Ruoli e pratiche emergenti nel giornalismo scientifico digitale

Sono convinto che una delle attività più interessanti a cui ci possiamo dedicare, in qualità di analisti, ricercatori, formatori, per descrivere i grandi cambiamenti dell’editoria e del giornalismo sia quella di costruire mappe. Forse è un po’ una mia fissazione, ma se devo riflettere su cosa faccio e perché mi piace quello che faccio, preferisco paragonarmi a un cartografo, che scopre e indica percorsi rilevanti, e non un a un filtro o a un confezionatore di prodotti pronti all’uso. Le cose, è ovvio, non si escludono tra di loro, ma se devo scegliere mi sento più a mio agio con la prima opzione. Tutta questa premessa per dirvi perché mi piace tanto un paper pubblicato da poco su Journalism. Si tratta di un articolo che descrive come cambiano ruoli e pratiche del giornalista scientifico in epoca digitale. Gli autori sono Declan Fahy e Matthew Nisbet, fra i migliori ricercatori di comunicazione della scienza in circolazione nel panorama internazionale. Nel loro lavoro ci sono almeno due aspetti rispetto ai quali mi trovo in piena sintonia. Il primo è che viene disegnata una mappa dei professionisti dell’informazione on line di scienza, medicina e tecnologia. L’oggetto di studio è il territorio pluralistico, partecipativo e sociale definito dalle tecnologie digitali e connettive. La cartina geografica prodotta da Fahy e Nisbet è una rappresentazione di una parte del giornalismo scientifico anglosassone. Per quanto ne so io è il primo studio del genere.
Andando a leggere i dettagli dell’articolo c’è un altro motivo di soddisfazione, forse maggiore del primo, se possibile. Lo riassumo usando le parole degli autori (da me tradotte): “Rispetto a un decennio fa, questo gruppo professionale [i giornalisti scientifici], guidati da imperativi economici e cambiamenti tecnologici, sta assolvendo una più ampia pluralità di ruoli, inclusi quelli di curatori, di mediatori culturali, di intellettuali pubblici e di educatori civici, oltre a ruoli più tradizionali della pratica giornalistica, come quelli di cronista, filtro, cane da guardia, agenda setter”. Rispetto alla pianticella del divulgatore scientifico, che traduce dal complesso al semplice, abbiamo quindi una foresta di ruoli e di pratiche, un vero e proprio ecosistema appunto.
Tra gli addetti ai lavori discutiamo da anni di questi cambiamenti. Ora sembra che la rete e la cultura digitale, con le riconfigurazioni economiche, di pratiche sociali e di lavoro che si portano appresso, stiano dando un colpo decisivo alla transizione. Fino a quando si discute, a parole, di scenari futuri siamo però nel campo delle speculazioni. Lo studio di Fahy e Nisbet hanno il merito di fornire per la prima volta dati e riscontri concreti.
Per come emerge dalla loro ricerca la tendenza del giornalismo scientifico è quella di una professione che si arricchisce di competenze, responsabilità e opportunità. Una professione che si sta guadagnando il ruolo che le compete nella società della conoscenza.

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