misurami se sono felice*

misurami-se-sono-felice Il segreto della felicità? Per secoli i tentativi di risposta a quella che è probabilmente la più radicata fissazione della nostra specie, li abbiamo trovati in Platone, Aristotele, Pascal, Spinoza e poi Rousseau, Marx, Nietzsche. Non c’è filosofo antico o moderno degno di questo nome che non si sia cimentato con il sacro graal dell’esistenza umana. Un dominio, visti i nomi in campo, apparentemente inespugnabile. Se non fosse che negli ultimi anni, i meccanismi della felicità sembrano essere diventati una delle ossessioni di diversi ambiti della ricerca accademica. È dal 2007 che ad esempio opera la Global Happiness organization, ente internazionale no-profit nato con lo scopo di aumentare la felicità utilizzando il metodo scientifico. Neuroscienziati, economisti, sociologi, psicologi e linguisti sono persuasi di aver accumulato dati in quantità e con affidabilità tali da poter risolvere diatribe che per centinaia di anni hanno diviso la cultura filosofica.

Se da una parte trovano così finalmente posto prospettive d’indagini utili a ricomporre in un quadro necessariamente unitario il tema della felicità, dall’altra rimangono aperte contraddizioni sui risultati e interrogativi sul senso più profondo di quello che in controluce può essere letto come un processo di sconfinamento culturale.

Sta di fatto che ogni anno intere schiere ad esempio di sociologi producono indici e misure per classificare le nazioni in base al loro benessere. Uno dei documenti più noti è il Rapporto sulla felicità del mondo, realizzato a partire dal 2012 dall’Onu, in cui vengono sintetizzati dati reali, come il reddito pro capite e l’aspettativa di vita, con percezioni di sé raccolte attraverso questionari.

Uno degli scopi di queste indagini è identificare quali sono gli ingredienti che permettono a una società di essere felice. Molti paesi continuano a usare esclusivamente il Pil per tracciare il progresso di una nazione, ma come già affermava Robert Kennedy nel 1968, il “Pil misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Le inchieste sociologiche sono un invito ai politici ad adottare misure di sviluppo economico ispirate a un concetto più ampio di benessere dato che se magari in termini di Pil il disboscamento di una foresta pluviale e lo sviluppo di un nuovo farmaco contro il cancro possono produrre lo stesso effetto, l’impatto sul nostro stare bene collettivo è ovviamente molto diverso.

Nonostante ciò, queste ricerche continuano a indicare la ricchezza come una delle componenti più importanti della felicità. I paesi più ricchi tendono ad avere standard di vita più alti, sistemi educativi e sanitari più efficienti, ambienti più puliti, maggiore protezione sociale.

Sono dunque davvero i soldi a fare la felicità? La questione è antica quanto l’uomo e apparentemente irrisolvibile. In realtà, la ricerca economica sembra molto più attrezzata che in passato a fornire una risposta basata sui numeri e non sulle percezioni soggettive. Questo è almeno quanto sostiene 80,000 Hours, un’organizzazione inglese che offre servizi di consulenza per il lavoro con un positivo impatto sociale. In un articolo pubblicato a inizio marzo sulla propria rivista, gli analisti di 80,000 Hours hanno preso in esame le ricerche accademiche più solide degli ultimi anni condotte su centinaia di migliaia di persone in più di 150 paesi. La conclusione del loro lavoro è che la verità sembra stare nel mezzo: i soldi rendono più felici, ma solo un poco. Uno dei risultati più interessanti è che tanto più diventi ricco, tanto più hai bisogno di denaro per veder accrescere ulteriormente la tua soddisfazione. Per dirla con le parole di Bill Gates, “posso capire che uno voglia arrivare a guadagnare un milione di dollari, ma una volta raggiunto l’obiettivo, andare oltre è come mangiare lo stesso hamburger.”

Alle metriche basate sul denaro e sulla ricchezza sfuggono comunque dimensioni cruciali del benessere individuale e collettivo, come lo sviluppo sostenibile, il progresso sociale, la crescita personale. Oltre a questo, rimane aperta la difficoltà più importante: la variabilità linguistica e culturale del concetto di “felicità”.

