Il ruolo della formazione nella governance della scienza


Possono le scuole di comunicazione e di giornalismo scientifico dare un contributo alla democratizzazione della scienza? Possono favorire processi partecipativi su questioni tecnoscientifiche socialmente controverse? Possono essere un centro propulsivo di cittadinanza scientifica? Sono le questioni su cui sono stato stimolato a ragionare nell’ambito di una tavola rotonda prevista per venerdì prossimo a Perugia durante la due giorni del convegno Scienza, informazione e democrazia.
Dal mio punto di vista la risposta sintetica alle domande elencate è sì, a patto che la comunicazione della scienza sia agita come un bene pubblico e si metta al servizio delle comunità per favorire l’impegno civile. È un passaggio controverso, perché siamo ancora troppo abituati a formare studenti che salvaguardino le legittime, ma non esclusive, istanze degli scienziati.

È solo una preoccupazione accademica?

Gli interrogativi posti, di primo acchitto, sono abbastanza distanti dalle preoccupazioni quotidiane di chi si occupa di formazione in comunicazione della scienza. Molto più usuale è che gli aspiranti allievi ti chiedano se troveranno lavoro. Per dare significati concreti alla discussione bisognerebbe mostrare che la definizione di uno spazio originale di innovazione democratica per le scuole porta all’acquisizione di competenze spendibili sul mercato del lavoro.

Perché bisognerebbe promuovere la cittadinanza scientifica?

C’è però una questione preliminare da sciogliere. Siamo proprio sicuri che il coinvolgimento pubblico su questioni di scienza e tecnologia sia una cosa buona? Perché (e dovremmo chiedercelo prima del come) dovremmo formare persone in grado di facilitare processi di partecipazione su decisioni che richiedono elevate competenze tecnico-scientifiche? Siamo convinti che in tal modo si prenderebbero le decisioni migliori? All’inizio di quest’anno la rivista Public Understanding of Science (PUS) ha dedicato un numero speciale a questi interrogativi. Dopo vent’anni di teorie e pratiche su quello che gli anglossassoni chiamano public engagement of science, autori celebri nel settore, come Brian Wynne, Alan Irwin, Helga Novotny e soprattutto Sheila Jasanoff, si sono chiesti a che punto siamo, dove stiamo andando e perché bisognerebbe continuare a sostenere modelli dialogici nella comunicazione della scienza.

Limiti e potenzialità del dialogo

Gli autori elencati sono tutti d’accordo nel ritenere che non tutte le promesse sono state mantenute. Le pratiche di dialogo tra scienza e società a partire dagli anni ’90 del secolo scorso si sono focalizzate su esperimenti limitati sia nel numero di partecipanti che nell’impatto concreto sulle policy. In più si sono istituzionalizzate. Da una parte si è perso quindi di vista l’obiettivo politico più ampio: quello di una governance dialogica globale della scienza, non riducibile a singole attività dagli esiti politici incerti e modesti. Dall’altra le istituzioni hanno proceduralizzato gli esercizi di dialogo per inserirli in una più vasta strategia di rassicurazione, significativamente distante da una reale apertura democratica.

Occorre cambiare le idee su scienza e pubblici

Diversi studiosi dello special issue del PUS condividono il fatto che se si vuole ridare slancio alla partecipazione bisogna riaprire le idee sui pubblici e sulla scienza.
In ormai quasi trent’anni di critica al modello top-down, è stato relativamente facile convincere gli scienziati che bisognava passare dal monologo alla conversazione. Molto più complicato è stato persuadere gli esperti che il problema non è il pubblico. Nei fatti la stragrande maggioranza delle istituzioni pratica il dialogo come uno strumento più sofisticato rispetto al passato, ma pur sempre finalizzato a mantenere inalterate le strutture di potere e le distanze fra chi sa e chi non sa.
Ma la partecipazione ha un senso solo se apre il processo decisionale ad altre voci, ad altri saperi, ad altre visioni, non se si interrompe il processo quando la discussione diventa scomoda. Aprire il processo decisionale vuol dire generare nuove conversazioni e soluzioni, significa rendere concreta la pratica della cittadinanza scientifica.

