Il cavallo azzurro che sfida i manicomi*

Contro la banalità del male un cavallo azzurro di cartapesta. È la risposta di Peppe Dell’Acqua, psichiatra, a lungo direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, tra i più attivi protagonisti negli anni ’70 e ‘ 80 del secolo scorso nella lotta per il superamento degli ospedali psichiatrici, di fronte ad abusi, sevizie, soprusi che continuano a ripetersi in tutta la penisola su persone con disabilità o disturbi di vario tipo. L’ultimo caso, ma solo in ordine di tempo, è quello avvenuto in una struttura educativa e riabilitativa di Grottamare, in provincia di Ascoli Piceno. Le telecamere dei Carabinieri hanno ripreso bambini e ragazzi affetti da autismo, di età compresa tra gli 8 e i 20 anni, denudati, riversi a terra, costretti a urinarsi addosso, disperati di fronte alle porte chiuse di uno stanzino senza finestre. Sono immagini visibili in rete realizzate nell’ambito di un’inchiesta della magistratura che poche settimane fa ha portato all’arresto di cinque operatori del centro la “Casa di Alice” con l’accusa di maltrattamento e sequestro di persona. Sono scene che si aggiungono a un triste repertorio di insensatezza che in alcuni casi culmina ancora oggi con la morte, come è accaduto a Franco Mastrogiovanni, maestro elementare deceduto nell’estate del 2009 nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania dopo 4 giorni di trattamento sanitario obbligatorio in contenzione ininterrotta. L’intervento dei giudici in questo caso ha portato, alla fine di ottobre 2012, alla condanna in primo grado dei medici del reparto, con pene comprese tra i due e i quattro anni. Potremmo sentirci rassicurati dai provvedimenti della magistratura, ma “commetteremmo un errore”, sottolinea Dell’Acqua, perché “le azioni violente non sono determinate dalla cattiveria del singolo, ma dalle istituzioni, su cui è necessario reinterrogarci costantemente”. Ritorna alla mente quanto scriveva cinquant’anni fa Hannah Arendt a proposito del gerarca nazista Adolf Eichmann. “Il guaio del caso Eichmann”, scriveva l’allieva di Martin Heidegger e di Karl Jaspers nella sua opera più famosa “era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme”. Di fronte ai prodotti delle organizzazioni burocratiche e dell’acquiescenza degli individui, di fronte alla riproduzione della banalità del male, che nel campo della psichiatria trova sempre un terreno straordinariamente fertile, la strategia di resistenza e di verità è per Dell’Acqua una macchina teatrale di colore blu: Marco Cavallo.

Sembrerebbe una sfida impari, ma il cavallo di cui stiamo parlando ha già dato grandi lezioni di coraggio. Ha un lungo curriculum di risposte alla violenza istituzionale. La sua vittoria più recente è stata l’approvazione della legge 52/2014, che a fine maggio ha introdotto indirizzi, dispositivi e limiti per arrivare concretamente alla chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) entro il 31 marzo 2015. La nuova norma è infatti anche frutto dell’ultimo viaggio di Marco Cavallo, promosso tra gli altri dal comitato StopOpg, svoltosi tra il 12 e il 25 novembre dell’anno scorso e conclusosi, dopo numerose tappe in tutt’Italia, con un incontro con la Presidente della Camera Laura Boldrini. L’approvazione della legge sugli Opg ha dimostrato che nei sei mesi successivi alla visita istituzionale non si è abbassata l’attenzione della politica. Questo è successo grazie anche ai 4000 chilometri percorsi da Nord a Sud della penisola dal destriero azzurro già simbolo quarant’anni fa della battaglia per il superamento definitivo del manicomio culminata nella famosa legge 180, frutto del lavoro di Franco Basaglia e della sua equipe.

