Il giornalismo nella rete della conoscenza

“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disciplina “profondamente dedita alla verità”, la scienza appunto. Si tratta solo di uno degli aspetti trattati ne La stanza intelligente, libro pubblicato in Italia l’anno scorso e scritto da Weinberger per descrivere le radicali trasformazioni contemporanee nella produzione, condivisione e validazione della conoscenza.
Il volume è stato già ampiamente recensito anche in Italia (qui, qui e qui ad esempio). Nonostante ciò, credo che la visione sul rapporto tra scienza e media, delineata nel settimo capitolo, meriti un approfondimento perché apre scenari di discussione inediti sul giornalismo scientifico.
Uno dei temi ricorrenti de La stanza intelligente è il rapporto tra l’editoria cartacea e la natura del sapere. In un’ottica, che potrebbe aprire il fianco a critiche di determinismo tecnologico, Weinberger mette in fila i limiti e le illusioni di un modo di conoscere fortemente influenzato dal sistema di pubblicazione basato sulla carta stampata, giudicato “sconnesso, non colloquiale, unidirezionale”.
Per chiarire il punto, Weinberger sostiene ad esempio che i libri “non esprimono la natura del sapere: esprimono la natura del sapere vincolata alla carta ritagliata in pagine, senza riguardo per i confini delle idee, e poi rilegate insieme, stampate in grandi quantità e infine distribuite, il tutto entro i limiti stabiliti da un sistema economico”.
Dopo sei capitoli spesi ad argomentare il punto di vista della “conoscenza come proprietà della rete”, contrapposto alla visione classica della conoscenza come bene privilegiato nelle mani di relativamente pochi esperti e poche istituzioni, Weinberger si concentra sulla scienza.
Anche in questo caso la posizione è chiara: “La scienza era un tipo di editoria, oggi sta diventando una rete”. Una rete che assomiglia sempre di più al medium che la ospita – Internet – e che pertanto si svela smisurata, popolata da un enorme quantità di dati, in perenne disaccordo, pragmatica, sempre incerta, influenzata da fattori esterni al laboratorio e da ambizioni personali. È una fotografia della scienza molto differente dalla rappresentazione monolitica restituita tradizionalmente dai media unidirezionali, eppure è un’immagine molto più vicina all’esperienza quotidiana degli scienziati. Per Weinberger, lo svelamento delle “fragilità” dei meccanismi che portano alla produzione di nuova conoscenza scientifica, largamente occultate dalle procedure dell’editoria tradizionale, non ne indeboliscono lo statuto epistemologico, anzi: la scienza, nonostante le debolezze umane che la condizionano e i limiti tecnologici che ne hanno segnato lo sviluppo fino ad ora, rimane il complesso di metodi e concetti con maggiori probabilità di darci accesso alle verità sul funzionamento del mondo naturale.
Detto questo, non è una novità che gli scienziati si siano sempre mossi all’interno di una ragnatela di relazioni, motivazioni, pulsioni e vincoli non finalizzati esclusivamente alla “conoscenza per la conoscenza”. L’aspetto inedito è che la rete rende visibile questa ragnatela. E rende necessario capire come raccontarla.
Il giornalismo scientifico tradizionale si riduce a presentare le scoperte scientifiche come opere finite. Ma i prodotti finali della scienza, sostiene Weinberger, non sono né finali, né prodotti, perché la scienza è la rete stessa: è la “connessione senza soluzione di continuità tra scienziati, dati, metodologie, ipotesi, teorie, fatti, speculazioni, strumenti, letture, ambizioni, controversie, scuole di pensiero, libri di testo, docenti, collaborazioni e divergenze che un tempo si faceva ogni sforzo per stampare in un numero relativamente piccolo di articoli, su di un numero relativamente piccolo di riviste”.
Va da sé che tale approccio rende poco significativa, addirittura fuorviante, la separazione tra un presunto momento privato della scienza – in cui la creatività dei ricercatori si esprime nel chiuso delle stanze dei laboratori – da quello pubblico, in cui la comunità ha accesso ai risultati finali della ricerca ma non ai tentativi, più o meno frustranti, che ne hanno caratterizzato la forma visibile a tutti. Questa divisione non risponde alla necessità di produrre la migliore scienza possibile, ma è la conseguenza dei limiti del medium cartaceo, in cui fino ad ora la conoscenza scientifica è stata costretta ad esprimersi.
Se tutto questo è vero, allora c’è molto da rivedere nel giornalismo scientifico classico, tuttora in gran parte concentrato sull’esito manifesto della ricerca, incarnato nella pubblicazione dei paper su riviste con elevato impact factor. Se crediamo a quanto sostiene Weinberger, bisognerà allora attrezzarsi, tecnicamente e culturalmente, a raccontare le connessioni, a seguire il processo più che a descrivere il prodotto. E in più, la scienza aperta delineata dallo studioso americano, richiede al giornalismo scientifico una diversa e più profonda consapevolezza del proprio ruolo. Chi racconta la ricerca deve rendersi sempre più conto che non è estraneo alla “rete della conoscenza”: ne fa parte e ne può condizionare i percorsi possibili. Quanto bene, se in modo rilevante e in che direzione dipenderà molto dalla capacità di ridefinirsi come giornalisti esperti di conoscenza scientifica all’interno di un nuovo ecosistema mediale, non più popolato da lettori, radioascoltatori o telespettatori ma soprattutto da editori e utenti attivi nella produzione di sapere.