I costi della partecipazione

Tutto questo è costoso in termini di tempo e di risorse ed è soprattutto rischioso sul piano politico, perché può portare in direzioni inattese proprio per le organizzazioni che promuovono il dialogo. Il paradosso è che i benefici maggiori alla democrazia possono rappresentare gli aspetti più sgradevoli per le istituzioni.
Si è disposti ad accettare questo rischio se si ha fiducia che la partecipazione sia il metodo privilegiato per definire le scelte migliori o, più probabilmente, il meno peggio per tutti. Il dialogo può funzionare se i pubblici di non-esperti vengono considerati dei partner comunicativi con cui negoziare interessi e prospettive anche molto differenti tra di loro. Se viceversa l’idea di fondo rimane di trattare i pubblici come target da persuadere o rassicurare, in altre parole se le pratiche di coinvolgimento continuano a rispecchiare le assunzioni del modello di deficit, rimane forte la tentazione di chiudere il processo di discussione quando diventa sconveniente.

Pubblici issue-oriented

Come scrive Jasanoff, è sempre più chiaro, diversamente dalle schematizzazioni deficitarie, che i pubblici non sono realtà pre-esistenti e statiche rispetto alla scienza e alla tecnologia. I pubblici della scienza sono issue-oriented, vale a dire che essi si formano rispetto a problemi specifici che contano di più di variabili socio-demografiche e culturali: i pubblici vogliono entrare nell’arena politica perché desiderano partecipare al governo del futuro.
In parallelo alla riconsiderazione dei pubblici della scienza vanno approfondite le ragioni per cui gli scienziati continuano a rappresentarsi sotto assedio, nonostante la ricerca sociale da anni mostri che non è così. La persistenza di un’immagine della scienza poco apprezzata e poco considerata condiziona l’impostazione e la visione degli approcci dialogici.

Benefici per la democrazia, ma per la scienza?

Le conseguenze inattese e lo sviluppo di “intelligenza sociale” rappresentano certamente un beneficio per la democrazia (tenendo sempre a mente che la democrazia ci permette di individuare decisioni senza ricorrere alla violenza – ed è tanto – ma non ci consente necessariamente di trovare la scelta giusta in sé).
Ma cosa ci guadagna la scienza in tutto questo? Cosa ci guadagnano gli esperti a essere messi in discussione?
Certamente poco se lo scopo rimane la rassicurazione sociale, molto di più se gli obiettivi diventano la riflessività istituzionale e soprattutto l’aumento del capitale di fiducia sociale, la questione che a mio modo di vedere rappresenta la posta in gioco più importante nei rapporti tra scienza e società. Perché in fondo la domanda su cui i cittadini si interrogano più insistentemente di fronte all’innovazione tecnoscientifica e ai conflitti che ne scaturiscono è: di chi mi posso fidare?
Per le istituzioni, aprirsi a un dialogo vero significherebbe muoversi nella giusta direzione per essere sempre di più degli interlocutori credibili e attendibili, prim’ancora di essere dei centri di sapere comprensibili.
Difficilmente tali obiettivi possono essere raggiunti puntando a singoli e sporadici eventi di partecipazione, per di più poco coerenti con una visione di governance globale della scienza. Se però le istituzioni accettano davvero il rischio democratico allora si può forse prospettare un ruolo anche per le scuole di comunicazione della scienza.