La sua storia inizia infatti nel marzo del 1973, quando la grande macchina teatrale ideata tra le mura del manicomio del San Giovanni di Trieste, cerca di aprirsi un varco nelle vie della città. La forte valenza simbolica e ancora attuale del cavallo blu è ben rappresentata da un dettaglio di quell’episodio. Quando tutto sembra pronto per un ingresso insperato, e impensabile solo pochi anni prima, di un corteo festoso di matti e artisti tra le strade del capoluogo giuliano ci si accorge che Marco Cavallo è troppo alto per le grate del manicomio. Provano in tutti i modi ma non c’è niente da fare. Non si passa. Si decide di sfondare i cancelli usando Marco Cavallo come ariete, facendolo passare di taglio e non diritto. Il rischio è di uccidere la creatura appena nata, ma la scommessa viene vinta. La macchina di cartapesta ne esce un po’ malconcia ma si rimette in piedi e da allora non smette più di correre. Fuor di metafora, è l’inizio di un percorso che negli anni a venire si sarebbe composto con molti altri per disegnare un immaginario, una poetica, una rappresentazione sociale, un sistema di comunicazione dell’universo di storie, saperi e pratiche attorno alla malattia e alla salute mentale assolutamente rivoluzionario, impossibile da descrivere in termini di continuità col passato. Marco Cavallo simboleggia un cambio di paradigma di tutte le dimensioni di cui è investita la questione psichiatrica: dalla prospettiva scientifica a quella politica, da quella legislativa fino allo sguardo sulla società nel suo complesso. L’attualità e la potenza di Marco Cavallo non si comprendono infatti fino in fondo se non si è disposti ad accettarne l’uscita dallo specifico psichiatrico, la sua valenza universale. Il tema vero è quello dell’inclusione, l’impegno a non trasformare la diversità di ciascuno di noi in disuguaglianza, tentazione mai sopita da ogni forma di potere.Per questo rimane urgente la necessità di rendere il nuovo paradigma comprensibile, condivisibile, comunicabile, come si evince molto bene dal libro dell’artista e poeta Giuliano Scabia, che ha raccontato la storia dell’invenzione della “bestia” azzurra in un testo scritto tra il 1973 e il 1976 ripubblicato nel 2011 per i tipi della casa editrice Alphabeta Verlag di Merano col titolo Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura.

Per questo Marco Cavallo incontra da quarant’anni difficoltà simili ma allo stesso tempo continuerà a correre. Come racconta lo stesso dell’Acqua in un articolo pubblicato a Gennaio 2014 sulla rivista Animazione Sociale, in cui vengono ripercorse le tappe del viaggio contro gli Opg, l’organizzazione “si è rivelata immediatamente molto complicata. Non all’altezza delle nostre dilettantesche capacità. […] Quando c’è di mezzo il Cavallo, accadono però cose magiche e insperate. Pochi giorni prima di una partenza ancora in dubbio, mentre facevamo e rifacevamo i conti per gli alberghi, la benzina, il costo delle autostrade, il maquillage del cavallo, mi arriva una telefonata da Gino Paoli, un vecchio amico che sento, di tanto in tanto, da quarant’anni. Da quando venne a cantare a San Giovanni. “Uè Peppe, come stai? – mi dice – qui abbiamo dei fondi per sostenere progetti d’interesse culturale e sociale, non è che c’hai un progetto da mandarmi subito?” “Qui” significava il Consiglio di Amministrazione della Siae, e io non sapevo che Gino Paoli ne è presidente. Così, nel giro di due giorni il progetto del viaggio ha ottenuto un determinante sostegno anche dalla Siae. Non posso non pensare che sia stato Marco Cavallo a presentarsi nel bel mezzo di quel CdA per suggerire a Gino Paoli di chiamarmi.” L’aneddoto mostra meglio di qualunque discorso teorico il misto di passione, fatica e fascinazione che ruota attorno a questa vicenda fin dalla sua nascita. Ma Dell’Acqua ci tiene a rifuggire da nostalgie reducistiche. “Quarant’anni