Covid-19: un bilancio sull’informazione in Gran Bretagna

giornalismo-uk-covid“Il giornalismo britannico ha navigato il caos abbastanza bene, è riuscito a identificare schemi e a far emergere l’ordine dal disordine”. È il commento di An Nguyen, professore di giornalismo alla Bournemouth University, riguardo ai risultati di un report sul sistema dell’informazione d’oltremanica a un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19.

Il lavoro di Nguyen e colleghi ha rivelato un quadro diverso rispetto allo stereotipo del giornalista incapace di destreggiarsi con i numeri. La reazione degli operatori dell’informazione a dati e statistiche, piombati con la pandemia al centro della cronaca quotidiana come mai in passato, è stata meglio del previsto.

Gli estensori di “Reporting From A Statistical Caos: Journalistic Lessons From The First Year Of Covid-19 Data and Science In The News”, che ha visto coinvolte, oltre alla Bournemouth University, la Royal Statistical Society e l’Association of British Science Writers, hanno enfatizzato la resilienza e la creatività che molti giornalisti sono riusciti a inserire nel loro lavoro quotidiano d’indagine sul Covid-19.

Il report offre anche una serie di indicazioni sul giornalismo scientifico e sul trattamento dei dati apprese dopo un anno di pandemia:

-I numeri non parlano da soli, vanno interrogati e inseriti nel contesto.
-Rispetta i lettori. Non assumere che il pubblico generico non sia in grado di comprendere i dati e l’incertezza.
-Rendi i dati riconoscibili personalmente, cioè riconducili ai contesti locali degli utenti.
-Umanizza i dati. I giornalisti scientifici devono aprirsi ad altri modi possibili di spiegazione della pandemia e lasciare spazio all’emozione, all’empatia e alla persuasione.
-Tratta gli scienziati come scienziati. Assicurati che i ricercatori che intervisti parlino di ciò di cui sono effettivamente esperti.
-Utilizza maggiormente le competenze degli operatori sanitari locali. Attingi alla loro esperienza nel testare, rintracciare, isolare e prendersi cura dei pazienti.
-Usa degli intermediari specializzati in giornalismo scientifico come il Science Media Centre.
-Collabora con altre redazioni.
-Considera le potenzialità della citizen science. Il data crowdsourcing è uno strumento promettente per il giornalismo scientifico.

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Le sfide del giornalismo nell’era dell’accesso ai dati alla Sissa di Trieste

Domani mattina, nell’ambito del Master in Giornalismo Scientifico Digitale della Sissa, di cui sono co-direttore, si svolge un evento sul data journalism e il rapporto tra qualità dell’informazione e social media. Intervengono Luca De Biase e Miranda Patrucic. Di seguito una descrizione più precisa.

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Reputazione e metodo: le sfide del giornalismo nell’era dell’accesso ai dati
L’enorme mole di informazioni e di dati grezzi resi disponibili dalla rete web sono un’arma a doppio taglio per il giornalista contemporaneo. Non è più sufficiente avere poche fonti, anche se affidabili, e qualche riferimento esperto. E’ necessario collaborare con realtà sociali attive sul territorio, con le reti di cittadini, con gli studenti, con le istituzioni locali. I dati e le informazioni raccolte devono essere analizzati, verificati, validati e poi usati per costruire delle narrative. Siamo di fronte a un giornalismo collaborativo e multidisciplinare. Un modo di fare informazione che, allo stesso tempo, integra metodi tipici della ricerca scientifica ma che deve preservare la sua natura artigianale. L’obiettivo ultimo è rendere il giornalismo sempre più credibile. Un compito più difficile rispetto al passato nell’ecosistema dei media digitali. Di fronte all’enorme ventaglio di dati e contenuti della rete come riuscirci? Quali strategie mettere in campo per guadagnarsi e accrescere la reputazione di chi fa informazione professionale? Non ci sono ricette precise, ma gli ingredienti essenziali sono almeno due: lavorare con metodo, essere trasparenti nel processo.

-Introducono e moderano Elisabetta Tola (formicablu) e Nico Pitrelli (condirettore MCS e MGSD Sissa)

Incontro di discussione e confronto con:

– Luca De Biase, giornalista de Il Sole 24 Ore, presidente della fondazione

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