Una ricerca pubblicata nel 2014 sull’International Journal of Language and Culture metteva in evidenza come la locuzione “essere felice” assuma significati molto diversi nelle differenti lingue del mondo. L’autore, Cartsen Levisen, studioso danese esperto di semantica, sorpreso dal costante posizionamento del suo paese ai vertici del benessere globale, faceva notare che in Danimarca la parola felicità è spesso tradotto con lykke, un termine che rimanda a un benessere quotidiano basato sulle piccole gioie quotidiane, come bere un buon cappuccino a colazione. Un significato molto meno problematico della condizione di benessere a cui raramente si riferiscono tedeschi, francesi, polacchi o i russi.

Lo studioso americano Ed Diener, un’autorità internazionale nel campo della psicologia positiva, conosciuto anche come Dr. Happiness, dopo decine di ricerche in tutto il mondo, per superare le ambiguità associate alla parola felicità ha coniato la fortunata espressione di “benessere soggettivo”: un concetto che combina le reazioni emotive con le auto-valutazioni su quanto siamo soddisfatti della nostra vita in diversi ambiti.

Sulla base di questi presupposti, Diener e moltri altri hanno dato una base empirica più robusta alle “molte facce della felicità”, come recitava il titolo di un articolo focalizzato sui lavori dello psicologo americano pubblicato nel 2011 su Scientific American. A conferma di come nelle varie culture si giudica la propria esistenza con parametri diversi da quelli occidentali, una delle maggiori sorprese per Diener e i suoi colleghi è stata quella di riscontrare livelli di “felicità” equivalenti tra i pastori masai in Kenya e gli abitanti dei paesi sviluppati. Un’ipotesi per spiegare questo risultato è che i Masai si concentrano più su quello che hanno rispetto alle penurie materiali. Da una parte sembra risuonare l’invito di Sant’Agostino a desiderare ciò che si ha, dall’altra questi studi sono stati avvalorati da ulteriori ricerche secondo cui nei paesi poveri la felicità dipende soprattutto dal successo sociale e dall’appartenenza al gruppo. La chiave per una vita felice sono insomma le relazioni.

Una conclusione in linea con le ricerche dello psichiatra di Harvard Robert Waldinger che, come riportato un paio di settimane fa dal Washington Post, ha sentito l’urgenza morale di comunicare i risultati di un lavoro che va avanti da più di 75 anni. A partire dal 2003 Waldinger ha preso il testimone del Grant Study, la più lunga indagine sulla felicità mai realizzata che ha “spiato” la vita di centinaia di persone, tra cui alcune celebrità come il presidente John Kennedy, allo scopo di comprenderne cosa li facesse stare bene nelle diverse fasi della loro vita. Waldinger ha tenuto un Ted Talk sulla sua ricerca con attualmente più di sei milioni e mezzo di visualizzazioni e con un messaggio chiaro: le persone più felici e più sane sono quelle che nel corso della loro vita hanno mantenuto salde le amicizie e le relazioni personali.

Tutto condivisibile, anche se, non appena ci spostiamo nell’hard science, l’opinione prevalente è che questi studi forniscono certamente indicazioni interessanti sul benessere mentale, ma offrono poche evidenze sulla “neurobiologia della felicità”. Un gap che i neuroscienziati stanno colmando sempre di più con i loro metodi, in particolare con le tecniche di visualizzazione del cervello. Sebbene siamo lontani dall’identificazione di correlati neurali della felicità è un approccio che alimenta sospetti di riduzionismo. Come afferma a pagina 99 Mario Colucci, psichiatra, psicoanalista e redattore della rivista di filosofia aut aut, “le neuroscienze si focalizzano sullo stato di benessere del singolo cervello, una dimensione molto singolare, che si lega all’idea di un godimento narcisistico e solitario. Dove si colloca in questa prospettiva la felicità all’interno dei contesti sociali, in relazione agli altri?” Più in generale, continua Colucci, autore di saggi sulla biopolitica e sulla medicalizzazione della salute, “la spasmodica ricerca di indicatori della felicità va di pari passo con quella che può essere definita una maniacalizzazione dell’esistenza, vale a dire una continua ingiunzione al godimento, al fare, al non avere limiti per cercare di esorcizzare il vuoto. Viceversa la felicità passa proprio dal riconoscimento dei propri limiti per creare qualcosa di personale ma condivisibile. Ricercare continuamente l’happiness rispecchia l’incapacità di elaborare i piccoli o grandi lutti dell’esistenza. In realtà, solo attraverso questo processo possiamo continuare a pensare anche dopo il dolore. La felicità è quindi anche il coraggio del pensiero, dell’elaborazione, della ricerca creativa.”