fa”, spiega, “l’uscita del cavallo fu solo l’inizio. La critica alle istituzioni totali e il loro superamento continuano a essere nella prospettiva senza fine di quell’inizio. Di fronte alla persistenza degli Opg e alla fatica di avviare processi reali di chiusura, il cavallo non ha potuto restare fermo. Il cavallo continuerà a correre senza sosta, nei più diversi Paesi, laddove ci sarà bisogno di dire, domandare. Cercherà di trovare risposte a tutti coloro che si chiedono come mai sono stato legato per una settimana, come mai ho visto mio figlio per 15 giorni dietro una porta chiusa, come mai mio padre è morto dopo una settimana che era legato in un reparto di diagnosi e cura. Marco Cavallo continuerà a viaggiare per testimoniare e per ricordare ai giovani una storia che non hanno potuto conoscere. Si infurierà di fronte al denaro pubblico sprecato per sostenere cliniche private che non producono un grammo di salute in molte regioni d’Italia, senza differenze di colore politico, dal Lazio alla Lombardia, dalla Sicilia al Piemonte.” Un viaggio senza soste che troverà pause, conclude Dell’Acqua, vincitore del premio Nonino nel 2014 subito dopo la fine del tour di Marco Cavallo, solo per denunciare “i luoghi di insensatezza, i servizi psichiatrici vigilati da telecamere, gli ospedali psichiatrici giudiziari, le carceri, i centri di salute mentale sporchi e vuoti. Per questo non potrà mai smettere di galoppare”.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 23 agosto 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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Marco Cavallo e l’importanza dei dettagli

C’è un particolare della storia di Marco Cavallo, la grande macchina teatrale ideata nel 1973 tra le mura del manicomio del San Giovanni di Trieste, che mi ha colpito fin da quando, più di dieci anni fa, ho iniziato ad appassionarmi alle vicende basagliane.
Mi è tornata in mente anche ieri, leggendo l’articolo del Piccolo di Trieste, con richiamo in prima pagina, sulla nascita di una nuova collana di libri intitolata 180 Archivio critico della salute mentale, di cui sono condirettore insieme a Peppe Dell’Acqua e Pier Aldo Rovatti. L’iniziativa è resa possibile grazie all’impegno e a una coraggiosa scommessa da parte della casa editrice Alpha Beta Verlag di Merano.
Il primo volume, in uscita a fine mese, è proprio Marco Cavallo (pagg.246, euro 20), dello scrittore e regista teatrale Giuliano Scabia. La prima versione del testo era stato pubblicata nel 1976 da Einaudi ed è ormai introvabile.
La parte di storia di Marco Cavallo impressa nella mia memoria riguarda i momenti precedenti alla prima uscita in città. C’è un grande entusiasmo, tutto sembra pronto per una festa impensabile qualche anno prima. Nessuno si è però accorto che Marco Cavallo è troppo alto per le grate del manicomio. Provano in tutti i modi ma non c’è niente da fare. Non si passa.
La vendetta dell’istituzione, di fronte a quel variegato gruppo di artisti, psichiatri, pittori, matti che da un po’ di tempo animava i reparti del San Giovanni per fare qualcosa di grande e creativo, sembra servita più fredda che mai.
Basaglia prende però in mano la situazione e decide di provare a sfondare i cancelli usando Marco Cavallo come ariete, facendolo passare di taglio e non diritto. Il rischio è di uccidere la creatura appena nata. In gioco c’è un’insperata libertà che in quel momento sarebbe durata un solo giorno, ma la cui portata generale era già molto chiara. Quell’episodio si sarebbe infatti composto negli anni a venire con molti altri per disegnare un immaginario, una poetica, una rappresentazione sociale, un sistema di comunicazione dell’universo di storie, saperi e pratiche attorno alla malattia e alla salute mentale assolutamente rivoluzionario, impossibile da descrivere in termini di continuità col passato.
