti dell’Aquila dagli scienziati della Commissione Grandi Rischi all’indomani dell’ormai famoso summit svoltosi circa una settimana prima della scossa fatale del 6 Aprile 2009? Quali sono i fattori che hanno influenzato, nel bene e nel male, il giudizio dei cittadini riguardo alle dichiarazioni rilasciate, più o meno maldestramente, in occasione di quella riunione? Attraverso quali canali e reti sociali i cittadini hanno avuto accesso alle raccomandazioni dei sismologi? Cosa avrebbero dovuto o potuto dire gli esponenti della comunità scientifica per non incorrere nella condanna per omicidio colposo?
I media in questi giorni sono pieni di tentativi di risposta a questi e a tanti altri interrogativi sollevati dalla sentenza del giudice Marco Billi che ha stupito e indignato gran parte della comunità scientifica internazionale.
I toni non sono pacati. Occorrerà tempo prima che si plachino le polemiche e si riesca ad assumere uno sguardo d’insieme equilibrato sulla vicenda. Ci sono ancora troppi punti oscuri e troppi interessi non dichiarati per avere la presunzione di dire esattamente cosa si dovrebbe fare se si ripresentasse una situazione analoga a quanto accaduto in Abruzzo (anche se si può dire con certezza che purtroppo, in un paese ad alto rischio sismico come il nostro, le occasioni non mancheranno e non mancano neanche in questi giorni).
Intanto, nonostante i legittimi dubbi sulla fondatezza giuridica della condanna, la magistratura ha segnato un punto fermo e imprescindibile.
Per il resto mi sembra che il dibattito abbia ampi margini di maturazione e forse non sarebbe male introdurre nella discussione i risultati di decenni di ricerca sociale su come i cosiddetti pubblici di non-esperti valutano i consigli degli scienziati e le loro competenze. Qualunque iniziativa di comunicazione della scienza, soprattutto in situazioni socialmente controverse, che non si basi sulla comprensione profonda di quest’aspetto rischia di essere fallimentare.
Per tornare alla domanda di partenza: cosa si aspettavano gli aquilani dagli scienziati convocati la sera del 31 Marzo 2009 nel capoluogo abruzzese per un inusuale summit della Commissione Grandi Rischi? Più in generale, esistono dei criteri applicati con maggiore probabilità da parte dei non-scienziati per valutare le affermazioni degli scienziati? 
La ricerca in comunicazione della scienza ha formulato delle risposte a questi interrogativi. I risultati sono basati soprattutto sull’esperienza del disastro nucleare di Chernobyl, della BSE e sulle problematiche legate agli organismi geneticamente modificate. Si tratta di studi inaugurati dal sociologo Bryan Wynne agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso.
Secondo questi lavori, le regole mentali messe in atto quando si cerca di giudicare l’attendibilità dei consigli degli esperti sono:

  • La conoscenza scientifica funziona? Gli scenari delineati in pubblico dagli scienziati si rivelano falsi o si concretizzano?
  • Gli scienziati tengono conto di altre forme di conoscenza quando esprimono i loro pareri?
  • Gli scienziati sono aperti alle critiche? Sono disposti ad ammettere errori e negligenze?
  • Quali sono le affiliazioni sociali e istituzionali dei ricercatori? Hanno conflitti d’interessi?
  • Ci sono casi del passato o situazioni specifiche che predeterminano o influenzano la percezione pubblica immediata del problema dibattuto?
  • Le conseguenze potenziali sul lungo periodo e quelle irreversibili della ricerca scientifica sono state valutate seriamente e da chi? Gli enti regolatori hanno poteri a sufficienza per disciplinare effettivamente le organizzazioni e le aziende che sostengono la ricerca? Chi è responsabile nel caso di danni imprevisti?

Ho ripreso e riadattato questa lista da un paper di Matthew Nisbet e Dietram Scheufele che potete leggere qui nella versione integrale.
Non tutte le domande si adattano al terremoto abruzzese, ma basta questo breve elenco per avere chiaro perché i destinatari dei pareri degli esperti non andrebbrero mai considerati come una tabula rasa ignorante e irrazionale semplicemente da tranquillizzare.

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