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato sul periodico pagina99 il 19 marzo 2016.

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Leggere il cervello per dominare il mondo*

È una nuova corsa allo spazio. Solo che al posto di missili, satelliti e la conquista della Luna, in ballo c’è il sistema biologico più complesso nell’universo conosciuto: il cervello. In un clima misto di collaborazione e competizione, Europa, Stati Uniti e Cina affilano sempre di più le armi della politica della ricerca per finanziare mega-progetti finalizzati allo studio scientifico del sistema nervoso. Le aspettative sono avveniristiche: dalla cura di malattie neurodegnerative come Alzheimer e Parkinson allo sviluppo di intelligenze artificiali simili a quelle umane. Oltre alle ambizioni scientifiche, sulle neuroscienze si concentrano forti interessi economici e questioni cruciali per le società contemporanee. I futuri assetti della competitività internazionale dipendono in maniera non trascurabile dal modo in cui le attuali potenze mondiali riusciranno ad affrontare sfide e opportunità della ricerca sul cervello.

Il vecchio continente mostrerà i muscoli la prossima settimana a Milano con la nona edizione del forum europeo sulle neuroscienze – Fens 2014. Dal 5 al 9 luglio, il capoluogo lombardo sarà teatro di un meeting che vede coinvolti i rappresentanti di 42 società scientifiche distribuite dal Portogallo alla Romania, dall’Italia alla Norvegia, per una comunità complessiva di circa 23000 ricercatori. Sarà la prima importante occasione per sentire la voce europea delle neuroscienze – come recita la home page del sito della Fens (Federation of European Neuroscience Societies) – dopo una sorta di annus mirabilis per la disciplina. Il 2013 è stato infatti segnato da due iniziative senza precedenti su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Nel febbraio dell’anno scorso il Presidente Obama, nel suo discorso sullo Stato della Nazione, scioccava la comunità globale dei neuroscienziati annunciando un progetto decennale dell’ordine di tre miliardi di dollari: il Brain Activity Map, un’ambiziosa mappa del cervello per “immaginare ogni impulso nervoso da ogni neurone”. Alla dichiarazione di Obama ha fatto seguito il 2 aprile 2013 il lancio da parte della Casa Bianca dell’iniziativa BRAIN, che promette un sostegno fino a 300 milioni di dollari l’anno per lo sviluppo di nuove tecnologie finalizzate alla comprensione del funzionamento del cervello nei minimi dettagli.
“Ogni dollaro che abbiamo investito nella mappatura del genoma”, spiegava il presidente americano al Congresso, “ha portato a un ritorno pari a 140 dollari nella nostra economia. Oggi i nostri scienziati stanno mappando il cervello umano per svelare i segreti dell’Alzheimer, stanno sviluppando farmaci per rigenerare organi danneggiati, mettendo a punto nuovo materiale per creare batterie dieci volte più potenti. Non è certo questo il momento di tagliare questi investimenti in scienza e innovazione in grado di creare nuovi posti di lavoro. Ora è invece il tempo di raggiungere un livello di ricerca e sviluppo non più visto dai tempi della corsa allo Spazio”. Nuove speranze per la medicina quindi, ma anche nuove opportunità economiche e maggiori finanziamenti per non arrancare dietro i concorrenti internazionali, vecchio continente in primis.

