Il giornalismo post-industriale è scientifico

È il report giornalistico dell’anno. Almeno a giudicare dal numero e dalla qualità dei commentatori che si sono cimentati nel fornirne analisi e descrizioni. Per limitarci al contesto italiano, ne hanno parlato Luca De Biase, Giuseppe Granieri, Andrea Iannuzzi, Sergio Maistrello, Pier Luca Santoro, Mario Tedeschini Lalli. Vi rimando a questi post se volete leggere delle sintesi sfaccettate e molto acute del rapporto della Columbia Journalism School “Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present”, redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky. Si tratta di un’analisi dello stato attuale del giornalismo e dell’editoria che, come dice bene Sergio Maistrello, parla “apertamente di giornalismo post-industriale e di riallocazione (non sostituzione) della professione del giornalista a un diverso livello dell’ecosistema dell’informazione”.
Il rapporto si articola in cinque sezioni (Introduzione, Giornalisti, Istituzioni, Ecosistema, Conclusioni). In questo post mi soffermo sul ruolo dei giornalisti nell’attuale ecosistema dell’informazione.
Faccio una premessa doverosa: cerco un po’ di tirare l’acqua al mio mulino. Una delle ipotesi di lavoro su cui stiamo lavorando alla Sissa, soprattutto nell’ambito del Master in Giornalismo Scientifico Digitale, è che la rete renda molto più manifesti che in passato i punti di contatto tra il lavoro del giornalisti e quello degli scienziati. Dal mio punto di vista è uno degli aspetti più interessanti che si possono dedurre dalla lettura del saggio di Anderson et al.
L’idea di per sé non è nuova. La proposta di un approccio giornalistico basato sulla teorizzazione di forti analogie tra il lavoro del reporter e il metodo scientifico si era già diffusa a partire dal 1969, con la pubblicazione del libro di Philip Mayer Precision Journalism. Negli Stati Uniti e in Brasile il giornalismo di precisione ha avuto diversi riscontri. Alcune inchieste realizzate secondo le sue prescrizioni hanno ricevuto il Pulitzer. In Italia è un filone molto marginale. In generale, l’idea di trattare il “giornalismo come scienza” non è stata prevalente in nessuna parte del mondo.
Si può discutere a lungo delle ragioni per cui questo approccio non sia entrato a far parte delle pratiche e della forma mentis della stragrande maggioranza dei cronisti. Sta di fatto che il giornalismo moderno non accetta più deroghe alla scientifizzazione delle modalità con cui si riportano le notizie. Quello che era difficile prima di Internet, oggi non solo è possibile, ma necessario.
Tra le “hard skill” del giornalista post-industriale individuate da Anderson, Bell e Shirky ci sono: la specializzazione, la capacità di leggere e interpretare dati e statistiche, l’analisi dell’audience, la comprensione di metriche. Se i professionisti dell’informazione non affrontano questo passaggio il loro destino è segnato, chiosano gli autori.
Sembra insomma che l’idea secondo la quale il giornalista è sostanzialmente uno scrittore, un’immagine promossa soprattutto dal “nuovo giornalismo” di Tom Wolfe a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, andrà fortemente ridimensionata. Non sarà facile. La percezione della vicinanza tra giornalisti e scrittori è diffusa e prevalente. Una testimonianza limitata ma a mio modo di vedere significativa di questo fatto è l’esame d’ingresso ai nostri Master alla Sissa. Quando chiediamo ai candidati perché vorrebbero entrare a far parte della nostra scuola di comunicazione e giornalismo scientifico, moltissimi rispondono: “perché mi piace scrivere”. Niente di male, ma sarebbe forse un segno dei tempi se qualcuno nei prossimi anni iniziasse a dire: “perché mi intrigano le metriche”.

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