Open access in prima pagina

Questa mattina in prima pagina su La Stampa c’è un articolo di Umberto Veronesi a favore dell’open access. Il punto di vista del famoso oncologo è corredato da un pezzo di Paolo Mastrolilli, nell’inserto TuttoScienze, che si sofferma sui limiti della peer-review, sugli interessi delle case editrici, sul potere delle elitè accademiche. Mastrolilli descrive anche alcune iniziative di successo alternative agli anacronismi delle riviste scientifiche classiche. La rete e le tecnologie digitali sono centrali nel lento superamento di consuetudini editoriali di lunga data a cui sono legati forti interessi economici e di politica accademica.
La questione si può guardare da molte prospettive. Un libro uscito da poco, Reinventing Discovery, è secondo me una chiara, accessibile e completa sintesi di come il mondo online sta modificando il processo di scoperta scientifica. E’ stato scritto da un gran sostenitore della filosofia dell’accesso aperto alla conoscenza scientifica. Rimando quindi a quella lettura per avere un quadro aggiornato dei temi discussi da Veronesi e Mastrolilli oggi su La Stampa.
A me interessa sottolineare alcune considerazioni più generali sulla comunicazione della scienza a partire da questo appello a favore dell’open access.
Mi sta a cuore dire che se precise problematiche comunicative della scienza vengono riprese in prima pagina su un quotidiano nazionale generalista, allora sono forse più importanti di quanto comunemente si creda.
Sembra ovvio, ma forse non lo è se si considera il ruolo tradizionalmente attribuito alla comunicazione nel processo di produzione della conoscenza scientifica. L’approccio usuale ritiene sostanzialmente che siano due attività nettamente distinte: la comunicazione tra esperti e soprattutto la comunicazione della scienza ai non-esperti non influenza la produzione di conoscenza e neanche le pratiche del lavoro scientifico.
La discussione sull’open access smentisce molto questi assunti: la comunicazione non è una mera conseguenza della conoscenza e non è possibile tracciare una netta linea di separazione fra produzione e comunicazione del sapere scientifico.
In altre parole, le questioni su come viaggia la conoscenza, a chi è resa disponibile e come si raggiunge accordo su di essa sono imprenscindibili nella produzione di conoscenza.
Se si adotta questa prospettiva l’impresa scientifica si presenta come una forma di azione comunicativa caratterizzata da specifici processi, immagini, interessi, linguaggi, attori in cui contano, eccome, la retorica, il potere, l’economia, la cultura, la politica.
Uno dei dispositivi comunicativi più innovativi ottimizzati dalla comunità scientifica è stato quello della peer-review. Anche grazie alla stabilizzazione di questo meccanismo nelle procedure editoriali la conoscenza scientifica è riuscita ad acquisire il grande credito sociale di cui gode. La peer-review è un’invenzione comunicativa di grande efficacia da cui deriva una parte importante del capitale fiduciario di cui godono i ricercatori da parte dei non-esperti.
Le discussioni sull’open access e le possibilità editoriali permesse dalla rete mettono spesso in discussione proprio il procedimento di revisione tra pari. Forse anche per questo, e non solo per motivi interni alla comunità accademica, la posta in gioco è grossa.

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