Si trattava di un cambiamento di paradigma riguardante tutto l’insieme delle dimensioni di cui era investita la questione psichiatrica. Dalla prospettiva scientifica a quella politica, da quella legislativa fino allo sguardo sulla società nel suo complesso, l’episodio basagliano non si comprende fino in fondo all’interno dei paradigmi di riferimento concepiti fino a quel momento. Così come per l’universo tolemaico a confronto con quello copernicano, la rottura epistemologica voluta da Basaglia si svela nella sua carica innovativa solo se si è disposti a fare un salto concettuale non prevedibile e spiegabile con concetti e sistemi di valori condivisi nelle vecchie teorie. Il manicomio rappresenta inoltre la punta dell’iceberg di una questione più profonda ed eternamente attuale affrontata da Basaglia e dai suoi collaboratori, una questione a cui vale la pena dedicare la vita intera: il tema dell’inclusione, l’impegno a non trasformare la diversità di ciascuno di noi in disugaglianza, tentazione mai sopita da ogni forma di potere.
Anche per questo diventa sempre più necessario rendere il nuovo paradigma comprensibile, condivisibile, comunicabile. Con urgenza.
Basaglia alla guida di Marco Cavallo vince la scommessa, riesce a superare l’ostacolo delle ultime sbarre del manicomio. Il cavallo è un po’ malconcio, ma rotola felice nel prato, si riprende, si rimette in piedi e da allora non ha più smesso di galoppare.
A pensarci bene, questa storia è il risultato di un’ostinazione un po’ irrazionale. Qualcuno dirà anche della fortuna. Probabile. Sta di fatto che il cavallo sfonda le grate ma poteva rimanerci secco. Diciamolo, a essere saggi sarebbe stato meglio rinviare il tutto. Ma forse il resto della storia, di tutta la storia della chiusura dei manicomi, sarebbe stata diversa.
Cosa sarebbe successo? Che probabilmente gli scettici avrebbero ghignato della propria disillusione e i tecnici del disincanto avrebbero dipinto l’avvenimento come una buffonata richiamando tutti alle cose serie.
Basaglia invece si impunta, sceglie la strada più rischiosa. Marco Cavallo deve uscire in quel momento, a costo di rovinarlo. Ha avuto ragione.
Credo che mi sia rimasto così impresso quello che in fondo è un episodio secondario, perché costituisce, a mio modo di vedere, un esempio di come raggiungere il difficile equilibrio tra utopia e disincanto, tra la fatica di affrontare le realtà per quella che è e il coraggio di appassionarsi alla possibilità di cambiarla, nel momento giusto. Dove giusto significa inderogabile, non solo per prendere le grandi decisioni, ma anche per le scelte sui dettagli, soprattutto i dettagli.
Su questo complicato bilanciamento si è giocata la vicenda basagliana, che vale la pena leggere o rileggere – e i libri della collana 180 offrono un’occasione unica per farlo – non tanto e non solo per capirne la sua valenza innovativa nella psichiatria, ma molto di più perché esce da questo specifico, continuando a parlare di noi. A dirci che il futuro, anche un futuro impensabile come la soppressione dell’ospedale psichiatrico, non si prevede: si costruisce con le nostre azioni.
Se agiamo all’interno di una prospettiva di cambiamento accade qualcosa. Magari non andrà esattamente come ci auspichiamo. Ma intanto la Storia e le nostre storie si muovono. L’alternativa è un tempo fermo, riflesso dell’incapacità di raccontarci, in cui non succede nulla, come il manicomio di ieri, fatto di mura e isolamento, e quelli di oggi, meno visibili ma non meno presenti.
Per questo, almeno per me, una parte della lezione appresa da Basaglia e in particolare dall’episodio di Marco Cavallo riguarda il tempo, il momento in cui vanno fatte le cose, anche quelle apparentemente meno significative, per cercare di avvicinarci il più possibile a quello che siamo.

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