come sciogliere le cinghie che legano i nostri pazienti*

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87 ore legato a un letto d’ospedale. Quasi quattro giorni sedato, senza cibo, senz’ acqua. Con le caviglie e i polsi stretti ininterrottamente da cinghie, mai visitato, mai curato, mai neanche lavato. È l’ultimo scampolo di esistenza, tra il 31 luglio e il 4 agosto 2009, del cinquattottenne maestro elementare Francesco Mastrogiovanni all’interno del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania. È lo iato tra la legge più innovativa al mondo nell’assistenza alle persone con disturbi mentali e l’attualità di una delle pratiche per eccellenza della logica manicomiale: la contenzione. Il caso Mastrogiovanni, raccontato di recente in un documentario della regista Costanza Quatriglio mandato in onda su Rai Tre alla fine del 2015, è solo il più noto dei “crimini di pace” consumato all’interno di una istituzione pubblica italiana in nome di una domanda di controllo che nulla ha a che fare con l’assistenza e la cura.

Nonostante la legge 180, che nel 1978 sancì per la prima volta al mondo il superamento dei manicomi, la contenzione nel nostro Paese è pratica diffusa in gran parte dei servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura (Spdc). Lo ha denunciato lo scorso aprile 2015 il Comitato Nazionale per la Bioetica ribadendo che “’uso della forza e la contenzione meccanica rappresentano in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona”. Anche a livello internazionale la lotta al superamento di ogni forma di segregazione in psichiatria è un tema portante, come risulta ad esempio dal progetto dell’Oms QualityRights, elaborato per migliorare la qualità ed il rispetto dei diritti delle persone con disturbo mentale nei servizi sanitari.

Tali richiami sono in linea con l’azione di sensibilizzazione promossa in questi anni dal Forum Salute Mentale, associazione di persone impegnate nel cambiamento delle istituzioni psichiatriche. Fin dalla sua nascita nel 2003, il Forum ha individuato nella denuncia delle violazioni dei diritti umani uno dei suoi motivi qualificanti. Un impegno costante concretizzatosi nelle scorse settimane nel lancio, insieme a un ampio cartello di associazioni, di una campagna nazionale per l’abolizione della contenzione presentata lo scorso 21 gennaio a Roma, nella Sala del Senato Santa Maria in Aquiro.

“La nostra azione”, spiega a Pagina99 Giovanna Del Giudice, presidente dell’associazione Conferenza Basaglia e tra le promotrici dell’iniziativa, “vuole innanzitutto denunciare l’uso routinario di cinghie, lacci, fascette o altri mezzi simili, più o meno sofisticati, nei servizi psichiatrici. Sono pratiche incivili, inumane e degradanti, ma usuali e sommerse, di cui gli operatori non parlano, se non quando sono costretti in relazione a un incidente.” Anche sul piano giuridico, la Costituzione non lascia dubbi sull’illeicità della contenzione. L’articolo 13 sancisce che non “è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.”

A parole la maggior parte degli operatori sono d’accordo che legare le persone non risponde ad alcuna ragione terapeutica. La realtà dei fatti è però molto diversa, anche se non si hanno evidenze trasparenti perché in Italia non ci sono molti studi sistematici sul tema della segregazione e delle limitazioni delle libertà personali in ambito psichiatrico. Tra essi rimane un punto di riferimento un lavoro del 2001 dell’Istituto Mario Negri di Milano sulle pratiche negli Spdc. Le conclusioni della ricerca mostravano, tra le altre cose, che in più del 50% dei servizi presi in esame non esisteva un “registro delle contenzioni” e nel 44% dei casi non erano disponibili linee guida sul tema. Nel 2005 la ricerca “Progress Acuti”, promossa dall’Istituto Superiore di Sanità, con tutte le regioni italiane coinvolte tranne la Sicilia, rilevava che solo il 15% degli Spdc operava con le porte aperte. Su 285 reparti presi in esame, 200 dichiaravano di fare ricorso alla contenzione e di usare un camerino di isolamento.