Cosa possono fare le scuole per la cittadinanza scientifica

Non c’è dubbio che in un periodo di trasformazione come quello attuale è nostra responsabilità di formatori studiare percorsi didattici che puntino all’internazionalizzazione, all’innovazione, all’universo digitale, ai modelli economici. Non bisogna però perdere di vista il perno imprescindibile attorno a cui ruota qualunque attività di comunicazione: lavorare in funzione del pubblico.
Se crediamo di dover formare persone che favoriscano la democratizzazione della scienza, allora bisogna insegnare ai nostri studenti come organizzare l’informazione scientifica per promuovere l’impegno civile.
I nostri studenti devono acquisire le competenze tecniche e culturali per entrare nelle comunità, imparare a viverle, a capirle e a raccontarle. Dobbiamo formare studenti in grado di aiutare le istituzioni scientifiche ad abbracciare una visione più ampia dei rapporti tra scienza e società. Dobbiamo addestrare allievi in grado di ideare progetti innovativi di interazione tra media, esperti e politici. Dobbiamo pensare a figure di facilitatori che agiscano per far aumentare la consapevolezza dei diritti e dei doveri della cittadinanza scientifica nei media locali, nelle scuole, nelle piccole e medie imprese.
In ultima analisi dobbiamo far diventare le nostre scuole dei centri vivi nelle comunità, dobbiamo studiare percorsi formativi che permettano ai nostri allievi non solo di contribuire all’aumento dell’intelligenza collettiva, ma anche, come ribadisce ancora Jasanoff, di soddisfare un desiderio altrettanto legittimo: quello di partecipare al governo del futuro abilitato dalla scienza e della tecnologia. Troppo spesso i nostri insegnamenti si sono limitati al primo punto. La democratizzazione della scienza richiede di esplorare soprattutto il secondo.

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Cittadini scientifici?

Si respirava un’aria di grande entusiasmo, impegno e preoccupazione tra i partecipanti al workshop sui conflitti ambientali svoltosi ieri a Ferrara nell’ambito delle iniziative del Festival di Internazionale di cui ho già parlato qui.
Anche in Italia ci sono ormai numerose esperienze, più o meno di successo, di partecipazione pubblica su temi tecnoscientifici controversi. La sensazione è però che non si siano fatti grandi passi avanti rispetto al passato. C’è gente che discute, si appassiona, ci crede, ma per il momento il processo di costruzione di una matura cittadinanza scientifica rimane molto tortuoso e dagli esiti incerti. È emerso però con chiarezza che il tema dell’ “essere cittadini rispetto alla scienza” non può essere esaurito solo nella sua dimensione politica, ma deve includere anche quella sociale, culturale ed economica. Su questo eravamo tutti d’accordo anche se tra il dire e il fare la strada è molto lunga.

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Strategie per comunicare la chimica

Su Nature Chemistry della scorsa settimana è stato pubblicato un articolo riguardante i problemi legati a comunicare la chimica ai non-esperti e le possibili ricette per superarli attraverso un maggior coinvolgimento di differenti attori sociali.
Matthew Hartings e Declan Fahy integrano molto bene la ricerca storica sull’evoluzione dell’immaginario pubblico della chimica con i risultati degli studi sulla comunicazione.
Gli autori individuano tre problemi principali: la chimica suscita paura, è complessa ed è priva di grandi temi unificanti.
I rimedi per favorire il dialogo con cittadini, imprenditori, associazioni, ecc. si articolano in cinque raccomandazioni. Le strategie che i chimici di professione dovrebbero seguire nei loro sforzi di comunicazione pubblica consistono in:
1. Realizzare iniziative che tengano conto dei risultati degli studi sugli atteggiamenti pubblici, sulla copertura mediatica della chimica e sulla comunicazione in situazioni controverse;
2. Capire come sono fatti i diversi “pubblici della chimica”, di quali conoscenza dispongono, a quali valori, credenze, interessi fanno riferimento, qual è il loro grado di attenzione, ecc;
3. Partecipare al nuovo ecosistema comunicativo centrato sulla rete in modo attivo e consapevole;
4. Connettere la chimica a temi di ampia rilevanza sociale e individuale;
5. Scegliere la cornice mediatica giusta per coinvolgere pubblici differenti.

Credo che siano tutti consigli giusti. Il problema è come renderli concreti.
In più, nonostante lo sforzo di individuare delle difficoltà specifiche nella comunicazione della chimica, la “terapia” potrebbe andar bene per molte altre discipline scientifiche.

