Mio nuovo saggio sul giornalismo scientifico

giornalismo-scientifico-carocci A metà giugno ho pubblicato con Carocci un saggio sul giornalismo scientifico. Di seguito, un estratto di una mia intervista su letture.org che affronta varie questioni trattate nel volume. La versione completa è disponibile qui. Altre interviste/recensioni/interventi usciti fino a questo momento sono disponibili sul blog di Luca De Biase, su Corriere Innovazione e sul Piccolo di Trieste.

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Prof. Nico Pitrelli, Lei è autore del libro Il giornalismo scientifico edito da Carocci: quale definizione è possibile dare del giornalismo scientifico?

Nel corso della sua storia il giornalismo scientifico ha assunto vari significati. Nella sua accezione più ristretta è un settore giornalistico che si occupa delle scoperte di laboratori e centri di ricerca, delle modalità di produzione della conoscenza e degli sforzi teorici e sperimentali per risolvere problemi legati ai fenomeni più diversi, dalle applicazioni delle cellule staminali in medicina alla scoperta di remoti pianeti fuori dal nostro sistema solare, agli arcani progressi della meccanica quantistica. È in tal senso un’attività focalizzata sulla cronaca dei risultati nelle scienze naturali, nella medicina e nella tecnologia, così come delle persone e delle istituzioni che ne fanno parte. Esistono però visioni più ampie di che cosa significhi fare informazione sulla scienza, come ad esempio indagare sulle implicazioni etiche, legali e sociali della ricerca, guardare a possibili conflitti di interesse, tracciare la provenienza dei finanziamenti, esaminare le strutture di potere delle organizzazioni scientifiche per svelare eventuali discriminazioni di genere, etnia, classe sociale. Con la grande mole di dati digitali oggi a disposizione è stata anche rinvigorita una definizione di un giornalismo basato su un approccio scientifico, inteso come la produzione di articoli, inchieste o reportage realizzati con gli strumenti della matematica, della statistica, delle scienze comportamentali

Quale importanza riveste, nella società attuale, il giornalismo scientifico?
La pervasività crescente della scienza e della tecnologia, si pensi ai cambiamenti climatici, alle pandemie, alle cellule staminali, agli algoritmi o ai vaccini, rendono il giornalismo scientifico un protagonista assoluto nella produzione culturale, nello sviluppo socio-economico, nella salvaguardia della democrazia.

Il giornalismo scientifico può essere anche considerato un modello per il resto del giornalismo, dato che l’abilità di leggere dati, l’alta specializzazione nei contenuti, il pensiero critico, l’utilizzo di strumenti digitali per monitorare sistematicamente i social sono tutte prospettive molto interessanti per ridare fiducia al sistema dell’informazione che i giornalisti scientifici sembrano cogliere, e a volte anticipare, meglio di altri.

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Covid-19: un bilancio sull’informazione in Gran Bretagna

giornalismo-uk-covid“Il giornalismo britannico ha navigato il caos abbastanza bene, è riuscito a identificare schemi e a far emergere l’ordine dal disordine”. È il commento di An Nguyen, professore di giornalismo alla Bournemouth University, riguardo ai risultati di un report sul sistema dell’informazione d’oltremanica a un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19.

Il lavoro di Nguyen e colleghi ha rivelato un quadro diverso rispetto allo stereotipo del giornalista incapace di destreggiarsi con i numeri. La reazione degli operatori dell’informazione a dati e statistiche, piombati con la pandemia al centro della cronaca quotidiana come mai in passato, è stata meglio del previsto.

Gli estensori di “Reporting From A Statistical Caos: Journalistic Lessons From The First Year Of Covid-19 Data and Science In The News”, che ha visto coinvolte, oltre alla Bournemouth University, la Royal Statistical Society e l’Association of British Science Writers, hanno enfatizzato la resilienza e la creatività che molti giornalisti sono riusciti a inserire nel loro lavoro quotidiano d’indagine sul Covid-19.