Anche se non tutti concordano sull’ipotesi di una guerra fredda delle neuroscienze, il solenne impegno di Obama è stato interpretato da diversi analisti come la risposta statunitense alla decisione della Commissione Europea, presa il 28 gennaio 2013, di finanziare lo Human Brain Project del Politecnico di Losanna in Svizzera come uno dei progetti-bandiera delle Future and Emerging Technologies: un miliardo di euro in dieci anni per tentare di simulare il cervello umano attraverso una rete di supercomputer.
Di sicuro le iniziative americane ed europee non sono sfuggite all’attenzione della Cina, una delle altre grandi protagoniste mondiali del boom della ricerca sul cervello degli ultimi anni. In un articolo uscito a marzo di quest’anno sulla National Science Review, una rivista pubblicata dall’Università di Oxford sotto l’egida dell’Accademia Cinese delle Scienze, il neuroscienziato Mu-ming Poo si chiede dove siano diretti i mega-progetti voluti dall’amministrazione Obama e dalla Commissione Europea e quale scopo ultimo si prefiggano. Le conclusioni sono che entrambi offrono certamente nuove opportunità per sviluppare tecnologie innovative, anche se “le prospettive di terapie efficaci per i disturbi del sistema nervoso rimangono incerte”.

Mu-ming Poo non è uno qualunque. Nel 1999 ha fondato a Shanghai l’Istituto di Neuroscienze, un’ente attualmente dotato di 27 laboratori e di uno staff con più di trecento scienziati. Il centro di ricerca è stato preso a modello per riformare l’intero sistema delle istituzioni scientifiche del gigante asiatico. Descritto come un dittatore per i metodi e gli orari di lavoro imposti ai suoi collaboratori, Poo è un deciso promotore dell’adeguamento della ricerca cinese agli standard di qualità occidentali e un testimone attivo della crescita delle neuroscienze nel suo paese. Un’accelerazione segnata dal costante aumento di finanziamenti, dalla nascita centri di ricerca su tutto il territorio nazionale, dalla crescente capacità di far ritornare in patria scienziati formati nelle migliori università europee e americane. La ricerca sul cervello grazie a personaggi come Poo si è ritagliata un ruolo da protagonista tra le scommesse scientifiche della terra di mezzo, che nei primi dieci anni del nuovo millennio ha continuato a finanziare la spesa per la scienza con aumenti annui attorno al 20% e che nel 2012, secondo dati Ocse, viaggiava su investimenti nella ricerca pari all’1,98% del Pil (a fronte dell’ l’1,70% nel 2010). La rivista Nature, in un reportage del 2011, suggeriva di farsi un giro a Shangai all’istituto diretto da Mu-ming Poo per avere un’idea di come la Cina si sta costruendo un futuro da superpotenza delle bioscienze.

Al di là di scenari geopolitici più o meno verosimili, Poo nella sua analisi sul National Science Review coglie l’aspetto più significativo del grande fermento attorno alle neuroscienze degli ultimi tempi: “il fatto che molti governi hanno deciso di mettere la ricerca sul cervello in cima alle priorità delle loro agende nazionali”, un aspetto che eccita la comunità scientifica internazionale ancor di più della quantità di nuovi finanziamenti.
Non si tratta di una coincidenza. La ragione di tanto interesse da parte della politica accomuna paesi sviluppati e paesi emergenti. Il filo rosso che unisce Europa, Stati Uniti e Cina è il peso sociale ed economico dei disturbi del cervello.