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Mappe diventa un network e partecipa al Festival di Internazionale

Forse alcuni di voi ricorderanno l’evento Mappe organizzato lo scorso anno a Trieste.
Anche nel 2011 riproponiamo l’appuntamento, dal 22 al 25 novembre alla Sissa, sempre con l’obiettivo di voler contribuire a tracciare una cartografia dei rapporti attuali fra scienza, società e comunicazione. Il programma è in costruzione e vi terrò aggiornati sui suoi sviluppi, ma intanto ci sono delle novità importanti nella struttura dell’evento: da quest’anno MAPPE è un network. Per il momento il gruppo è formato da noi della Sissa, dal Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara e dalla Fondazione Idis – Città della Scienza di Napoli.
Ci siamo dati una forma di collaborazione leggera. L’idea è quella di proporre Mappe come un marchio sotto il quale presentare idee, incontri e proposte in cui crediamo e ci riconosciamo. Ciascuna istituzione si fa carico di portare avanti i progetti sul territorio in cui opera e poi ci diamo una mano nell’organizzazione. Il tutto si concretizza in iniziative a Napoli, Trieste e Ferrara.
Il primo appuntamento del network Mappe nel 2011 è proprio una due giorni nella città estense dedicata ai processi di partecipazione nei conflitti ambientali. Giovedì 29 settembre si terrà un incontro con lezioni frontali e parti pratiche. Successivamente, sabato 1 ottobre, ci sarà un laboratorio all’interno del Festival di Internazionale.
A metà ottobre a Napoli c’è poi un appuntamento dedicato alla didattica non formale delle scienze, di cui vi sarò dire meglio a breve, e infine, a novembre, il già menzionato evento triestino che prevede, tra le altre cose, la X edizione del Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

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In Cina non si difano delle scansioni celebrali

Secondo un articolo apparso il 19 febbraio su Science i neuroscienziati cinesi della Beijing Normal University hanno difficoltà a reclutare bambini da sottoporre alla fMRI per i loro esperimenti.
I ricercatori vorrebbero mettere a confronto i risultati delle scansioni celebrali di bambini “sani” con quelli di bambini con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). Alcuni genitori non hanno dato il permesso a far esporre i propri figli a intensi campi magnetici.
Le ragioni? Non si fidano dei dottori. In più, c’è sempre una maggiore consapevolezza dei diritti dei pazienti e un crescente dibattito sui media riguardo ai meriti di diversi trattamenti.
E’ un caso interessante per comprendere alcuni degli aspetti etici e sociali legati agli sviluppi delle neuroscienze e in particolare all’utilizzo delle tecniche di imaging celebrale.

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Dal PUS al PEST, discussioni ricorrenti nella comunicazione della scienza

Sulla mailing list del psci.com, un portale britannico dedicato a fornire le migliori risorse internet sulla comunicazione della scienza e sul coinvolgimento pubblico su scienza e tecnologia, si sta discutendo del passaggio dal Public Understanding of Science (PUS) al Public Engagement with Science and Technology (PEST). Se ne discute da tempo. Tanti ne hanno già scritto, compreso io, secondo diverse prospettive.
Riporto la questione per mettere in evidenza il fatto che nella riflessione sulla comunicazione della scienza spesso si “reinventa la ruota”. Prima o poi spunta qualcuno che dice che è finito il deficit model, bisogna passare al dialogo, alla partecipazione. Va avanti così fin dagli anni ’90.
Il reiterarsi di queste discussioni dimostra quanto ancora non ci sia un corpus di concetti, teorie e conoscenze condiviso e riconosciuto da coloro che si occupano di comunicazione della scienza sia dal punto di vista teorico che professionale. Interessante comunque quanto dice, in una delle mail, Heather Rea, coordinatore e project manager dell’Edinburgh Beltane, un centro per il Public Engagement in Scozia:

“The model that I find most useful is to consider engagement as a spectrum of
activities ranging from the one-way information provision (books, lectures, media and PUS) through the two way engagements such as involvement/dialogue, consultation etc all the way to empowerment (eg citizens jury’s/ deliberation).

