Economie emergenti, la crescita arriva dalle megalopoli*

Famoso per la teoria degli equilibri punteggiati alternativa alla visione di un’evoluzione biologica graduale e continua, lo scienziato americano Stephen Jay Gould, morto prematuramente nel 2002, era forse meno noto per una strana collezione di calzature raccolte nel corso dei suoi viaggi nel mondo in via di sviluppo. I sandali acquistati nei mercati all’aperto di Nairobi, Delhi e Quito probabilmente non erano il massimo dell’eleganza, ma avevano una caratteristica che affascinava Gould: erano fatti con pneumatici trovati tra le discariche. Dal punto di vista dell’autore di Intelligenza e pregiudizio, vincitore dell’American Book Award for Science, il passaggio dagli pneumatici alle scarpe non era solo un raro esempio di “ingegnosità umana”, ma anche la dimostrazione di come favelas e baraccopoli potessero rivelarsi a sorpresa luoghi in cui fiorisce l’innovazione. Nelle loro immense contraddizioni, i vasti agglomerati urbani abusivi sparsi su tutto il pianeta, in cui vivono attualmente circa un miliardo di persone e dove spesso mancano elettricità, fognature e impianti igienici, si mostravano come spazi privilegiati della creatività. In altre parole, Gould condivideva l’idea che l’iperurbanizzazione è un fattore di crescita nei paesi in via di sviluppo, a partire dai quartieri più illegali, poveri e irregolari. Ma è proprio così? Esiste una relazione positiva tra il grado di urbanizzazione e l’economia dei paesi emergenti?

Se nel caso dei paesi sviluppati abbiamo a disposizione una letteratura scientifica molto approfondita sul rapporto tra queste due variabili, lo stesso non si può dire per il Sud del mondo. Non sorprende allora che la discussione tra addetti ai lavori si presenti come una divisione tra apocalittici e integrati. Joel Kotkin, professore di sviluppo urbano e autore di The Next Hundred Million: America in 2050, apprezzato volume sul futuro demografico degli Stati Uniti, in un articolo apparso su Forbes nel 2011, sentenziava che “le megacittà nei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere considerate per quello che sono: una tragica replica dei peggiori aspetti dell’urbanizzazione di massa che ha già contraddistinto il fenomeno in Occidente”. Più ottimiste studiose come Janice Perlman, fondatrice del Mega-Cities Project e autrice di testi fondamentali sulle favelas come Il mito della marginalità urbana, povertà e politica a Rio. Le sue ricerche mostrano che per quanto gli slums non siano certo posti desiderabili dove vivere, sono pur sempre luoghi migliori dei contesti rurali di provenienza per milioni di persone. A mettere un po’ ordine nella matassa di opinioni discordanti ci ha pensato di recente Gilles Duranton, professore di studi immobiliari della Wharton University, nella ricerca Growing trough Cities in Developing Countries, pubblicato sulla rivista World Bank Research Observer. Duranton ha realizzato un’accurata revisione dei lavori più approfonditi riguardanti l’impatto dell’urbanizzazione su crescita economica e sviluppo, sia nei paesi avanzati che in quelli emergenti. Il quadro che emerge, per quanto ottimistico, è complesso. I margini di miglioramento sono ampi ma impossibile prevedere cosa accadrà nei prossimi decenni. Un aspetto è certo: la posta in gioco è il nostro futuro globale.

La maggior parte della popolazione mondiale vive infatti oggi in città. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2050 sette persone su dieci risiederanno in aree urbane. Come certifica il rapporto Habitat del 2013 delle Nazioni Unite, le zone del pianeta in cui tale tendenza è più marcata sono Africa, Asia e America Latina: più del 90% della crescita urbana globale sta avvenendo in queste regioni. Nei paesi a basso reddito le città rappresentano la speranza di una vita migliore e più ricca per milioni di persone. Allo stesso tempo il grande afflusso di indigenti da campagne e contesti rurali ha creato dei veri e propri hub di povertà. Edward Glaser, economista di Harvard e autore del libro Il trionfo delle città, edito in Italia da Bompiani, sottolinea che le megalopoli “non sono piene di persone povere perché sono le città a renderle tali, ma perché le città attraggono persone povere”. Sempre secondo il rapporto Habitat, un terzo della popolazione urbana nei paesi in via di sviluppo risiede in baraccopoli e favelas. D’altro canto, le aree cittadine sono motori di successo economico. Lo studio Global Cities 2030 della Oxford Economics stima che le 750 città più grandi del pianeta producono il 57 per cento dell’attuale PIL mondiale.

