Insegnare giornalismo: come andare oltre

“Se il futuro del giornalismo è digital-first anche la formazione deve muoversi nella stessa direzione”

Screen_Shot_2015-02-19_at_9.16.37_AM La strategia del digital-first deve valere anche per le scuole di giornalismo se vogliono continuare ad avere un senso. È forse la raccomandazione più rilevante del report Above & Beyond. Looking for the Future of Journalism Education, pubblicato qualche settimana fa dalla Knight Foundation. L’autrice Dianne Lynch, attualmente presidente dello Stephens College, con un’esperienza di formatrice più che ventennale alle spalle, ha trascorso dieci mesi con professionisti, studenti, accademici sparsi sull’intero territorio americano per discutere del futuro dell’insegnamento nel giornalismo.

Il risultato è un report che, pur rispecchiando il panorama statunitense, offre spunti rilevanti anche per chi si occupa di formare professionisti dell’informazione in italia e in Europa. Lynch ha posto l’orizzonte temporale del rinnovamento delle scuole di giornalismo a dieci anni. Da qui al 2025 bisognerebbe muoversi secondo tre direttrici fondamentali:

1. Creare scuole di giornalismo digital-first

Non ha più senso strutturare programmi in cui, a un certo punto, il web viene aggiunto a quello che si insegnava in passato. I corsi su Internet e dintorni non possono arrivare dopo un presunto percorso lineare che va dalla carta ai social media. Una strategia formativa di questo tipo rispecchia una fuorviante prospettiva evolutiva perché l’ambiente naturale del professionista dell’informazione è ormai l’ecosistema digitale. Questo implica che, da una parte, i corsi tradizionali (reporting, newswriting, deontologia, ecc.) si devono modellare attorno a esso, e non il viceversa. Dall’altra, le scuole devono essere in grado di trasferire le competenze necessarie agli allievi perché diventino nodi attivi della rete. E se non si dispone dei docenti adatti è meglio prenderne consapevolezza e agire di conseguenza, invece che provare a insegnare ciò che non si conosce.

2. Integrare insegnamenti accademici con corsi professionalizzanti

Qui l’autrice tocca il punto delicato dei limiti intrensici dell’accademia. Le rigidità universitarie non si addicono all’innovazione, e non solo nell’insegnamento giornalistico. Eppure l’ambiente accademico offre ancora dei vantaggi difficili da trovare altrove. Bisogna allora produrre la migliore sintesi possibile tra l’archittettura formativa tradizionale, solida ma rigida, e la dinamicità dell’ecosistema mediale digitale, vivace ma lontano dall’equilibrio. Dianne Lynch propone un sistema di revisione e monitoraggio continuo dei corsi attraverso organi di governance aperti a professionisti esterni, più altre misure replicate ad esempio dalla formazione specialistica in medicina.

3. Richiedere sistemi di accreditamento in grado di valutare gli esiti professionali più che la solidità istituzionale

È sempre più vitale che le scuole di giornalismo si facciano valutare. Un obiettivo ambizioso se si considera che negli Stati Uniti la percentuale di programmi formativi di giornalismo accreditati non arriva al 25 per cento. L’universo digitale richiede inoltre un ulteriore passaggio. Gli standard di accreditamento attuali si focalizzano infatti in gran parte sui processi interni e sulle strutture accademiche, molto meno sugli esiti professionali e sulla capacità di sapersi adattare ai cambiamenti. Anche in questo caso, la proposta dell’autrice è permettere l’ingresso a professionisti esterni esperti di giornalismo digitale nei comitati di valutazione.

Il report di Dianne Lynch non fornisce indicazioni su specifici corsi o curricula da inserire nei programmi didattici. L’autrice sa bene, per esperienza personale, che qualunque proposta di cambiamento deve fare i conti con risorse limitate e resistenze di varia natura. L’aspetto più significativo del suo lavoro è piuttosto quello di offrire un modello possibile di strutture innovative nella formazione giornalistica, adattabili alle energie, alle capacità e alle visioni delle singole scuole. Per questo può essere utile anche per noi.

Tag:, , ,

Condividi:
  • Print
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • MySpace
  • RSS
  • Twitter

Formare gli scienziati alla comunicazione è utile. Un workshop e una ricerca lo ribadiscono