Some may think this as an increasing scale of desirability ie we should all be aiming to empower people. But the truth is that in order to empower, you must also carry out all the other activites on the scale including informing.”

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Scienziati e governo britannico devono lavorare di più per coinvolgere il pubblico

Un altro report commissionato dal BIS britannico (Department for Business Innovation & Skills) sul tema del coinvolgimento pubblico. Un paio di giorni fa il Science for All Gropu, che ha realizzato la ricerca, ha pubblicato i risultati del lavoro e un piano d’azione.
Il report si concentra su tre questioni identificate dal gruppo come sfide da affrontare nei prossimi anni:

1. E’ necessaria una maggiore comprensione del perché, di quando e di come i pubblici vengono coinvolti su questioni scientifiche. In generale la questione del coinvolgimento pubblico è ancora un tema relativamente nuovo e la comprensione di molti suoi aspetti si sta sviluppando solo ora;

2. Nonostante ci siano molti attori coinvolti nei ragionamenti e nelle pratiche attorno ai temi del coinvolgimento pubblico manca una condivisione d’esperienze e una capacità di lavoro comune. Mancano in altre parole reti e maccanismi efficaci per far funzionare meglio le attività deliberative;

3. Manca una cultura professionale che valorizzi, riconosca e supporti le attività di coinvolgimento pubblico con “le scienze”;

Il terzo punto è particolarmente signficativo, a mio modo di vedere, per il settore dell’informazione. Tra i nuovi compiti del giornalismo scientifico alcuni indicano quello di fornire strumenti di riflessione e azione ai cittadini su temi scientifici e tecnologici socialmente controversi. Manca quindi la consapevolezza che uno dei compiti del nuovo giornalismo scientifico può essere quello di trattare i pubblici come partecipanti attivi del governo della tecnoscienza.

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BID: ulitmo giorno di workshop

Si chiude fra poche ore il secondo workshop del progetto BID, un’iniziativa finanziata dalla commissione europea per favorire il dialogo su temi socialmente controversi legati allo sviluppo delle neuroscienze. Coordinato dalla Sissa, il secondo workshop dei tre previsti nel progetto BID, si conclude nel pomeriggio con un meeting aperto al pubblico dal titolo Dna e salute. La mia vita e i miei geni. L’impressione dopo aver seguito qualche talk è che gli scienziati fanno poche domande alle associazioni di pazienti, agli esperti di psicologia sociale, etica, diritto ad esempio sulle problematiche legate ai test genetici di malattie neurodegenerative. Il viceversa è meno vero. Gli altri esperti o portatori di interesse sembrano più interessati a capire gli aspetti scientifici delle malattie di Parkinson, Alzheimer, Huntington. La “comprensione dei diversi pubblici della scienza” da parte degli scienziati rimane probabilmente uno dei problemi più cruciali per comprendere a fondo le questioni tra scienza e società

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Pubblicato report ISOTOPE sui temi del coinvolgimento pubblico in materia di scienza e tecnologia

Sono stati appena pubblicati i risultati di un progetto della britannica Open University. Si tratta di ISOTOPE, guidato da Richard Holliman e Peter Taylor.
Lo scopo del progetto era:
indagare in modo sistematico i temi della partecipazione pubblica su temi di scienza e tecnologia;
costruire un sito con informazioni e risorse utili per i professionisti del settore.
Il sito isotope.open.ac.uk è stato lanciato nel luglio del 2009.
ISOTOPE è nato per sensibilizzare gli scienziati e gli operatori della comunicazione a considerare nelle loro pratiche i cambiamenti nei rapporti tra scienza e società.
A detta degli autori, nonostante la retorica imperante sul “dialogo” e sul “coinvolgimento pubblico”, rimane una grossa distanza fra i discorsi e le pratiche comunicative. ISOTOPE è uno strumento utile per trovare esempi di esperienze e suggerimenti pratici riguardo ad attività di partecipazione pubblica su temi di scienza e tecnologia.

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