Cittadini scientifici?

Si respirava un’aria di grande entusiasmo, impegno e preoccupazione tra i partecipanti al workshop sui conflitti ambientali svoltosi ieri a Ferrara nell’ambito delle iniziative del Festival di Internazionale di cui ho già parlato qui.
Anche in Italia ci sono ormai numerose esperienze, più o meno di successo, di partecipazione pubblica su temi tecnoscientifici controversi. La sensazione è però che non si siano fatti grandi passi avanti rispetto al passato. C’è gente che discute, si appassiona, ci crede, ma per il momento il processo di costruzione di una matura cittadinanza scientifica rimane molto tortuoso e dagli esiti incerti. È emerso però con chiarezza che il tema dell’ “essere cittadini rispetto alla scienza” non può essere esaurito solo nella sua dimensione politica, ma deve includere anche quella sociale, culturale ed economica. Su questo eravamo tutti d’accordo anche se tra il dire e il fare la strada è molto lunga.

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Strategie per comunicare la chimica

Su Nature Chemistry della scorsa settimana è stato pubblicato un articolo riguardante i problemi legati a comunicare la chimica ai non-esperti e le possibili ricette per superarli attraverso un maggior coinvolgimento di differenti attori sociali.
Matthew Hartings e Declan Fahy integrano molto bene la ricerca storica sull’evoluzione dell’immaginario pubblico della chimica con i risultati degli studi sulla comunicazione.
Gli autori individuano tre problemi principali: la chimica suscita paura, è complessa ed è priva di grandi temi unificanti.
I rimedi per favorire il dialogo con cittadini, imprenditori, associazioni, ecc. si articolano in cinque raccomandazioni. Le strategie che i chimici di professione dovrebbero seguire nei loro sforzi di comunicazione pubblica consistono in:
1. Realizzare iniziative che tengano conto dei risultati degli studi sugli atteggiamenti pubblici, sulla copertura mediatica della chimica e sulla comunicazione in situazioni controverse;
2. Capire come sono fatti i diversi “pubblici della chimica”, di quali conoscenza dispongono, a quali valori, credenze, interessi fanno riferimento, qual è il loro grado di attenzione, ecc;
3. Partecipare al nuovo ecosistema comunicativo centrato sulla rete in modo attivo e consapevole;
4. Connettere la chimica a temi di ampia rilevanza sociale e individuale;
5. Scegliere la cornice mediatica giusta per coinvolgere pubblici differenti.

Credo che siano tutti consigli giusti. Il problema è come renderli concreti.
In più, nonostante lo sforzo di individuare delle difficoltà specifiche nella comunicazione della chimica, la “terapia” potrebbe andar bene per molte altre discipline scientifiche.

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Mappe diventa un network e partecipa al Festival di Internazionale

Forse alcuni di voi ricorderanno l’evento Mappe organizzato lo scorso anno a Trieste.
Anche nel 2011 riproponiamo l’appuntamento, dal 22 al 25 novembre alla Sissa, sempre con l’obiettivo di voler contribuire a tracciare una cartografia dei rapporti attuali fra scienza, società e comunicazione. Il programma è in costruzione e vi terrò aggiornati sui suoi sviluppi, ma intanto ci sono delle novità importanti nella struttura dell’evento: da quest’anno MAPPE è un network. Per il momento il gruppo è formato da noi della Sissa, dal Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara e dalla Fondazione Idis – Città della Scienza di Napoli.
Ci siamo dati una forma di collaborazione leggera. L’idea è quella di proporre Mappe come un marchio sotto il quale presentare idee, incontri e proposte in cui crediamo e ci riconosciamo. Ciascuna istituzione si fa carico di portare avanti i progetti sul territorio in cui opera e poi ci diamo una mano nell’organizzazione. Il tutto si concretizza in iniziative a Napoli, Trieste e Ferrara.
Il primo appuntamento del network Mappe nel 2011 è proprio una due giorni nella città estense dedicata ai processi di partecipazione nei conflitti ambientali. Giovedì 29 settembre si terrà un incontro con lezioni frontali e parti pratiche. Successivamente, sabato 1 ottobre, ci sarà un laboratorio all’interno del Festival di Internazionale.
A metà ottobre a Napoli c’è poi un appuntamento dedicato alla didattica non formale delle scienze, di cui vi sarò dire meglio a breve, e infine, a novembre, il già menzionato evento triestino che prevede, tra le altre cose, la X edizione del Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

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In Cina non si difano delle scansioni celebrali

Secondo un articolo apparso il 19 febbraio su Science i neuroscienziati cinesi della Beijing Normal University hanno difficoltà a reclutare bambini da sottoporre alla fMRI per i loro esperimenti.
I ricercatori vorrebbero mettere a confronto i risultati delle scansioni celebrali di bambini “sani” con quelli di bambini con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). Alcuni genitori non hanno dato il permesso a far esporre i propri figli a intensi campi magnetici.
Le ragioni? Non si fidano dei dottori. In più, c’è sempre una maggiore consapevolezza dei diritti dei pazienti e un crescente dibattito sui media riguardo ai meriti di diversi trattamenti.
E’ un caso interessante per comprendere alcuni degli aspetti etici e sociali legati agli sviluppi delle neuroscienze e in particolare all’utilizzo delle tecniche di imaging celebrale.

