Internet appiattisce il giornalismo scientifico europeo

Si chiama perdita di infodiversità. È una malattia che sta colpendo tutto il giornalismo. Quello scientifico in particolare. Lo sostiene Antonio Granado in un paper pubblicato su Journalism. La ricerca ha riguardato i giornalisti scientifici della carta stampata e di agenzie di stampa di 14 paesi diversi dell’Unione Europea, inclusa l’Italia. La conclusione principale del lavoro è che i giornalisti scientifici intervistati spendono sempre più tempo in rete, escono poco dalla redazione, frequentano poco conferenze e meeting, fanno “taglia e incolla” di comunicati stampa, visitano gli stessi siti, usano le stesse fonti e scrivono le stesse storie. Indipendentemente dal paese d’appartenenza. Secondo l’autore, la principale causa della perdità d’infodiversità registrata è l’introduzione di Internet in redazione.
Il churnalism è un fenomeno già ben riconosciuto che preoccupa il giornalismo in ogni settore. L’aspetto interessante della ricerca di Granado è aver mostrato per la la prima volta che questa pratica si estende in modo efficace e indifferenziato al giornalismo scientifico e in diversi paesi europei, anche molto differenti tra di loro. Tra gli effetti paradossali di questa situazione c’è una forte sottorappresentazione della ricerca del vecchio continente. Granado fa notare infatti che i suoi dati mostrano come “la comunicazione della scienza sui media dell’Unione Europea è dominata da articoli riguardanti la ricerca pubblicata su giornali con peer-review che trattano in modo quasi eslusivo la scienza americana.”

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