Uno studio appena pubblicato sulla rivista Neuron stima che nel vecchio continente i costi per le alterazioni del funzionamento cognitivo, legato ad esempio a lesioni cerebrali o a malattie neurodegenerative, ammontano a circa 800 miliardi di euro l’anno. Con 179 milioni di persone coinvolte nel 2010, i disturbi del cervello sono la maggiore emergenza di sanità pubblica in Europa, prima delle malattie cardiovascolari e del cancro. Come ci spiega Monica di Luca, una delle autrici della ricerca, nonché professore di farmacologia all’Università di Milano e presidente eletta della Fens, “lo studio ha incluso 27 stati membro e 19 patologie. Gli 800 miliardi di euro sono il risultato dei costi diretti e dei costi indiretti. I primi fanno riferimento ai farmaci, all’ospedalizzazione e all’assistenza, ma anche a spese non mediche, ad esempio le infrastrutture e le apparecchiature. I costi indiretti sono invece relativi a questioni di ordine sociale, come l’assenteismo o la mancanza di produttività”.
Questi numeri sono stati fondamentali per convincere la Commissione Europea a inserire la ricerca sul cervello tra le priorità di finanziamento negli strumenti a disposizione dell’Unione, sia nel passato recente che nei prossimi anni, vale a dire sia nel Settimo Programma Quadro terminato l’anno scorso, che nel nuovo Horizon 2020, partito nel 2014. Anche perché a Bruxelles hanno compreso bene i benefici sociali e le opportunità economiche derivanti da un aumento degli investimenti nelle neuroscienze.
Per averne un’idea basti considerare che un report del 2010 della Alzheimer’s Association, la maggiore organizzazione americana impegnata nella promozione della ricerca medica e scientifica sulle cause, la cura e l’assistenza per la malattia di Alzheimer, stimava in 33 miliardi di dollari nel 2020 e in 283 miliardi di dollari nel 2050 il risparmio annuale previsto per il sistema sanitario semplicemente grazie a un ipotetico trattamento per ritardare l’insorgenza della malattia di cinque anni. La malattia di Alzheimer attualmente colpisce più di cinque milioni di statunitensi con più di 65 anni, ma questa cifra potrebbe arrivare a 13.5 milioni a metà del secolo se non si inverte la rotta. E la strada maestra per cambiare traiettoria è la ricerca di base.

Una direzione che non coincide del tutto col percorso intrapreso dalla Commissione Europea. “Horizon 2020”, spiega Monica di Luca, “ ci chiede di andare verso l’innovazione molto di più che in passato, quasi a un livello competitivo di mercato, stimola ancora di più una collaborazione tra pubblico-privato per la soluzione di problemi chiave. Siamo ben consapevoli dell’importanza di tutto ciò, ma è cruciale anche mantenere l’attenzione sulle priorità della ricerca di base sul cervello. Il Brain Human Project è ad esempio un’iniziativa di grande rilievo scientifico e la nostra comunità è molto contenta che sia stata finanziata, ma si tratta soprattutto di ricerca computazionale, è solo un tassello di un quadro molto più ampio: le neuroscienze in Europa debbono e possono dare molto di più. A livello istituzionale non regge poi il confronto con gli Stati Uniti se teniamo presente che il progetto BRAIN è stato identificato come priorità nazionale e sponsorizzato dal presidente Obama in persona”.
Non si tratterà insomma di una nuova guerra fredda, ma di certo siamo solo agli inizi di una competizione che nei prossimi anni vedrà politici e neuroscienziati americani, europei, cinesi e molto probabilmente di altri paesi emergenti, giocarsi una buona parte del futuro economico e sociale delle proprie nazioni al tavolo della ricerca sul cervello.

*Quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 28 giugno 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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Psichiatrizzazione delle neuroscienze?

