Formare gli scienziati alla comunicazione è utile. Un workshop e una ricerca lo ribadiscono

Inizia oggi alla Sissa di Trieste, dove lavoro, una tre giorni di lezioni rivolte a neuroscienziati e incentrate su aspetti pratici e teorici di comunicazione. Il workshop è organizzato da bid – Brains in Dialogue un progetto del Laboratorio Interdisciplinare della Sissa, in collaborazione con ESConet (the European Science Communication Network), una rete di formatori europei in comunicazione della scienza costruita qualche anno fa nell’ambito del Sesto Programma Quadro.
L’obiettivo è addestrare ricercatori operanti nelle aree del brain imaging, del brain device e della medicina predittiva – i temi di Bid – a comunicare efficacemente con i media e con pubblici diversi. La cornice di riferimento è quella del “dialogo”. Il termine è un po’ abusato e si presta a scivolamenti retorici. Pragmaticamente si tratta di spostare l’attenzione dei ricercatori da una visione della comunicazione come attività di propaganda o come prolungamento della comunicazione istituzionale, a un approccio basato sui contesti in cui le neuroscienze entrano nel discorso pubblico con tutti gli esiti che ne conseguono sul piano comunicativo.
Giornate come quelle organizzate da Bid sono ormai numerose, anche in Italia. Nonostante ciò la mia sensazione è che continuino ad essere accompagnate da un certo scetticismo da parte degli scienziati. Servono? E a che cosa? Davvero le sorti della ricerca possono essere risollevate dalla comunicazione? Non sarà che anche la scienza si piega alle logiche di una società mediatizzata?
Non voglio qui dilungarmi sulle argomentazioni con cui si può ribattere, dal mio punto di vista ovviamente, a queste perplessità. Preferisco rimandare ai risultati di uno studio in cui è stato chiesto a diversi esperti di comunicazione della scienza, a livello internazionale, cosa pensano dei corsi di formazione rivolti a ricercatori/tecnici di laboratorio, ingegneri, medici, personale sanitario. Si tratta della prima indagine di questo tipo ed è stata da poco pubblicata su Science Communication.
I risultati principali sono abbastanza prevedibili. Primo: gli studiosi di comunicazione della scienza ritengono che i corsi di formazione siano molto utili per i ricercatori e che anzi dovrebbero essercene di più. Secondo: i “discenti” hanno in testa prevalentemente il modello top-down.
Più interessanti forse alcuni aspetti secondari, come ad esempio il fatto che gli scienziati e gli ingegneri, le categorie su cui maggiormente è stata prodotta letteratura, sono anche il gruppo che riceve meno attività di formazione.
Dal punto di vista dei contenuti, gli insegnamenti che vanno per la maggiore riguardano i modelli e le teorie di comunicazione. I partecipanti sono molto più soddisfatti però quando mettono le mani in pasta confrontandosi con strumenti pratici.
Un altro fatto su cui riflettere è infine la convinzione, da parte di medici e personale sanitario, di non aver bisogno di alcun corso di comunicazione. Lo dico con rispetto, ma la mia esperienza mi suggerisce che è vero il contrario.
Complessivamente emerge un quadro in cui la formazione nei confronti di chi, a vario titolo, ruota attorno a scienza, tecnologia e medicina dovrebbe essere molto più articolata rispetto a quanto offre oggi la riflessione teorica. Al ritardo della ricerca educativa corrisponde, se pur con qualche scetticismo, la consapevolezza che formare scienziati, ingegneri e operatori sanitari a comunicare meglio sia sempre più necessario.
I workshop come quelli di Bid colgono, a mio modo di vedere, entrambi gli aspetti. Da una parte propongono una didattica più avanzata ma anche sperimentale e quindi con possibilità di ulteriori sviluppi, dall’altra l’alta partecipazione di ricercatori da ogni parte d’Europa testimonia un bisogno reale e non più rimandabile.

Tag:, ,