Se questi dati lasciano pochi dubbi sul ruolo delle città nell’economia planetaria, più complessa è la decifrazione dei rapporti di causa-effetto tra crescita economica e urbanizzazione di un paese. Nella letteratura di settore si assume spesso che sia la prima a determinare l’aumento della seconda. Per questo, una delle tipiche preoccupazioni nelle scelte di policy è assicurare che la ridistribuzione di nuovi arrivi e di nuovi lavoratori avvenga in modo “bilanciato”. La ricerca di Duranton assume una prospettiva opposta: esamina in quale misura lo sviluppo economico sia influenzato dall’incremento sfrenato dell’urbanizzazione, non più trattato come un fenomeno da gestire ma come una potenziale ricchezza e comunque come parte integrante del processo di crescita. In questa cornice l’autore si chiede fra le altre cose se la produttività lavorativa aumenta quando le persone si spostano nelle città, e in caso di risposta affermativa come, in quale misura, in quanto tempo.
Anche se esistono differenze significative tra economie avanzate e nazioni in via di sviluppo. la risposta generale è che i lavoratori nelle città traggono beneficio dalle cosiddette economie di agglomerazione, vale a dire dalla concentrazione delle attività produttive in determinate regioni all’interno di un paese o di una più ampia area geopolitica. I vantaggi si suddividono in tre categorie: la condivisione di fattori produttivi; la qualità del mercato del lavoro, cioè il fatto che una concentrazione di imprese simili attira manodopera specializzata; la facilità con cui si diffonde la conoscenza necessaria a migliorare specifici processi.

Detto questo, le diversità fra Nord e Sud del mondo si manifestano in varie direzioni, a partire dal rapporto tra urbanizzazione e salari, molto più pronunciato nei paesi emergenti rispetto ai paesi ricchi. Uno studio del 2013 dell’Aix-School of Economics di Marsiglia stimava che, più in generale, gli effetti della concentrazione di molte attività in una stessa area (esternalità di agglomerazione) sono maggiori, anche fino a cinque volte, nei paesi in via di sviluppo rispetto a quelli avanzati.

Più grandi sono le città poi, più sono innovative. Con l’aumentare delle dimensioni, gli agglomerati urbani generano idee a un ritmo più sostenuto. Malgrado frastuono, folla e distrazioni, il residente medio di una metropoli con cinque milioni di abitanti è quasi tre volte più creativo del residente medio di una cittadina di centomila. Il fenomeno vale in tutto il pianeta. Anche le grandi città nei paesi in via di sviluppo agiscono come centri di innovazione, con un importante differenza però rispetto ai paesi avanzati: non sono in grado di trasferire la produzione di beni maturi in città più piccole e specializzate. Questa situazione, nota Duranton, rende le metropoli africane, asiatiche e sudamericane più grandi di quanto dovrebbero essere e aumenta la congestione delle città stesse. Aspetti negativi che si ripercuotono sui prezzi dei prodotti, realizzati a costi più alti. Le megalopoli nei paesi in via di sviluppo sono in altre parole funzionalmente molto meno specializzate di quelle dei paesi ricchi poiché risultano oppresse da attività “ancillari” che ne diminuiscono l’efficienza. I possibili rimedi potrebbero essere la realizzazione di nuove infrastrutture – in particolare nel settore dei trasporti – e la redistribuzione della produzione in centri più piccoli attraverso la riduzione dei favoritismi governativi nei confronti dei grandi contesti urbani.

Infine, il mercato del lavoro nelle città dei paesi in via di sviluppo è costituito da un ampio settore informale e fuori dalle regole, in altre parole in nero. L’OCSE ha stimato che entro il 2020 le attività economiche non censite e non autorizzate comprenderanno due terzi della forza lavoro globale. Più della metà dei lavoratori del mondo si muove in una zona d’ombra della politica e dell’economia e abita in gran parte gli enormi mercati fai-da-te e i quartieri autocostruiti delle megalopoli del Sud del mondo. Come ha scritto l’analista Robert Newirth in un articolo apparso in uno speciale della rivista Le Scienze di novembre del 2011, a “pianificatori e funzionari governativi tutto questo suona spaventoso. La loro preoccupazione è che questi quartieri e questi mercati così instabili possano produrre metastasi, che questi sterminati labirinti di strutture precarie e imprese mai registrate riescano a trascinare con sé le città nell’abisso”. Per Newirth si tratta viceversa di una visione del futuro urbano da valorizzare e accompagnare, non da respingere. La pensa allo stesso modo Duranton, secondo cui la graduale integrazione dei lavoratori in nero nelle regole del mercato formale costituisce una sfida cruciale per lo sviluppo delle megalopoli.

L’invito conclusivo dell’economista di origine francese è però resistere a qualunque tentazione di prevedere gli effetti dell’agglomerazione. Nei paesi in via di sviluppi ne sappiamo ancora troppo poco su quali siano i meccanismi reali con cui avviene questo fenomeno per poter azzardare qual è la policy giusta per affrontare i problemi di infrastrutture, economia sommersa e favoritismi governativi che impediscono alle enormi aree urbane del Sud del mondo di esprimere completamente il loro potenziale.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 2 agosto 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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