Mercoledì 10 febbraio, nell’ambito del l’incontro internazionale Trieste 2010: Che cos’è salute mentale? si è tenuto un workshop sul rapporto tra psichiatria, salute mentale e le nuove conoscenze provenienti dalla genetica, dalla biologia molecolare e dalle neuroscienze: una sessantina di partecipanti hanno discusso i controversi aspetti scientifici, etici, diagnostici e storici legati agli sviluppi delle ricerche sul genoma umano e sui metodi utilizzati per fornire misure dell’attività celebrali, in particolare la fMRI (functional magnetic resonance imaging).
L’occasione per affrontare il tema è stata una sentenza della corte d’Assise di Trieste, risalente all’ottobre del 2009 che riconosceva uno sconto di pena a un cittadino algerino colpevole di omicidio in quanto portatore di “vulnerabilità genetica”. La vicenda ha avuto una risonanza mediatica nazionale, anche perché in essa si profilavano i possibili rischi di pratiche scientifiche rivolte a individuare anomalie genetiche.
Le tecniche mediante le quali è stata riconosciuta l’attenuante genetica a Abdelmalek Bayout sono le moderne procedure di scansione e imaging del cervello finalizzate a rendere in immagini anatomia e funzionalità celebrale.
Quanto sono affidabili queste tecniche? Qual è la loro validità nell’attribuzione di colpevolezza o di innocenza di una persona che commette un reato? Ha senso esportare i risultati delle ricerche genetiche e delle neuroscienze in diversi ambiti sociali e soprattutto in ambito psichiatrico? Non si ripresenta il rischio, attraverso queste conoscenze, di voler ammantare la psichiatria di una scientificità che non possiede? Non si corre il rischio di allargare le pratiche e le culture della “medicalizzazione” della vita?
Sono le domande che hanno motivato l’organizzazione del workshop. Sono le questioni illustrate da Peppe Dell’Acqua all’inizio dell’incontro e riproposte in diversi momenti della discussione.
Dell’Acqua è preoccupato della formazione dei giovani psichiatri, sempre più armati di conoscenze “oggettive”, ma sempre meno di uno sguardo in grado di tutelare e valorizzare la soggettività delle persone. Dell’Acqua non vuole rifiutare i progressi, in alcuni casi straordinari, che neuroimaging, biologia molecolare e genetica hanno prodotto nel campo della salute e della malattia mentale.
Il punto è, come è noto, di non cedere alle tentazioni e alle semplificazioni riduzionistiche.
Si tratta di mettere in scena un confronto tra conoscenze che poco comunicano tra di loro e di trovare un terreno condiviso e significativo soprattutto per chi affronta il disturbo mentale. Il workshop dello scorso 10 febbraio si voleva muovere in questa direzione.
Gli ospiti dell’incontro, alcuni tra i più importanti studiosi italiani di genetica, biologia e diritto sono stati inviati a Trieste per chiarire ambiti di competenza e possibilità di incontro dei saperi .
Enrico Alleva, biologo, presidente della Società Italiana di Etologia, socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei, ha insistito molto sul concetto di plasticità dei neuroni e del sistema nervoso centrale, ossia la capacità del cervello di adattarsi agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. La scoperta più importante delle neuroscienze a proposito di neuroni e sistema nervoso centrale è che le cose sono molto più complesse e dinamiche di quanto si sospettasse. Se solo ci liberiamo di schemi mentali deterministici nell’ interpretazione del suo funzionamento possiamo capire cos’ è il cervello dell’ uomo, la sua plasticità e la sua irrepetibilità.
Giorgio Bignami, medico e libero docente in farmacologia, ex dirigente di ricerca in psicofarmacologia presso l’Istituto Superiore di Sanità e da poco presidente di Forum Droghe, si è soffermato sugli effetti degli interessi economici delle aziende farmaceutiche. Bignami ha sottolineato il rapporto perverso tra l’esigenza del profitto, il marketing e l’uso inflazionato e improprio di farmaci di efficacia dubbia o nulla, ma anche di prodotti di provata ed elevata efficacia. L’industria farmaceutica finanzia numerosi studi programmati in modo da predeterminare i risultati mediante vari artifizi allo scopo di “dimostrare” una maggiore validità e una minore nocività dei nuovi prodotti rispetto ai vecchi. Analisi più accurate condotte da ricercatori indipendenti hanno evidenziato in tempi più recenti che le differenze di cui si è detto erano in larga parte artefatti dovuti a errori metodologici, non si sa bene.
Francesco Migliorino, professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno all’Università degli Studi di Catania, attraverso ricerche storiche ha offerto una prospettiva originale dell’intreccio tra scienza, psichiatria e diritto. Migliorino ha illustrato il concetto di bonifica umana soffermandosi sulla figura di Filippo Saporito, il più influente alienista italiano, direttore di Aversa, vissuto tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Secondo Saporito, manicomi e carceri sono centri di depurazione fisica e morale dove per sempre vanno rinchiuse le “bestie umane”. Il manicomio criminale è un policlinico della delinquenza costruito attraverso una tecnologia di razionalizzazione finalizzata alla bonifica umana.