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Problemi nel science writing

Immagine presa dal sito ok4me2.net

Sono tempi difficili per il giornalismo scientifico. Nelle ultime settimane due “segnali” mi avevano fatto sorgere il sospetto che i casi di cattive pratiche stessero aumentando. Una ricerca più approfondita in rete me lo ha confermato. Ma andiamo per ordine.
Qualche giorno fa ha fatto scalpore la storia del successo mediatico del paper sull’infondato legame tra OGM e tumori, ben raccontata da Marco Cattaneo sul suo blog. Non molto tempo prima uno studio di Plos, riportato da Oggiscienza, mostrava che gli abstract scientifici delle riviste accademiche tendono spesso a esagerare la portata dei risultati delle ricerche, con conseguenze facili da immaginare sul sensazionalismo dei comunicati stampa e degli articoli giornalistici che ne derivano. Questi i primi due indizi.
Mi sono messo a cercare meglio e ho scoperto che il KSJTracker, un paio di giorni fa, ha dedicato un post a un’altra ricerca da poco pubblicata su Plos One dal titolo molto chiaro: “Why Most Biomedical Findings Echoed by Newspapers Turn Out to be False: The Case of Attention Deficit Hyperactivity Disorder“. Da lì sono arrivato, tramite una lettura critica sul ciclo della notizia scientifica, a un articolo che conferma la mia sensazione di questi giorni.
Seth Mnookin, autore del libro The Panic Virus, a metà settembre aveva già messo in fila, molto meglio di me, una serie di casi negativi di giornalismo scientifico americano degli ultimi tempi: una successione di episodi critici che fa impressione.
Mnookin riassume più o meno così quello che è successo in poche settimane: science writer importanti e famosi si sono rivelati degli imbroglioni; testate che dovrebbero essere esempi di alta qualità giornalistica permettono la diffusione di confuse speculazioni pseudoscientifiche; i ricercatori e gli uffici comunicazione degli enti gonfiano i risultati di ricerca per ottenere una copertura mediatica sensazionalistica; la gran parte delle conclusioni delle ricerche raccontate dai giornalisti scientifici si rivelano successivamente infondate. Se volete capire più a fondo le argomentazioni del condirettore del MIT’s Graduate Program in Science Writing vi consiglio la lettura completa del suo post. Vale la pena.
Nonostante tutto Mnookin alla fine è ottimista e vede il bicchiere mezzo pieno nelle possibilità offerte dalla rete. Sono d’accordo soprattutto rispetto al fatto che Internet sta scompaginando le regole e le consuetudini del giornalismo scientifico tradizionale. Va comunque fatta una riflessione. Cosa sta succedendo al giornalismo scientifico? I casi descritti sono eventi isolati oppure ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo, a una mutazione nelle pratiche, nelle epistemologie, nei processi del science writing, tutta da scoprire e da analizzare, e di cui gli esempi critici, nonostante tutto, sono una manifestazione? Io credo più in questa possibilità rispetto a quella di relegare le cattive pratiche elencate da Mnookin nel cestino delle “mele marce”.
Un’ipotesi utile su cui lavorare secondo me è quella di verificare se molte delle vicende descritte non si possano spiegare, almeno parzialmente, con la difficoltà del giornalismo scientifico di adattarsi alle caratteristiche dell’ecosistema mediatico digitale.

