Medici o reporter? Problemi etici del giornalismo medico-scientifico nel dramma di Haiti

Il Columbia Journalism Review ricostruisce una vicenda che sta suscitando un intenso dibattito in questi giorni su blog specializzati e importanti media americani.
La questione riguarda alcuni corrispondenti di grandi network televisivi che sono anche medici. I reporter-dottori sono stati inviati ad Haiti. Nella tragedia dell’isola caraibica, molti di loro si sono trovati in situazioni in cui hanno dovuto smettere il cappello di giornalista e indossare quello di medico. Niente di male, ovviamente, se i due ruoli rimangono separati. Ma cosa dire se la Cnn manda in onda un video di quattro minuti di uno dei suoi inviati, il Dr. Sanjay Gupta, mentre visita una ragazzina di quindici anni con una ferita non grave alla testa? O mentre lo stesso descrive l’operazione di una bambina di dodici anni?
Dov’è la notizia? Si può separare il ruolo di giornalista da quello di medico in situazioni così delicate e critiche come il terremoto di Haiti? Si può mantenere l’obiettività richiesta al giornalismo raccontando una storia di cui si è protagonisti?

Su questi interrogativi si stanno interrogando blog, giornali, televisioni americani.

Alcune considerazioni:

1. Ad alcuni la questione può sembrare vecchia. Per capirne la profondità in termini nuovi bisogna considerare l’ecosistema comunicativo in cui si è svolta la vicenda e in cui si svolge la discussione. Senza blog, twitter, video non sarebbe stata possibile né l’una né l’altra.

2. Gupta e simili sono esempi di giornalismo crossmediale in cui contenuti, professionalità e processi non iniziano e finiscono all’interno di un solo medium.

3. La “notizia” è legata a nuove forme di fiducia tra pubblico e giornalista in cui l’essere contemporaneamente medico e reporter gioca un ruolo determinante a favore di una maggiore credibilità.

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