Infine Edoardo Boncinelli, docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute di Milano ed ex-direttore della Sissa, ha trattato il tema del rapporto tra geni e comportamento.
Fisico di formazione, Boncinelli si è dedicato allo studio della genetica e della biologia molecolare degli animali superiori e dell’uomo dando un contributo fondamentale a queste discipline individuando la famiglia di geni detti omeogeni che controllano il corretto sviluppo del corpo, dalla testa al coccige. Da diversi anni si occupa dello studio del cervello e della corteccia cerebrale. Boncinelli ha discusso dei risultati scientifici più recenti riguardanti il rapporto tra geni e ambiente. I meccanismi che regolano i comportamenti sono influenzati dal profilo genetico degli individui. Ma quanto incidono i geni e quanto incidono il contesto, lo stile di vita, l’educazione, le esperienze personali non è affatto chiaro. Un tempo si tendeva a dare una risposta salomonica a questo interrogativo: 50% geni e 50% ambiente. La ricerca negli ultimi anni ha ulteriormente complicato il quadro. Stando ai risultati più aggiornati un 30% dei nostri comportamenti è da attribuire al nostro corredo genetico, un altro 30% al contesto ambientale mentre il resto è attribuibile a una non meglio precisata casualità.

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Come gli Stati Uniti esportano le loro malattie mentali

How the US exports its mental illnesses è il titolo di un articolo scritto da Ethan Watters sul New Scientist della scorsa settimana. La tesi è che gli psichiatri statunitensi, che dominano il dibattito mondiale sulla classificazione e i trattamenti del disturbo mentale, ignorano le specificità locali e culturali. Con l’aiuto delle multinazionali farmaceutiche. E’ una discussione importante considerando che è in progettazione il nuovo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’Associazione psichiatrica americana. Si tratta del DSM V e l’uscita è prevista per il 2012. Dal Sito dell’Associazione degli psichiatri americani si può scaricare l’agenda di ricerca per la realizzazione del volume . Fra qualche giorno modererò una sessione all’incontro “Trieste 2010:Che cos’è salute mentale?”. Il titolo del workshop a cui partecipo è Nuove conoscenze o pschiatrizzazione delle neuroscienze?. Per capire di cosa si tratta si può prendere un estratto dell’agenda di ricerca del futuro DSM V. Il libro, tra le altre cose:

Offers a neuroscience research agenda to guide development of a pathophysiologically based classification for DSM-V, which reviews genetic, brain imaging, postmortem, and animal model research and includes strategic insights for a new research agenda

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BID: ulitmo giorno di workshop

Si chiude fra poche ore il secondo workshop del progetto BID, un’iniziativa finanziata dalla commissione europea per favorire il dialogo su temi socialmente controversi legati allo sviluppo delle neuroscienze. Coordinato dalla Sissa, il secondo workshop dei tre previsti nel progetto BID, si conclude nel pomeriggio con un meeting aperto al pubblico dal titolo Dna e salute. La mia vita e i miei geni. L’impressione dopo aver seguito qualche talk è che gli scienziati fanno poche domande alle associazioni di pazienti, agli esperti di psicologia sociale, etica, diritto ad esempio sulle problematiche legate ai test genetici di malattie neurodegenerative. Il viceversa è meno vero. Gli altri esperti o portatori di interesse sembrano più interessati a capire gli aspetti scientifici delle malattie di Parkinson, Alzheimer, Huntington. La “comprensione dei diversi pubblici della scienza” da parte degli scienziati rimane probabilmente uno dei problemi più cruciali per comprendere a fondo le questioni tra scienza e società

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Nuovo libro sulla storia delle neuroscienze

A Hole in the Head è un libro sulla storia delle neuroscienze pubblicato un paio di mesi fa da MIT Press scritto dal neuroscienziato Charles Gross.
Si tratta di una raccolta di episodi significativi dello studio del cervello, una storia di successi e di errori ricostruita a partire dalle società paleolitiche fino ai giorni nostri. E’ il secondo libro sul tema di Gross. Una parte nuova e interessante è quella sul rapporto tra arte e neuroscienze.

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