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Speciale Jcom su giornalismo scientifico e digital storytelling

Ieri abbiamo pubblicato su Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore, uno speciale sul rapporto tra giornalismo scientifico e narrazioni digitali. I contributi sono legati a un workshop realizzato lo scorso mese nell’ambito della seconda edizione di MAPPE a Trieste. Se avete voglia di leggere gli articoli vi fornisco alcune coordinate per orientarvi. Sono le ipotesi e il contesto in cui da un po’ di tempo si svolge la nostra riflessione:

-i giornalisti scientifici stanno perdendo sempre di più la loro storica posizione di mediatori principali tra scienziati e non-esperti;
-il nuovo ecosistema “scienza-media” è popolato da attori che fino a qualche tempo fa erano fonti giornalistiche ma che oggi sono sempre di più produttori di contenuti originali rivolti direttamente a pubblici differenti;
-le funzioni e le pratiche dei giornalisti scientifici cambiano nell’ecosistema digitale. I cambiamenti sono guidati da più ampie ristrutturazioni economiche e organizzative;
-la scienza contemporanea è caratterizzata da una grande e crescente disponibilità di dati, autori e contenuti, una quantità enorme rispetto anche a pochi anni fa;
-i pubblici della scienza sono sempre più frammentati.

In questa cornice sono tante le domande per il giornalismo scientifico dei prossimi anni. La sfida più importante è far diventare questo genere giornalistico uno dei maggiori protagonisti dell’informazione nella società della conoscenza.
C’è bisogno di cambiare le pratiche, le funzioni, le procedure del giornalista scientifico, che deve abbracciare nuove competenze, non solo tecniche, ma soprattutto culturali e relazionali. Utilizzare le potenzialità dell’ “arte di raccontare storie” in epoca digitale applicandole al giornalismo scientifico può voler dire soprattutto scoprire una scienza molto più ricca di quanto ci abbia abituato la cronaca delle scoperte.

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Comunicazione visiva a ScienceOnline 2012

Bora Zivkovic presenta gli appuntamenti del prossimo meeting ScienceOnline 2012 dedicati a descrivere come, in ambito digitale, l’arte, le illustrazioni, la fotografia, la visualizzazione dei dati possono arricchire le rappresentazioni visive della scienza. L’elenco è davvero ricco e interessante, così come l’intero programma di ScienceOnline 2012, che sta diventando davvero un appuntamento fondamentale a livello internazionale per capire come l’ecosistema mediale centrato sul web e sulle tecnologie connettive sta cambiando la comunicazione della scienza.

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Intervista sul giornalismo scientifico digitale

Immagine da Scidev

Qualche settimana fa sono stato intervistato dalla Stampa di Torino sul giornalismo scientifico digitale e sul nuovo Master che abbiamo organizzato alla Sissa. L’articolo è disponibile qui.

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Nuovo master in giornalismo scientifico digitale

Da oggi è on-line il sito del Master in Giornalismo Scientifico Digitale della Sissa di Trieste. Si affianca, sempre nella stessa istituzione, al Master in Comunicazione della Scienza, con ormai quasi vent’anni di vita. Sono aperte le iscrizioni per entrambi. Sono co-direttore di tutti e due i corsi.

Per arrivare alle versioni attuali ci abbiamo lavorato poco più di sei mesi, anche se è da diverso tempo che pensiamo a come rispondere, sul piano formativo, alle trasformazioni dell’ecosistema della comunicazione e all’evoluzione dei rapporti tra scienza e società. La conclusione è stata che l’offerta didattica andava ampliata e allo stesso tempo focalizzata.

Il nuovo Master durerà un anno e fornirà competenze tecniche, relazionali e culturali a chi si vuole occupare di giornalismo scientifico sui media digitali.
Il Master tradizionale rimane di due anni e continuerà a formare comunicatori scientifici con un background culturale interdisciplinare e in grado di essere impiegati nell’intero spettro di attività del settore, dalla museologia all’ organizzazione di eventi, dall’editoria alla comunicazione istituzionale e d’impresa.

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