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Dal PUS al PEST, discussioni ricorrenti nella comunicazione della scienza

Sulla mailing list del psci.com, un portale britannico dedicato a fornire le migliori risorse internet sulla comunicazione della scienza e sul coinvolgimento pubblico su scienza e tecnologia, si sta discutendo del passaggio dal Public Understanding of Science (PUS) al Public Engagement with Science and Technology (PEST). Se ne discute da tempo. Tanti ne hanno già scritto, compreso io, secondo diverse prospettive.
Riporto la questione per mettere in evidenza il fatto che nella riflessione sulla comunicazione della scienza spesso si “reinventa la ruota”. Prima o poi spunta qualcuno che dice che è finito il deficit model, bisogna passare al dialogo, alla partecipazione. Va avanti così fin dagli anni ’90.
Il reiterarsi di queste discussioni dimostra quanto ancora non ci sia un corpus di concetti, teorie e conoscenze condiviso e riconosciuto da coloro che si occupano di comunicazione della scienza sia dal punto di vista teorico che professionale. Interessante comunque quanto dice, in una delle mail, Heather Rea, coordinatore e project manager dell’Edinburgh Beltane, un centro per il Public Engagement in Scozia:

“The model that I find most useful is to consider engagement as a spectrum of
activities ranging from the one-way information provision (books, lectures, media and PUS) through the two way engagements such as involvement/dialogue, consultation etc all the way to empowerment (eg citizens jury’s/ deliberation).

Some may think this as an increasing scale of desirability ie we should all be aiming to empower people. But the truth is that in order to empower, you must also carry out all the other activites on the scale including informing.”

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Scienziati e governo britannico devono lavorare di più per coinvolgere il pubblico

Un altro report commissionato dal BIS britannico (Department for Business Innovation & Skills) sul tema del coinvolgimento pubblico. Un paio di giorni fa il Science for All Gropu, che ha realizzato la ricerca, ha pubblicato i risultati del lavoro e un piano d’azione.
Il report si concentra su tre questioni identificate dal gruppo come sfide da affrontare nei prossimi anni:

1. E’ necessaria una maggiore comprensione del perché, di quando e di come i pubblici vengono coinvolti su questioni scientifiche. In generale la questione del coinvolgimento pubblico è ancora un tema relativamente nuovo e la comprensione di molti suoi aspetti si sta sviluppando solo ora;

2. Nonostante ci siano molti attori coinvolti nei ragionamenti e nelle pratiche attorno ai temi del coinvolgimento pubblico manca una condivisione d’esperienze e una capacità di lavoro comune. Mancano in altre parole reti e maccanismi efficaci per far funzionare meglio le attività deliberative;

3. Manca una cultura professionale che valorizzi, riconosca e supporti le attività di coinvolgimento pubblico con “le scienze”;

Il terzo punto è particolarmente signficativo, a mio modo di vedere, per il settore dell’informazione. Tra i nuovi compiti del giornalismo scientifico alcuni indicano quello di fornire strumenti di riflessione e azione ai cittadini su temi scientifici e tecnologici socialmente controversi. Manca quindi la consapevolezza che uno dei compiti del nuovo giornalismo scientifico può essere quello di trattare i pubblici come partecipanti attivi del governo della tecnoscienza.

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BID: ulitmo giorno di workshop

Si chiude fra poche ore il secondo workshop del progetto BID, un’iniziativa finanziata dalla commissione europea per favorire il dialogo su temi socialmente controversi legati allo sviluppo delle neuroscienze. Coordinato dalla Sissa, il secondo workshop dei tre previsti nel progetto BID, si conclude nel pomeriggio con un meeting aperto al pubblico dal titolo Dna e salute. La mia vita e i miei geni. L’impressione dopo aver seguito qualche talk è che gli scienziati fanno poche domande alle associazioni di pazienti, agli esperti di psicologia sociale, etica, diritto ad esempio sulle problematiche legate ai test genetici di malattie neurodegenerative. Il viceversa è meno vero. Gli altri esperti o portatori di interesse sembrano più interessati a capire gli aspetti scientifici delle malattie di Parkinson, Alzheimer, Huntington. La “comprensione dei diversi pubblici della scienza” da parte degli scienziati rimane probabilmente uno dei problemi più cruciali per comprendere a fondo le questioni tra scienza e società

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Pubblicato report ISOTOPE sui temi del coinvolgimento pubblico in materia di scienza e tecnologia

Sono stati appena pubblicati i risultati di un progetto della britannica Open University. Si tratta di ISOTOPE, guidato da Richard Holliman e Peter Taylor.
Lo scopo del progetto era:
indagare in modo sistematico i temi della partecipazione pubblica su temi di scienza e tecnologia;
costruire un sito con informazioni e risorse utili per i professionisti del settore.
Il sito isotope.open.ac.uk è stato lanciato nel luglio del 2009.
ISOTOPE è nato per sensibilizzare gli scienziati e gli operatori della comunicazione a considerare nelle loro pratiche i cambiamenti nei rapporti tra scienza e società.
A detta degli autori, nonostante la retorica imperante sul “dialogo” e sul “coinvolgimento pubblico”, rimane una grossa distanza fra i discorsi e le pratiche comunicative. ISOTOPE è uno strumento utile per trovare esempi di esperienze e suggerimenti pratici riguardo ad attività di partecipazione pubblica su temi di scienza e tecnologia.

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