Inizia oggi alla Sissa di Trieste, dove lavoro, una tre giorni di lezioni rivolte a neuroscienziati e incentrate su aspetti pratici e teorici di comunicazione. Il workshop è organizzato da bid – Brains in Dialogue un progetto del Laboratorio Interdisciplinare della Sissa, in collaborazione con ESConet (the European Science Communication Network), una rete di formatori europei in comunicazione della scienza costruita qualche anno fa nell’ambito del Sesto Programma Quadro.
L’obiettivo è addestrare ricercatori operanti nelle aree del brain imaging, del brain device e della medicina predittiva – i temi di Bid – a comunicare efficacemente con i media e con pubblici diversi. La cornice di riferimento è quella del “dialogo”. Il termine è un po’ abusato e si presta a scivolamenti retorici. Pragmaticamente si tratta di spostare l’attenzione dei ricercatori da una visione della comunicazione come attività di propaganda o come prolungamento della comunicazione istituzionale, a un approccio basato sui contesti in cui le neuroscienze entrano nel discorso pubblico con tutti gli esiti che ne conseguono sul piano comunicativo.
Giornate come quelle organizzate da Bid sono ormai numerose, anche in Italia. Nonostante ciò la mia sensazione è che continuino ad essere accompagnate da un certo scetticismo da parte degli scienziati. Servono? E a che cosa? Davvero le sorti della ricerca possono essere risollevate dalla comunicazione? Non sarà che anche la scienza si piega alle logiche di una società mediatizzata?
Non voglio qui dilungarmi sulle argomentazioni con cui si può ribattere, dal mio punto di vista ovviamente, a queste perplessità. Preferisco rimandare ai risultati di uno studio in cui è stato chiesto a diversi esperti di comunicazione della scienza, a livello internazionale, cosa pensano dei corsi di formazione rivolti a ricercatori/tecnici di laboratorio, ingegneri, medici, personale sanitario. Si tratta della prima indagine di questo tipo ed è stata da poco pubblicata su Science Communication.
I risultati principali sono abbastanza prevedibili. Primo: gli studiosi di comunicazione della scienza ritengono che i corsi di formazione siano molto utili per i ricercatori e che anzi dovrebbero essercene di più. Secondo: i “discenti” hanno in testa prevalentemente il modello top-down.
Più interessanti forse alcuni aspetti secondari, come ad esempio il fatto che gli scienziati e gli ingegneri, le categorie su cui maggiormente è stata prodotta letteratura, sono anche il gruppo che riceve meno attività di formazione.
Dal punto di vista dei contenuti, gli insegnamenti che vanno per la maggiore riguardano i modelli e le teorie di comunicazione. I partecipanti sono molto più soddisfatti però quando mettono le mani in pasta confrontandosi con strumenti pratici.
Un altro fatto su cui riflettere è infine la convinzione, da parte di medici e personale sanitario, di non aver bisogno di alcun corso di comunicazione. Lo dico con rispetto, ma la mia esperienza mi suggerisce che è vero il contrario.
Complessivamente emerge un quadro in cui la formazione nei confronti di chi, a vario titolo, ruota attorno a scienza, tecnologia e medicina dovrebbe essere molto più articolata rispetto a quanto offre oggi la riflessione teorica. Al ritardo della ricerca educativa corrisponde, se pur con qualche scetticismo, la consapevolezza che formare scienziati, ingegneri e operatori sanitari a comunicare meglio sia sempre più necessario.
I workshop come quelli di Bid colgono, a mio modo di vedere, entrambi gli aspetti. Da una parte propongono una didattica più avanzata ma anche sperimentale e quindi con possibilità di ulteriori sviluppi, dall’altra l’alta partecipazione di ricercatori da ogni parte d’Europa testimonia un bisogno reale e non più rimandabile.

Tag:, ,

Condividi:
  • Print
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • MySpace
  • RSS
  • Twitter

Nuovo master in giornalismo scientifico digitale

Da oggi è on-line il sito del Master in Giornalismo Scientifico Digitale della Sissa di Trieste. Si affianca, sempre nella stessa istituzione, al Master in Comunicazione della Scienza, con ormai quasi vent’anni di vita. Sono aperte le iscrizioni per entrambi. Sono co-direttore di tutti e due i corsi.

Per arrivare alle versioni attuali ci abbiamo lavorato poco più di sei mesi, anche se è da diverso tempo che pensiamo a come rispondere, sul piano formativo, alle trasformazioni dell’ecosistema della comunicazione e all’evoluzione dei rapporti tra scienza e società. La conclusione è stata che l’offerta didattica andava ampliata e allo stesso tempo focalizzata.

Il nuovo Master durerà un anno e fornirà competenze tecniche, relazionali e culturali a chi si vuole occupare di giornalismo scientifico sui media digitali.
Il Master tradizionale rimane di due anni e continuerà a formare comunicatori scientifici con un background culturale interdisciplinare e in grado di essere impiegati nell’intero spettro di attività del settore, dalla museologia all’ organizzazione di eventi, dall’editoria alla comunicazione istituzionale e d’impresa.

Tag:, ,

Condividi:
  • Print
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • MySpace
  • RSS
  • Twitter

Per gli scienziati essere buoni comunicatori non basta

Communicating science di Nicholas Russell si propone come un libro diverso da quelli che portano di solito questo titolo.
Non è un manuale, non dice semplicemente che per gli scienziati i tempi son cambiati, che devono uscire dalla torre d’avorio, che devono capire le logiche dei media e, ahiloro, adattarvisi. Dalla descrizione su Amazon:

“This book critically examines the origin of this drive to improve communication, and discusses why simply improving scientists’ communication skills and understanding of their audiences may not be enough. Written in an engaging style, and avoiding specialist jargon, this book provides an insight into science’s place in society by looking at science communication in three contexts: the professional patterns of communication among scientists, popular communication to the public, and science in literature and drama. This three-part framework shows how historical and cultural factors operate in today’s complex communication landscape, and should be actively considered when designing and evaluating science communication. Ideal for students and practitioners in science, engineering and medicine, this book provides a better understanding of the culture, sociology and mechanics of professional and popular communication.”

Tag:, ,

Condividi:
  • Print
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • MySpace
  • RSS
  • Twitter