Il report offre anche una serie di indicazioni sul giornalismo scientifico e sul trattamento dei dati apprese dopo un anno di pandemia:

-I numeri non parlano da soli, vanno interrogati e inseriti nel contesto.
-Rispetta i lettori. Non assumere che il pubblico generico non sia in grado di comprendere i dati e l’incertezza.
-Rendi i dati riconoscibili personalmente, cioè riconducili ai contesti locali degli utenti.
-Umanizza i dati. I giornalisti scientifici devono aprirsi ad altri modi possibili di spiegazione della pandemia e lasciare spazio all’emozione, all’empatia e alla persuasione.
-Tratta gli scienziati come scienziati. Assicurati che i ricercatori che intervisti parlino di ciò di cui sono effettivamente esperti.
-Utilizza maggiormente le competenze degli operatori sanitari locali. Attingi alla loro esperienza nel testare, rintracciare, isolare e prendersi cura dei pazienti.
-Usa degli intermediari specializzati in giornalismo scientifico come il Science Media Centre.
-Collabora con altre redazioni.
-Considera le potenzialità della citizen science. Il data crowdsourcing è uno strumento promettente per il giornalismo scientifico.

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Internet appiattisce il giornalismo scientifico europeo

Si chiama perdita di infodiversità. È una malattia che sta colpendo tutto il giornalismo. Quello scientifico in particolare. Lo sostiene Antonio Granado in un paper pubblicato su Journalism. La ricerca ha riguardato i giornalisti scientifici della carta stampata e di agenzie di stampa di 14 paesi diversi dell’Unione Europea, inclusa l’Italia. La conclusione principale del lavoro è che i giornalisti scientifici intervistati spendono sempre più tempo in rete, escono poco dalla redazione, frequentano poco conferenze e meeting, fanno “taglia e incolla” di comunicati stampa, visitano gli stessi siti, usano le stesse fonti e scrivono le stesse storie. Indipendentemente dal paese d’appartenenza. Secondo l’autore, la principale causa della perdità d’infodiversità registrata è l’introduzione di Internet in redazione.
Il churnalism è un fenomeno già ben riconosciuto che preoccupa il giornalismo in ogni settore. L’aspetto interessante della ricerca di Granado è aver mostrato per la la prima volta che questa pratica si estende in modo efficace e indifferenziato al giornalismo scientifico e in diversi paesi europei, anche molto differenti tra di loro. Tra gli effetti paradossali di questa situazione c’è una forte sottorappresentazione della ricerca del vecchio continente. Granado fa notare infatti che i suoi dati mostrano come “la comunicazione della scienza sui media dell’Unione Europea è dominata da articoli riguardanti la ricerca pubblicata su giornali con peer-review che trattano in modo quasi eslusivo la scienza americana.”

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Tempo, social media e giornalisti scientifici

Sembra che la scorsa settimana, al meeting annuale dei giornalisti scientifici americani, si siano riuniti alcuni tra i maggiori science writer in circolazione addicted ai social network. Hanno discusso dell’impatto di twitter, facebook, Google+ sulla loro professione, sulle loro vite private e sul sonno. Cristine Russel ha scritto un resoconto divertente dell’incontro sul CRJ. Non credo ci sia uno specifico per il giornalismo scientifico. Le testimonianze sono interessanti in generale perché danno un contributo alla comprensione del “funzionamento” e dell’evoluzione dei produttori di contenuti e di informazione contemporanei. Tra errori, rettifiche, entusiasmi esagerati, ansie da prestazione, la sensazione è che stanno/stiamo partecipando alla ricerca di una nuova prospettiva di senso, professionale e personale, al tempo di vita. E’ una sfida epocale in cui spesso si corre il rischio di perdersi. Ma, come emerge dalle parole di questi giornalisti scientifici, piano piano si trova un metodo, si stabilisce una dieta, si capisce come fare meglio di prima il proprio lavoro, come essere più presenti alle persone con cui vogliamo mantenere relazioni significative, come diventare più attrezzati nella ricerca e nella produzione di informazioni sensate per le nostre agende pubbliche e private. Se si adotta questa prospettiva la rete può essere uno straordinario aiuto alla ricerca della nostra autenticità, a costruire una personalità autonoma e consapevole, a renderci più liberi, e non solo professionalmente.