La campagna promossa dal Forum Salute Mentale vuole rompere la cristallizzazione di un sistema che troverebbe nell’establishment psichiatrico la sua capacità di persistenza. “Il tema della contenzione”, continua Del Giudice, autrice del libro “…E tu slegalo subito”, pubblicato nel 2015 da Edizioni Alpha Beta Verlag, “è stato inevitabile da affrontare poiché sono nati movimenti civici che hanno sentito il bisogno di reagire di fronte a morti ‘non silenziate’ come quella di Mastrogiovanni o dell’ambulante Giuseppe Casu nel 2006 a Cagliari. I familiari delle vittime, associazioni varie e altri cittadini hanno iniziato a chiedere verità e giustizia e hanno sottratto la discussione alle lobby degli specialisti.” Si spiega forse così come mai tra i firmatari dell’appello contro la contenzione ci siano, almeno per il momento, pochi operatori psichiatrici, a fronte di numerose adesioni di intellettuali, accademici, professionisti, giornalisti, operatori della sanità territoriale e delle cooperative.

Le tecniche di immobilizzazione fisica o di contenimento comportamentale attraverso psicofarmaci non riguardano però solo la psichiatria. Le iniziative presentate a Roma lo scorso gennaio, tra cui la proposta di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta, si allargano non a caso ad altri ambiti e si estendono a tutti quei soggetti che in relazione a malattia, età, condizione sociale, perdono o diminuiscono in modo significativo la propria capacità contrattuale. Uno degli scopi della campagna è informare i cittadini di quello che accade negli istituti per anziani o nei luoghi che ospitano i bambini, gli adolescenti con disabilità o problemi di salute mentale, le persone affette da problemi di tossicodipendenza, i detenuti in generale. In situazioni di ricovero o di istituzionalizzazione, queste persone, perché “indebolite”, perché i loro legami sociali e familiari sono labili o assenti, perché diminuita è la loro capacità cognitiva, subiscono in maniera massiccia, o rischiano di subire, pratiche di contenzione.

Anche di queste situazioni se ne parla solo quando irrompe la cronaca nera o giudiziaria, come nella recente vicenda di maltrattamenti nei confronti di bambini con disabilità psichiche ospitati in una comunità alloggio a Licata, in provincia di Agrigento. Il caso è venuto alla luce a metà gennaio e secondo quanto riportato dai giornali locali i piccoli ospiti erano “sottoposti a punizioni, nutriti con alimenti scaduti, e in alcuni casi legati con delle catene di ferro”. “Di fronte a orrori come questo”, conclude Del Giudice, “vogliamo anche testimoniare che si può fare a meno di legare le persone in cura. Il 15% degli Spdc in cui non viene immobilizzato nessuno ci dice che è possibile curare nel rispetto della dignità e dei diritti e ci dice qual è la direzione giusta. Per affrontare ed abolire la contenzione bisogna guardare non tanto al luogo in cui viene praticata ma soprattutto al paradigma che fonda l’agire terapeutico, agli stili operativi, al modello organizzativo dei servizi. Se permane il modello dell’incurabilità, dell’incomprensibilità, della pericolosità della persona con disturbo mentale, sembra possibile arrivare a legare, in particolare quando la terapia farmacologica non funziona. Se il paradigma è viceversa quello della deistituzionalizzazione, dello spostamento del focus dalla malattia all’esistenza-sofferenza dell’altro, della centralità della persona inserita in un contesto sociale, allora il confronto è con un soggetto, nella sua unicità e complessità, con la sua rete sociale e familiare. In termini pratici questo vuol dire costruire servizi aperti, azioni nelle case, progetti di cittadinanza. Vuol dire riconoscere la sofferenza quando emerge nel territorio e significa operare per mantenere le persone negli ambiti naturali di vita. Curare non è soltanto attenuare i sintomi, è modificare il modo in cui le persone sentono la sofferenza e insieme intervenire nella concretezza della vita quotidiana”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 20 febbraio 2016.

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