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Il giornalismo scientifico nei paesi in via di sviluppo

Luisa Massarani su Scidev.net scrive che sappiamo poco o nulla dei giornalisti scientifici in paesi come l’India, il Brasile, la Cina. Ci sarebbe un gran bisogno di conoscere se in queste nazioni, ad esempio, sono più uomini che donne a scrivere di scienza, se sono freelance o assunti a tempo pieno, se le pratiche cambiano col contesto, ecc.
Per il momento si hanno a disposizione soltanto risultati parziali relativi al Sud America da cui risulta che il giornalismo scientifico è una professione svolta prevalentemente da donne e giovani, con una visione molto positiva della scienza e a tempo pieno.
Rimangono comunque diverse questioni aperte e tanto lavoro da fare per avere un quadro confrontabile anche con la situazione nel mondo occidentale.
Chi vuole aiutare Luisa a realizzare un’indagine di respiro internazionale può compilare il seguente questionario.

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Scienziati e governo britannico devono lavorare di più per coinvolgere il pubblico

Un altro report commissionato dal BIS britannico (Department for Business Innovation & Skills) sul tema del coinvolgimento pubblico. Un paio di giorni fa il Science for All Gropu, che ha realizzato la ricerca, ha pubblicato i risultati del lavoro e un piano d’azione.
Il report si concentra su tre questioni identificate dal gruppo come sfide da affrontare nei prossimi anni:

1. E’ necessaria una maggiore comprensione del perché, di quando e di come i pubblici vengono coinvolti su questioni scientifiche. In generale la questione del coinvolgimento pubblico è ancora un tema relativamente nuovo e la comprensione di molti suoi aspetti si sta sviluppando solo ora;

2. Nonostante ci siano molti attori coinvolti nei ragionamenti e nelle pratiche attorno ai temi del coinvolgimento pubblico manca una condivisione d’esperienze e una capacità di lavoro comune. Mancano in altre parole reti e maccanismi efficaci per far funzionare meglio le attività deliberative;

3. Manca una cultura professionale che valorizzi, riconosca e supporti le attività di coinvolgimento pubblico con “le scienze”;

Il terzo punto è particolarmente signficativo, a mio modo di vedere, per il settore dell’informazione. Tra i nuovi compiti del giornalismo scientifico alcuni indicano quello di fornire strumenti di riflessione e azione ai cittadini su temi scientifici e tecnologici socialmente controversi. Manca quindi la consapevolezza che uno dei compiti del nuovo giornalismo scientifico può essere quello di trattare i pubblici come partecipanti attivi del governo della tecnoscienza.

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Medici o reporter? Problemi etici del giornalismo medico-scientifico nel dramma di Haiti

Il Columbia Journalism Review ricostruisce una vicenda che sta suscitando un intenso dibattito in questi giorni su blog specializzati e importanti media americani.
La questione riguarda alcuni corrispondenti di grandi network televisivi che sono anche medici. I reporter-dottori sono stati inviati ad Haiti. Nella tragedia dell’isola caraibica, molti di loro si sono trovati in situazioni in cui hanno dovuto smettere il cappello di giornalista e indossare quello di medico. Niente di male, ovviamente, se i due ruoli rimangono separati. Ma cosa dire se la Cnn manda in onda un video di quattro minuti di uno dei suoi inviati, il Dr. Sanjay Gupta, mentre visita una ragazzina di quindici anni con una ferita non grave alla testa? O mentre lo stesso descrive l’operazione di una bambina di dodici anni?
Dov’è la notizia? Si può separare il ruolo di giornalista da quello di medico in situazioni così delicate e critiche come il terremoto di Haiti? Si può mantenere l’obiettività richiesta al giornalismo raccontando una storia di cui si è protagonisti?

Su questi interrogativi si stanno interrogando blog, giornali, televisioni americani.

Alcune considerazioni:

1. Ad alcuni la questione può sembrare vecchia. Per capirne la profondità in termini nuovi bisogna considerare l’ecosistema comunicativo in cui si è svolta la vicenda e in cui si svolge la discussione. Senza blog, twitter, video non sarebbe stata possibile né l’una né l’altra.

2. Gupta e simili sono esempi di giornalismo crossmediale in cui contenuti, professionalità e processi non iniziano e finiscono all’interno di un solo medium.

3. La “notizia” è legata a nuove forme di fiducia tra pubblico e giornalista in cui l’essere contemporaneamente medico e reporter gioca un ruolo determinante a favore di una maggiore credibilità.

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